CVI. — LA FOSSA DEI LEONI.
Uno dei quartieri della Force, quello che racchiude i detenuti più arrischiosi e più pericolosi, si chiama il cortile di S. Bernardo. I prigionieri, nel loro gergo energico, l’hanno soprannominata la fossa dei leoni, probabilmente perchè i detenuti che ivi sono racchiusi spesso mordono le inferriate, e non di rado i carcerieri.
Questa è una prigione nella prigione; le mura hanno una grossezza il doppio delle altre. Ogni giorno un carceriere esplora con somma cura le inferriate massicce; e si riconosce dalla persona erculea, dagli sguardi freddi ed incisivi dei guardiani, che sono stati scelti per regnare col terrore sul loro popolo, e con l’attività della intelligenza. Il prato di questo quartiere è circondato da mura enormi, sulle quali penetra obliquamente il sole, quando si risolve a penetrare in questo golfo di laidume fisico e morale. È là, su questo prato che fin dalla mattina vanno errando pensierosi, feroci, impalliditi, come ombre, gli uomini che la giustizia tiene incurvati sotto la mannaia che sta aguzzando.
Si vedono addossarsi, raggrupparsi contro il muro, che assorbe e ritiene la maggior parte del loro calore; essi rimangono là, parlando a due a due, il più spesso isolati coll’occhio rivolto incessantemente verso la porta, che si apre per chiamare qualcuno degli abitanti di questo lugubre soggiorno, o per vomitare nel golfo una nuova feccia tolta dal crogiuolo della società. Il cortile di S. Bernardo ha il suo parlatorio particolare, è un quadrato oblungo, diviso in due parti da due inferriate, piantate parallelamente a tre piedi di distanza l’uno dall’altra, di modo che il visitatore non possa stringere la mano del prigioniero, o passargli qualche oggetto. Questo parlatorio è oscuro, umido, ed orribile in tutti i punti, particolarmente quando si pensa alle orribili confidenze che sono passate per quelle inferriate, che hanno arrugginito il ferro delle sbarre. Però, questo luogo, per quanto sia spaventoso, è un eliso ove vengono a temperarsi, in una società sperata, gustata, questi uomini ai quali son contati i giorni; tanto è raro che qualcuno esca dalla fossa dei Leoni, per andare in tutt’altro luogo che non sia la barriera San Giacomo, o la galera, o il carcere cellulare! In questo cortile che abbiam descritto, e che trasuda una fetida umidità, passeggiava, colle mani nelle saccocce del suo abito, un giovine osservato con molta curiosità dagli abitanti della fossa. Sarebbe passato per un giovine elegante pel taglio dei suoi abiti, se questi non fossero stati in lembi; però essi non erano usati, il panno era fino e lucido, e nei punti in cui era intatto, riprendeva facilmente il suo lustro sotto la mano accarezzante del prigioniero, che cercava di farne un abito nuovo. Applicava eziandio la stessa cura a chiudere una camicia di battista considerevolmente cambiata di colore dalla sua entrata in prigione; su i suoi stivali verniciati passava e ripassava un angolo di un fazzoletto con le iniziali ricamate e sormontate da una corona araldica. Alcuni pensionarii della fossa dei Leoni consideravano con manifesta premura la ricercata toletta del prigioniere: — Osserva, ecco là il principe che si fa bello, disse uno dei ladri.
— Egli è bellissimo naturalmente, disse un altro, e solo che avesse un pettine ed un poco di pomata, eclisserebbe tutti i signori dei guanti bianchi.
— Il suo abito doveva essere ben nuovo, e gli stivali molto bene risplendere. È lusinghiero per noi l’avere di confratelli come si deve; e quei briganti di gendarmi son ben vili. Invidiosi! avere stracciata una toletta come quella!
— Sembra che debba essere un soggetto famoso, disse un altro, egli ha fatto di tutto... e nel genere grande... viene di laggiù, così giovine! Ah! è una cosa superba!... — E l’obbietto di questa schifosa ammirazione sembrava gustare gli elogi, o il vapore degli elogi, perchè non sentiva le parole.
Terminata la sua toletta, si avvicinò alla porta della cantina alla quale stava appoggiato il carceriere di guardia.
— Vediamo, signore, diss’egli, prestatemi venti fr., li riavrete ben presto; con me non si corre alcun rischio. Pensate che ho dei parenti che hanno più milioni di quel che voi avete danari... Vediamo, venti fr. ve ne prego, affinchè possa comprare un paio di pianelle ed una veste da camera. Io soffro orribilmente a stare sempre in abito e cogli stivali... che abito! signore, per un principe Cavalcanti.
Il guardiano gli voltò il dorso, e si strinse nelle spalle; egli non rise neppur di queste parole che avrebbero fatto ilare ogni altra fronte; perchè quest’uomo ne aveva intesi molti altri, o piuttosto aveva sempre udita la stessa cosa.
— Andate, signore, siete un uomo senza visceri, ed io vi farò perdere il vostro impiego. — Questa parola fece rivolgere il guardiano, che questa volta si lasciò sfuggire un gran scoppio di risa.
Allora i prigionieri si avvicinarono tutti, e fecero cerchio: — io vi dico, continuò Andrea, che con questa miserabile somma posso procacciarmi un abito ed una camera, affine di poter ricevere in un modo decente la visita illustre che aspetto da un momento all’altro.
— Egli ha ragione! ha ragione! dissero i prigionieri... Perdinci! si vede ben ch’è un uomo come si deve!
— Ebbene! prestategli voi altri venti fr.! disse il guardiano appoggiandosi sull’altra sua spalla colossale, forse che non dovete ciò ad un camerata?
— Non sono il camerata di costoro, disse orgogliosamente il giovine, non m’insultate, non avete questo diritto!
— Lo sentite? disse il guardiano con un sinistro sorriso, egli vi accomoda molto bene! prestategli dunque venti fr.!
I ladri si guardarono con un sordo mormorio, e una tempesta, provocata più dalle parole del guardiano che da quelle di Andrea, cominciò a rumoreggiare intorno al prigioniero aristocratico. Il guardiano, sicuro di poter padroneggiare il susurro, quando il tumulto si facesse troppo forte, li lasciava poco a poco alterarsi per fare un brutto giuoco all’importuno sollecitatore, e procurarsi così una ricreazione durante la lunga guardia della sua giornata.
Di già i ladri si avvicinavano ad Andrea, parte dicendo:
— La ciabatta! la ciabatta! — Crudele operazione, che consisteva a torturare con colpi non già di ciabatta, ma di scarpa ferrata, un confratello caduto in disgrazia di questi signori. Gli altri proponevano l’anguilla; altro genere di ricreazione che consisteva nel riempire di sabbia, di sassolini, e di grossi soldi, quando ne avevano, un fazzoletto attorcigliato, che i carnefici scaricano come un flagello sulle spalle e la testa del paziente. — Frustiamo il bel signore, dissero alcuni altri, il sig. uomo onesto! — Ma Andrea, volgendosi verso di loro, fece d’occhietto, gonfiò colla lingua la sua guancia, e fe sentire un scoppietto con la lingua, che equivaleva a mille segni di convenzione, fra banditi, costretti a tacersi. Questo era un segno massonico che gli era stato insegnato da Caderousse. Essi lo riconobbero per uno dei loro. Tosto i fazzoletti ricaddero, la ciabatta ferrata rientrò nel piede del principale aguzzino. S’intese qualche voce proclamare che il signore aveva ragione, che il signore poteva a modo suo essere un uomo onesto, e che i prigionieri volevano dare l’esempio di libertà di coscienza.
L’ammutinamento addietrò. Il guardiano ne fu talmente stupefatto che prese tosto Andrea per le mani e si mise a frugarlo, attribuendo a qualche manifestazione più significante, di quel che all’affascinazione, questo cambiamento subitaneo degli abitanti della fossa dei Leoni. Andrea si lasciò frugare non senza fare forti proteste. D’improvviso una voce si fe’ subito sentire dalla porta: — Benedetto! gridò un ispettore. — Il guardiano lasciò la sua preda. — Mi chiamano! disse Andrea. — Al parlatorio! disse la voce.
— Vedete se vengo visitato?.. Oh! mio signore, starete a vedere se si può impunemente trattare un Cavalcanti come un uomo ordinario! — Ed Andrea, traversando il cortile come un’ombra, si precipitò alla porta, lasciando nella ammirazione i suoi confratelli ed il guardiano. Era di fatto chiamato al parlatorio, ed era cosa da meravigliarsene anche dallo stesso Andrea; poichè l’astuto giovinetto, nel suo entrare alla Force, invece di usare, come le genti comuni, del benefizio di poter scrivere per farsi reclamare, aveva osservato il più stoico silenzio. — Io sono, diceva egli, evidentemente protetto da qualche potente; tutto me lo prova: questa fortuna improvvisa, la facilità con cui ho appianato tutti gli ostacoli, una famiglia improvvisata, un nome illustre divenuto mia proprietà, l’oro che pioveva a me dintorno, le alleanze più magnifiche promesse alla mia ambizione. Un momentaneo obblìo della mia fortuna, l’assenza del mio protettore mi han perduto, ma non del tutto, non per sempre! La mano si è ritirata per un momento, essa deve ritornare su di me, o riafferrarmi di nuovo al momento in cui mi credeva vicino a piombare nel precipizio. Perchè arrischierò un’ultima imprudenza nello scrivere? forse mi alienerei il mio protettore! Egli possiede due mezzi per togliermi d’impaccio; l’evasione misteriosa comprata a prezzo d’oro, o sforzare la mano ai giudici per ottener la mia assoluzione. Aspettiamo a parlare ed operare che mi sia provato che sono stato abbandonato, e allora...
Andrea aveva fabbricato il suo disegno, che ben si può credere abile; il disgraziato era intrepido all’attacco, ed astuto nella difesa. La miseria della prigione in comune, le privazioni di ogni genere, egli le aveva sopportate; però poco a poco il suo naturale, o piuttosto l’abitudine aveva preso il sopravvento. Andrea soffriva per ritrovarsi nudo, sporco, affamato, il tempo per lui era lungo. Fu in questo momento di noia che l’ispettore lo chiamò al parlatorio. Andrea sentì il suo cuore balzare di gioia. Era troppo presto perchè quella fosse una chiamata del suo giudice istruttore, e troppo tardi perchè fosse una chiamata del direttore delle prigioni o del medico. Dietro l’inferriata del parlatorio, ove Andrea fu introdotto, egli scoperse, coi suoi grand’occhi, dilatati ancor più da un’avida curiosità, la figura cupa ed intelligente di Bertuccio, che guardava con una dolorosa meraviglia le inferriate, le porte sprangate, e l’ombra che si agitava dietro le sbarre incrociate.
— Ah! fece Andrea toccato nel cuore.
— Buon giorno, Benedetto, disse Bertuccio colla sua voce chiara e sonora. — Voi! voi! disse il giovine guardando con ispavento intorno a sè. — Tu non mi conosci più? disse Bertuccio, disgraziato! — Silenzio! ma silenzio dunque! fece Andrea che conosceva la finezza dell’udito di quelle muraglie. Mio Dio, non parlate così ad alta voce!
— Tu vorresti parlar meco, disse Bertuccio, da solo a solo, non è vero? — Sì, sì! disse Andrea. — Sta bene.
E Bertuccio frugando nella saccoccia, fece un segno ad un guardiano che si vedeva dietro la invetriata di un finestrello: — Leggete! diss’egli.
— Che cosa è quello? disse Andrea.
— L’ordine di condurti in una camera e di installarviti, e di lasciarmi comunicare liberamente teco.
— Oh! fece Andrea, balzando di gioia. — E subito dopo, ripiegandosi su sè stesso, diceva: — Ancora il protettore sconosciuto! io non son dimenticato! si cerca il segreto, da poichè mi si vuol parlare in una camera isolata. Essi sono in mio potere... Bertuccio è stato inviato dal protettore!
Il guardiano conferì un momento con un superiore, indi aprì le due porte sprangate, e li condusse in una camera del primo piano che guardava nel cortile; Andrea non stava più in sè dalla gioia. La camera era imbiancata a calce, come è l’uso delle prigioni; aveva un aspetto di allegria che sembrava raggiante al prigioniere. Un braciere, un letto, una cassa, una tavola, ne formavano il sontuoso mobilio. Bertuccio si assise sulla cassa, Andrea si gettò sul letto; il guardiano si ritirò.
— Sentiamo, disse l’intendente, che cosa hai da dirmi?
— E voi? disse Andrea.
— Ma parla prima...
— Oh! no; siete voi che avete molte cose da dirmi; poichè siete venuto a trovarmi.
— Ebbene! sia. Tu hai continuato il corso delle tue scelleratezze; hai rubato, hai assassinato...
— Buono! Se è per dirmi tali cose che mi avete fatto condurre in una camera appartata, tanto valeva che non v’incomodaste; so tutte queste cose. Ve ne sono altre invece che non so. Parliamo di quelle, se vi aggrada. Chi vi ha mandato?
— Oh! oh! voi andate per le corte, sig. Benedetto.
— Non è vero? e alla meta. Soprattutto risparmiamo le inutili parole. Chi vi manda? — Nessuno.
— E come sapeste che io era in prigione?
— È molto tempo che ti aveva riconosciuto per quell’insolente zerbinotto che guidava tanto leggiadramente un cavallo ai Campi-Elisi.
— I Campi-Elisi... Ah! ah! noi bruciamo, come si dice al giuoco della pinzetta... I Campi-Elisi!... A noi, parliamo un poco di mio padre, lo volete?
— Chi sono io, dunque?
— Voi, mio bravo signore, siete mio padre adottivo... Ma non siete voi, m’immagino, che avete disposto in mio favore di un centinaio di mille fr. che ho divorati in pochi mesi; non siete voi che mi avete provveduto di un padre italiano e gentiluomo; non siete stato voi che mi avete fatto entrare nella società, e invitato ad un certo pranzo, che parmi ancora di mangiare, ad Auteuil, colla miglior compagnia di Parigi, con un certo procuratore del re, di cui ho avuto grandissimo torto a non coltivar la conoscenza, che in questo momento mi sarebbe stata utile; non siete stato voi finalmente che mi avete fatto garanzia per uno o due milioni, quando mi è accaduto l’accidente fatale della scoperta del vaso delle rose... Sentiamo, parlate, stimabile Corso, parlate...
— Che vuoi tu ch’io ti dica? — Io ti aiuterò. Parlavi dei Campi-Elisi poco fa, mio degno padre putativo. — Ebbene?
— Ebbene! ai Campi-Elisi vi abita un signore molto ricco.
— In casa del quale tu hai rubato ed assassinato, n’è vero? — Io credo di sì. — Il sig. conte di Monte-Cristo.
— Siete voi che lo avete nominato, come dice Racine... Ebbene! debbo gettarmi fra le sue braccia, soffocarlo contro il petto gridando: «Padre mio! padre mio!» come dice Pixérécourt?
— Non scherziamo, rispose gravemente Bertuccio, e che un tal nome non sia qui in tal modo pronunziato.
— Bah! fece Andrea un poco stordito dal sussiego e dall’attitudine del sig. Bertuccio, e perchè no?
— Perchè colui, che porta questo nome, è troppo favorito dal cielo per essere il padre di un miserabile qual siete.
— Oh! oh! gran paroloni!... — E grandi effetti se non avrete riguardi. — Minacce!... non temo niente... io dirò... — Credete voi di avere a che fare con dei pigmei della vostra specie? disse Bertuccio con un tuono così tranquillo, ed uno sguardo così sicuro, che Andrea ne fu commosso fino al profondo delle viscere. Credete di aver che fare coi vostri scellerati compagni di galera, o coi vostri ingenui ingannati della società?... Benedetto, siete in mani terribili; esse vogliono bensì aprirsi per soccorrervi, profittatene. Non scherzate però col fulmine che per un momento depongono ma che possono riprendere, se tentate di incomodarle nel libero loro movimento.
— Padre mio... voglio sapere chi è mio padre... disse l’ostinato; vi morirò, se abbisogna, ma lo saprò. Che può fare a me lo scandalo? del bene... del credito... dei reclami... come dice Beauchamp il giornalista. Ma voi altri, persone dell’alta società, avete sempre qualche cosa da perdere nello scandalo, ad onta dei vostri milioni, e dei vostri stemmi gentilizi... A noi, chi è mio padre?
— Son venuto per dirtelo.
— Ah! gridò Benedetto con gli occhi scintillanti di gioia.
In questo momento si aprì la porta, ed il carceriere indirizzandosi a Bertuccio. — Perdono, signore, diss’egli, ma il giudice d’istruzione aspetta il prigioniere.
— È la chiusura del mio interrogatorio, disse Andrea al degno intendente, al diavolo l’importuno!
— Io ritornerò domani, disse Bertuccio. — Andrea gli stese la mano, Bertuccio conservò la sua in saccoccia, solo vi fece risuonare alcune monete.
— Era quel che voleva dirvi, fe’ Andrea con un sorriso scomposto, ma soggiogato dalla strana tranquillità di Bertuccio.
— Mi sarei sbagliato? — disse a sè stesso nel montare in carrozza oblunga colle persiane di ferro, che viene volgarmente chiamata il paniere dell’insalata: — vedremo! così a domani, aggiunse egli voltandosi verso Bertuccio.
— A domani, rispose l’intendente.