CIII. — LA FIRMA DI DANGLARS.

Il giorno dopo sorse tristo e nuvoloso. I becchini nella notte avevano compito il loro funebre ufficio, accomodato il corpo, deposto sul letto, avvolto nel sudario che ricuopre lugubremente i trapassati, prestando loro (che che si dica di eguaglianza in faccia alla morte) un’ultima testimonianza del lusso ch’essi amavano durante la vita.

Il sudario non era altro che una pezza di magnifica battista, che la giovanetta aveva comprata quindici giorni prima. Nella serata, uomini chiamati a questo effetto avevano trasportato Noirtier dalla camera di Valentina nella sua, e, contro ogni aspettativa, il vecchio non aveva fatta alcuna difficoltà ad allontanarsi dal corpo di sua nipote.

L’abate Busoni aveva vegliato fino a giorno, ed a giorno si era ritirato in casa sua senza chiamar nessuno.

Verso le otto della mattina, d’Avrigny era ritornato; egli aveva incontrato Villefort che passava da Noirtier, e lo aveva accompagnato per sapere in che modo il vecchio aveva passata la notte. Essi lo ritrovarono nel suo gran seggio, che gli serviva ancora di letto, dormendo un sonno dolce e quasi sorridente. Entrambi si fermarono maravigliati sul limitare della porta. — Osservate, disse d’Avrigny a Villefort che guardava suo padre addormentato; osservate, la natura sa calmare i più vivi dolori, certamente non si dirà che Noirtier non amava sua nipote, eppure egli dorme.

— Sì, ed avete ragione rispose Villefort con sorpresa, egli dorme, ed è strano, poichè la più piccola contrarietà lo tiene svegliato delle notti intere.

— Il dolore lo ha atterrato, replicò d’Avrigny.

Ed entrambi ritornavano pensierosi al gabinetto del procuratore del Re: — Osservate! non ho dormito, disse Villefort mostrando a d’Avrigny il suo letto intatto; il dolore non mi ha atterrato: son due notti che non dormo; ma invece, guardate il mio scrittoio, ho io scritto, mio Dio! in queste due notti?... ho sfogliato filze, ho annotato quest’atto d’accusa contro Benedetto!... oh! lavoro, lavoro, lavoro! mia gioia, mia rabbia, appartiene a te l’atterrare tutti i miei dolori! — E strinse convulsivamente la mano a d’Avrigny.

— Avete voi bisogno di me? domandò il dottore.

— No, soltanto vi prego di ritornare alle undici; a mezzo giorno ha luogo.... la partenza... mio Dio! povera la mia figlia! povera figlia mia! — Il procuratore del Re ritornando uomo, alzò gli occhi al cielo e mandò un sospiro.

— Sarete voi nella sala di ricevimento?

— No, ho un cugino che s’incarica di questo tristo onore: io lavorerò, dottore, quando lavoro tutto sparisce.

Infatto il dottore non era giunto alla porta, che il procurator del Re si era messo al lavoro. Sulla scalinata d’Avrigny incontrò questo parente di cui gli aveva parlato Villefort; personaggio insignificante in questa storia, come in quella famiglia, uno di quegli esseri che sono destinati nascendo a rappresentare in società la parte della inutilità.

Era puntuale, vestito di nero, col velo crespo al braccio, e si era portato da suo cugino con una figura che si era fatta, e che contava di conservare finchè vi fosse stato bisogno, per lasciarla poi in seguito. All’undici le carrozze funebri rumoreggiavano sul selciato del cortile, e la strada del sobborgo Sant’Onorato si riempiva del mormorio della folla, avida egualmente delle gioie e dei lutti dei ricchi, e che corre ad un mortorio pomposo colla stessa fretta che al matrimonio di una duchessa. A poco a poco la sala mortuaria si riempì, e si vide giungere da prima una parte delle nostre antiche conoscenze, come sarebbe Debray, Beauchamp, Château-Renaud, quindi tutte le persone più illustri del tribunale, delle camere, della letteratura, dell’esercito, poichè il sig. de Villefort occupava il primo rango di un’alta posizione sociale, meno per la sua carica, che per i suoi meriti personali.

Il cugino stava alla porta e faceva entrare tutti, e per gl’indifferenti era un gran sollievo, bisogna dirlo, quello di ritrovar là una persona indifferente, che non esigeva dagl’invitati una fisonomia mentita, o false lagrime, come avrebbe fatto un padre, un fratello, un fidanzato.

Quelli che si conoscevano si chiamavano collo sguardo e si riunivano in gruppi. Uno di questi gruppi era composto di Debray, di Château-Renaud, e di Beauchamp. — Povera giovanetta! disse Debray pagando, del resto, come ciascuno, quasi suo malgrado, un tributo a questo doloroso avvenimento. Povera giovanetta! così ricca! così bella! Lo avreste pensato, Château-Renaud, quando venimmo, circa due settimane o un mese al più, per firmare il contratto, che poi non fu firmato?

— In fede mia no, disse Château-Renaud.

— La conoscevate?

— Aveva parlato una o due volte con lei, al ballo della sig.ª de Morcerf, fra le altre; ella mi sembrò graziosa, quantunque di uno spirito un po’ malinconico. Ov’è sua matrigna, lo sapete?

— È andata a passare questo giorno con la moglie di questo degno signore che ci riceve.

— E chi è costui? forse un deputato?

— No, disse Beauchamp; son condannato a vedere i nostri onorevoli tutti i giorni, ed egli mi è incognito.

— Avete parlato di questa morte nel vostro giornale?

— L’articolo non è mio, ma se ne è parlato; e dubito che aggradisca al sig. de Villefort. Vi è detto, credo: che se quattro morti successive avessero luogo in tutt’altra casa che in quella del procuratore del Re, il sig. procurator del Re se ne sarebbe certamente commosso.

— Del resto, disse Château-Renaud, il dottore d’Avrigny, che è il medico di mia madre, pretende che Villefort ne sia disperato. Ma che cercate dunque, Debray?

— Cerco il conte di Monte-Cristo, rispose il giovine.

— L’ho incontrato sul baluardo, lo credo sul punto di partire; andava dal suo banchiere, disse Beauchamp.

— Dal suo banchiere? il suo banchiere non è Danglars? domandò Château-Renaud a Debray.

— Io credo di sì, rispose il segretario intimo con un leggero impaccio; ma il conte di Monte-Cristo non è solo che manca qui; non vedo Morrel.

— Morrel! la conosceva forse? domandò Château-Renaud.

— Credo che sia stato presentato solo alla sig.ª de Villefort.

— Non importa, avrebbe dovuto venire, disse Debray; di che parlerà egli questa sera? Questi funerali sono la notizia della giornata; ma zitti, attenti, ecco il ministro della Giustizia.

Beauchamp aveva detto il vero; portandosi all’invito mortuario, aveva incontrato Monte-Cristo, che dal canto suo si dirigeva all’abitazione di Danglars, strada Chaussée-d’Antin.

Il banchiere aveva dalla finestra riconosciuta la carrozza del conte che entrava nel cortile, e gli era venuto incontro con un viso tristo, ma affabile. — Ebbene, conte, diss’egli stendendo la mano a Monte-Cristo, venite a farmi una visita di condoglianza; in verità la disgrazia è entrata nella mia casa; ed al momento in cui vi ho scorto, stava interrogando me stesso se avevo fatta alcuna imprecazione a questi poveri Morcerf, cosa che avrebbe giustificato il proverbio: a chi vuol male accade male. Ebbene! sulla mia parola, no, non ho augurato male a Morcerf; egli era forse un orgoglioso, per un uomo venuto dal niente, come me, e che doveva tutto a sè stesso, come me; ma ciascuno ha i suoi difetti. Ah! state in guardia, conte, gli uomini della nostra generazione... ma perdono, conte, voi non siete della nostra generazione, siete ancor giovine. Gli uomini della nostra generazione non sono punto fortunati in questo anno: ne fa fede il nostro puritano procurator del Re Villefort, che ha perduto sua figlia. Così ricapitoliamo: Villefort, come dicevamo, perde tutta la sua famiglia in un modo così strano; Morcerf disonorato ed ucciso; io coperto di ridicolo per la scelleratezza di questo Benedetto, e poi...

— E poi che? domandò il conte. — Ahimè! lo ignorate?

— Qualche nuova disgrazia? — Mia figlia...

— Madamigella Danglars?

— Eugenia ci lascia.

— Oh! che mi dite mai!

— La verità, mio caro conte! quanto siete mai fortunato di non aver nè moglie nè figli!

— Voi lo credete?

— Ah! mio Dio!

— E che dicevate di madamigella Danglars?

— Ella non ha potuto sopportare l’affronto che ci ha fatto questo miserabile, e mi ha chiesto il permesso di viaggiare. — Ed è partita? — L’altra notte. — Colla sig.ª Danglars?

— No, con una nostra parente... Ma ciò nullameno la perderemo, questa cara Eugenia; poichè dubito, col naturale che le conosco, ch’ella non acconsenta giammai a ritornare in Francia!

— Che volete caro barone? disse Monte-Cristo, dispiaceri di famiglia, dispiaceri che potrebbero opprimere un povero diavolo che avesse riposta tutta la sua fortuna nella figlia, ma sopportabile da un milionario quale voi siete. I filosofi hanno un bel che dire, e gli uomini pratici daranno loro sempre una mentita su ciò, il danaro consola molte afflizioni, e voi dovete esser consolato prima di qualunque altro, se ammettete la virtù di questo balsamo salutare; voi il re dei finanzieri, il punto d’intersecazione di tutti i poteri. — Danglars lanciò un colpo d’occhio obliquo sul conte, per vedere se scherzava, o se parlava sul serio.

— Sì, diss’egli, il fatto è, che se la fortuna consola, io debbo esser consolato, perchè son ricco.

— Tanto ricco, caro barone, che le vostre ricchezze rassomigliano alle piramidi; se si vogliono demolire, nessuno l’osa, su qualcuno l’osasse, nol potrebbe.

Danglars sorrise sulla bonomia del conte. — Ciò mi ricorda, diss’egli, che quando siete entrato io stava facendo cinque piccoli boni. Ne aveva già firmati due, volete permettermi di fare gli altri tre?

— Fate, mio caro barone, fate. — Vi fu un momento di silenzio, durante il quale s’intese stridere la penna del banchiere, mentre che Monte-Cristo guardava gl’intagli dorati del soffitto.

Boni di Spagna, disse Monte-Cristo, di Haïti, di Napoli?

— No, disse Danglars col suo viso singolare, boni ai latore, sulla banca di Francia; osservate, aggiuns’egli, sig. conte, voi che siete l’imperatore della finanza, se io ne sono il re. Avete veduti molti pezzi di questa grandezza che valgono ciascuno un milione? — Monte-Cristo prese in mano, come per pesarli, i cinque pezzi di carta che gli presentava orgogliosamente Danglars, e lesse:

«Piaccia al sig. Reggente della Banca di far pagare al mio ordine, e sui fondi da me depositati la somma di un milione, valuta in conto,

«Barone Danglars»

— Uno, due, tre, quattro e cinque, fece Monte-Cristo, cinque milioni, in che modo lavorate, sig. Creso!

— Ecco come faccio gli affari! disse Danglars.

— È meraviglioso, se soprattutto, come non dubito, questa somma vien pagata in contanti. — Essa lo sarà.

— È una bella cosa l’avere un credito simile. In verità non è che in Francia ove si vedono tali cose; cinque pezzi di carta valer cinque milioni, bisogna vederlo per crederlo.

— Ne dubitate voi? — No.

— Lo dite in un certo modo... Pigliate, prendetevi questo piacere; conducete il mio commesso alla banca, e vedrete uscirlo con tanti boni sul tesoro per la stessa somma.

— No, disse Monte-Cristo, piegando i cinque biglietti, in fede mia, la cosa è troppo curiosa e ne farò io stesso l’esperimento. Il mio credito presso voi era fra noi convenuto in sei milioni, ho preso 900 mila fr., son cinque milioni, e altri cento mila fr. che restate a darmi: prendo questi cinque pezzi di carta, che credo buoni alla sola vista della vostra firma, ed ecco una ricevuta generale di sei milioni che regolarizzano il nostro conto. Io l’aveva già preparata perchè, bisogna che vi dica, che ho molto bisogno di danaro in oggi. — E con una mano Monte-Cristo mise i cinque biglietti in tasca, mentre coll’altra presentava la ricevuta al banchiere. Un fulmine caduto ai piedi di Danglars non lo avrebbe oppresso di spavento e di terrore più grande.

— Che! balbettò egli, che! sig. conte! voi prendete questo danaro? ma perdono, questo è danaro che debbo agli ospizii, un deposito, ed io avevo promesso di pagar questa mattina.

— Ah! disse Monte-Cristo, allora l’affare è diverso: non ho alcuna premura precisamente a questi cinque biglietti, pagatemi in altra valuta. Era per mia curiosità che aveva presi questi, affin di poter dire nella società che, senza alcun avviso, senza chiedermi cinque minuti di dilazione, la casa Danglars mi aveva pagati cinque milioni in contante! ciò sarebbe stato notevole! Ma ecco i vostri biglietti, e vi ripeto, pagatemi in altra valuta, e fatemene degli altri.

E stese i cinque biglietti a Danglars, che livido, da prima allungò la mano come un avvoltoio allunga gli artigli a traverso le sbarre della gabbia per ritener la carne che si tenta di levargli. Ma poscia si pentì, fece uno sforzo violento su sè stesso, e si contenne: indi si vide il sorriso arrotondare a poco a poco i lineamenti del suo viso sconvolto.

— Veniamo al fatto, diss’egli, la vostra ricevuta val danaro contante?

— Oh! mio Dio! sì, e se foste a Roma, la casa Thomson e French, su di una mia ricevuta non farebbe minor difficoltà a pagarvi di quel che fate voi a pagar me.

— Perdono, sig. conte, perdono!

— Posso dunque conservare questi biglietti?

— Sì, disse Danglars asciugandosi il sudore che gli stillava dai capelli; conservateli, conservateli.

Monte-Cristo rimise i cinque biglietti in saccoccia con quell’intraducibile movimento che vuol dire:

— Diamine! rifletteteci, se vi pentite, siete ancora in tempo.

— No, disse Danglars, no, conservate la mia firma. Ma lo sapete, nessuno è tanto pieno di formalità quanto un uomo di danaro; io destinava questi fondi agli ospizii, e per un momento avrei creduto derubarli, non dando loro precisamente questi; come uno scudo non valesse quanto un altro scudo. Scusate! — E si mise a ridere rumorosamente, ma di un riso nervoso.

— Io scuso, disse graziosamente Monte-Cristo, e metto in saccoccia. — E mise i boni dentro al suo portafogli.

— Ma, disse Danglars, v’è ancora una somma di cento mila fr.

— Oh! bagattella, disse Monte-Cristo, l’aggio deve montar circa a questa somma, tenetela, e sarem pari.

— Conte, disse Danglars, parlate sul serio? — Monte-Cristo lo guardò con una serietà che toccava l’impertinenza. E s’incamminava verso la porta, giusto nel punto in cui il cameriere annunziava il sig. de Boville, ricevitor generale degli ospizii. — In fede mia, disse Monte-Cristo, sembra che io sia giunto in tempo per goder delle vostre firme, esse sono in disputa. — Danglars impallidì una seconda volta, e si affrettò a prendere congedo dal conte; il quale rispose con un cerimonioso saluto a quello di de Boville, che stava in piedi nella camera da ricevimento, e che, passato Monte-Cristo, fu subito introdotto nel gabinetto del sig. Danglars. Si sarebbe potuto vedere il viso così serio del conte illuminarsi di un passeggiero sorriso nel vedere il portafogli che teneva in mano il ricevitore degli ospizii. Alla porta ritrovò la sua carrozza, e si fece condurre sul momento alla banca.

In questo mentre Danglars, comprimendo tutta la sua emozione, veniva incontro al ricevitor generale.

Non fa mestieri di dire che il sorriso e la graziosità erano profondamente impresse sulle labbra di lui.

— Buon giorno, diss’egli, mio caro creditore, poichè scommetterei ch’è il creditore che giunge.

— Avete indovinato giustamente, sig. barone, disse il sig. de Boville; gli ospizii si presentano a voi nella mia persona. Gli ammalati, le vedove, gli orfani vengono per mio mezzo a domandarvi una elemosina di cinque milioni.

— E si dice che gli orfani son da compiangere! disse Danglars prolungando lo scherzo! poveri fanciulli!

— Eccomi che vengo in loro nome: disse il sig. de Boville; dovete aver ricevuta la mia lettera di ieri? — Sì.

— Sono qui colla mia ricevuta.

— Mio caro sig. de Boville, disse Danglars, i vostri malati, le vostre vedove, i vostri orfani avranno, se acconsentite, la bontà d’aspettare ventiquattr’ore, che il sig. di Monte-Cristo, che voi avete veduto uscir di qui... n’è vero?

— Sì, ebbene? — Ebbene il sig. di Monte-Cristo portava seco i loro cinque milioni. — In che modo?

— Il conte aveva un credito illimitato su di me, credito aperto dalla casa Thomson e French di Roma; egli è venuto a domandarmi la somma di cinque milioni in un sol colpo; gli ho dato un bono sulla banca: i miei fondi stanno deposti là, e capirete che io temerei, ritirando dalle mani del Reggente dieci milioni tutti in un giorno, non avesse a sembrare cosa troppo strana. In due giorni, aggiunse Danglars sorridendo, è affare diverso.

— Allora dunque, gridò il sig. de Boville col tuono di una completa incredulità, cinque milioni a quel signore che è uscito poco fa, e che mi ha salutato come se lo conoscessi?

— Può darsi ch’egli conosca voi senza che voi conosciate lui. Il sig. di Monte-Cristo conosce tutti: ecco la sua ricevuta. Fate come l’apostolo che non voleva credere, guardate e toccate. — Il sig. de Boville prese il foglio che gli presentò Danglars, e lesse:

«Ho ricevuto dal sig. barone Danglars la somma di cinque milioni e 900 mila fr., di cui egli si rimborserà a suo piacere sulla casa Thomson e French di Roma.»

«Conte di Monte-Cristo»

— In fede mia è vero! disse questi.

— Conoscete la casa Thomson e French?

— Sì, disse il sig. de Boville; ho fatto un’altra volta un affare di 200 mila fr. con questa, ma dopo non ne ho inteso più parlare.

— È una delle migliori case d’Europa, disse Danglars rigettando negligentemente sullo scrittoio la ricevuta di Monte-Cristo che aveva ritirata dalle mani di de Boville.

— Ed ei teneva così cinque milioni su voi; ma che! è un nababbo questo conte di Monte-Cristo?

— In fede mia egli non so che cosa sia; ma aveva tre crediti illimitati, uno su me, uno su Rothschild, e uno su Laffitte, e, aggiunse negligentemente Danglars, come vedete, ha dato a me la preferenza, lasciandomi centomila fr. per l’aggio del cambio.

Il sig. de Boville dette tutti i segni della più alta ammirazione. — Bisognerà che io vada a visitarlo, e che ottenga da lui qualche pia fondazione.

— Oh! è come se l’aveste già: le sue elemosine sole montano a più di 20 mila fr. il mese.

— È cosa magnifica! d’altra parte gli citerò l’esempio della sig.ª de Morcerf, e di suo figlio. — Quale esempio?

— Essi hanno donata tutta la loro fortuna agli ospizii.

— Quale fortuna? — La loro fortuna, quella del generale de Morcerf defunto. — E a che proposito? — Al proposito ch’essi non vogliono beni così miseramente acquistati. — E di che cosa vivranno? — La madre si ritira in provincia, ed il figlio si arruola. — Senti! senti! questi sì che sono scrupoli! — Ho fatto registrare ieri l’atto di donazione. — E quanto possedevano? — Oh! non era gran cosa, un milione e 300 mila fr. Ma ritorniamo ai nostri milioni.

— Volentieri, disse Danglars colla maggior naturalezza del mondo. Avete dunque molta fretta di ritirare questo danaro?

— Ma sì, il riscontro di cassa si fa domani.

— Domani! perchè non lo avete detto subito! ma è un secolo, domani! a che ora succede la verifica di cassa?

— Alle due pomeridiane.

— Mandate a mezzogiorno, disse Danglars col suo sorriso.

Il sig. de Boville non rispondeva gran cosa, faceva di sì colla testa, ed andava voltando e rivoltando il suo portafogli fra le mani.

— Ma ora che vi penso, disse Danglars, fate anche meglio.

— Che volete che io faccia?

— La ricevuta di Monte-Cristo vale danaro contante: passate con questa ricevuta da Rothschild o da Laffitte; essi ve la prenderanno sul momento.

— Quantunque da pagarsi a Roma?

— Certamente; non vi potrà costare che un piccolo sconto di sei o settemila fr. — Il ricevitore fece uno sbalzo in addietro.

— In fede mia, no, desidero di aspettar domani, come dicevate.

— Ho creduto per un momento, perdonatemi, disse Danglars con una estrema impudenza, ho creduto che aveste un piccolo deficit, una piccola mancanza da riempire.

— Oh! fece il ricevitore. — Ascoltate, ciò si è veduto, e, in questo caso, si fa un sacrificio. — Grazie a Dio no, disse il sig. de Boville. — Allora, a domani, n’è vero, mio caro sig. ricevitore? — Sì, a domani, ma senza fallo?

— Anche! ma ridete! mandate a mezzogiorno e la banca sarà avvisata. — Verrò io stesso.

— Meglio ancora, perchè ciò mi procurerà il piacere di rivedervi. — E si strinsero la mano. — A proposito, disse il sig. de Boville, non andate al funerale di questa povera madamigella de Villefort, che ho incontrato sul baluardo?

— No, disse il banchiere, sono ancora un poco ridicolo dopo l’affare di Benedetto, e faccio un tuffo.

— Bah! avete torto; è forse colpa vostra?

— Ascoltate, mio caro ricevitore, quando si porta un nome senza macchia come il mio, si è suscettibili.

— Tutti vi compiangono, siatene persuaso, e soprattutto si compiange madamigella vostra figlia.

— Povera Eugenia! fece Danglars con un profondo sospiro! saprete ch’ella entra in monastero? — No.

— Non è che disgraziatamente troppo vero. La dimane dell’avvenimento, ella ha risoluto partire con una religiosa sua amica, ed è andata a cercare un convento dei più severi in Italia o in Spagna.

— Oh! è terribile! — Ed il sig. de Boville si ritirò dopo questa esclamazione, facendo al padre mille complimenti di condoglianza. Ma non fu appena fuori, che Danglars, con una energia di gesto che potranno soltanto intendere quelli che hanno veduto rappresentare Robert Macaire da Frederick, gridò: — Imbecille!!! — E chiudendo la quietanza di Monte-Cristo in un piccolo portafogli. — Vieni a mezzogiorno, diss’egli, e a mezzogiorno, io sarò lontano.

Indi si chiuse a doppio giro di chiave, vuotò tutti i cassettini della cassa, riunì un 50 mila fr. in biglietti di banca, bruciò diverse carte, ne pose altre in evidenza, scrisse una lettera che sigillò e sulla quale mise per soprascritta:

«Alla signora baronessa Danglars.» — Questa sera, mormorò egli, io stesso la metterò sulla sua toletta.

Indi, cavando da un cassetto un passaporto: — Buono! diss’egli, è ancora valido per due mesi.