CX. — L’ESPIAZIONE.

Il sig. de Villefort aveva veduto aprirsi davanti a sè le file della folla, per quanto fosse compatta. I grandi dolori sono talmente venerabili, che non vi è esempio, anche nei tempi più disgraziati, che il primo movimento della folla riunita non sia stato un movimento di simpatia per una gran catastrofe. Molte persone odiate sono state assassinate in una sommossa; difficilmente un disgraziato, fosse pur reo, è stato insultato dagli uomini che assistevano al suo giudizio di morte. Villefort traversò adunque il sentiero di spettatori, di guardie, di messi del Palazzo, e si allontanò, riconosciuto colpevole dalla propria confessione, ma protetto dal suo dolore. Vi sono delle situazioni che gli uomini afferrano per loro istinto, ma che non possono commentare col loro spirito; il più gran poeta, in questo caso, è colui che manda il grido più veemente e più naturale. La folla prende questo grido per un intiero racconto, ed ha ragione di contentarsene, e più ragione ancora di ritrovarlo sublime quando è vero. Del resto, sarebbe difficile di dire lo stato di stupore nel quale si trovava Villefort uscendo dal Palazzo, e di dipingere quella febbre che faceva battere tutte le sue arterie, che irrigidiva le sue fibre, che gonfiava e rompeva tutte le sue vene, e che disseccava ciascun punto del suo corpo mortale con un milione di patimenti. Villefort si trascinò lungo i corridori, guidato soltanto dall’abitudine, si gettò dalle spalle la toga magistrale, non perchè pensasse lasciarla per convenienza, ma perchè ella era un fardello opprimente, una veste di Nesso feconda di torture: giunse vacillando fino al cortile Delfino, riconobbe la sua carrozza, risvegliò il cocchiere, nell’aprirla da sè stesso, e si lasciò cadere sui cuscini mostrando col dito la direzione del sobborgo Sant’Onorato. Il cocchiere partì.

Tutto il peso della sua crollata fortuna veniva a ricadergli sulla testa, e lo schiacciava: egli non ne sapeva le conseguenze; non le aveva misurate; le sentiva; non ragionava sul codice, come fa il freddo assassino che ne comenta un articolo conosciuto. Egli aveva Dio in fondo al cuore.

— Dio, mormorava egli senza neppure sapere ciò che diceva, Dio! Dio! — Non vedeva che Dio dietro la frana che si era formata. La carrozza andava con prestezza; Villefort, nell’agitarsi sul cuscino, sentì qualche cosa che lo incomodava. Portò la mano a quest’oggetto: era un ventaglio dimenticato dalla sig.ª de Villefort, fra il cuscino e lo schienale della carrozza; questo ventaglio risvegliò in lui un ricordo, e questo fu come un lampo in mezzo alla notte; pensò allora a sua moglie... — Oh! gridò egli come se un ferro rovente gli avesse trapassato il cuore. — Infatto da un’ora non aveva più sotto gli occhi che una prospettiva della sua miseria, ed ecco che di repente se ne offriva al suo spirito un’altra non meno terribile.

Questa moglie! egli aveva fatto con lei la parte di giudice inesorabile, l’aveva condannata a morte, ed ella, colpita dal terrore, oppressa dai rimorsi, inabissata sotto l’onta che le aveva fatta coll’eloquenza della sua irreprensibile virtù, ella, povera donna, debole e senza difesa contro un potere assoluto e supremo, ella forse si preparava in quel momento medesimo a morire! Era scorsa un’ora dal momento della sua condanna; senza dubbio in quel momento ella ripassava tutti i suoi delitti nella memoria, domandava grazia a Dio, scriveva per implorare in ginocchio il perdono del suo virtuoso consorte, perdono che ella comprava con la sua morte. — Villefort mandò un secondo ruggito di dolore e di rabbia.

— Ah! gridò egli rotolandosi sulla seta della sua carrozza, questa donna non è divenuta rea, se non perchè mi ha toccato. Io traspiro il delitto, ed ella ha contratto il delitto come si contrae il tifo, il colera, la peste, ed io la punisco!... Io oso dirle pentitevi e morite... Io... Oh! no! no! ella vivrà... mi seguirà... Noi fuggiremo, lascieremo la Francia dietro di noi finchè la terra potrà portarci. Io le parlava di patibolo!... Gran Dio! come mai ho osato di pronunziar questa parola! me pure aspetta il patibolo!... Noi fuggiremo... Sì, mi confesserò a lei; sì, tutti i giorni le dirò umiliandomi, che io pure ho commesso un delitto... Oh! alleanza della tigre col serpente! Oh! degna moglie di un marito quale sono io!... È necessario che ella viva, è necessario che la mia infamia faccia impallidire la sua! — E Villefort rompendo un cristallo del davanti: — Presto! gridò con una voce che fece balzare il cocchiere sul seggio. — I cavalli, trasportati dalla paura, volarono fino alla casa.

— Sì! sì! ripeteva a sè stesso Villefort a seconda che si avvicinava alla casa, sì, bisogna che questa donna viva, bisogna ch’ella si penta e che allevi mio figlio, il mio povero figlio, il solo, coll’indistruggibile vecchio, che è sopravvissuto alla distruzione della mia famiglia. Ella lo ama, per lui ella ha fatto tutto. Non bisogna mai disperare del cuore di una madre che ama suo figlio; ella si pentirà: nessuno saprà che fu colpevole; questi delitti commessi in casa mia e di cui la società già s’inquieta, saranno dimenticati col tempo, e se qualche nemico se ne risovverrà, ebbene! io li prenderò sulla lista dei miei delitti. Uno, due, tre di più, che importa: mia moglie si salverà portando seco dell’oro, e soprattutto portando seco mio figlio, lungi dal golfo in cui mi sembra che il mondo debba cadere con me. Ella vivrà, sarà ancora felice, poichè tutto il suo amore è riposto in suo figlio, e suo figlio non la lascerà. Io avrò fatta una buona azione; questa mi alleggerisce il cuore.

Ed il procuratore del re respirò più liberamente. La carrozza si fermò nel cortile del palazzo. Villefort si slanciò dal montatoio sulla scala; vide i domestici sorpresi per vederlo ritornare così presto; non lesse altro sulla loro fisonomia; nessuno gli indirizzò la parola; si fermavano davanti a lui come d’ordinario, per lasciarlo passare: ecco tutto. Egli passò davanti alla camera di Noirtier, e, dalla porta semiaperta, vide due ombre, ma non si curò di sapere chi stava con suo padre; altrove lo attirava la sua inquietudine: — Andiamo, diss’egli salendo la scaletta che conduceva al pianerottolo che metteva all’appartamento di sua moglie ed alla camera vuota di Valentina; andiamo, qui nulla è stato cambiato. — Prima di tutto chiuse la porta del pianerottolo. — Bisogna che nessuno ci disturbi, diss’egli; bisogna che io possa parlarle liberamente, accusarmi davanti a lei, dirle tutto... — Si avvicinò alla porta, mise la mano sulla maniglia di cristallo, la porta cedè.

— Non è chiusa! bene! benissimo! mormorò egli.

Ed entrò nel salotto ove tutte le sere si erigeva un letto per Edoardo; poichè quantunque in collegio, Edoardo ritornava la sera; sua madre non aveva mai voluto nella notte separarsi da lui. Con un colpo d’occhio abbracciò tutto il salotto: — Nessuno! diss’egli; ella è certamente nella stanza da dormire. — Si slanciò verso la porta. Vi era il catenaccio, si fermò fremendo. — Luigia! gridò egli.

Gli sembrò sentir smuovere un mobile. — Luigia! ripetè.

— Chi è là? domandò la voce di quella che veniva chiamata. — Gli sembrò che questa voce fosse più debole dell’ordinario. — Aprite, aprite, gridò Villefort, sono io!

Ma ad onta di quest’ordine, e del tuono angoscioso col quale era stato dato, la porta non si aprì. Villefort la sfondò con un calcio. All’entrata della camera che metteva nel suo gabinetto, la sig.ª de Villefort era in piedi, pallida, coi lineamenti contratti e con gli occhi che guardavano con una spaventosa immobilità. — Luigia, Luigia, diss’egli, che avete? parlate! — La giovane sposa stese verso di lui la mano intirizzita e livida. — Tutto è fatto, signore, diss’ella con un rantolo che sembrava squarciarle la gola, che volete dunque ancora di più? — E cadde sul tappeto.

Villefort corse a lei, le afferrò la mano. Questa mano stringeva convulsivamente una boccetta di cristallo col turacciolo d’oro... La signora de Villefort era morta.

Villefort, ebbro d’orrore, rinculò fin sul limitare della camera e guardò il cadavere: — Mio figlio! gridò egli d’un subito, dov’è mio figlio? Edoardo! Edoardo! — E si precipitò fuor dell’appartamento gridando: — Edoardo! Edoardo! — Questo nome era pronunciato con tale un accento d’angoscia che i domestici accorsero. — Mio figlio, dov’è mio figlio? domandò Villefort, che si allontani dalla casa... ch’egli non veda...

— Il sig. Edoardo non è a basso, signore, rispose il cameriere.

— Senza dubbio scherzerà in giardino; cercate! cercate!

— No signore; sua madre lo ha chiamato sarà circa mezz’ora, il sig. Edoardo è entrato nella stanza della signora, e non è più uscito. — Un sudore di ghiaccio inondò la fronte di Villefort, i piedi traballarono sul pavimento, le idee cominciarono a girargli nella testa, come il sistema di ruote disordinate d’un orologio che si rompe. — Presso la signora, — mormorò egli, e ritornò lentamente indietro, asciugandosi la fronte con una mano, appoggiandosi con l’altra alla parete del muro. Rientrando nella camera bisognava rivedere il corpo della disgraziata consorte. Per chiamare Edoardo, bisognava risvegliare l’eco in quell’appartamento cambiato in un feretro: il parlare era un risvegliare il silenzio della tomba. Villefort sentì la lingua paralizzarglisi in bocca.

— Edoardo! Edoardo! balbettò egli. — Il fanciullo non rispondeva. Il cadavere della sig.ª de Villefort era steso a traverso la porta del gabinetto nel quale si ritrovava necessariamente Edoardo, questo cadavere sembrava vegliare sulla soglia cogli occhi fissi ed aperti, con una spaventevole e misteriosa ironia sulle labbra. Dietro il cadavere, la portiera rialzata lasciava scorgere una parte del gabinetto, un piano-forte, e l’estremità di un divano di seta blu. Villefort fece tre o quattro passi in avanti, e sul divano vide suo figlio steso. Il fanciullo senza dubbio dormiva. Il disgraziato ebbe un lampo di gioia, un raggio di pura luce discese in quell’inferno nel quale si dibatteva: non si trattava dunque che di passare al di sopra del cadavere, entrar nel gabinetto, prendere il fanciullo fra le braccia, e fuggir con lui lontano. Villefort non era più quell’essere la cui squisita corruzione facevano il tipo dell’uomo invilito: era una tigre colpita a morte, che lascia i denti rotti nella sua ultima ferita: ei non aveva più paura dei pregiudizii, ma dei fantasmi. Fece uno slancio e saltò al disopra del cadavere, come se si trattasse di oltrepassare un braciere ardente; rialzò il fanciullo fra le braccia, lo scosse, il chiamò: ma il fanciullo non rispose; portò le sue avide labbra sulle guance di lui, ma esse eran livide, agghiacciate; ne palpò le membra, erano irrigidite, gli appoggiò la mano sul cuore... il cuore più non batteva, il fanciullo era morto.

Un foglio piegato in quattro cadde dal petto di Edoardo. Villefort fulminato si lasciò cadere sulle sue ginocchia, il fanciullo gli sfuggì dalle braccia inerti, e rotolò a lato della madre. Villefort raccolse il foglio, riconobbe il carattere di sua moglie, e lo percorse avidamente: ecco ciò che conteneva:

«Voi sapete se io era buona madre, poichè per mio figlio mi resi colpevole! una buona madre non parte senza suo figlio!»

Villefort non poteva credere alla sua ragione, si trascinò verso il corpo di Edoardo, e lo esaminò anco una volta con quell’attenzione che mette la lionessa nel guardare il lioncello morto; indi un grido gli sfuggì dal petto:

— Dio! sempre Dio! — Queste due vittime lo spaventavano; ei sentiva l’orrore della solitudine popolata da due cadaveri: fin allora sostenuto dalla rabbia, da quell’immensa facoltà degli uomini forti, dalla disperazione, da quell’impeto irresistibile dell’agonia, che spingeva i Titani a dar la scalata al cielo. Villefort curvò la testa sotto il peso del dolore, si rialzò sulle ginocchia, scosse i capelli umidi pel sudore, irti per lo spavento, e colui che non aveva mai avuto pietà d’alcuno, andò a ritrovare il vecchio suo padre per aver nella sua debolezza qualcuno a cui raccontare la sua infelicità, qualcuno presso cui piangere; discese la scaletta che conosciamo, entrò nella camera di Noirtier; questi sembrava attento ad ascoltare tanto affettuosamente, quanto lo permetteva la sua immobilità l’abate Busoni, sempre tranquillo e freddo come il solito; Villefort riconoscendo l’abate si portò la mano alla fronte, il passato gli ritornò come uno di quei flutti che sollevano più schiuma degli altri; si risovvenne dalla visita che aveva fatto all’abate alcuni giorni dopo il pranzo d’Auteuil, e di quella fattagli il giorno stesso della morte di Valentina.

— Voi qui, signore, diss’egli, voi dunque non comparite che per iscortar la morte? — Busoni si alzò; e vedendo l’alterazione del viso del magistrato, lo splendor feroce dei suoi occhi, capì, o credè capire che la scena delle Assise era compita: egli ignorava il resto. — Son venuto per pregare sul corpo di vostra figlia, — rispose l’abate.

— E oggi che cosa venite a fare?

— Vengo a dirvi che voi mi avete pagato abbastanza il vostro debito, e che da questo momento vado a pregare Iddio, affinchè pure si contenti come me. — Mio Dio! fece Villefort addietrando con lo spavento sulla fronte, questa non è la voce dell’abate Busoni. — No! — L’abate si strappò la falsa tonsura, scosse la testa, ed i lunghi capelli neri, cessando di essere compressi, ricaddero sulle sue spalle ed inquadrarono il pallido suo viso: — Questo è il viso del sig. di Monte-Cristo, gridò Villefort con gli occhi stravolti.

— Non è neppur questo sig. procuratore del Re, cercate meglio, e più lontano.

— Questa voce dove mai l’ho intesa per la prima volta?

— L’avete intesa per la prima volta a Marsiglia, sono ventitrè anni, il giorno dei vostri sponsali con madamigella de Saint-Méran. Cercate nei vostri registri.

— Voi non siete Busoni? non siete Monte-Cristo? Mio Dio siete quel nemico nascosto, implacabile, mortale!... io senza dubbio ho fatto qualche cosa contro di voi a Marsiglia; oh! me disgraziato!

— Sì, tu hai ragione, così disse il conte incrociando le braccia sul suo largo petto; cerca! cerca!

— Ma che ti ho dunque fatto? gridò Villefort il cui spirito già ondeggiava sul limitare ove si confondono la ragione e la demenza in una caligine che non è più nè sogno nè veglia; che ti ho io dunque fatto? di’! parla! parla!

— Voi mi avete condannato ad una morte lenta e schifosa, avete ucciso mio padre, mi avete tolto l’amore colla libertà, e la felicità con l’amore!

— Chi siete? chi siete dunque? mio Dio!

— Sono lo spettro d’un disgraziato che avete sepolto nelle carceri del castello d’If. A questo spettro uscito finalmente dalla sua tomba, il cielo ha messo la maschera del conte di Monte-Cristo, e lo ha ricoperto di diamanti e d’oro perchè non lo riconosciate che oggi.

— Ah! ti riconosco, ti riconosco! disse il procuratore del Re; tu sei...

— Sono Edmondo Dantès!

— Tu sei Edmondo Dantès! gridò il procuratore del Re, afferrando il conte pel pugno; allora vieni!

E lo trascinò per la scala, per la quale Monte-Cristo meravigliato lo seguì, ignorando egli stesso ove il procuratore del Re lo conducesse, prevedendo qualche nuova catastrofe.

— Osserva! Edmondo Dantès, diss’egli mostrando al conte il cadavere di sua moglie ed il corpo di suo figlio, osserva! guarda, sei tu ben vendicato?...

Monte-Cristo impallidì a quest’orribile spettacolo, comprese che aveva oltrepassato i diritti della vendetta. E si gettò con un sentimento d’angoscia inesprimibile sul corpo del fanciullo, gli riaprì gli occhi, ne tastò il polso, e si slanciò con lui nella camera di Valentina, che chiuse a doppio giro.

— Il figlio mio! gridò Villefort, egli m’invola il cadavere di mio figlio! Oh! maledizione! infelicità! morte su te! — E volle slanciarsi dietro a Monte-Cristo; ma, come in un sogno, sentì i piedi prendere radice, gli occhi si dilatarono in un modo da rompere le orbite, le dita, ricurvate sulla carne del petto, vi si internarono gradatamente finchè il sangue arrossì le sue unghie; le vene delle tempia si gonfiarono di spiriti bollenti che andarono a sollevare la volta troppo stretta del suo cranio, ed immersero il cervello in un diluvio di fuoco. Questa immobilità durò molti minuti, fino a che fu compito lo spaventoso rovescio della sua ragione. Allora mandò un grido seguito da un lungo scoppio di risa, e si precipitò per le scale. Un quarto d’ora dopo, si riaprì la camera di Valentina, ricomparve il conte di Monte-Cristo pallido, coll’occhio tetro, il petto oppresso, tutti i lineamenti della sua figura, ordinariamente così tranquilla, erano sconvolti dal dolore.

Egli teneva fra le sue braccia il fanciullo al quale nessun soccorso aveva potuto rendere la vita. Mise un ginocchio a terra, e lo depose religiosamente vicino a sua madre, colla testa appoggiata sul petto di lei: indi, rialzandosi, uscì, ed incontrando un domestico sulla scala: — Dov’è il sig. de Villefort? domandò egli.

Il domestico senza rispondere, con la mano gli additò la parte che conduceva al giardino. Monte-Cristo discese la scalinata, si avanzò verso il luogo designato, e vide in mezzo ai servitori, che facevano cerchio intorno a lui, Villefort con una vanga in mano che frugava la terra con una specie di rabbia: — Non è ancor qui, diceva egli; non è ancor qui!

E frugava un poco più lontano. Monte-Cristo si avvicinò a lui e gli disse a bassa voce con un tuono quasi umile:

— Signore, avete perduto un figlio; ma...

Villefort lo interruppe: egli non aveva nè ascoltato nè inteso. — Oh! lo ritroverò, diss’egli; avete un bel pretendere ch’egli non c’è più, lo ritroverò, dovessi cercarlo fino al giorno del giudizio finale. — Monte-Cristo addietrò con terrore. — Oh! diss’egli; è pazzo! — E, come avesse temuto che i muri della casa maledetta crollasser su di lui, si slanciò nella strada, dubitando per la prima volta se aveva o no il diritto di fare quel che aveva fatto.

— Oh! basta, basta così, salviamo l’ultimo.

E rientrando in casa sua, Monte-Cristo incontrò Morrel, che entrava nel palazzo dei Campi-Elisi.

— Preparatevi, Massimiliano, gli disse con un sorriso, domani lasciamo Parigi.

— Non avete più niente da fare? domandò Morrel.

— No, rispose Monte-Cristo, e Dio voglia che non abbia fatto anche troppo. — La dimane infatto essi partirono. Bertuccio restava presso il sig. Noirtier.