XXXVII.
Nella stanza non ampia, addobbata a salotto rococò in cui stonavano delle poltrone recenti venute di Francia sotto dei grandi mobili secenteschi, la damigella Chiarina moriva.
Immobile, chiusi gli occhi, giaceva nel letto verginale, affondata nei guanciali, nimbata dai capegli biondi e parea che non respirasse nemmeno. Accanto al letto Gilda, muta e in lagrime, sventolava un pannolino sul viso della malata. Nel vano della finestra, chiuso, il cofano del corredo.
Ad un tratto nell'anticamera suonò uno strepito di passi: la porta fu schiusa e il naso affilato dell'archivista Orengo fè capolino. Susurrò l'ometto, meno d'un soffio:
— Gilda!
La camerista non si mosse. Quegli, più forte, ripetè:
— Madamigella Gilda!
L'interpellata si scosse, volse il capo e s'attraversò la bocca coll'indice:
— Ssssss!
— Gilda — ripetè l'archivista, — il magnifico Grimaldi chiede se madamigella può ricever visite?
— Visite? Ma se è qui come morta! Benedetta la Madre dei sette dolori, lasciatela in pace!
L'ometto ritrasse il capo, ma non per questo la porta si richiuse, chè anzi fu spalancata e la contessa Isabella Lascaris e la marchesa Fiorina di Spigno entrarono seguite da Betto Grimaldi e dall'abate Bernardino Viale.
— Chiara! — mormorò Fiorina curvandosi in singulti sul letto.
La malata non si scosse.
— Suvvia, ricomponiti — susurrò alla marchesa di Spigno, ch'era scoppiata in lagrime, la marchesa Isabella.
Ed al Grimaldi inebetito:
— Che dice il medico?
S'ebbe in risposta uno sguardo atono.
— Non si cercò di rianimarla con qualche cordiale? — chiese l'Abate.
— Cordiale? — rispose Gilda. — È da stamani in questo stato. Il medico teme la congestione.
— E non le cavarono sangue? E non le applicarono mignatte?
Fiorina aveva preso il posto di Gilda ed agitava il pannolino, quando sulla soglia apparve il capitano Cavalli.
— Magnifico Grimaldi entrano i francesi in città!
— Vengo! Vengo! — rispose il comandante e si profuse in inchini.
— Chiedo licenza! Chiedo licenza! Il dovere.....
— Andate, Betto, andate, rimaniamo noi!.....
Il capitano Cavalli immobile, osservava la malata.
— Povera damigella — mormorò poi seguendo il Grimaldi — pare.... pare.... —
Sospirò.
— .... la vergine Lavinia!
La stanza ricadde nel silenzio.
Dalla finestra aperta il tramonto d'oro penetrava. Di faccia incupiva la rocca di Roverino, mentre un po' della chioma fronzuta di Siestro rifletteva il sole morente.
Silenzio ancora, pesante, inquietante.
Ad un tratto risuonarono giù, sotto la città, sul ponte del Roia dei prolungati rulli di tamburo.
— I francesi! Passano i francesi! — disse Gilda sporgendosi verso la finestra aperta.
— I francesi? — ripetè la contessa Isabella curiosamente accorrendo.
I rulli di tamburo crescevano, un brusìo soffocato da prima, poi sonoro, pieno, di folla tumultuante si propagò, e l'eco delle colline lo respinse e tutta l'aria se ne riempì. La gran dama e la camerista accumunate dal desiderio di vedere si sporsero maggiormente e Fiorina si staccò dal letto attratta dallo spettacolo insolito.
I rulli marcarono il passo della moltitudine, poi nel rullar solenne si sposò un coro marziale:
Allons enfants de la patrie....
— No!.... No!.... No!....
Il monosillabo raucamente risuonò. Le dame e la camerista trasalirono, si volsero, accorsero.
Chiarina s'era alzata a sedere, puntando nelle coltri i pugni, gli occhi spalancati, sciolti i capegli, pallidissima, spettrale.
Già il coro diventava assordante.
— No!.... No!.... No!....
Ricadde nelle braccia di Fiorina, annaspò delle dita nelle coltri, torse la bocca, gli occhi le si arrovesciarono. Ma fu un attimo. Il volto dolcissimo si ricompose, le labbra socchiuse lasciarono sfuggire delle parole.
— Che dice? — esclamò Fiorina.
Curvò sulla bocca della fanciulla, che teneva sul petto, l'orecchio. Chiarina ripetè accorata e soave:
— Filippo.... perdonami....
E spirò.