CV. — LA DIVISIONE.

In questa casa della strada di San-Germano dei Prati, che Alberto de Morcerf aveva scelto per sua madre e per lui, il primo piano composto di un piccolo appartamento completo, era dato in fitto ad un personaggio molto misterioso.

Era un uomo di cui lo stesso portinaro non aveva mai potuto vedere il viso, sia che entrasse o che uscisse; poichè l’inverno immergeva il mento in una di quelle cravatte rosse che portano i cocchieri delle buone famiglie, quando aspettano i loro padroni all’uscita del teatro, e l’estate si soffiava sempre il naso, precisamente nel momento in cui avrebbe potuto esser veduto nel passare davanti al casotto del portinaro. Bisogna dirlo, contro tutte le abitudini in uso, quest’inquilino di casa, non era stato mai spiato da alcuno, poichè correva la voce che questo incognito nascondesse un individuo di alta posizione e che aveva le braccia lunghe, ciò fece rispettare le sue misteriose apparizioni.

Le sue visite erano ordinariamente ad epoche fisse, quantunque qualche volta fossero o anticipate o ritardate. Ma quasi sempre, inverno o estate che fosse, verso le quattro p. m. egli prendeva possesso del suo appartamento, ove non passava mai la notte. Nell’inverno una discreta serva accendeva il fuoco alle tre e mezzo, e questa aveva la sopraintendenza dell’appartamento: nell’estate la stessa serva preparava il ghiaccio alle tre e mezzo. Alle quattro come abbiam detto, entrava il misterioso personaggio.

Venti minuti dopo di lui, una carrozza si fermava davanti alla casa; una donna vestita di nero o di blu scuro, ma sempre avviluppata in un gran velo, ne discendeva, passava come un’ombra davanti al posto del portinaro, saliva la scala, senza che si sentisse scrocchiare un solo scalino sotto il suo piede leggero. Non era mai accaduto che le si fosse domandato dove andava. Il suo viso, come quello dello sconosciuto, era dunque perfettamente estraneo alle due guardie della porta; questi portinari modelli erano i soli, forse, dell’immensa confraternita dei portinari della capitale, che fossero capaci di una simile discrezione. Non fa mestieri di dire ch’ella non saliva più in alto del primo piano: picchiava ad una porta in un modo particolare; la porta si apriva, poi si richiudeva ermeticamente, e tutto era fatto.

Per uscire dall’appartamento, la stessa manovra che per entrarvi. La sconosciuta usciva per la prima, sempre velata, e risaliva nella sua carrozza, che alle volte partiva da una parte, alle volte da un’altra della strada; indi, venti minuti dopo, lo sconosciuto uscendo egli pure immerso nella cravatta, o nascosto nel fazzoletto spariva egli pure.

La dimane del giorno in cui il conte di Monte-Cristo aveva fatta la sua visita a Danglars, giorno in cui fu data sepoltura a Valentina, l’abitante misterioso entrò verso le dieci della mattina, invece di rientrare, come il solito, verso le quattro p. m. Quasi subito dopo, e senza conservare l’ordinario intervallo, giunse una carrozza di piazza e la dama velata salì rapidamente la scala. La porta si aprì e si chiuse. Ma prima ancora che la dama fosse entrata, ella aveva esclamato: — Oh! Luciano! oh amico mio! — Di modo che il portinaro, che senza volerlo aveva intese queste esclamazioni, seppe allora per la prima volta che il suo pigionale si chiamava Luciano; ma siccome era un portinaro modello, si promise di non dirlo neppure a sua moglie: — Ebbene! che c’è, mia cara amica? — domandò quello di cui la confusione e la fretta della dama velata avevan scoperto il nome al portinaro, — parlate, dite.

— Amico mio, posso contar su di voi?

— Certamente, e lo sapete bene; ma che c’è? il vostro biglietto di questa mattina mi ha gettato in una terribile perplessità. Questa precipitazione, questo disordine del vostro scritto; vediamo, tranquillatevi, o spaventate me pure del tutto!

— Luciano, un grande avvenimento! disse la dama fissando su Luciano uno sguardo scrutatore; il sig. Danglars è partito questa notte. — Partito il sig. Danglars! e dove è andato? — L’ignoro.

— Come! lo ignorate? è dunque partito per non ritornar più? — Senza dubbio! alle dieci di sera, i suoi cavalli lo hanno condotto alla barriera Charenton, là egli ha ritrovata una berlina di posta con i cavalli già attaccati, vi è montato dentro col suo cameriere, dicendo al cocchiere che andava a Fontainebleau.

— Ebbene! che dicevate dunque?

— Aspettate, amico mio; mi ha lasciata una lettera!

— Una lettera? — Sì, leggetela. — E la baronessa cavò dalla sua borsa una lettera dissigillata che presentò a Debray.

Debray, prima di leggerla, esitò un momento, come se avesse voluto tentare di indovinare ciò ch’essa conteneva, o piuttosto come se, qualunque fosse il contenuto, avesse già presa una risoluzione. Dopo qualche secondo le sue idee erano certamente fissate, perchè lesse. Ecco che cosa conteneva questo biglietto, che aveva gettato un così gran turbamento nel cuore della sig.ª Danglars.

«Signora e fedelissima sposa.»

Senza pensarvi, Debray si fermò e guardò la baronessa, che arrossì fino agli occhi: — Leggete, diss’ella.

Debray continuò.

«Quando riceverete questa lettera, non avrete più marito! Oh! non prendete l’allarme con troppo calore; non avrete più marito come non avete più figlia: vale a dire che sarò sopra una delle 30, o 40 strade che conducono fuori della Francia. Io vi debbo delle spiegazioni, e siccome siete donna da comprenderle benissimo, ve le darò. Attenta dunque! Questa mattina mi è sopraggiunto un rimborso di cinque milioni, ed io l’ho fatto: un altro quasi della stessa somma lo ha susseguito quasi immediatamente; l’ho aggiornato a domani, ed oggi parto per evitare questo domani, che sarebbe per me troppo pernicioso ad aspettarsi; capirete benissimo, signora e preziosissima sposa? Io dico capirete, perchè voi conoscete i miei affari tanto bene quanto me, li sapete anzi meglio di me; atteso che, se si trattasse di dire dov’è passata una buona metà delle mie ricchezze, non ha guari ancora rilevanti, io ne sarei incapace, mentre voi al contrario, ne son certo, ve ne caverete perfettamente. Poichè le donne hanno degli istinti di una sicurezza infallibile; esse spiegano, con un’algebra particolare che hanno inventato, anche il maraviglioso. Io che non conosco che le mie cifre, nulla ho più saputo dal giorno in cui le mie cifre mi hanno ingannato.

«Avete qualche volta ammirato la rapidità della mia caduta, signora? Siete rimasta un poco abbagliata da questa incandescente fusione delle mie verghe d’oro? ve lo confesso, non vi ho veduto che fuoco; speriamo che abbiate ritrovato un poco d’oro fra queste ceneri. Con questa consolante speranza mi allontano, signora e prudentissima sposa, senza che la mia coscienza mi rimproveri menomamente l’abbandonarvi: a voi restano degli amici, le ceneri di cui vi parlava, e, per colmo di felicità, la libertà, che mi affretto a restituirvi. Però, signora, è giunto il momento di porre in questo paragrafo una parola d’intima spiegazione. Fin che io ho sperato che voi lavoravate pel bene della nostra casa, per la fortuna di nostra figlia, ho chiusi gli occhi, ma siccome avete fatto della mia casa una vasta rovina, non voglio servire alla fondazione della fortuna degli altri: vi ho presa ricca, ma poco onorata. Perdonatemi di parlarvi con franchezza, ma siccome probabilmente non parlo che per noi due, non vedo il perchè dovrei foderare le mie parole. Ho aumentata la nostra fortuna, che per anni è andata sempre in aumento, fino al momento in cui, catastrofi sconosciute, inintelligibili anche per me, son venute a prendersela corpo a corpo, ed a rovesciarla, senza che io possa dire che vi sia stato menomamente colpa mia.

«Voi, signora, avete lavorato soltanto ad accrescere la vostra, e vi siete riuscita; io ne son moralmente convinto: vi lascio dunque come vi ho presa, ricca, ma poco onorata.

«Addio, io pure da questo giorno, lavorerò per conto mio. Credete a tutta la mia riconoscenza per l’esempio che mi avete dato, e che io seguirò.

«Vostro affezionatissimo marito.

«Barone Danglars»

La baronessa aveva seguito cogli occhi Debray, durante questa lunga e penosa lettura; ella aveva veduto, ad onta del suo potere ben conosciuto su di lui, il giovine cambiare una o due volte di colore. Quando ebbe finito ripigliò lentamente la lettera, e riprese la sua abitudine pensierosa:

— Ebbene? domandò la sig.ª Danglars con una ansietà facile a comprendersi.

— Ebbene! signora, ripetè macchinalmente Debray.

— Che idea v’ispira questa lettera?

— Oh! questo è ben semplicissimo, mi ispira l’idea che il sig. Danglars è partito con dei sospetti.

— Senza dubbio; ma ciò è quanto avete a dirmi?

— Non vi capisco, disse Debray con una freddezza di ghiaccio.

— Egli è partito! partito del tutto! per non ritornar più!

— Oh! fece Debray, non lo credete, baronessa.

— No, ve lo dico io, non ritornerà più. Lo conosco, è un uomo inamovibile in tutte le risoluzioni che partono dal suo interesse. Se mi avesse giudicata utile a qualche cosa, mi avrebbe presa seco. Egli mi lascia a Parigi, e questo è il segno che la nostra separazione può servire ai suoi disegni; ella è dunque irrevocabile, io son libera per sempre, aggiunse la sig.ª Danglars colla stessa espressione di preghiera.

Ma Debray, invece di rispondere, la lasciò in quella angosciosa interrogazione dello sguardo e del pensiero: — Oh! diss’ella finalmente, voi non mi rispondete, signore?

— Non ho che una domanda a farvi, che contate di divenire?

— Lo chiedeva a voi stesso, rispose la baronessa palpitando.

— Ah! fece Debray, è dunque un consiglio che chiedete a me?

— Sì, disse la baronessa col cuore serrato.

— Allora se mi chiedete, un consiglio, vi consiglio di viaggiare.

— Di viaggiare! mormorò la sig.ª Danglars.

— Certamente; come ha detto Danglars, voi siete ricca, e perfettamente libera. Un’assenza da Parigi sarà necessaria assolutamente, almeno per quanto credo; dopo lo strepitoso fracasso che hanno fatto i due matrimoni andati a monte di madamigella Eugenia, e la duplice sparizione di vostra figlia e di vostro marito. È soltanto necessario che tutta la società sappia che siete povera, e vi creda abbandonata; perchè non si menerebbe buona, alla moglie del banchiere fallito, la sua ricchezza, e l’opulenza della sua casa. Per primo caso, basta che restiate a Parigi soltanto 15 giorni, raccontando specialmente a tutti che siete stata abbandonata, e raccontando ai vostri migliori amici, che andranno a ripeterlo ovunque, in che modo siete stata lasciata; indi partirete dal vostro palazzo, lasciandovi tutti i gioielli, i crediti della vostra dote, e ciascuno loderà il vostro disinteressamento. Allora vi sapranno abbandonata, e vi crederan povera; poichè io solo conosco la vostra situazione finanziaria, e son pronto a rendervi i vostri conti da socio leale. — La baronessa pallida, atterrita, aveva ascoltato questo discorso con tanto spavento e disperazione, quanta era stata la calma e l’indifferenza che vi aveva impiegata Debray nel pronunziarlo: — Abbandonata! ripetè ella, oh! da vero abbandonata... sì, avete ragione, signore, e nessuno avrà dubbi sul mio abbandono. — Queste furono le sole parole che questa donna così altera, così violenta potè rispondere a Debray. — Ma ricca, anzi ricchissima, continuò Debray cavando dal suo portafogli e stendendo sul tavolo alcune carte in esso contenute. — La sig.ª Danglars lo lasciò fare, essendo solo occupata a contenere i battiti del cuore, ed a ritenere le lagrime che sentiva spuntare all’angolo delle palpebre. Ma finalmente il sentimento della dignità la vinse nella baronessa; e se non riuscì a comprimere il cuore, ottenne almeno di non versare una lagrima.

— Signora, disse Debray, son circa sei mesi che siamo in società, voi avete somministrato il capitale dei fondi in centomila fr.; nel mese d’aprile di questo anno ebbe luogo la nostra società: in maggio cominciarono le nostre operazioni.

«In maggio abbiam guadagnato 450 mila fr. In giugno l’utile è montato a 900 mila fr. In luglio abbiamo fatta un’aggiunta di un milione e 700 mila fr.; lo sapete, fu sui fondi di Spagna. In agosto perdemmo, sul principio del mese, 300 mila fr. ma il 15 dello stesso mese li abbiamo riguadagnati, ed alla fine abbiamo preso la nostra rivincita, perchè i nostri conti, messi in chiaro, dal giorno della nostra associazione fino a ieri, in cui li ho chiusi, ci danno un attivo di due milioni e 400 mila fr., vale a dire un milione e 200 mila fr. per ciascuno. Ora, continuò Debray, compulsando il libro de’ conti col metodo e la tranquillità di un agente di cambio, troviamo 80 mila fr. dei frutti di questa somma rimasta fra le mie mani...

— Ma, interruppe la baronessa, che son questi frutti, quando non si è mai messa questa somma a cambio?

— Vi chiedo scusa, signora, disse freddamente Debray; aveva da voi l’autorizzazione di far fruttare questo danaro, e me ne son prevalso. Sono dunque altri 40 mila fr. di vostra parte sugl’interessi, più i cento mila fr. del primo capitale di fondo, vale a dire, un milione e 340 mila fr. di vostra parte. Ho avuta la cautela ieri l’altro di mobilizzare tutto il vostro danaro; non è molto tempo, come vedete, e si sarebbe detto che io dubitava di essere in breve chiamato a rendervi i conti. Il vostro danaro è là; metà in biglietti di banca, metà in boni al latore: ho detto là, ed è vero, perchè, siccome non credeva la mia casa abbastanza sicura, siccome non credeva i notari abbastanza segreti, e le proprietà parlano ancora più dei notari, e siccome finalmente voi non avevate il diritto di comprare niente nè di posseder niente fuori della comunione coniugale; io ho custodita tutta questa somma, che in oggi forma il vostro stato, in una cassetta sigillata nel fondo di questo armadio, e per maggior sicurezza ho fatto da falegname io stesso. Adesso, continuò Debray, aprendo prima l’armadio, e poi la cassetta, adesso, signora, ecco qui 800 biglietti da mille fr. l’uno, che rassomigliano, come vedete, ad un grosso album rilegato in ferro; vi unisco un mazzetto di biglietti sulle rendite per 25 mila fr., indi una cambiale di 110 mila fr. che eccola qui, sul mio banchiere, a vista al latore, e siccome il mio banchiere non è il sig. Danglars, così la cambiale sarà pagata, potete star tranquilla. — La sig.ª Danglars prese macchinalmente la cambiale a vista, i boni sulle rendite, ed il pacco di biglietti di banca. Questa enorme fortuna sembrava ben poca cosa, disposta là sul tavolo. La sig.ª Danglars, con gli occhi asciutti, ma il petto gonfio di singulti, la riunì, chiuse l’astuccio d’acciaio nella borsa, mise i biglietti sulle rendite, e la cambiale a vista nel suo portafogli, ed in piedi, pallida e muta, aspettava una dolce parola che la consolasse per essere così ricca. Ma ella aspettò invano. — Ora, signora, disse Debray, voi avete una esistenza magnifica, qualche cosa che si accosta ad una rendita di 60 mila fr., il che diventa enorme per una donna che non potrà tener società almeno per un anno. Questo è un privilegio per tutte le fantasie che vi passeranno per la mente: senza calcolare, che se trovate che la vostra parte non sia sufficiente, potete venire ad attingere nella mia, signora, ed io sono disposto ad offrirvela; oh! a titolo di prestito, ben inteso, tutto ciò che possedo, vale a dire un milione e 60 mila fr. sono a vostra disposizione.

— Grazie, signore, rispose la baronessa; capirete bene che mi avete rimesso molto di più di quel che bisogna ad una povera donna che non conta per molto tempo di ricomparire nella società... — Debray fu per un momento meravigliato, ma si rimise, fe’ un gesto, che si poteva spiegare per un mezzo di esprimere in una formula anche più civile questo pensiero. — Farete come più vi piacerà. — La sig.ª Danglars aveva forse fino allora sperato qualche cosa, ma quando vide il gesto di noncuranza ch’era sfuggito a Debray, e lo sguardo obliquo da cui esso era stato accompagnato, come pure la riverenza profonda, ed il significante silenzio che lo seguirono, rialzò la testa, aprì la porta, e senza furore, senza scosse, come senza esitazione, si slanciò per la scala, sdegnando per fino d’indirizzare un ultimo saluto a colui che la lasciava partire in questo modo. — Bah! disse Debray quando ella fu partita, bei disegni che son questi! ella resterà nel suo palazzo, leggerà dei romanzi e giuocherà al Faraone, non potendo più giuocare alla borsa. — E riprese il suo libro dei conti, tirando un rigo sulle somme che aveva pagate.

— Mi resta un milione e 60 mila fr., diss’egli. Che disgrazia che madamigella di Villefort sia morta! quella giovinetta mi sarebbe convenuta sotto tutti i rapporti, ed io l’avrei sposata. — E flemmaticamente, secondo la sua abitudine, aspettò che fossero passati venti minuti dopo la partenza della sig.ª Danglars per uscir a sua volta. Durante questi venti minuti, Debray non fece che cifre tenendo sulla tavola e vicino a lui l’orologio da taschino. Quel personaggio diabolico che ogni fortunata immaginazione avrebbe potuto creare con maggiore o minore felicità, se Lesage non ne avesse presa la proprietà in un capo d’opera, Asmodeo, che toglieva i coperchi dalle case per vedervi dentro, avrebbe goduto di un singolare spettacolo se avesse tolta, al momento in cui Debray faceva le sue cifre, la crosta della piccola casa della strada San-Germano dei Prati. Al disopra di questa camera in cui Debray aveva fatta la sua divisione colla sig.ª Danglars di due milioni e mezzo, vi era un’altra camera popolata egualmente da abitanti di nostra conoscenza, che han rappresentata una parte molto importante negli avvenimenti da noi raccontati. In questa camera vi erano Mercedès ed Alberto. Mercedès aveva fatto molti cambiamenti in pochi giorni, non già che anche nei tempi della maggior ricchezza, ella fosse attaccata al fasto orgoglioso che spicca visibilmente in tutte le condizioni, e fa sì che non si riconosca più la donna tosto ch’ella vi comparisce sotto abiti più semplici; non già nemmeno ch’ella fosse caduta in quello stato di depressione in cui si cade quando si è costretti di rivestire la livrea della miseria; no, Mercedès era cambiata, perchè il suo occhio non brillava più, perchè la sua bocca non sorrideva più, perchè finalmente un perpetuo impaccio arrestava sulle sue labbra la rapida parola che altre volte lasciava sempre preparata.

Non era la povertà che avviliva lo spirito di Mercedès: non la mancanza di coraggio che le rendeva pesante la sua povertà. Mercedès discesa dal centro in cui viveva, perduta nella novella sfera che si era scelta, come quelle persone che escono da una sala splendidamente illuminata per passare subitaneamente nelle tenebre, Mercedès sembrava una regina discesa dal suo palazzo in una capanna, e che, ridotta al puro necessario, non si riconosceva nè dal vasellame di argilla, ch’era obbligata di portare da sè sulla tavola, nè dalla cuccetta succeduta al suo letto. Di fatto la bella Catalana, o la nobile contessa, non aveva più nè il suo sguardo fiero, nè il suo grazioso sorriso, perchè, chiudendo gli occhi su ciò che la circondava, non vedeva che oggetti affliggenti. Era una camera parata con una di quelle carte a chiaro e scuro grigio, che i proprietari economi scelgono di preferenza come le meno facili a sporcarsi, era un pavimento senza tappeti, mobili che richiamavan l’attenzione, e costringevano la vista a fermarsi sulla povertà di un falso lusso, tutte cose finalmente che rompevano coi loro tuoni disaccordi l’armonia così necessaria ad occhi abituati ad un insieme elegante. La sig.ª de Morcerf viveva là dal momento che aveva abbandonato il suo palazzo; la testa le girava in questo eterno silenzio, come gira ad un viaggiatore che si ritrova sull’orlo di un abisso; accorgendosi che ad ogni minuto Alberto la guardava di nascosto per giudicar dello stato del cuore, ella si era obbligata ad un monotono sorriso delle labbra, che in assenza di quel fuoco così dolce del sorriso dei suoi occhi, faceva l’effetto di una semplice riverberazione di luce, vale a dire di una chiarezza senza colore. Dal canto suo, Alberto era preoccupato, impacciato, legato da un avanzo di lusso, che gl’impediva d’essere della condizione sua attuale; egli voleva uscire senza guanti, e ritrovava le mani troppo bianche; voleva correre per la città a piedi, e ritrovava gli stivali troppo ben verniciati. Però queste due creature così nobili e così intelligenti, riunite indissolubilmente dai legami dell’amor materno e filiale, erano riuscite ad intendersi senza parlar di niente e ad economizzare tutte le preparazioni che si devono fra amici, per istabilire quella verità materiale da cui dipende la vita. Alberto finalmente aveva potuto dire a sua madre senza farla impallidire: — Madre mia, non abbiam più danaro.

Mercedès non aveva mai più conosciuta la vera miseria, ella stessa aveva spesso in gioventù parlato di povertà; ma non era la stessa cosa; bisogno e necessità sono due sinonimi fra i quali vi è una grandissima diversità. Ai Catalani, Mercedès aveva bisogno di mille cose, ma non mancava mai di certe altre. Fino a che le lenze erano buone si prendeva pesce, fino a che si vendeva pesce, si prendeva filo per formar delle reti. E poi isolata da amici, non avendo che un amore, il quale non entrava per nulla nelle materiali particolarità della sua situazione, si pensava a sè, ciascuno a sè, nient’altro che a sè. Mercedès, del poco che aveva, ne faceva parte tanto generosamente quant’era possibile: in oggi ella aveva da fare due parti, e con niente. L’inverno si avvicinava, Mercedès in questa camera nuda e di già fredda non aveva fuoco, ella a cui un calorifero a mille branche riscaldava poco prima tutta la casa, dalle anticamere fino al gabinetto. Ella non aveva neppure un piccolo fiore, ella, il cui appartamento si poteva dire una stufa calda, popolata di fiori a prezzo d’oro! Ma ella aveva un figlio!... L’esaltazione di un dovere forse esagerato, li aveva sostenuti fin là nelle sfere superiori. L’esaltazione è quasi un entusiasmo, e l’entusiasmo rende insensibili alle cose della terra. Ma l’entusiasmo si era sedato, ed era stato necessario di ridiscendere a poco a poco dal paese dei sogni al mondo della realtà. Bisognava finalmente parlare del positivo, dopo avere esausto l’ideale. — Madre mia, diceva Alberto nello stesso tempo che la sig.ª Danglars discendeva la scala, contiamo un poco le nostre ricchezze, se vi aggrada: ho bisogno di un totale per riscaldarmi ai miei disegni.

— Totale: niente, disse Mercedès con un doloroso sorriso.

— Non può essere, madre mia; totale: primieramente tre mila fr. ed ho la pretensione con tre mila fr. di preparare a noi due una adorabile esistenza.

— Fanciullo, sospirò Mercedès.

— Eh! mia buona madre, disse il giovine, pur troppo io vi ho speso molto danaro per conoscerne ora il prezzo! È una cosa enorme, vedete, tre mila fr., ed ho fabbricato su questa somma un avvenire miracoloso d’eterna sicurezza.

— Voi parlate così, amico mio, continuò la povera madre: ma prima di tutto accetterem noi questa somma di tre mila fr.? disse Mercedès arrossendo.

— Questa è cosa convenuta, mi sembra, disse Alberto con tuono fermo; l’accettiamo tanto più che non l’abbiamo, perchè essi sono, come ben sapete, sepolti nel giardino di quella piccola casa dei viali di Meillan, a Marsiglia. Con 200 fr., continuò Alberto, andremo entrambi a Marsiglia.

— Con 200 fr.! lo credete voi, Alberto?

— Oh! in quanto a questo ho prese le mie informazioni all’ufficio delle diligenze e dei battelli a vapore, ed i miei calcoli sono fatti. Voi fisserete il vostro posto per Châlons nel coupé, vedete, madre mia, che vi tratto da regina; 35 fr. — Alberto prese una penna e scrisse.

Coupè di qui a Châlonsfr.35
Da Châlons a Lione, col battello a vapore»6
Da Lione ad Avignone sempre col battello a vapore»16
Da Avignone a Marsiglia»7
Spese di strada»50
Totalefr.114

— Mettiamo centoventi, soggiunse Alberto sorridendo, vedete che son generoso, n’è vero, madre mia?

— Ma tu, mio povero figlio?

— Io? e non avete veduto che mi riserbo 80 fr.? Un giovine, madre mia, non ha bisogno di tanti comodi; so del resto che cosa è il viaggiare.

— In carrozza di posta, e col tuo cameriere?

— In ogni modo, madre mia...

— Ebbene! sia, disse Mercedès, ma questi 200 fr.?

— Questi 200 fr. eccoli, e di più, eccone ancora altri 200 fr. Sentite, ho venduto il mio orologio, cento fr., e la catena 300: come son fortunato! delle catenelle che valgono tre volte l’orologio. Sempre per la famosa istoria delle cose superflue. Eccoci dunque ricchi, poichè invece di 114 fr. che vi abbisognavano per fare il vostro viaggio, ne avete 250.

— Ma dobbiamo pagare qualche cosa in questa casa?

— Trenta fr., ma li pago io, sui miei 150: questa è cosa convenuta; e poichè a tutto rigore non mi abbisognano che 80 fr. per fare il mio viaggio, vedete che io nuoto nel lusso. Ma qui non è tutto: che dite di questo, madre mia?

Ed Alberto cavò da un piccolo portafogli con fermaglio d’oro (unico resto della sua antica galanteria, o fors’anche qualche tenero ricordo di una di quelle donne che battevano alla piccola porta) un biglietto di mille fr.

— Che cosa è questo? domandò Mercedès.

— Un biglietto di mille fr., madre mia.

— Ma di dove ti vengono questi mille fr.?

— Ascoltate, madre mia, ma non vi commovete troppo.

Ed Alberto si alzò, andò a baciare sua madre nelle guance, e si fermò a guardarla: — Voi non vi potete formare un’idea, madre mia, del come vi ritrovo bella! disse il giovine con un profondo amor filiale; siete in verità la più bella, come siete la più virtuosa delle donne che ho conosciute.

— Caro figlio, disse Mercedès, sforzandosi invano di trattenere una lagrima che le spuntava dal ciglio.

— In verità, non vi mancava che di divenire infelice per cambiare il mio amore in adorazione.

— Non sono infelice, fin che mi resta mio figlio, disse Mercedès; non sarò infelice fin che l’avrò.

— Ah! precisamente, disse Alberto; ma ecco ove comincia la prova, sapete ciò che abbiam convenuto?

— Abbiam dunque convenuto qualche cosa?

— Si è convenuto che voi abiterete Marsiglia, e che io partirò per l’Affrica, ove invece del nome che ho lasciato, mi farò il nome che ho assunto. — Mercedès mandò un sospiro: — Ebbene! madre mia, da ieri sono ingaggiato negli Spahis, aggiunse il giovine abbassando gli occhi con una certa vergogna, poichè non sapeva egli stesso quanto v’era di sublime nel suo abbassamento, o piuttosto ho creduto che il mio corpo era mio, e che poteva venderlo: mi sono venduto, come si dice, aggiunse egli tentando di sorridere, più caro di quel che non credeva di valere, vale a dire per duemila fr.

— Per cui questi mille fr.?... disse fremendo Mercedès.

— Son la metà della somma, madre mia, l’altra verrà fra un anno. — Mercedès alzò gli occhi al cielo con una espressione, che nessuna cosa saprebbe indicare, e le due lagrime trattenute agli angoli delle sue palpebre, sgorgarono sotto l’emozione interna, e caddero silenziosamente lungo le sue guance: — Il prezzo del sangue! mormorò ella.

— Sì, se io sarò ucciso, disse ridendo Morcerf; ma ti assicuro, mia buona madre, che al contrario sono nella intenzione di difendere vigorosamente questa mia povera pelle; non mi sono mai sentito tanta buona volontà di vivere, come in questo momento.

— Mio Dio! mio Dio! fece Mercedès.

— Del resto, perchè dunque volete che io sia ucciso, madre mia? forse che Lamorcière, quest’altro Ney del mezzogiorno è stato ucciso? forse che Changarnier è stato ucciso? forse che Bedeau è stato ucciso? forse che Morrel, che noi conosciamo, è stato ucciso? Pensate dunque alla vostra gioia, madre mia, quando mi vedrete ritornare con un’uniforme ricamata! vi dichiaro che con quella sarò superbo, e che ho scelto questo reggimento per galanteria.

Mercedès sospirò, mentre si sforzava di sorridere; ella capiva, questa santa madre, che stava male a lei il lasciar portare a suo figlio tutto il peso del sacrificio.

— Ebbene dunque! riprese Alberto, capite, madre mia, ecco già più di quattromila fr. assicurati per voi; con questi vivrete due buoni anni.

— Lo credi tu? disse Mercedès. — Queste parole erano sfuggite alla contessa, e con un dolore così vero, che il loro vero senso non isfuggì ad Alberto. Egli sentì restringersi il cuore, e prendendo la mano di sua madre, la stringeva teneramente fra le sue: — Sì, voi vivrete, diss’egli.

— Vivrò, disse Mercedès, ma tu non partirai, n’è vero?

— Madre mia, io partirò, disse Alberto, con voce placida e ferma; voi mi amate troppo per non lasciarmi ozioso ed inutile; d’altra parte io mi sono firmato.

— Tu farai a seconda della tua volontà, figlio, ed io farò secondo la volontà di Dio.

— Non già secondo la mia volontà, madre mia, ma secondo la ragione, secondo la necessità. Noi siamo due creature disperate, non è vero? Che cosa è più la vita per voi in oggi? niente. Che cosa è più la vita per me? Oh! ben poca cosa senza di voi, madre mia; credetelo; perchè senza di voi questa vita, avrebbe cessato dal giorno in cui concepii qualche dubbio sull’onore di mio padre, e ne rinnegai il nome! Finalmente io vivo, se voi mi promettete di sperare ancora; se mi lasciate la cura della vostra futura felicità, voi raddoppierete la mia forza. Allora andrò laggiù a ritrovare il governatore dell’Algeria; è un cuore leale e soprattutto eminentemente soldato: gli racconterò la mia lugubre istoria, lo pregherò d’andar voltando di tempo in tempo gli occhi alla parte ove io sarò, e s’egli mi mantiene la parola, s’egli mi guarda quando io combatto, prima che compian sei mesi, o sarò morto o sarò uffiziale. Se sono uffiziale la vostra sorte è assicurata, madre mia, perchè allora avrò del danaro per voi e per me, e di più un nuovo nome di cui saremo orgogliosi, poichè quello sarà il vostro vero nome. Se sono ucciso... cara madre, voi morirete se vi piace, ed allora i nostri infortunii avran termine nei loro stessi eccessi.

— Sta bene, rispose Mercedès col suo nobile ed eloquente sguardo: hai ragione, figlio mio; proviamo a certe persone che ci stanno ad osservare, e che aspettano le nostre azioni per giudicarci, che noi siam per lo meno degni di essere compianti.

— Ma, bando ad ogni funebre idea, cara madre! gridò il giovine: vi giuro che siamo, o almeno che potremo essere felicissimi: siete una donna piena ad un tempo di spirito e di rassegnazione; io sono divenuto semplice nei miei gusti, e senza passioni, almeno spero. Una volta al servizio, eccomi ricco. Una volta che sarete in casa del sig. Dantès, eccovi tranquilla. Proviamo! ve ne prego, madre mia.

— Sì, proviamo, figlio mio, perchè tu devi vivere, perchè tu devi esser felice, rispose Mercedès.

— Per cui, madre mia, ecco fatta la nostra divisione, aggiunse il giovine affettando uno sguardo di comodità; possiam partire oggi stesso. Andiamo, come vi ho detto, ho fermato il vostro posto.

— Ma il tuo, figlio mio?

— Debbo ancora restar qui altri due o tre giorni, madre mia; questo sarà un principio di separazione, ed abbiamo bisogno di abituarci; mi necessitano alcune raccomandazioni, alcune informazioni sull’Algeria; vi raggiungerò a Marsiglia.

— Ebbene! sia così, partiamo! disse Mercedès avviluppandosi nel solo scialle che aveva portato seco, e che per caso si trovava di essere nero e di gran valore; partiamo!

Alberto raccolse in fretta le sue carte, suonò per pagare i trenta fr. che doveva al padron di casa, ed offrendo il braccio a sua madre, discese la scala. Qualcuno discendeva davanti a loro; e sentendo di seta sugli scalini, si rivoltò.

— Debray! mormorò Alberto.

— Voi, Morcerf! — rispose il segretario intimo del ministro, fermandosi sullo scalino su cui si ritrovava.

La curiosità la vinse in Debray sul desiderio di conservare l’incognito. Sembravagli infatto curioso di ritrovare in questa casa remota quel giovine, la cui disgraziata avventura aveva fatta tanto chiasso in Parigi.

— Morcerf! — ripetè Debray. Indi scorgendo nella mezza oscurità le forme ancor giovani di una donna velata:

— Oh! perdono! soggiunse con un mezzo sorriso, vi lascio, Alberto. — Questi capì il pensiero di Debray.

— Madre mia, diss’egli voltandosi verso Mercedès, è il sig. Debray, segretario intimo del ministro dell’Interno, un mio antico amico.

— Come! antico! balbettò Debray; che volete dire?

— Dico questo, sig. Debray, perchè in oggi non ho e non devo più avere amici: vi ringrazio anzi moltissimo di avermi voluto riconoscere, signore. — Debray risalì due scalini, e venne a dare una energica stretta di mano al suo interlocutore: — Credete, Alberto, diss’egli con tutta l’emozione che si può avere, che io ho preso una parte profonda alla disgrazia che vi colpisce, e che mi metto a vostra disposizione in tutto per tutto.

— Grazie, signore, disse sorridendo Alberto; ma in mezzo a questa disgrazia noi siam rimasti abbastanza ricchi per non aver bisogno di ricorrere a nessuno: lasciamo Parigi, e, pagato il nostro viaggio, ci rimangono ancora cinque mila fr.

Il rossore salì alla fronte di Debray, che portava un milione nel suo portafogli; e per quanto fosse poco poetico questo spirito esatto, non potè a meno di riflettere che la stessa casa aveva contenuto poco prima, due donne delle quali una, giustamente disonorata, se ne andava con un milione e 500mila fr. sotto le pieghe del suo scialle, e l’altra ingiustamente colpita, ma sublime nella sua infelicità, si riteneva ricca per pochi denari. Questo parallelo sviò le sue combinazioni di gentilezza; la filosofia dell’esempio lo oppresse; balbettò qualche parola di generica civiltà, e discese rapidamente. Ma la sera stessa egli era già compratore di una bella casa scelta sul baluardo della Maddalena, che dava una rendita di cinque mila lire. La dimane nell’ora in cui Debray firmava il contratto, cioè verso le 5 p. m., la sig.ª de Morcerf, dopo aver teneramente abbracciato suo figlio, e dopo essere stata teneramente abbracciata da lui, salì nel coupé della diligenza, che si rinchiuse sur essa.

Un uomo era nascosto nel cortile dell’amministrazione Laffitte, dietro una di quelle finestre centinate del piano terreno che sormontano tutti gli ufficii: vide partire la diligenza, vide Alberto allontanarsi. Allora ei si passò la mano sulla fronte carica di dubbii, dicendo:

— Ahimè! con qual mezzo restituirò a questi due innocenti la felicità che loro ho tolta?... Dio mi aiuterà!