CII. — MASSIMILIANO.

Villefort si rialzò quasi vergognoso di essere stato sorpreso nell’accesso di questo dolore. Il terribile stato che egli esercitava da 25 anni, era giunto a farne più o meno che un uomo. Il suo sguardo, un momento perduto, si fissò su Morrel. — Chi siete voi, signore? disse egli, voi che dimenticate che non si entra così in una casa abitata dalla morte? Uscite! signore, uscite! — Ma Morrel restava immobile; egli non poteva staccare gli occhi dal terribile spettacolo di questo letto in disordine, e dalla pallida figura che vi era stesa sopra. — Uscite! capite? gridò Villefort mentre d’Avrigny si avanzava dal suo canto per far uscire Morrel.

Questi guardò con aria smarrita il cadavere, quei due uomini, tutta la camera, sembrò esitare un momento, aprì la bocca, indi finalmente, non trovando una parola da pronunziare, e dall’innumerevole ammasso d’idee fatali che agitavano il suo cervello, ritornò addietro cacciandosi le mani fra i capelli, in modo tale che de Villefort e d’Avrigny, un momento distratti dalla loro preoccupazione, dopo averlo seguito con gli sguardi, scambiarono fra di loro un’occhiata che voleva dire: — Egli è pazzo!

Ma prima che fossero passati cinque minuti, s’intese gemere la scala sotto un peso considerevole, e si vide Morrel che, con una forza sovrumana, sollevava il seggio di Noirtier colle braccia e portava il vecchio al primo piano della scala. Morrel posò il seggio a terra e lo rotolò rapidamente fino nella camera di Valentina.

Tutto questo si eseguì con una forza raddoppiata dalla esaltazione frenetica del giovine. Ma una cosa era spaventosa soprattutto; la figura di Noirtier, avanzandosi verso il letto di Valentina, spinto da Morrel, la figura di Noirtier sulla quale l’intelligenza spiegava tutti i suoi espedienti, di cui gli occhi riunivano tutta la loro possanza per supplire alle altre facoltà. Così questo viso pallido, collo sguardo infiammato, fu per de Villefort una spaventevole apparizione. Ogni volta che egli si era ritrovato a contatto con suo padre, era sempre accaduto qualche cosa di terribile.

— Guardate ciò che essi ne han fatto! gridò Morrel appoggiato ancora con una mano allo schienale del seggio che aveva spinto fin contro il letto, e l’altra stesa verso Valentina, guardate! padre mio, guardate!

Villefort rinculò di un passo e guardò con meraviglia questo giovine che gli era quasi sconosciuto e che chiamava Noirtier suo padre. In questo momento tutta l’anima del vecchio sembrò passare nei suoi occhi, che da prima s’iniettarono di sangue, indi gli si gonfiarono le vene del collo, un colore bluastro, come quello che invade la pelle dell’epilettico, gli coprì il collo, le guance, e le tempia; non mancava a questa esplosione interna di tutto l’essere, se non che un grido e questo uscì, per così dire, da tutti i pori, spaventoso nel suo mutismo, dilaniante nel suo silenzio.

D’Avrigny si precipitò verso il vecchio, e gli fece respirare un violento revulsivo. — Signore, gridò Morrel afferrando la mano inerte del paralitico, si domanda chi son io, e qual diritto ho di essere qui. Oh! voi che lo sapete, ditelo, ditelo! — E la voce del giovine si spense con un singulto. In quanto al vecchio, la sua respirazione anelante gli scuoteva il petto. Si sarebbe detto che egli era in preda a quelle agitazioni che precedono l’agonia.

Finalmente alcune lagrime stillarono dagli occhi di Noirtier, più felice del giovine che singhiozzava senza poter piangere. Non potendo piegare la testa, chiuse gli occhi.

— Dite, continuò Morrel con voce strangolata, dite che io era il suo fidanzato! dite che ella era la mia nobile amica, il mio solo amore sulla terra; dite, che questo cadavere mi appartiene! — ed il giovine, dando il terribile spettacolo di una gran forza che si rompe, cadde pesantemente in ginocchio davanti a questo letto, che le sue dita increspate strinsero con violenza.

Questo dolore era così penetrante che d’Avrigny si voltò per nascondere la sua emozione, e che Villefort, senza chiedere altra spiegazione, attirato da quella specie di magnetismo che ci spinge verso quelli che hanno amato coloro che noi piangiamo, stese la mano al giovine.

Ma Morrel che nulla vedeva, aveva presa la mano agghiacciata di Valentina, e, non potendo piangere, mordeva le lenzuola arrossendo. Per qualche tempo non s’intese in questa camera che il conflitto dei singulti, delle imprecazioni, e della preghiera. E frattanto un rumore dominava tutto questo: era la respirazione rauca e straziante, che sembrava, ad ogni ripresa d’aria, rompere le molle della vita nel petto di Noirtier. Finalmente Villefort, il più padrone di sè stesso fra tutti, dopo aver per così dire ceduto per qualche tempo il suo posto a Massimiliano, prese la parola: — Signore, diss’egli a Massimiliano, voi amavate Valentina, dite voi, eravate suo fidanzato, ignoravo questo amore, questo impegno; eppure, io suo padre, vi perdono; poichè, lo vedo, il vostro dolore è grande, reale e vero. Del resto in me pure il dolore è grande, perchè resti nel mio cuore posto alla collera. Ma, voi lo vedete, l’angiolo che speravate ha lasciato la terra, ella non sa più che fare delle adorazioni degli uomini, ella che a quest’ora, adora il Signore; fate dunque i vostri addii alla trista spoglia, che ella ha dimenticato fra noi; stringete un’ultima volta la mano che aspettavate, e separatevi da lei per sempre; Valentina or non ha più bisogno che di un prete che la benedica.

— Vi sbagliate, signore, gridò Morrel, rialzandosi sur un ginocchio, col cuore traversato da un dolore più acuto di quelli da lui finora intesi, vi sbagliate! Valentina, è morta, e nel modo che è morta, non solo ha bisogno di un prete ma ancora di un vendicatore; sig. de Villefort, mandate a cercare il prete, io sarò il suo vendicatore.

— Che volete dire, signore? mormorò Villefort, tremante per questa nuova inspirazione del delirio di Morrel.

— Voglio dire, continuò Morrel, che in voi esistono due esseri, signore; il padre ha pianto abbastanza, ora il procurator del Re cominci il suo ministero.

Gli occhi di Noirtier sfavillarono, d’Avrigny si avvicinò. — Signore, continuò il giovine, raccogliendo dagli occhi di tutti gli assistenti i sentimenti che si risvegliavano sui loro volti, so quel che dico, e voi sapete, tanto bene quanto me, tutto ciò che son per dire: Valentina è morta assassinata! — Villefort abbassò la testa; d’Avrigny avanzò ancora di un passo; Noirtier fece di sì cogli occhi.

— Ora, signore, continuò Morrel, ai tempi in cui viviamo, una creatura, ancorchè non così giovane, così bella, così adorabile, una creatura non dispare sì violentemente dal mondo senza che si domandi conto della sua sparizione. Andiamo! sig. procurator del Re, aggiunse Morrel con una veemenza sempre crescente, non vi sia pietà! vi denunzio il delitto, cercate l’assassino! — E il suo occhio implacabile interrogava Villefort, che dal canto suo sollecitava uno sguardo, ora da Noirtier, ora da d’Avrigny. Ma invece di trovar soccorso da suo padre e dal dottore, Villefort non ritrovò in essi che uno sguardo tanto inflessibile, quanto quello di Morrel. — Sì, fece il vecchio.

— Certamente, disse d’Avrigny.

— Signore, replicò Villefort, tentando di lottare ancor contro questa triplice volontà, e contro la propria emozione; signore, vi sbagliate, non si commettono delitti in casa mia, la fatalità mi colpisce, Dio mi prova, è orribile a pensarsi, ma in casa mia non si assassina nessuno!

Gli occhi di Noirtier fiammeggiarono, d’Avrigny aprì la bocca per parlare. Morrel stese la mano raccomandando il silenzio: — Ed io vi dico che qui si uccide! gridò Morrel abbassando la voce, ma senza perder nulla della sua terribile vibrazione: vi dico che questa è la quarta vittima, che si colpisce in quattro mesi! vi dico che si era già provato una volta, quattro giorni sono, di avvelenare Valentina, e che questo delitto era andato a vuoto, mercè le cautele che avea prese il sig. Noirtier! vi dico che fu raddoppiata la dose o cambiata la natura del veleno, e questa volta è riuscito! vi dico che voi sapete tutto ciò tanto ben quanto me, poichè il signore, che è qui presente, ve ne ha avvisato e come medico, e come amico.

— Oh! siete in delirio! disse Villefort, tentando invan di battersi entro il cerchio in cui era stato ristretto.

— Io sono in delirio! gridò Morrel: ebbene! me ne appello al sig. d’Avrigny stesso. Domandategli, signore, se si ricorda ancora delle parole che ha pronunziate nel vostro giardino, nel giardino di questo palazzo, la sera stessa della morte della sig.ª de Saint-Méran, allor quando entrambi, voi e lui, credevate esser soli; vi trattenevate su questa morte tragica nella quale quella fatalità di cui parlate, e Dio che accusavate ingiustamente, non potevano esser contati che per una sola cosa, vale a dire per aver creato l’assassino di Valentina! — Villefort e d’Avrigny si guardarono. — Sì, sì, ricordatevi, disse Morrel, perchè quelle parole, che credevate sciolte al silenzio ed alla solitudine, sono cadute nelle mie orecchie. Certamente da quella sera, vedendo la colpevole compiacenza del sig. de Villefort pei suoi, avrei dovuto scoprir tutto alle autorità; non sarei complice come lo sono in questo momento della tua morte Valentina! mia Valentina prediletta! ma il complice diventerà il vendicatore; questo quarto omicidio è in flagrante, è visibile agli occhi di tutti, e se tuo padre ti abbandona, Valentina, sta a me, te lo giuro, di perseguitare l’assassino.

E questa volta, come se la natura avesse avuto alfine pietà di questa vigorosa organizzazione, pronta ad infrangersi in virtù della propria forza, le parole gli si spensero nella gola, il petto scoppiò in singulti, le lagrime, tanto lungamente ribelli, scaturirono dai suoi occhi, si piegò su sè stesso, e ricadde in ginocchio e piangente vicino al letto di Valentina.

Allora toccò la sua volta a d’Avrigny:

— Ed io pure, disse con voce forte, io pure mi unisco al sig. Morrel per domandarvi giustizia del delitto; poichè il mio cuore si ribella all’idea che la mia vile compiacenza ha incoraggiato l’assassino!

— Oh! mio Dio! mio Dio! mormorò Villefort annientato. — Morrel rialzò la testa, e leggendo negli occhi del vecchio che lanciavano fiamme soprannaturali:

— Osservate, diss’egli, il sig. Noirtier vuol parlare.

— Sì, fece Noirtier con una espressione tanto più terribile, che tutte le facoltà di questo povero vecchio impotente eran concentrate nello sguardo.

— Conoscete l’assassino? disse Morrel.

— Sì, replicò Noirtier.

— E ci guiderete? gridò il giovine. Ascoltiamo, sig. d’Avrigny, ascoltiamo. — Noirtier indirizzò all’infelice Morrel un sorriso malinconico, uno di quei sorrisi con gli occhi che tante volte avevan resa felice Valentina, e in tal modo fissò la sua attenzione: indi, avendo attaccati, per così dire, gli occhi del suo interlocutore ai suoi, li voltò verso la porta.

— Volete che io esca, signore? gridò dolorosamente Morrel.

— Sì! fece Noirtier. — Ahimè! ahimè! signore, ma abbiate dunque pietà di me! — Gli occhi del vecchio restarono irremovibilmente fissi verso la porta.

— Potrò almeno ritornare? domandò Morrel.

— Sì. — Debbo uscir solo? — No. — Chi deve dunque venir meco, il sig. procuratore del Re? — No.

— Il dottore? — Sì. — Volete restar solo col sig. de Villefort? — Sì. — Ma potrà egli capirvi? — Sì.

— Oh! disse il sig. de Villefort quasi contento che la contestazione si facesse a quattr’occhi; oh! siate tranquillo, capisco benissimo mio padre. — E mentre diceva così, con una viva espressione di gioia, gli sbattevano i denti con violenza. D’Avrigny prese il braccio di Morrel, e trascinò il giovine nella camera vicina. Si fece allora in tutta quella casa un silenzio più profondo di quello della morte.

Finalmente, in capo ad un quarto d’ora, si fece sentire un passo vacillante, e Villefort comparve sulla soglia del salotto ove si trattenevano d’Avrigny e Morrel, l’uno assorto, l’altro soffocato: — Venite, diss’egli.

E li ricondusse presso il seggio di Noirtier.

Morrel allora guardò attentamente Villefort. La faccia del procurator del Re era livida, larghe macchie color di ruggine ne vergavan la fronte; fra le dita era una penna contorta in mille modi e rotta in diversi pezzi.

— Signori, diss’egli con voce soffocata a d’Avrigny ed a Morrel, la vostra parola d’onore che l’orribile segreto rimarrà sepolto fra di noi? — I due uomini fecero un movimento: — Io ve ne scongiuro!... continuò Villefort.

— Ma, disse Morrel, il colpevole! l’uccisore!... l’assassino!...

— Siate tranquilli, signori, sarà fatta giustizia, disse Villefort. Mio padre mi ha rivelato il nome del colpevole; mio padre ha sete di vendetta al par di voi, eppur mio padre vi scongiura come me di conservare il segreto del delitto. Non è vero, padre mio?

— Sì, fece risolutamente Noirtier. — Morrel lasciò sfuggire un movimento d’orrore e d’incredulità.

— Oh! gridò Villefort, fermando Morrel per un braccio, oh! signore, se mio padre, l’uomo che conoscete inflessibile, vi fa questa domanda, è perchè sa, siate tranquilli, è perchè sa che Valentina sarà terribilmente vendicata. Non è vero, padre mio? — Il vecchio fece segno di sì.

Villefort continuò: — Egli mi conosce, ed è la sua parola che io impegno. Tranquillatevi dunque signore; tre giorni, non vi domando che tre giorni, è il meno che potreste domandare alla giustizia, e fra tre giorni la vendetta che avrò presa dell’uccisor di mia figlia, farà fremere fin dal profondo del cuore, anche gli uomini più indifferenti.

Dicendo queste parole, egli strideva i denti, e scuoteva la mano inerte del vecchio.

— Tutto ciò che vien promesso, sarà mantenuto, sig. Noirtier? domandò Morrel mentre d’Avrigny lo interrogava con lo sguardo.

— Sì, fece il vecchio con uno sguardo di sinistra gioia.

— Giurate dunque, signori, disse Villefort congiungendo le mani di d’Avrigny e di Massimiliano; giurate che avrete pietà dell’onore di mia famiglia, e che mi lascerete la cura di vendicarla? — D’Avrigny si voltò, e mormorò un sì ben debole; ma Morrel strappò la sua mano da quella del magistrato, si precipitò verso il letto, impresse le sue labbra sulle labbra agghiacciate di Valentina, e fuggì col lungo gemito di un’anima che s’ingolfa nella disperazione.

Abbiam detto che tutti i domestici erano spariti; il sig. de Villefort fu dunque obbligato di pregare d’Avrigny d’incaricarsi di tutti quegli atti, così numerosi e delicati, che seco trascina la morte nelle nostre grandi città; e particolarmente una morte accompagnata da particolarità così sospette. In quanto a Noirtier, era qualche cosa di terribile il vedere questo dolore senza movimenti, questa disperazione senza gesti, queste lagrime senza voce. Villefort rientrò nel gabinetto; d’Avrigny andò a cercare il medico della municipalità, che adempiva le funzioni d’ispettore dei trapassati; e che si chiama con tanta energia il medico dei morti.

Noirtier non volle più lasciare la salma di sua nipote.

Una mezz’ora dopo il sig. d’Avrigny ritornò col suo confratello; erano state chiuse le porte di strada, e siccome il portinaro pure era disparso con tutti gli altri servitori, Villefort stesso andò ad aprire. Ma si fermò sul pianerottolo, non aveva più il coraggio di rientrare nella camera mortuaria, ove i due medici entraron soli. Noirtier era vicino al letto, pallido come la morte; com’essa immobile e muto.

Il medico dei morti si avvicinò con la indifferenza dell’uomo che è assuefatto a passare la metà della vita fra cadaveri, sollevò il drappo che copriva la giovanetta, ed aprì un poco le labbra di lei. — Oh! disse d’Avrigny sospirando, povera fanciulla! ella è realmente morta, andate.

— Sì, rispose laconicamente il medico, lasciando ricadere il drappo che copriva il viso di Valentina.

Noirtier fe’ sentire un sordo rantolo, d’Avrigny si voltò, gli occhi del vecchio sfavillavano; il buon dottore capì che Noirtier reclamava la vista di sua nipote; si riaccostò al letto, e mentre il medico dei morti si lavava le dita nell’acqua col cloruro, scoperse quel placido e pallido viso, che rassomigliava a quello di un angelo addormentato.

Una lagrima ricomparve all’angolo dell’occhio di Noirtier, e fu il ringraziamento che ricevè il dottore.

Il medico dei morti scrisse il suo processo verbale sull’angolo di una tavola, nella stessa camera di Valentina, ed adempita questa suprema formalità, uscì ricondotto dal dottore. Villefort aspettava che discendessero, e comparve alla porta del suo gabinetto. In poche parole ringraziò il medico, e voltandosi a d’Avrigny: — E ora, diss’egli, il prete?

— Avete un ecclesiastico che desideriate più particolarmente d’incaricare di pregare per Valentina?

— No, disse Villefort, andate a cercare il più vicino.

— Il più vicino, disse il medico dei morti, è un buon abate italiano che è venuto a dimorar nella casa contigua alla vostra; volete che nel passare lo prevenga?

— D’Avrigny, disse Villefort, volete avere la bontà di accompagnare il signore? Ecco la chiave perchè possiate entrare ed uscire a vostro piacere: ricondurrete il prete e v’incaricherete di situarlo nella camera della mia povera figlia.

— Desiderate parlargli, amico mio?

— Desidero di restar solo: mi scuserete, n’è vero? Un prete deve comprendere tutti i dolori, anche il dolore paterno. — Ed il sig. de Villefort, consegnando un apritutto a d’Avrigny, salutò un’ultima volta il dottore straniero, rientrò nel suo gabinetto, e vi si mise a lavorare.

Per alcune organizzazioni, il lavoro è un rimedio a tutti i dolori. Nel momento in cui discendevano nella strada, scopersero un uomo vestito in sottana che stava sulla soglia della porta vicina. — Ecco quello di cui vi parlava, — disse il medico dei morti a d’Avrigny. Questi andò incontro all’ecclesiastico; — Signore, diss’egli, sareste disposto di rendere un gran favore ad un disgraziato padre che ha perduto sua figlia, al sig. procuratore del Re Villefort?

— Ah! signore, rispose il prete con un accento italiano dei più pronunciati, sì, lo so, la morte è nella sua casa.

— Allora non ho più bisogno di dirvi qual genere di favore ei si aspetti da voi?

— Io stesso veniva ad offrirmi, disse il prete; è nella nostra missione l’andar incontro ai nostri doveri.

— È una giovanetta.

— Sì, l’ho saputo dai domestici che fuggivano di casa: si chiamava Valentina, ed ho già cominciato a pregar per lei.

— Grazie, grazie, signore, disse d’Avrigny; e poichè avete di già cominciato ad esercitare il santo vostro ministero, degnatevi di continuarlo: vi sederete vicino alla morta, e tutta una famiglia sepolta nel lutto vi sarà grandemente riconoscente.

— Vi vado, signore, ed oso dire, che non saranno mai state fatte preghiere più fervide delle mie. — D’Avrigny prese l’abate per la mano, e senza incontrare Villefort, chiuso nel suo gabinetto, lo condusse fino alla camera di Valentina, della quale i becchini non dovevano impadronirsi che la sera susseguente. Entrando nella camera, lo sguardo di Noirtier si era abbattuto in quello dell’abate, e senza dubbio credè leggervi qualche cosa di particolare, perchè non lo lasciò più. D’Avrigny raccomandò al prete non solo la morta, ma anche il vivo, ed il prete gli promise di dare le sue preghiere alla morta, e di prestare le sue cure a Noirtier. L’abate vi si obbligò solennemente, e, senza dubbio, per non essere disturbato nelle sue preghiere, e perchè Noirtier non fosse disturbato nel suo dolore, andò tosto che d’Avrigny ebbe lasciata la camera, a chiudere le serrature, non solo della porta dalla quale era uscito d’Avrigny, ma ancor di quella che metteva nelle stanze della sig.ª de Villefort.