IC. — L’APPARIZIONE.
Come lo aveva detto il procurator del Re alla sig.ª Danglars, Valentina non era ancor rimessa. Spossata dalla fatica, ella era infatto obbligata a letto, e fu nella sua camera, e dalla bocca della sig.ª de Villefort, ch’ella seppe gli avvenimenti che abbiam raccontati, vale a dire, la fuga di Eugenia e l’arresto di Cavalcanti, o piuttosto di Benedetto, come portava contro di lui l’accusa d’assassinio. Ma Valentina era così debole, che questo racconto non le fece forse tutto quell’effetto che avrebbe prodotto su lei, quando fosse stata nel pieno possesso della sua salute. Infatto, non furono che vaghe idee, formule irrisolute, mischiate a strani pensieri, ed a fantasmi fuggitivi, quali sono quelli che nascono in un cervello malato, o che passano davanti agli occhi, ma ben presto si cancellano, per lasciar riprendere tutte le loro forze alle sensazioni personali.
Durante il giorno, Valentina era ancora mantenuta nella realtà dalla presenza di Noirtier, che si faceva portare nella camera di sua nipote, e si tratteneva là covando Valentina col suo sguardo paterno; indi, quando ritornava da Palazzo, era a sua volta il sig. de Villefort che passava una o due ore fra suo padre e sua figlia. Alle sei Villefort si ritirava nel suo gabinetto; alle otto veniva il sig. d’Avrigny che portava da sè stesso la pozione della notte, preparata per la giovanetta; indi Noirtier veniva trasportato nelle sue stanze. Allora un’infermiera scelta dal dottore, sostituiva tutti, ed essa stessa non si ritirava, che verso le dieci o le undici, quando Valentina si era addormentata. Nel discendere rimetteva le chiavi della camera di Valentina al sig. de Villefort stesso, di modo che non si poteva più entrare dalla malata, se non che traversando dall’appartamento della sig.ª de Villefort, e dalla camera del piccolo Edoardo. Morrel veniva tutte le mattine da Noirtier, per sentire le notizie di Valentina; ma Morrel, cosa straordinaria, sembrava di giorno in giorno meno inquieto. Prima di tutto perchè di giorno in giorno Valentina, quantunque in preda ad una esaltazione nervosa, stava meglio; indi Monte-Cristo non gli aveva detto, quando tutto perduto corse a lui, che se in due ore Valentina non era morta, era salva? Ora, Valentina viveva ancora, ed erano passati quattro giorni. Questa esaltazione nervosa, di cui abbiam parlato, perseguitava Valentina fino nel suo sonno, o piuttosto nello stato di sonnolenza che succedeva alla veglia: era allora che nel silenzio della notte e nella mezza oscurità che lasciava regnare il lume notturno posto sul caminetto, che bruciava nel suo inviluppo d’alabastro, essa vedeva passare quelle ombre che vanno a popolare la camera dei malati, e che scuotono la febbre dalle loro ali fremebonde. Allora le sembrava di vedere a volte Morrel che le stendeva le braccia, a volte degli esseri quasi stranieri alla sua vista ordinaria, come il conte di Monte-Cristo; non vi era fino ai mobili, che in questi momenti di delirio, non le sembrassero muoversi, ed errare: e ciò durava così fino alle due o alle tre dopo la mezza notte, momento in cui un sonno di piombo s’impadroniva della giovanetta, e la conduceva fino a giorno. La sera che seguiva quella mattina, in cui Valentina aveva appreso la fuga di Eugenia e l’arresto di Benedetto, ed in cui, dopo essersi immischiati un momento alle sensazioni della propria esistenza, questi avvenimenti cominciavano ad uscire a poco a poco dal suo pensiero, dopo la successiva realtà di Villefort, di d’Avrigny, e di Noirtier, mentre che suonavano le undici all’orologio di San Filippo di Roule, e che l’infermiera, dopo aver messa alla portata della mano della malata la bevanda preparata dal dottore, e chiusa la porta della camera, ascoltava fremendo, nella camera da lavoro ove era ritirata, i comentari dei domestici, ed arricchiva la sua memoria delle lugubri istorie, che da tre mesi spaventavano le serate dell’anticamera del procurator del Re, una scena inattesa accadeva in questa camera chiusa tanto accuratamente. Erano già dieci minuti circa che la infermiera si era ritirata. Valentina, in preda da un’ora a quella febbre che ritornava ogni notte, lasciava la testa, non più sottomessa alla sua volontà, continuare quel lavorio attivo monotono ed implacabile del cervello che si affatica a riprodurre incessantemente gli stessi pensieri o a generare le stesse immagini. Dal lucignolo del lume notturno si slanciavano mille e mille raggi tutti abbelliti di strane significazioni, quando d’un subito al suo riflesso tremulo, Valentina credè vedere la scansia dei suoi libri, posta di fianco al caminetto in uno scavo del muro, aprirsi lentamente, senza che i cardini sui quali essa sembrava raggirarsi producessero il minimo rumore. In altri tempi Valentina avrebbe afferrato il campanello, e ne avrebbe tirato il cordone per chiamare soccorso: ma niente la meravigliava più nella situazione in cui si ritrovava. Ella aveva la coscienza che tutte queste visioni che la circondavano erano le figlie del suo delirio, e questa convinzione le era venuta da ciò, che la mattina non era mai rimasta alcuna traccia di tutti quei fantasmi della notte che sparivano col giorno.
Dietro la porta comparve una figura umana. Valentina si era, mercè la sua febbre, troppo familiarizzata con questa specie di apparizione per spaventarsi; ella aperse soltanto due grand’occhi sperando di riconoscere Morrel.
La figura continuò ad avanzarsi verso il letto, indi si fermò, e parve ascoltare con profonda attenzione.
In questo momento un riflesso del lume andò sul viso del notturno visitatore. — Non è lui, mormorò ella.
Ed aspettò convinta di sognare, che questo uomo, come accade nei sogni, sparisse, o si cambiasse in qualche altra persona. Si toccò soltanto il polso, e sentendolo battere violentemente, si ricordò che il miglior mezzo di fare sparire queste importune visioni, era quello di bere; la freschezza della bevanda, composta d’altra parte nello scopo di calmare le agitazioni di cui Valentina si era lamentata col dottore, che facendole diminuire la febbre, le arrecava un rinnovamento di sensazione del cervello; quando ella aveva bevuto per un momento si sentiva meglio.
Valentina stese dunque la mano a fine di prendere il bicchiere dal piatto di cristallo su cui posava, ma mentre che ella allungava fuori del letto il braccio tremante, l’apparizione fece ancora due passi più sollecitamente degli altri e giunse così vicina alla giovanetta, che ella ne intese il soffio, e credè sentire la pressione della sua mano.
Questa volta l’illusione o piuttosto la realtà sorpassava tutto ciò che Valentina aveva provato fino allora; ella si cominciò a credere realmente viva e sveglia; ebbe la coscienza che godeva di tutta la sua ragione, e fremette.
La pressione che aveva risentita Valentina, aveva per iscopo di fermarle il braccio. Valentina lo ritirò lentamente a sè. Allora questa figura, da cui non poteva staccare lo sguardo, e che sembrava piuttosto protettrice che minacciante, prese il bicchiere, e si avvicinò al lume e guardò la bevanda, come se avesse voluto giudicarne la trasparenza e la limpidezza. Ma questa prima prova non bastò a quest’uomo, o piuttosto a questo fantasma, poichè camminava così dolcemente, che il tappeto soffocava il rumore dei suoi passi; quest’uomo prese dal bicchiere un cucchiaio di bevanda e l’inghiottì. Valentina guardava ciò che accadeva davanti ai suoi occhi con un profondo sentimento di stupore. Ella credeva bene che tutto ciò era vicino a sparire per dar posto ad un altro quadro; ma l’uomo, invece di svanire come un’ombra, si riavvicinò a lei, e stendendo il bicchiere a Valentina, e con una voce piena di emozione: — Ora, diss’egli, bevete!... — Valentina rabbrividì. Questa era la prima volta che una delle sue visioni le parlava con quel suono vivente; aprì la bocca per mandare un grido. L’uomo posò un dito sulle labbra.
— Il sig. di Monte-Cristo! mormorò ella. — Allo spavento che si dipinse negli occhi della giovanetta, al tremito delle sue mani, al gesto rapido che fece per nascondersi sotto le lenzuola, si poteva conoscere l’ultima lotta del dubbio contro la convinzione; ciò nonostante la presenza di Monte-Cristo nella sua camera in simile ora, la sua entrata misteriosa, fantastica, inesplicabile da un muro, sembravano una impossibilità alla sconvolta ragione di Valentina.
— Non chiamate, non vi spaventate, disse il conte, non abbiate neppure in fondo al cuore l’ombra di un sospetto, di una inquietudine; l’uomo che vedete innanzi a voi (perchè infatto questa volta avete ragione, Valentina, e questa non è un’illusione), l’uomo che vedete innanzi a voi è il più tenero padre, il più rispettoso amico che possiate figurarvi. — Valentina non trovò niente da rispondere; aveva una paura così grande di questa voce, che le rivelava la reale presenza di colui che parlava, che temeva di associarvi la sua, ma il suo sguardo spaventato voleva dire: se le vostre intenzioni son pure, perchè siete qui?
Colla sua meravigliosa sagacità il conte capì tutto ciò che accadeva nel cuore della giovinetta.
— Ascoltatemi, disse egli, o piuttosto guardatemi, vedete i miei occhi arrossiti e il mio viso più pallido ancora dell’ordinario? questo è perchè da quattro notti non ho più chiuso l’occhio un minuto; da quattro notti veglio su voi, vi proteggo, vi conservo al nostro amico Massimiliano.
Un’onda di sangue montò rapidamente alle guance dell’ammalata; poichè il nome che avea pronunziato il conte le toglieva il residuo di diffidenza che le aveva inspirato.
— Massimiliano!... ripetè Valentina, tanto questo nome le sembrava dolce a pronunziare; Massimiliano! egli dunque vi ha confessato tutto?
— Tutto: mi ha detto che la vostra vita era la sua, ed io gli ho promesso che vivreste.
— Voi gli avete promesso che io vivrei? — Sì.
— Infatto, signore, avete parlato di vigilanza e di protezione. Siete dunque medico?
— Sì, ed il migliore che il cielo possa ora mandarvi, credetemi.
— Voi dite che vegliate? e dove? non vi ho veduto.
Il conte stese la mano nella direzione della scansia:
— Io era nascosto dietro a quella porta, disse egli; questa porta mette in una casa vicina che ho presa in fitto.
Valentina per un momento di pudico orgoglio, voltò gli occhi e con un sovrano terrore: — Signore, diss’ella, ciò che voi avete fatto è una demenza senza esempio, e questa protezione che mi avete accordata assomiglia molto ad un insulto.
— Valentina, diss’egli, durante questa lunga veglia, ecco le sole cose che ho vedute: quali persone venivano da voi, quali alimenti vi preparavano, quali bevande vi servivano, poi quando queste bevande mi sembravano pericolose, come ho fatto ora, vuotava il vostro bicchiere e sostituiva al vostro veleno una bevanda benefattrice, che invece della morte che vi era stata preparata, facesse circolare la vita nelle vostre vene.
— Il veleno! la morte! gridò Valentina, credendosi nuovamente sotto l’impero di qualche febbrile allucinazione; che dite dunque, signore?
— Zitta! figlia mia, disse Monte-Cristo portando nuovamente il dito alle labbra; ho detto il veleno, ho detto la morte, ciò ripeto, la morte; ma prima bevete questo.
Il conte cavò dalla saccoccia una boccettina contenente un liquore rosso del quale versò alcune goccie nel bicchiere; — E quando avrete bevuto non pigliate più niente in tutta la notte. — Valentina allungò la mano; ma appena ebbe toccato il bicchiere la ritirò con ispavento. — Monte-Cristo prese il bicchiere, ne bevè la metà, e lo presentò a Valentina che trangugiò sorridendo il restante del liquore che conteneva, — Oh! sì, diss’ella, riconosco il gusto delle mie bevande notturne, e quest’acqua che apportava un poco di freddo al mio petto, un poco di calma al mio cervello. Grazie, signore, grazie.
— Ecco in che modo avete vissuto da quattro notti, Valentina, disse il conte; ma in che modo viveva io? Oh! quali ore crudeli mi avete fatto passare! Oh! quali terribili torture non ho sofferto, quando vedeva versare nel vostro bicchiere il veleno mortale, quanto tremava che aveste il tempo di beverlo, prima che io avessi quello di spanderlo nel caminetto!
— Voi dite, signore, riprese Valentina al colmo del terrore, che avete sofferto mille torture, vedendo versare nel mio bicchiere un veleno mortale? Ma se avete veduto versare il veleno nel mio bicchiere, avrete pur veduto la persona che lo versava?
— Sì. — Valentina si sollevò a sedere riportando sul suo petto più pallido della neve, la battista ricamata ancor molle dal sudore freddo del delirio al quale cominciava ad associarsi il sudore più ghiacciante ancora del terrore:
— Voi l’avete veduta? ripetè la giovanetta.
— Sì, disse una seconda volta il conte.
— Ciò che mi dite è terribile, signore, ciò che mi volete far credere ha qualche cosa di infernale. Che! nella casa di mio padre! nella mia camera! sul mio letto di patimento si continua ad assassinarmi? Oh! ritrattatevi, signore, voi tentate la mia coscienza, voi bestemmiate la divina bontà; è impossibile, ciò non può essere.
— Siete voi dunque la prima che questa mano colpisce, Valentina? non avete veduto cadere intorno a voi il sig. de Saint-Méran, Barrois? non avreste veduto cadere il sig. Noirtier, se la cura che egli fa da tre anni non lo avesse protetto, combattendo il veleno coll’abitudine del veleno?
— Oh! mio Dio! fu dunque per questo, disse Valentina, che da circa un mese il mio buon nonno esige che io prenda una parte della sua pozione?
— E queste pozioni, disse Monte-Cristo, hanno un gusto amaro come quello della scorza d’arancio mezza secca.
— Sì, mio Dio! sì!
— Oh! ciò mi spiega tutto, disse Monte-Cristo; egli sa che qui si avvelena, e forse chi avvelena. Egli ha premunito voi, sua figlia prediletta, contro la sostanza mortale, e la sostanza mortale è venuta a spezzarsi contro questo principio di abitudine; ecco in qual modo vivete ancora: cosa che non sapeva spiegare, dopo che eravate stata avvelenata con una sostanza che non la perdona.
— Ma chi è dunque l’assassino, l’uccisore?
— Io prima vi domanderò: non avete mai veduto entrare nessuno nella notte in questa vostra camera?
— Può darsi. Spesso ho creduto veder passar delle ombre, che si avvicinavano, si allontanavano, e sparivano.
— Per cui non conoscete chi attenta alla vostra vita?
— No; e perchè vi può essere qualcuno che desideri la mia morte? — Lo conoscerete in breve, disse Monte-Cristo tendendo le orecchie. — E in che modo? disse Valentina, guardando con terrore intorno a sè.
— Perchè questa sera, non avete più nè febbre nè delirio, perchè questa sera siete ben svegliata, perchè ora suona la mezzanotte, e questa è l’ora degli assassini.
— Mio Dio! mio Dio! disse Valentina asciugandosi con la mano il sudore che le stillava dalla fronte.
Infatto mezzanotte suonava lentamente e tristemente; si sarebbe detto che ciascun colpo del martello di bronzo ripercuoteva sul cuore della giovanetta! — Valentina, continuò il conte, richiamate tutte le forze in vostro soccorso, comprimete il vostro cuore nel petto, chiudete la vostra voce nella gola, fingete di dormire, e vedrete, vedrete...
Valentina afferrò la mano del conte: — Mi sembra di sentir del rumore, ritiratevi.
— Addio, o piuttosto a rivederci, rispose il conte; — indi con un sorriso così tristo e così paterno, che la giovanetta ne fu penetrata da riconoscenza, raggiunse sulla punta dei piedi la porta dietro la scansia. Ma fermandosi prima di richiuderla dietro a sè: — Non un gesto, diss’egli, non una parola; che vi si creda addormita, senza di che, forse sareste uccisa prima che avessi il tempo d’accorrere.
E dopo questa spaventosa ingiunzione, il conte disparve dietro la scansia, che si richiuse sollecitamente dopo il suo passaggio.