XXVI.
L'affare non ebbe seguito. S'intromise Betto Grimaldi, il quale riuscì a calmare l'esasperato capitano: fu restituita la spada confiscata e l'aiutante Murat si degnò d'offrire con le sue stesse mani una coppa di vino a colui che aveva fatto arrestare.
Il subbuglio aveva richiamato sulla porta Gilda prima di tutti e poi anche la damigella Chiarina un po' spaventata. Ma lo spavento si mutò in lieta sorpresa quando la fanciulla si vide innanzi a pochi passi una figura di donna che le sorrideva come se l'invitasse.
— Fiorina!
— Chiarina!
I due fiori si piegarono l'un verso l'altro, avrebbe detto l'abate Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, nel casto amplesso delle corolle fresche. E senza occuparsi degli inchini di Ibleto e di Betto, i quali non trovarono di meglio che offrirsi a vicenda la tabacchiera, scrutandosi nel bianco dell'occhio, le due amiche ripresero possesso della stanza eteroclita dell'aiutante Murat, stanza che risvegliò alte meraviglie e adorabili smorfiette nella marchesa.
— Chiara, mia dolce Chiara, da quanto tempo non ti vedo?
— Tre anni almeno, mia Fiorina!
Tre anni! Un secolo nella vita d'una giovane donna e d'una fanciulla! Amiche di collegio, il nobile collegio di Santa Brigida, inseparabili Chiara Grimaldi e Fiorina Adorno! Caratteri opposti: l'una dolce come l'evangelico agnello, tutta fuoco l'altra, indomita, come uno scoiattolo.
— Rammenti?
Fiorina arrossì ma rispose:
— Rammento.
Candidamente Chiarina ricordava la grande novella che Fiorina le avea dato ad un ritorno d'autunno. Grande novella davvero per la buona fanciulla onesta e contegnosa che non avrebbe ardito levare gli occhi in volto ad un uomo, fosse quest'uomo suo padre o l'archivista Orengo, Dio! la grande novella! Fiorina aveva permesso ad un giovane — oh! di gran casa naturalmente — di dirle che la trovava bella, che l'aveva colpito, che l'amava! Dio! Buon Gesù, che immediata confessione aveva suggerito Chiara all'audacissima Fiorina!
— Rammenti?
— Rammento.
Il consiglio di Chiarina fu seguito e che scandalo ne seguì! La reproba Fiorina fu tenuta un mese almeno senza assoluzione, e senza poter quindi la domenica appressarsi alla mensa del Signore. Pianti, disperazioni, digiuni che sortirono strano effetto. Interrogata da Chiara, Fiorina ebbe a confessarle che, a malgrado la sospesa assoluzione e lo scandalo, provava uno struggente piacere ogni qual volta rammentava la dichiarazione d'amore del giovane di gran casa.
Fiorina Adorno era uscita per la prima dal convento, per andare a nozze. E quando l'amica le aveva chiesto se il promesso sposo fosse colui della dichiarazione, era scoppiata in un pianto disperato. Non era, no, lo sconosciuto giovane di gran casa — sconosciuto da tutti anche da Chiara, chè l'amica s'era cucita la bocca — ma il marchese di Spigno già vecchio e mai veduto. La povera Fiorina veniva sacrificata alle convenienze della famiglia che si dibatteva nelle ristrettezze, come gran parte dei nobili Genovesi i quali avevano abbandonato le mercature e quindi speso senza incassar più. Le nozze con Ibleto erano una fortuna per la famiglia e la povera Fiorina aveva dovuto curvare il capo. Ma l'amore non era cessato.
— Rammenti?
— Rammento, cara. Ma, o tu, Chiarina? Parliamo di te.
Chiarina arrossendo narrò il fidanzamento con Filippo Balbi.
— L'ami?
— È il mio fidanzato!
Candore delle nostre nonne! Come non amare il fidanzato scelto dal padre! dal signor padre, anzi!
Fiorina crollò il capo sogguardando attraverso l'uscio aperto Filippo Balbi in istretto colloquio con l'aiutante Marmont.
— Com'è bello, non è vero, Fiorina?
— Hum! — fece la marchesa di Spigno.
Certo Filippo Balbi non poteva che esser dichiarato bello, ma pure quella fronte buia e quelle labbra sottili non convincevano Fiorina. La quale a suo malgrado lo comparava con Luca Lascaris.
Il maschio volto, l'altero portamento, l'occhio sicuro e pieno di disinteresse non erano tali da subire un confronto, con le fattezze forse più regolari, ma chiuse del Balbi: l'uno era tutto vigoria, l'altro invece si facea notare per una certa aria di sufficenza, quale in allora si mostrava comunissima nella classe dirigente, sia delle corti che dei reggimenti così detti a volontà libera di popolo. Ma Luca Lascaris, aveva a suo vantaggio il lato romanzesco. Fiorina e Luca s'erano incontrati in un settembre ormai quasi lontano, un settembre di cinque anni prima, quando la Serenissima inquieta per la prima volta della grande Rivoluzione aveva chiamato ad audiendum verbum i nobili delle provincie.
Luca Lascaris, ospite in casa Adorno, s'era invaghito della fanciulla in tutto e per tutto differente dalle dame che avea conosciuto e che conducevano una vita da Reggenza.
Casa Adorno, austera, imponeva ai figlioli un rispetto esagerato e se il fratello di Fiorina, Giacomo Adorno si permetteva di giocare al pallone e quindi anche di cospirar contro il Governo (pare che in allora l'una cosa non si separasse mai dall'altra), Fiorina mutava l'educandato con un'altra prigione, la casa paterna, ove si trovava sola in un giardino chiuso ed entro un'alta biblioteca.
Non che il Senatore Tomaso Adorno, l'imponente padre, fosse un dotto, no, e nemmeno un lettore, ma la biblioteca esisteva in casa Adorno e quindi la si doveva accrescere con le opere nuove, in abbonamento o in sottoscrizione.
Se ne occupava l'abate Borlasca, il vecchio precettore di casa, asino candido, che acquistava i libri ad offerta e non leggeva che quel tanto di breviario per cui aveva l'obbligo canonico. Nessuno quindi aveva impedito a Fiorina di leggere un'opera strana intitolata: La nuova Eloisa o Lettere di due amanti, e di divorarla. In quel tempo era capitato Luca Lascaris, immagine vivente secondo la fanciulla, di Saint-Preux, donde l'idillio presto, ahimè, troncato dalla volontà ferrea della contessa Isabella, madre di Luca, la quale aveva preparato per il figliolo un matrimonio ricco e di gran parentado. Ma il caso volle che Ibleto di Spigno, fratello di Isabella e zio di Luca, si portasse all'altare con Fiorina: il caso ha spesso di simili circoli brevi, ciò che spesso ha fatto osservare come sia piccino il mondo. Ecco di nuovo adunque Luca e Fiorina di fronte. Una breve sosta del Lascaris al castello di Spigno per interessi di famiglia, li aveva riavvicinati, nè il marchese, diplomatico sottile s'era minimamente insospettito. Anzi, pretestando un viaggetto qualunque, li aveva lasciati soli. Soli nell'ampio castello complice, nel complice amplissimo parco tutto seduzioni primaverili, in una solitudine, in quella solitudine ch'è già mezzo peccato, poichè poche tempre vi potrebbero resistere: e l'Aretino avrebbe ragione di chiamarle inumane in quei suoi Ragionamenti d'Amore che sono oggi l'esempio del primo determinismo di cuore!
Quel giorno più non vi leggemmo avante!
E naturalmente! avrebbe esclamato il sincero Gian Giacomo.
Tornato in cattivo punto lo Spigno, gli amanti incominciarono le loro imprudenze come tutti gli amanti che si rispettano. Ma il vecchio marchese divenne cieco, moralmente s'intende. Cieco fino al giorno in cui Luca alzò risolutamente la bandiera del Re di Piemonte col Nervia e l'Altariva. Soltanto allora parve che il marchese cominciasse a vederci chiaro, a fare il terzo incomodo, a trovarsi dove discretamente non avrebbe dovuto, ad abbandonare la biblioteca per il salotto della moglie, a seguirla nel parco e a segregarla di notte. La posizione diventò insostenibile, tanto che Luca cedendo ad un richiamo della madre tornò a Ventimiglia e Fiorina rimase libera, libera anche di Ibleto che lasciò parco e salotto per la biblioteca, e i conversari alla moda per ricevere ceffi di dubbia pulizia e per leggere lettere di ancor più dubbia letteratura. Una soltanto la ragione: Ibleto non sapeva come orientarsi fra quei quattro punti cardinali che si chiamavano Piemonte, Austria, Francia e Genova, donde la partenza per la frontiera per rendersi conto de visu della situazione, e risolversi, dato che ne fosse il caso.
Le cose erano a questo punto quando la fortuna, o sfortuna che fosse, volle riuniti in pochi metri quadrati quasi tutti i personaggi di questa istoria, nelle strettoie dell'improvvisato campo francese e nella attesa di quel famoso generale ballerino, salito per voler di Barras e per intrighi di donne ad una responsabilità che probabilmente — così almeno doveva essere nel disegno di chi l'aveva spinto — l'avrebbe schiacciato. La disposizione dei personaggi è adunque, per l'intelligibilità del lettore, così riassunta in quattro gruppi; Chiara e Fiorina quasi sull'uscio della stanza di Murat: Marmont, Filippo Balbi ed il bastardo Lercari dall'un lato: Betto Grimaldi e Ibleto di Spigno dall'altro. Come sfondo il gruppo dei soldati sanculotti, il giovane Tibullo, Murat ed il capitano Cavalli, col prezioso Virgilio sotto braccio e il fraterno bicchiere in mano.
E qui è necessario che i lettori ascoltino contemporaneamente il dialogare utile od inutile dei quattro gruppi.