CXI. — LA PARTENZA.

Gli avvenimenti che erano accaduti tenevano occupata tutta Parigi. Emmanuele e sua moglie se li raccontavano, con una sorpresa ben naturale, nel loro salotto della strada Meslay; confrontavano queste tre catastrofi tanto improvvise, quanto inattese, di Morcerf, di Danglars e di Villefort. Massimiliano, che era venuto a far loro una visita, li ascoltava, o piuttosto assisteva alla loro conversazione, immerso nella sua insensibilità abituale.

— In verità, diceva Giulia, non si direbbe, Emmanuele, che tutte queste ricche persone, ieri così felici, avessero dimenticato, nel calcolo sul quale avevano stabilita la loro fortuna, la loro felicità e la loro considerazione, la parte dovuta al genio cattivo, e che questi, come nelle cattive fate dei racconti di Perrault, che avevano dimenticato d’invitare a qualche nozze, o a qualche festino, fosse poi comparso d’improvviso per vendicarsi di questa fatale dimenticanza.

— Quanti disastri, diceva Emmanuele pensando a Morcerf e a Danglars.

— Quanti patimenti! diceva Giulia, ricordandosi di Valentina, che per un istinto di donna non voleva nominare davanti a suo fratello.

— Se è Dio che li ha colpiti, diceva Emmanuele, ciò è perchè Dio, che è la suprema bontà, nulla ha ritrovato nella vita passata di quelle genti, che meritasse l’attenuazione della pena, e perchè quella gente era maledetta.

— Non sei tu ben temerario nel tuo giudizio, Emmanuele? disse Giulia. Quando mio padre, colla pistola alla mano, era sul punto di bruciarsi le cervella, se qualcuno avesse detto, come tu dicevi: quest’uomo ha meritata la sua pena, questo qualcuno non si sarebbe sbagliato?

— Sì, ma Dio non ha permesso che nostro padre soccombesse, come non ha permesso che Abramo sacrificasse suo figlio; al patriarca, come a noi, inviò un angelo che tagliò a mezza strada le ali alla morte.

Terminava appena di pronunziare queste parole, quando risuonò il campanello. Era il segnale dato dal portinaro che giungeva una visita. Quasi nel medesimo punto si aprì la porta del salotto, e comparve il conte di Monte-Cristo sulla soglia. Fu un doppio grido di gioia per parte dei due giovani sposi. Massimiliano rialzò la testa, e la lasciò tosto ricadere. — Massimiliano, disse il conte senza far sembiante di notare le diverse impressioni che la sua presenza aveva prodotte nei suoi ospiti; io vengo a cercarvi.

— A cercarmi? disse Morrel, come se fosse uscito da un sogno.

— Sì, disse Monte-Cristo, non è convenuto che vi avrei condotto meco, non vi ho prevenuto ieri di tenervi pronto?

— Eccomi, disse Massimiliano, era venuto a dir loro addio.

— E dove andate, sig. conte? domandò Giulia.

— Da prima a Marsiglia, signora.

— A Marsiglia! ripeterono insieme i due sposi.

— Sì, e vi prendo vostro fratello.

— Ah! disse Giulia, riconducetelo guarito.

Morrel voltò la faccia per nascondere il vivo rossore.

— Vi siete dunque accorti che non istava bene?

— Sì, rispose la giovane sposa, ed ho paura ch’egli si annoi a stare con noi. — Io lo distrarrò, riprese il conte.

— Son pronto, signore, disse Morrel, addio, miei buoni amici, addio Emmanuele, addio Giulia!

— Come! addio? gridò Giulia; voi partite così subito, senza preparativi, senza passaporti?

— Questi sono particolari che raddoppiano il dispiacere delle separazioni, disse Monte-Cristo, e Massimiliano, ne sono sicuro, avrà operato con cautela, questo è quanto io gli aveva raccomandato.

— Ho il mio passaporto, e la mia valigia è fatta, disse Morrel colla sua monotona tranquillità.

— Benissimo, disse Monte-Cristo sorridendo, si riconosce l’esattezza di un buon soldato.

— E ci lasciate in tal modo? disse Giulia, sul momento, voi non ci accordate neppur un giorno, neppure un’ora?

— La mia carrozza è alla porta, signora; è necessario che fra cinque giorni io sia a Roma.

— Ma Massimiliano non va a Roma? disse Emmanuele.

— Io vado ove piacerà al conte di condurmi, io appartengo a lui anche per un mese.

— Oh! mio Dio, in che modo lo dice, sig. conte!

— Massimiliano mi accompagna, disse il conte con la sua persuasiva affabilità, tranquillatevi adunque sul conto di vostro fratello.

— Addio sorella mia! ripetè Morrel; addio Emmanuele.

— Egli mi strazia il cuore con la sua non curanza, disse Giulia! oh! Massimiliano, tu ci nascondi qualche cosa.

— Bah! disse Monte-Cristo, lo vedrete ritornare gaio, allegro e contento. — Massimiliano lanciò a Monte-Cristo uno sguardo quasi sdegnoso, quasi irritato.

— Partiamo! disse il conte.

— Prima che partiate, sig. conte, disse Giulia, permetteteci di dirvi tutto ciò che l’altro giorno...

— Signora, rispose il conte prendendole le mani, tutto ciò che direste non varrà mai ciò che io leggo nei vostri occhi, ciò che il vostro cuore ha pensato, ciò che il mio ha sentito. Come i benefattori da romanzo, avrei dovuto partire senza rivedervi; ma questa virtù sarebbe stata al di sopra delle mie forze, perchè sono un uomo debole e vanitoso, perchè lo sguardo timido, ilare e tenero dei miei simili mi fa del bene. Ora io parto, e spingo l’egoismo fino a dirvi: non mi dimenticate, amici miei, poichè probabilmente non mi rivedrete più.

— Non vi rivedremo più! gridò Emmanuele, mentre che due grosse lagrime scorrevano sulle guance di Giulia, non vi rivedremo più! non siete dunque un uomo, siete un angiolo che ci lascia, risalite al cielo dopo essere comparso sulla terra per farvi del bene!

— Non parlate così, riprese vivamente Monte-Cristo, non dite mai tali cose, amici miei; gli angeli non fanno mai del male, essi sanno a qual punto debbano fermarsi: il caso, le occasioni, le combinazioni non sono mai più forti di loro. No, io sono un uomo, Emmanuele, e la vostra ammirazione è tanto ingiusta quanto sono profanazioni le vostre parole, — e strinse sulle labbra la mano di Giulia che si precipitò fra le sue braccia, mentre stendeva l’altra mano ad Emmanuele; indi, strappandosi da questa casa, dolce nido di cui la felicità era l’ospite, con un segno attirò dietro a sè Massimiliano, passivo, insensibile e costernato come era dal momento della morte di Valentina.

— Rendete la gioia a mio fratello! — disse Giulia all’orecchio di Monte-Cristo: questi le strinse la mano come l’aveva a lei stretta undici anni prima sulla scala che conduceva al gabinetto di Morrel. — Vi fidate sempre di Sindbad il Marinaro? le domandò egli sorridendo. — Oh! sì!

— Ebbene dunque! addormentatevi in pace e nella confidenza del Signore. — Come lo abbiam detto, la carrozza di posta aspettava, quattro vigorosi cavalli sollevavan le criniere, e battevano il pavimento con impazienza. Ai piè della scalinata, Alì aspettava col viso lucido pel sudore; sembrava giungere da lunga corsa. — Ebbene! gli domandò il conte in arabo, sei stato dal vecchio? — Alì fece segno di sì. — E gli hai aperta la lettera sotto gli occhi nel modo che ti aveva ordinato?

— Sì, fece ancora rispettosamente lo schiavo.

— E che cosa ha detto, o piuttosto che cosa ha fatto?

Alì si pose sotto la luce, in modo che il padrone potesse vederlo, ed imitando colla sua intelligenza la fisonomia del vecchio, chiuse gli occhi come faceva Noirtier quando voleva dire: sì. — Bene! egli accetta, disse Monte-Cristo, partiamo! — Non aveva appena lasciata sfuggire questa parola, che già la carrozza si mosse, ed i cavalli sollevarono dal pavimento un nembo di polvere misto a scintille. Massimiliano si accomodò nel suo angolo senza dire una parola. Passò una mezz’ora: la carrozza si fermò di repente; il conte aveva tirata la funicella di seta che corrispondeva al dito d’Alì. Il moro discese ed aprì lo sportello. La notte sfavillava di stelle. Erano all’alto della salita di Villejuif, sulla spianata di dove si vede Parigi, che, come un tetro mare, agita i suoi milioni di lumi che sembrano flutti fosforescenti, più numerosi, più appassionati, più mobili, più furiosi, più avidi di quelli dell’oceano irritato, flutti che non conoscono la calma del vasto mare, che si urtano sempre, che schiumeggiano sempre, che sempre inghiottiscono!.... Il conte restò solo, e dopo un segno della sua mano, la carrozza fece alcuni passi in avanti. Allora considerò lungamente, colle braccia incrociate, questa fornace ove vengono a fondersi, a torcersi tutte quelle idee che si slanciano dal golfo bollente per andare ad agitare il mondo; indi allorchè ebbe ben fermato il suo sguardo possente sopra questa babilonia:

— Gran città! mormorò egli inchinando la testa e giungendo le mani come se avesse pregato; sono meno di sei mesi che io ho oltrepassato le tue porte. Io credeva che lo spirito della Provvidenza mi vi avesse condotto, ora me ne riconduce trionfante; il segreto della mia speranza nelle tue mura io l’ho confidato soltanto a Dio, che solo ha potuto leggere nel mio cuore, egli solo conosce che mi ritiro senza odio, senza orgoglio, ma non senza dispiaceri: egli solo sa che io non ho fatto uso nè per me nè per vane cause del potere di cui mi ha fornito. O gran città! nel tuo seno palpitante io ritrovai ciò che cercava; minatore paziente, ho rimescolate le tue viscere per farne uscire il male; ora la mia opera è compita, quella che ho creduta la mia missione è terminata; ora tu non puoi più offrirmi nè gioie nè dolori, addio! Parigi! addio! — Il suo sguardo passeggiò ancora sulla vasta pianura, come quello di un genio notturno; indi passando la sua mano sulla sua fronte, risalì nella carrozza che si chiuse dietro di lui, e che disparve ben presto dall’altra parte della salita fra un turbine di polvere e di rumore.