XXV.
L'altra comitiva non aveva passato le avventurose peripezie della prima. Discesa dalla strada romana in poco tempo aveva raggiunto San Bartolomeo ove l'attendeva un aiutante di campo del generale Bonaparte, il quale era partito di buon mattino per riconoscere strade e valichi, personalmente, accompagnato da Berthier suo capo di Stato Maggiore, e da un altro aiutante di campo che non si discostava un passo dalla persona del generale in capo. L'aiutante che ricevette il Governatore di Ventimiglia e il seguito, era un giovane ufficiale segaligno, dallo sguardo freddo e tagliente, asciutto di viso, di poche parole: non aveva che ventidue anni e ne dimostrava almeno trenta: labbra sottili, fronte rannuvolata, parca sempre sopra pensieri, preoccupato dell'avvenire e celava sotto l'apparenza impassibile quell'inquietudine che è oggi chiamata, con una barbara parola, arrivismo.
— Buon giorno, aiutante Marmont — disse Filippo Balbi, smontando — spero di non essere in ritardo.
— Anche se tu lo fossi, capitano Balbi, poco male!
— Ho capito: il generale Bonaparte è partito per qualche ricognizione. C'è almeno Berthier?
— Accompagna il generale con Junot.
— Ah! il fido Acate!
Udendo nominare un personaggio virgiliano il capitano Cavalli s'avvicinò.
— Chi parla di fido Acate, capitano Balbi?
— È il nomignolo dell'aiutante di campo Junot, che non si distacca mai d'una linea dal generale Bonaparte. Ma non si tratta di questo, ora: permettimi, Marmont, di fare le presentazioni.
Condusse l'aiutante dal Grimaldi che lo ricevette con sussiego e che fu trattato da quantità trascurabile. Probabilmente il chiuso aiutante di campo non lo giudicò persona adatta per servire in qualche modo da gradino. Consentì purtuttavia a sgelarsi davanti a madamigella Chiarina: apparteneva a discreta famiglia Marmont, ed era figlio d'un capitano del reggimento d'Hainaut. Davanti ad una dama (come del resto accadeva a quasi tutti gli ufficiali di cui Napoleone Bonaparte si circondava) assumeva un atteggiamento Reggenza. Fece un inchino passabile ed aiutò la damigella ad uscir dalla lettiga.
— Non abbiamo salotti per le dame, — disse mostrando la casa rustica, la quale serviva d'alloggio per lo Stato Maggiore — nemmeno la stanza del generale s'adatterebbe: c'è però quella di Murat.
E ripetendo l'inchino precedette la comitiva nella stanza di Murat, che merita l'onore d'una breve sosta.
L'uomo pomposo, che doveva diventare Re di Napoli, rivelava fin d'allora le sue attitudini al fasto, e le rivelava naturalmente come poteva. La stamberga al piano terreno ove abitava era uno strano amalgama delle cose più disparate. Due tamburi coperti da vecchie gualdrappe dai colori vivaci, l'una gialla, e verde l'altra, servivano da sedie. L'una delle pareti spariva sotto una bandiera nazionale spiegata e nuova di zecca: Murat se l'era fatta prestare probabilmente dal commissario. Sulla parete di fondo un labaro, chi sa a qual chiesa di Provenza rubato, mostrava le Tre Marie che scendono dal mare sulla Crau; nel fondo un mostro tutto cresta sul dorso raffigurava la famosa Tarasque. Sulla terza parete un piviale con un sole fiammante nel centro, affetto da calvizie, ed accanto al piviale, conficcata con chiodi celati da coccarde nazionali una carta.... della Turchia, sormontata da un pezzo di carta pecora dipinto rozzamente e raffigurante un'orgia di fucili e cannoni con una divisa in fondo che portava la leggenda: Souvien-toi d'Alexandre. Probabilmente alludeva al Macedone. Una sciabola, nell'angolo a destra, dal fodero infiocchettato come una mula spagnola e il cappello d'ordinanza appeso in alto sopra Alessandro il Macedone e riccamente guarnito d'una penna color canarino piantata là dove i tirolesi portano la propria. L'impiantito di mattoni spariva sotto una tovaglia riccamente macchiata di vino a guisa di tappeto.
Nell'entrare, madamigella Chiarina trattenne appena un grido di sorpresa, ma Gilda battè le mani.
— Madonnina! — esclamò — par d'essere dall'indovina coi tarocchi!
Non presero purtuttavia meno possesso della stanza così stranamente apparata e madamigella Chiarina sedette sopra un tamburo, Betto Grimaldi sull'altro e la Gilda restò in piedi accanto alla padrona. Il capitano Cavalli rimase appoggiato allo stipite della porta e cavò di tasca il vecchio Virgilio immergendosi nella lettura.
— È un prete o un ufficiale il vostro compagno? — domandò l'aiutante Marmont a Filippo Balbi, additandogli il capitano che parea leggesse il breviario.
— È un dotto come il fu signor di Voltaire — gli rispose l'interrogato.
E trasse in disparte il francese.
— Questo giovane alfiere — gli disse a bassa voce, si chiama Giano Lercari ed è di illustre famiglia genovese.....
Marmont alzò gli occhi sul bastardo e salutò.
— .... e chiede per sè quello che Berthier ha ottenuto per me.
L'aiutante fe' cenno d'aver compreso.
— Credete voi la cosa possibile?
Strano: fra due ufficiali a tu per tu correva il voi dell'ancien régime, che in pubblico il tu era regolamentare: gli era perchè Marmont ci teneva, come del resto una gran parte degli ufficiali di Bonaparte e di Massena e di Moreau (meno quelli di Hoche) a disinteressarsi della rivoluzione, della Repubblica e del Governo e del popolaccio di Parigi: facevano anzi a gara nel disprezzarlo.
— Credo possibilissima la cosa, mio caro, purchè il vostro amico non domandi di appartenere allo Stato Maggiore.....
Fin d'allora esisteva quella sorda ostilità dei preferiti del giovane generale contro i possibili competitori e la tendenza ad isolare il Bonaparte, tendenza di cui Napoleone si lamentò spesso e che lo spingeva qualche volta, più per malinconia da vincere che per popolarità da coltivare, a mischiarsi con i soldati, famigliarmente.
— Ma — continuò Marmont — se chiederà di prestar servizio ad esempio col generale Serrurier o col generale Laharpe ci avrà tutto da guadagnare. Che grado ha il vostro amico?
— Alfiere.
— Chiedete dunque per lui a Berthier il grado di capitano presso Serrurier che è a Garessio. Capitano d'una Compagnia di ricognizione. È un bel posto e può rendere utili servizi.
— Seguirò il vostro consiglio — annuì Filippo.
— Volete che parli io stesso a Berthier?
— Grazie, non vi scomodate: parlerò io.
Giano Lercari credette suo dovere cercar qualche parola di ringraziamento, ma l'aiutante non gliene diede il tempo, chè gli porse la mano, diventato affabile.
— Eccoci camerati! Buona fortuna!
E poichè s'udì un rullo di tamburo si lanciò donde il suono veniva. Sul sentiero che conduceva al mare un'altra comitiva s'inoltrava. L'imponente cavallo di Murat parea superbo di portare una perfetta figurina di dama. Due gentiluomini seguivano e lo stesso aiutante di campo Murat precedeva tenendo al guinzaglio il cavallone. Un nugolo di scarmigliati sanculotti avvolgeva il gruppo. Il quale appena era apparso allo svolto del sentiero che metteva nel sagrato di San Bartolomeo quando il capitano Cavalli (leggeva sì, Virgilio, ma probabilmente leggeva con un solo occhio come la gatta di Masino dormiva) saltò su urlando e sguainando la spada:
— Ah! L'impudente traditore!
D'un balzo fu davanti alla comitiva che giungeva e portandosi di rimpetto a l'Embriaco lo percosse col piatto sulla spalla gridando:
— Tu sei bandito dalla Serenissima e sei mio prigioniero!
Il colpito non mosse ciglio, ma l'aiutante Murat, con gli occhi fiammeggianti di collera subitanea, frammettendosi, urlò a sua volta stentoreamente:
— Chi è che parla di far dei prigionieri nel campo francese?
— Questo è territorio della Serenissima — ribattè il Cavalli — ed ho diritto d'arrestare i banditi.
— Arrestatemi intanto quest'insolente!
E prima che il buon Capitano avesse potuto nemmeno mettersi sulla difensiva fu disarmato e ridotto alla impotenza da un nugolo di soldati sanculotti.
— Protesto! — urlava il Cavalli.
Ma ebbe uno sforzo disperato quando s'accorse che un soldato s'era impadronito del suo caro Virgilio. Si liberò con una forza erculea, rincorse il rapitore, gli tolse il suo tesoro e si fermò ansante e bollente davanti a Murat.