CXII. — LA CASA DEI VIALI DI MEILLAN.
Essi fecero dieci leghe senza pronunziare una sola parola. Morrel meditava, Monte-Cristo lo guardava meditare.
— Morrel, gli disse il conte, vi sareste forse pentito di avermi seguito? — No, sig. conte; ma di lasciar Parigi...
— Se io avessi creduto che la vostra felicità vi aspettava a Parigi, Morrel, vi ci avrei lasciato.
— È a Parigi che Valentina riposa, ed il lasciare Parigi è un perderla una seconda volta.
— Massimiliano, disse il conte, gli amici che abbiam perduti non riposano nella terra, essi sono sepolti nel nostro cuore, e Dio volle così, perchè noi ne fossimo sempre accompagnati. Ho due amici che mi accompagnano sempre in tal modo, uno di questi mi ha dato la vita, l’altro mi ha dato l’intelligenza. Lo spirito d’entrambi è in me. Io li consulto nei dubbi, e, se faccio qualche cosa di bene, lo debbo ai loro consigli. Consultate la voce del vostro cuore, Morrel, e domandategli se dovete continuare a farvi cattivo viso. — Amico mio, disse Massimiliano, la voce del mio cuore è ben trista e non mi promette che infortunii.
— È proprio degli spiriti indeboliti il vedere tutte le cose attraverso un velo nero; è l’anima che forma a sè stessa i suoi orizzonti: la vostra anima è tetra, ed essa vi fa vedere un cielo tempestoso.
— Ciò può essere vero, disse Massimiliano. — E ricadde nelle sue astrazioni. Il viaggio si fece con quella meravigliosa rapidità ch’era una delle prerogative del conte: le città passarono come ombre sulla loro strada; gli alberi, scossi dal primo vento d’autunno, sembravano venir loro incontro come giganti scapigliati, che fuggissero rapidamente tosto che li avevano raggiunti. La dimane di buon mattino, giunsero a Châlons, ove li aspettava il battello a vapore del conte; senza perdere un minuto, la vettura fu trasportata a bordo, i due viaggiatori erano già imbarcati. Il battello era tagliato per la corsa, lo si sarebbe detto un pirogo indiano; le sue due ruote sembravano due ali, Morrel stesso provava quella specie d’inebriamento che produce la prestezza, e qualche volta il vento, che faceva ondeggiare i suoi capelli, sembrava atto per un momento ad allontanare le nubi della sua fronte. In quanto al conte, a seconda che si allontanava da Parigi, una serenità quasi sovrumana sembrava circondarlo come un’aureola; si sarebbe detto un esiliato che ritornava nella patria. Ben presto Marsiglia, bianca, tiepida e viva: Marsiglia, la sorella cadetta di Tiro e di Cartagine, lor succeduta nell’impero del Mediterraneo; Marsiglia, sempre più giovane a seconda che invecchia, comparve ai loro occhi. Era per entrambi un aspetto fecondo di rimembranze quella torre rotonda, quel forte san Nicola, e il Palazzo di Città di Puget, questo porto cogli scali di selce ove entrambi avevano scherzato da fanciulli. Così si fermarono entrambi di comune accordo sulla Cannebière.
Una nave partiva per Algieri, i colli, i passeggieri ammassati sul ponte, la folla dei parenti, degli amici, che dicevano addio, che gridavano, che piangevano, spettacolo sempre commovente, anche per quelli che assistono ogni giorno a questo spettacolo; questo movimento non potè distrarre Massimiliano, da un’idea che aveva afferrata, dal momento in cui aveva messo il piede sui larghi dadi dello scalo. — Osservate, diss’egli, stringendo il braccio di Monte-Cristo, ecco il luogo ove si fermò mio padre quando il Faraone entrò in porto; qui il bravo uomo, che voi salvaste dalla morte e dal disonore, si gettò fra le mie braccia; sento ancora l’impressione delle sue lagrime sul mio viso, ed egli non piangeva solo, molti piangevano nel vederci piangere. — Monte-Cristo sorrise: — Io era là, diss’egli mostrando a Morrel l’angolo di una strada. — Mentre diceva così, e nella direzione che indicava il conte, s’intese un gemito doloroso, e si vide una donna che faceva segni ad un passeggiero che stava sulla nave in partenza. Questa donna era velata; Monte-Cristo la seguì con gli occhi, con una emozione, che Morrel avrebbe facilmente notata, se all’opposto del conte, i suoi occhi non fossero stati fissi sul bastimento. — Oh! mio Dio! gridò Morrel, quel giovine che saluta col cappello, quel giovine in uniforme, con la contro spallina da sottotenente, è Alberto de Morcerf!
— Sì, disse Monte-Cristo, io lo aveva riconosciuto.
— In che modo? guardate dalla parte opposta.
Il conte sorrise, come faceva quando non voleva rispondere. I suoi occhi si riportarono sulla donna velata che disparve all’angolo della strada. Egli allora si rivolse:
— Amico caro, diss’egli a Massimiliano, non avete alcuna cosa da fare in questa città?
— Ho da piangere sulla tomba di mio padre.
— Sta bene, andate ed aspettatemi laggiù; vi raggiungerò, io pure ho una pietosa visita da fare.
Morrel lasciò cadere la sua mano in quella che gli tendeva il conte, indi, con un movimento di testa, di cui sarebbe impossibile esprimere la malinconia, lasciò il conte e si diresse verso l’est della città. Monte-Cristo, allontanatosi Massimiliano, restò nello stesso luogo fin che fu passato, indi s’incamminò verso i viali di Meillan, affine di ritrovare quella piccola casa, che il principio di questa nostra istoria avrà reso famigliare ai nostri lettori. Ella si eleva ancora all’ombra dei tigli che servono di passeggiata agli oziosi Marsigliesi, tappezzata di vasti festoni di vite che s’incrociano sulla pietra ingiallita dall’ardente sole del mezzogiorno in braccia annerite e disseccate per l’età. Due scalini di pietra consunti dallo stropicciamento dei piedi conducevano alla porta d’entrata, porta fatta di tre assi che ad onta delle riparazioni annuali non avevano conosciuto il mastice e la pittura, aspettando pazientemente che ritornasse l’umidità per riavvivarle. Questa casa tutta graziosa, ad onta della sua antichità, tutta allegra, ad onta della sua apparente miseria, era pur quella che abitava altra volta il padre di Dantès. Soltanto il vecchio abitava il soffitto, ed il conte aveva messa la casa tutta intera a disposizione di Mercedès. Là entrò la donna del lungo velo che Monte-Cristo aveva veduta allontanarsi dal naviglio in partenza; ella ne chiudeva la porta al momento stesso in cui egli compariva all’angolo della strada, di modo che egli la vide sparire quasi subito dopo che la rinvenne. Per lui gli scalini usati erano antiche conoscenze, sapeva meglio di alcun altro aprire quella vecchia porta, in cui un chiodo a larga testa serviva per sollevare il nottolino. Così egli senza bussare, senza prevenire, come un amico, come un ospite, entrò. In capo ad un corridore lastricato di selci, apriva, ricco di calore di sole e di luce, un piccolo giardino, quel medesimo in cui, al posto indicato, Mercedès aveva ritrovata la somma di cui la delicatezza del conte aveva fatto risalire il deposito a ventiquattro anni; dalla soglia della porta di strada si scoprivano i primi alberi di questo giardino. Giunto sulla soglia, Monte-Cristo intese un sospiro che rassomigliava ad un singulto: questo sospiro guidò il suo sguardo, e sotto un pergolato di gelsomini della Virginia, dalle foglie fitte e dai lunghi fiori color di porpora, scoperse Mercedès assisa, inchinata e piangente. Ella aveva rialzato il velo, e sola in faccia al cielo, col viso nascosto nelle mani, dava libero sfogo ai sospiri e ai singulti, così lungamente contenuti per la presenza di suo figlio.
Monte-Cristo fece qualche passo in avanti; la sabbia strideva sotto i suoi piedi. Mercedès rialzò la testa e mandò un grido di spavento vedendo un uomo davanti a lei.
— Signora, disse il conte, non è più in mio potere di apportarvi la felicità, ma vi offro la consolazione: degnatevi di accettarla come proveniente da un amico.
— Sono infatto molto disgraziata, son sola al mondo...! non aveva che mio figlio, ed egli mi ha lasciata.
— Ed ha fatto bene, signora, replicò il conte, e ciò è prova di un cuor nobile: egli ha capito che ogni uomo deve un tributo alla sua patria, gli uni col loro ingegno, gli altri colla loro industria; questi colle loro veglie, quelli col loro sangue. Restando con voi avrebbe consumata vicino a voi la sua vita divenuta inutile; non avrebbe potuto accostumarsi ai vostri dolori: sarebbe divenuto odioso a sè stesso per impotenza; diventerà grande e forte lottando contro la sua avversità ch’egli cangerà in fortuna. Lasciatelo ricostruire il vostro e l’avvenire d’entrambi, signora; io oso promettervi ch’egli si ritrova fra mani sicure.
— Oh! disse la povera donna scuotendo tristamente la testa, questa fortuna di cui parlate, e che dal fondo del mio cuore prego Dio che gli venga concessa, io non la godrò. Tante cose si sono infrante contro di me, ed intorno a me che mi sento vicina alla tomba. Voi avete fatto bene, sig. conte, di avvicinarmi al luogo ove sono stata felice. Nel luogo ove si è stati felici là si deve morire.
— Ahimè! disse Monte-Cristo, tutte le vostre parole, signora, cadono amare e brucianti sul mio cuore; tanto più amare e più brucianti che voi avete ragione di odiarmi; sono stato io la causa di tutti i vostri mali; perchè non mi compiangete voi invece di accusarmi! voi così mi renderete molto più disgraziato ancora.
— Io odiarvi, accusare voi, voi, Edmondo... odiare, accusare l’uomo che ha salvata la vita di mio figlio, poichè non era forse vostra fatale e sanguinosa intenzione quella di uccidere al sig. de Morcerf questo figlio di cui egli andava superbo? Oh! guardatemi, e vedrete se vi è in me l’apparenza di un rimprovero. — Il conte sollevò il suo sguardo e lo fermò su Mercedès, che per metà in piedi, stendeva le mani verso di lui. — Oh! guardatemi, continuò ella con un sentimento di profonda malinconia; in oggi si può sopportare tutto lo splendore dei miei occhi, non è più il tempo in cui io veniva a sorridere ad Edmondo Dantès, che mi aspettava lassù alla finestra di quella soffitta, che abitava il suo vecchio padre... da quel tempo sono scorsi molti giorni dolorosi, che hanno scavato come un abisso fra me e quel tempo. Io accusare voi, Edmondo, odiarvi, amico mio! no! è me che accuso e che odio! oh! miserabile che sono, gridò ella giungendo le mani ed alzando gli occhi al cielo, sono io stata punita...? io aveva la religione, l’innocenza, l’amore, questi tre beni che formano gli angeli, e, miserabile che sono stata, ho dubitato di Dio. — Monte-Cristo fece un passo verso di lei, e le stese silenziosamente la mano.
— No, diss’ella ritirando dolcemente la sua, no, amico mio, non mi toccate: mi avete risparmiata, e ciò non ostante io era la più colpevole di quanti avete colpito. Tutti gli altri hanno operato per odio, per cupidigia, per egoismo; ma io ho operato per viltà. Essi desideravano, io ho avuto paura. No, non mi stringete la mano, Edmondo; voi meditate qualche parola affettuosa, lo sento, non la dite, riserbatela per un’altra, non ne sono più degna. Guardate... (ella scoperse del tutto il suo viso) guardate, le disgrazie hanno fatto i miei capelli grigi; i miei occhi hanno versato tante lagrime, che essi sono accerchiati di vene violette; la mia fronte si riempie di rughe. Voi, al contrario, Edmondo, siete sempre giovine, sempre bello, sempre altiero, e perchè avete avuta la forza, e perchè vi siete confidato in Dio, e Dio vi ha sostenuto. Io, sono stata vile, l’ho rinnegato, e Dio mi ha abbandonata. — Mercedès si struggeva in lagrime; il cuore della donna si spezzava all’urto delle rimembranze. Monte-Cristo le baciò rispettosamente la mano; ma ella sentì che questo bacio era senza ardore, come quello che il conte avrebbe deposte sulla mano di marmo di una statua. — Vi sono, continuò ella, delle esistenze predestinate cui al primo fallo si spezza tutto il loro avvenire. Io vi credeva morto, avrei dovuto morire; poichè a che cosa mi ha servito il portare eternamente il vostro lutto nel mio cuore? a formare di una donna di 39 anni una donna di cinquant’anni, ecco tutto. A che ha servito che io sola fra tutti vi abbia riconosciuto? ho soltanto salvato mio figlio. Non doveva io egualmente salvare l’uomo, per quanto fosse colpevole, che aveva accettato per marito? però io l’ho lasciato morire; che dico, mio Dio! io ho contribuito alla sua morte, colla mia vile insensibilità, col mio disprezzo, non ricordandomi o non volendo ricordarmi che per me egli diventò spergiuro e traditore! A che serve finalmente che io abbia accompagnato mio figlio fin qui, se qui lo abbandono, se qui lo lascio partire, se qui lo getto su quella terra divoratrice dell’Affrica! Oh! io sono stata vile! ho rinnegato il mio amore, e, come i rinnegati, porto disgrazia a tutto ciò che mi circonda!
— No, Mercedès, disse Monte-Cristo, no; riprendete migliore opinione di voi stessa. No, voi siete una nobile e buona donna, mi avete disarmato col vostro dolore. Esaminate il passato, esaminate il presente, cercate d’indovinare l’avvenire; i più spaventosi infortunii, le più crudeli sofferenze, l’abbandono di tutti quelli che mi amavano, la persecuzione di coloro che non mi conoscevano, ecco la prima parte della mia vita; indi dopo la prigionia, la solitudine, la miseria; l’aria, la libertà, una fortuna così rumorosa, così fatidica, così smisurata, che, a meno di essere cieco, ho dovuto pensare che Iddio me la inviava con dei grandi disegni. Da quel momento questa fortuna mi è sembrata un sacerdozio, d’allora, non più un pensiero in me per questa vita di cui voi, povera donna, avete qualche volta assaporata la dolcezza; non più un’ora di calma; io mi sono sentito spinto come la nube di fuoco è spinta nel cielo per andare a bruciare le città maledette. Come questi avventurosi capitani che s’imbarcano per un viaggio pericoloso, che meditano una pericolosa spedizione, io preparava i viveri, caricava le armi, ammassava i mezzi di assalto e di difesa, abituando il corpo agli esercizii più violenti, lo spirito alle cose più faticose, imparando al braccio l’uccidere, assuefacendo gli occhi a veder uccidere, a veder soffrire, la bocca a sorridere agli spettacoli più terribili; di buono, di confidente, di smemorato che era, mi son fatto vendicativo, dissimulatore, cattivo, o piuttosto impassibile come la sorda e cieca fatalità. Allora mi sono slanciato nella via che mi era aperta, ho oltrepassato lo spazio, ho toccata la meta: infelici coloro che ho incontrati sulla mia strada!
— Basta! disse Mercedès, basta Edmondo! credete a quella che sola ha potuto riconoscervi, e sola pur anche ha saputo comprendervi? Ora, quella che se l’aveste incontrata sulla strada l’avreste infranta come un vetro, ha dovuto pur anche ammirarvi, Edmondo! Come vi è un abisso fra me ed il passato, vi è un abisso fra voi e gli altri uomini; e la mia più dolorosa tortura, ve lo dirò, è di fare dei confronti, perchè non vi è niente al mondo che vi valga, che vi rassomigli. Ora, ditemi addio, Edmondo, e separiamoci.
— Prima che io vi lasci, che desiderate voi, Mercedès?
— Non desidero che una cosa sola, che mio figlio sia felice.
— Pregate il Signore, che solo tiene l’esistenza degli uomini fra le sue mani, di allontanare da lui la morte, io m’incarico del resto.
— Grazie, Edmondo. — Ma voi, Mercedès?
— Io non ho bisogno di niente, vivo fra due tombe; l’una è quella di Edmondo Dantès, morto da lungo tempo; io l’amava! Questa parola non siede più bene sulle mie labbra, ma il mio cuore si risovviene ancora, e per niente al mondo vorrei perdere la memoria del cuore. L’altra è quella di un uomo stato ucciso da Edmondo Dantès: è mio debito di piangere il morto.
— Vostro figlio sarà felice, signora, ripetè il conte.
— Allora io pure sarò felice quanto potrò esserlo.
— Ma... infine... che farete? — Mercedès sorrise tristamente: — Dirvi che io vivrò in questo paese come la Mercedès di altra volta, vale a dire lavorando, non lo credereste; non sono più atta che a pregare, e non ho bisogno di lavorare; il piccolo tesoro sepolto da voi, si ritrovò al posto che avete indicato; si cercherà chi sono io, si domanderà che faccio, non si saprà come vivo, che importa? questo è un affare fra Dio, voi e me.
— Mercedès, disse il conte, non ve ne faccio un rimprovero, ma voi avete esagerato il sacrificio, abbandonando tutta la fortuna fatta dal sig. de Morcerf, la cui metà vi apparteneva di diritto per la vostra economia e vigilanza.
— Io vedo ciò che mi volete proporre; ma non posso accettare, mio figlio me lo proibirebbe.
— Per cui mi guarderei bene dal fare cosa alcuna per voi che non avesse l’approvazione di Alberto: saprò le sue intenzioni e mi vi sottometterò. Ma se egli accetta ciò che voglio fare, lo imiterete senza ripugnanza?
— Voi sapete, Edmondo, che non sono una creatura pensante; non ho altra determinazione, se non quella di non determinarmi a niente. Dio mi ha talmente scossa nelle sue tempeste, che ho perduta la volontà: sono fra le sue mani, come un passero fra gli artigli dell’aquila. Egli non vuole che io muoia, poichè vivo. Se egli mi manderà dei soccorsi, è segno che lo vorrà, ed io li prenderò.
— State all’erta, signora, disse Monte-Cristo, non è così che si adora Iddio! Dio vuole essere compreso, vuole che si conosca la sua possanza: egli è per questo che ci ha dato il libero arbitrio.
— Disgraziato! gridò Mercedès, non mi parlate così, lasciatemi l’illusione che non aveva il libero arbitrio, senza di che, che cosa mi resterebbe per salvarmi dalla disperazione? — Monte-Cristo impallidì leggermente ed abbassò la testa, oppresso dalla veemenza del dolore.
— Non volete dirmi, a rivederci? fece egli stendendole la mano.
— Al contrario, vi dirò a rivederci, replicò Mercedès, mostrandogli solennemente il cielo; questo è un provarvi che io spero ancora. — E dopo aver toccata la mano del conte colla sua mano tremante, Mercedès si slanciò nelle scale, e disparve dagli occhi del conte. Monte-Cristo allora uscì lentamente dalla casa e riprese la strada del porto.
Ma Mercedès non lo vide allontanarsi quantunque ella fosse alla finestra della piccola camera del padre di Dantès. I suoi occhi cercavano di lontano il bastimento che trasportava suo figlio verso il vasto mare. È però vero che la sua voce, come suo malgrado, mormorava sommessamente:
— Edmondo! Edmondo! Edmondo!