XCVIII. — LA LEGGE.

Si è veduto con quale tranquillità madamigella Danglars e madamigella d’Armilly avevano potuto compiere la loro trasformazione, e la loro fuga: era perchè ciascuno si occupava dei proprii affari, in modo da non potersi incaricar di quelli degli altri. Lasceremo il banchiere col sudore alla fronte, porre in fila, dirimpetto al fantasma del fallimento, le enormi colonne del suo passivo, e seguiremo la baronessa che, dopo essere rimasta un momento schiacciata sotto la violenza del colpo che l’aveva atterrata, era andata a ritrovare il suo consigliere ordinario, il sig. Luciano Debray. Egli è che infatto la baronessa calcolava su questo matrimonio, per abbandonare finalmente la tutela che, con una figlia dell’indole di Eugenia, non cessava di essere molto penosa; egli è che in questa specie di contratti taciti che mantengono i legami di gerarchia in una famiglia, la madre non è realmente padrona di sua figlia, se non che a condizione di essere continuamente per essa un esempio di saggezza e un tipo di perfezione. Ora la sig.ª Danglars temeva la perspicacia di Eugenia, ed i consigli di madamigella d’Armilly; ella aveva sorpresi alcuni sguardi sdegnosi, lanciati da sua figlia a Debray, sguardi che sembravano significare che sua figlia conosceva tutto il mistero delle sue relazioni galanti e pecuniarie col segretario intimo, mentre che una interpretazione più sagace e più approfondita, avrebbe al contrario dimostrato alla baronessa, che Eugenia detestava Debray, non già perchè egli era nella casa paterna una pietra d’inciampo e di scandalo, ma perchè ella lo riguardava nella categoria di quei bipedi che Platone cercava di non chiamare più uomini, e che Diogene designava per parafrasi animali a due piedi e senza penne.

La sig.ª Danglars, nel suo modo di vedere, (e disgraziatamente a questo mondo tutti hanno il loro modo di vedere a sè proprio, che impedisce di vedere il modo con cui vedono gli altri) era dunque infinitamente dolente che fosse andato a monte anche questo matrimonio di Eugenia, non perchè esso fosse conveniente, bene accoppiato, e dovesse formare la felicità di sua figlia, ma perchè le rendeva tutta la sua libertà. Ella corse adunque, come lo abbiam detto, da Debray, che dopo avere, come tutta Parigi, assistito alla serata del contratto ed allo scandalo che ne era stata la conseguenza, si era affrettato di ritirarsi al suo club, ove con alcuni amici parlava dell’avvenimento che formava in quell’ora la conversazione di tre quarti di questa città eminentemente pettegola, che si chiama la capitale del mondo. Al momento in cui la sig.ª Danglars, vestita con un abito nero, e nascosta sotto un lungo velo, saliva la scala che conduceva all’appartamento di Debray, ad onta della certezza che le aveva data il portinaro che il giovine non era ancora rientrato, Debray si occupava a respingere le argomentazioni di un amico che tentava di provargli, che dopo il terribile scandalo che aveva avuto luogo, era suo dovere come amico di casa di sposare madamigella Eugenia Danglars e i suoi due milioni. Debray si difendeva come un uomo che non chiede che di esser vinto; poichè spesso questa idea si era presentata da sè stessa al suo spirito; ma siccome conosceva Eugenia, e la sua indole indipendente ed altiera, assumeva a quando a quando un’attitudine completamente difensiva, dicendo che questa unione era impossibile, lasciandosi tutta volta sordamente stuzzicare dalle idee cattive, che al dire di tutti i moralisti, preoccupano incessantemente l’uomo più probo e più puro, vegliando al fondo della sua anima.

Il thè, il giuoco, la conversazione importante, come si crederà, poichè vi si discutevano affari così gravi, durarono fino ad un’ora del mattino. Durante questo tempo, la sig.ª Danglars, introdotta dal cameriere di Luciano, aspettava velata e palpitante, nel piccolo salotto verde, fra due cestelle di fiori che ella stessa aveva inviate la mattina, e che Debray, bisogna dirlo, aveva egli stesso accomodate, distribuite, montate, con una cura, che fece perdonare la sua assenza alla povera donna. Alle undici e 40 minuti, la signora Danglars, stanca di attendere inutilmente, risalì in carrozza e si fece ricondurre a casa sua. Le donne di una certa condizione hanno questo di comune con le crestaie di buona avventura, che queste non ritornano ordinariamente mai dopo la mezza notte. La baronessa rientrò nel palazzo con tanta cautela, quanta ne aveva impiegata Eugenia nell’uscirne; ella salì leggermente, col cuore stretto, la scala del suo appartamento, contiguo, come si sa, a quello di Eugenia; temeva tanto di provocare qualche movimento, perchè credeva così fermamente, povera donna, rispettabile almeno in questo punto, all’innocenza di sua figlia, ed alla fedeltà del focolare paterno! Rientrata nelle sue stanze, ascoltò alla porta di Eugenia, indi, non sentendo alcun rumore, tentò di entrare; ma era stato messo il catenaccio. La sig.ª Danglars credè che Eugenia, stanca dalle forti emozioni della serata, si fosse messa in letto e che dormisse. Ella chiamò la cameriera, e la interrogò.

— Madamigella Eugenia, rispose la cameriera, è rientrata nel suo appartamento con madamigella d’Armilly, indi hanno preso il thè insieme, dopo di che mi hanno congedata dicendo che non avevano più bisogno di me. — Da questo momento la cameriera si era ritirata nella sua camera, e credeva, come tutti gli altri di casa, che le due giovanette fossero nel loro appartamento.

La sig.ª Danglars dunque andò a letto senza l’ombra di un sospetto; ma tranquilla sugl’individui, il suo spirito si portò sugli avvenimenti. A seconda che le idee si rischiaravamo nella sua testa, ingrandivano le proporzioni della scena del contratto: non era più uno scandalo, ma un fracasso, non era più un’onta, ma un’ignominia. Suo malgrado allora, la baronessa si ricordò che ella era stata senza pietà per la povera Mercedès, colpita non ha guari nel suo sposo e nel suo figlio di una sventura così grande. — Eugenia, diceva a se stessa, è perduta, e noi egualmente. L’affare tal quale sarà rappresentato, ci ricopre d’obbrobrio; poichè, in una società come la nostra, certe ridicolezze sono piaghe vive, sanguinose ed incurabili. Quale felicità, mormorava ella, che Dio abbia dato ad Eugenia un’indole così stravagante che mi ha fatto più di una volta tremare!

Ed il suo sguardo riconoscente si alzava verso il cielo dove la misteriosa provvidenza dispone tutto in antecedenza, a seconda degli avvenimenti che devono accadere; e da un difetto, e qualche volta anche da un vizio, ne fa una contentezza: indi il suo pensiero oltrepassò lo spazio, come fa stendendo le ali l’uccello da un abisso, e si fermò su Cavalcanti.

Questo Andrea era un miserabile, un ladro, un assassino; e ciò nonostante possedeva dei modi che indicavano una mezza educazione, quasi compita; questo Andrea si era presentato nella società coll’apparenza di una gran fortuna, e coll’appoggio di nomi onorevoli. Come veder chiaro in questo dedalo? a chi indirizzarsi per uscire da questa crudele posizione? Debray, al quale ella aveva ricorso col primo slancio della donna che cerca un soccorso nell’uomo che ama, e che qualche volta la perde, Debray non poteva darle che un consiglio: era qualche altro più possente di lui al quale doveva indirizzarsi. La baronessa pensò allora al sig. de Villefort. Egli aveva voluto fare arrestare Cavalcanti; senza pietà, aveva portata la confusione in mezzo alla sua famiglia come se fosse stata una famiglia estranea.

Ma no; riflettendovi; non era un uomo senza pietà il procuratore del Re; era un magistrato schiavo dei suoi doveri, un amico leale e coraggioso, che brutalmente sì, ma con mano sicura, aveva vibrato il colpo di scalpello nella corruzione; non era un boia, era un chirurgo che aveva voluto isolare agli occhi di tutto il mondo l’onore della famiglia Danglars, dalla ignominia di questo giovine perduto che essi presentavano alla società come il loro genero.

Dal momento che il sig. de Villefort, amico della famiglia Danglars, operava in tal modo, non vi era più da supporre che il banchiere avesse saputo nulla di più o avesse preso alcuna parte alle mene d’Andrea. La condotta di de Villefort, riflettendovi bene, compariva dunque alla baronessa sotto un aspetto, che si spiegava a loro comune vantaggio.

Ma la inflessibilità del procuratore del Re doveva fermarsi a questo punto; ella sarebbe andata a trovarlo la dimane, ed avrebbe da lui ottenuto, se non che mancasse ai suoi doveri di magistrato, almeno che lasciasse andar le cose con tutta la pienezza della sua indulgenza.

La baronessa invocherebbe il passato, supplicherebbe in nome del tempo colpevole, ma felice; il sig. de Villefort assopirebbe l’affare, o almeno lascerebbe (e per giungere a questo non avrebbe che voltar gli occhi da un’altra parte) fuggire Cavalcanti, e non continuerebbe il processo che sotto l’ombra del reo che si dice in contumacia. Allora soltanto ella si addormì più tranquilla.

La dimane alle nove, ella si alzò, e senza chiamare la cameriera, senza dar segno d’esistenza a chi che sia, si abbigliò, e, vestita colla stessa semplicità della sera innanzi, discese la scala, uscì dal palazzo, camminò fino alla strada di Provenza, salì in una carrozza da nolo, e si fece condurre alla casa del sig. de Villefort. Da un mese questa casa maledetta presentava l’aspetto lugubre di un lazzaretto in cui si fosse dichiarato la peste: una parte degli appartamenti erano chiusi all’interno ed all’esterno. Le persiane chiuse non si aprivano che per momenti, onde dare un poco l’aria. Si vedeva allora comparire a queste finestre la testa spaventata di un lacchè, indi la finestra si rinchiudeva come la lapide di una tomba ricade sur una sepoltura, ed i vicini si dicevano a bassa voce: forse che siamo per vedere un’altra bara uscire dalla casa del sig. procuratore del Re?

La signora Danglars fu presa da un tremito all’aspetto di questa casa desolata; ella discese di carrozza, e colle ginocchia tremanti, si accostò a quella porta chiusa e suonò. Non fu che dopo la terza volta ch’ella ebbe fatto risuonare il campanello, che col suo lugubre tintinnio sembrava partecipare alla tristezza generale, che un portinaro comparve ad uno sportello della porta, grande appena abbastanza per lasciare passare le sue parole. Egli vide una donna, una donna di distinzione, una donna vestita elegantemente, e ciò non ostante la porta continuò a restare sempre chiusa. — Ma, aprite dunque! disse la baronessa.

— Prima di tutto, signora, chi siete? domandò il portinaro.

— Chi sono io? ma voi mi conoscete.

— Noi non conosciamo più nessuno, signora.

— Ma siete pazzo, amico mio, gridò la baronessa.

— Da parte di chi venite? — Oh questo è forte!

— Signora, scusatemi ma questo è l’ordine: il vostro nome?

— La baronessa Danglars, mi avrete veduta venti volte.

— È possibile, signora. Ora chi volete?

— Oh! quanto siete strambo! ed io mi lagnerò col sig. de Villefort della impertinenza della sua servitù.

— Signora, questa non è impertinenza, ma cautela; nessuno entra più qui senza una parola d’ordine del sig. dottor d’Avrigny, o senza aver parlato al sig. procuratore del Re.

— Ebbene, è precisamente a lui che debbo parlare.

— Per affare di premura?

— Dovete bene accorgervene, dappoichè non sono ancora risalita in carrozza. Ma finiamola: ecco il mio biglietto di visita, portatelo al vostro padrone.

— La signora aspetterà il mio ritorno? — Sì, andate.

Il portinaro richiuse lo sportello lasciando la baronessa sulla strada. La baronessa, è vero, non aspettò lungamente; un momento dopo la porta si aprì in una larghezza sufficiente da dar passaggio alla sig.ª Danglars: ella passò, e la porta si richiuse subito dopo dietro a lei. Arrivati nel cortile, il portinaro senza perdere un momento di vista la porta, cavò un fischietto e fischiò. Il cameriere del sig. de Villefort comparve sulla scala. — La signora scuserà questo brav’uomo, diss’egli venendo incontro alla baronessa, ma i suoi ordini sono precisi: il sig. de Villefort mi ha incaricato di dire alla signora, che egli non poteva fare altrimenti.

Nel cortile vi era un fornitore, introdotto con le stesse cautele, di cui si esaminavano le mercanzie.

La baronessa salì la scala: e le causava una grandissima impressione quella tristezza, che dilatava, per così dire, il circolo della sua, e, sempre guidata dal cameriere, fu introdotta nel gabinetto del magistrato, senza che la sua guida l’avesse un momento perduta di vista.

Per quanto la sig.ª Danglars fosse preoccupata dal motivo che la guidava in quel luogo, il ricevimento che le era stato fatto da tutto quel servitorame le era sembrato così indegno, ch’ella cominciò dal lamentarsene. Ma Villefort sollevò la testa appesantita dal dolore, e la guardò con un sorriso così triste, che le lagnanze le si spensero sulle labbra.

— Scusate i miei servitori per un terrore di cui non posso lor fare un delitto; caduti in sospetto, sono divenuti sospettosi. — La sig.ª Danglars aveva spesse volte sentito a parlare in società di quel terrore che accusava Villefort, ma ella non avrebbe mai potuto credere, se non lo avesse sperimentato coi proprii occhi, che questo sentimento avesse potuto essere portato ad un tal punto. — Voi pure, diss’ella, siete dunque infelice!

— Sì, signora, rispose il magistrato. — Voi dunque allora mi compiangerete? — Sinceramente, signora.

— Capirete ciò che mi conduce a voi? — Voi venite per parlarmi di quanto vi accade, non è vero? — Sì, signore, una terribile disgrazia. — Vale a dire una sventura.

— Una sventura! gridò la baronessa.

— Ahimè! signora, rispose il procuratore del re colla sua calma imperturbabile, son giunto a non chiamare disgrazia che le cose irreparabili.

— Signore, credete voi che si dimenticherà?

— Tutto si dimentica, signora, disse Villefort; il matrimonio di vostra figlia si farà domani, se non si fa oggi; fra otto giorni, se non si fa domani, e non credo che sia vostra idea desiderare il fidanzato di madamigella Eugenia.

La sig.ª Danglars guardò Villefort stupefatta di vedergli questa tranquillità quasi scherzosa: — Sono io venuta qui da un amico? domandò ella con tuono pieno di dolorosa dignità.

— Voi sapete che sì, signora, rispose Villefort, le cui guance si copersero, nel fare questa assicurazione, di un leggero rossore. — In fatto questa assicurazione faceva allusione ad avvenimenti diversi da quelli che occupavano in questo momento la baronessa e lui: — Ebbene! allora, disse la baronessa, siate più affettuoso, mio caro Villefort, portatevi da amico, e non da magistrato, e quando io mi ritrovo profondamente infelice, non mi dite d’essere gaia.

Villefort s’inchinò. — Quando sento a parlare di disgrazie, signora, diss’egli, ho preso da tre mesi la dolorosa abitudine di pensare alle mie, ed ancora nel mio spirito si fa, mio malgrado, questa egoistica operazione di parallelo. Ecco perchè, in faccia alle mie disgrazie, le vostre mi sembrano disavventure; ecco perchè, vicino alla mia funesta posizione, la vostra mi sembra una posizione da invidiarsi; ma ciò vi dispiace, lasciamolo. Voi dicevate, signora...

— Io veniva per sapere, a che ne è l’affare di questo impostore?

— Impostore! replicò Villefort; davvero, signora, voi avete stabilito di esagerare sul conto vostro alcune cose, e di attenuarne altre; impostore; il sig. Andrea Cavalcanti, o piuttosto il sig. Benedetto, vi sbagliate, signora, il sig. Benedetto è bello e bene un assassino.

— Signore, non nego l’aggiustatezza della vostra rettificazione, ma più vi armerete severamente contro questo disgraziato, più colpirete la nostra famiglia. Vediamo, dimenticatelo per un momento; invece di perseguitarlo, lasciatelo fuggire.

— Voi venite troppo tardi, gli ordini sono stati già dati.

— Ebbene! se si arresta... Credete che verrà arrestato?

— Io lo spero.

— Se si arresta, (ascoltate, sento sempre dire che le prigioni rigurgitano) ebbene, lasciatelo in prigione.

Il procuratore del Re fece un movimento negativo.

— Almeno fino a che mia figlia si sia maritata!

— Impossibile, signora, la giustizia ha le sue formalità.

— Anche per me? disse la baronessa metà ridente e metà seria. — Villefort la guardò con uno sguardo con cui esplorava il pensiero. — Sì, io so quel che volete dire, riprese egli; voi fate allusione a quei rumori sparsi nella società, che tutti questi morti che da tre mesi mi vestono a lutto, che questa morte alla quale è sfuggita Valentina quasi per miracolo, non sien naturali?

— Io non pensava a ciò, disse vivamente la sig.ª Danglars.

— Se vi pensavate, era giusto, perchè non potete far a meno di pensarvi, e di dire a voi stessa sotto voce: — Tu che perseguiti il delitto, rispondi, come va dunque che intorno a te vi sono dei delitti che restano impuniti?

La baronessa impallidì.

— Voi vi dicevate così, non è vero, signora?

— Ebbene! lo confesso.

— Io vi risponderò.

Villefort avvicinò la sua sedia al seggio della sig.ª Danglars; indi appoggiando le due mani sullo scrittoio, e prendendo una intonazione più sorda del consueto:

— Vi sono dei delitti che restano impuniti, diss’egli, perchè non si conoscono i rei, e si teme di colpire una testa innocente invece della colpevole. Ma quando questi colpevoli saranno conosciuti, chiunque essi siano, lo giuro, morranno. Ora, dopo il giuramento che ho fatto, e che manterrò, signora, avrete il coraggio di chiedermi grazia per quel miserabile?

— Eh! signore, riprese la baronessa, siete sicuro ch’egli sia tanto colpevole quanto si dice?

— Ascoltate, ecco la sua filza: Benedetto, condannato da prima a cinque anni di galera per falsario, nell’età di sedici anni; il giovine prometteva bene, come vedete; indi evaso, poi assassino.

— E chi è questo disgraziato?

— E chi lo sa! un vagabondo, un Corso.

— Non è stato dunque reclamato da nessuno?

— Da nessuno, non si conoscono i suoi parenti.

— Ma quell’uomo ch’era venuto da Lucca?

— Un altro barattiere come lui, forse il suo complice.

La baronessa congiunse le mani: — Villefort! diss’ella con la sua più dolce ed accarezzante intenzione.

— Per bacco! signora, rispose il procurator del Re, con una fermezza che non era esente da secchezza. Non mi domandate dunque mai grazia per un delinquente! Chi sono io? la legge. Forse che la legge ha occhi per vedere la vostra tristezza? forse che la legge ha orecchi per sentire la dolce vostra voce? forse che la legge ha una memoria per fare l’applicazione dei vostri delicati pensieri? No, signora no, la legge ordina, e quando la legge ordina, colpisce! mi direte che sono un essere vivente, e non un codice, un uomo, e non un volume; guardatemi, signora, guardate intorno a me; gli uomini, mi hanno essi trattato come un fratello? mi hanno amato? hanno avuto dei riguardi per me? mi hanno risparmiato? qualcuno ha domandato grazia pel sig. de Villefort, e questo qualcuno ha ottenuta la grazia del sig. de Villefort? No! no! no! percosso, sempre percosso! Voi persistete, donna, o piuttosto sirena che siete, a guardarmi con quell’occhio attraente ed espressivo che mi ricorda che io debbo arrossire. Ebbene! sia, sì, arrossirò di ciò che sapete, e forse forse di altre cose! Ma finalmente, dopo che ho mancato a me stesso, e forse più fortemente degli altri, ebbene! da quel tempo io ho scosso le vesti degli altri, per ritrovar l’ulcera, e l’ho sempre ritrovata, a dir di più, ho ritrovato con felicità, con gioia, questo suggello della debolezza, o della umana perversità! poichè ciascun uomo che riconosceva colpevole, e ciascun colpevole che io colpiva, mi sembrava una prova vivente, e una prova novella, che io non era una schifosa eccezione! Ahimè! ahimè! ahimè! tutti gli uomini non sono cattivi, non sono cattivi, signora, proviamoli, e colpiamo i cattivi!

Villefort pronunciò queste ultime parole con una rabbia febbrile, che dava al suo linguaggio una feroce eloquenza.

— Ma, riprese la sig.ª Danglars provando di tentare un ultimo sforzo, voi dite che questo giovine è un vagabondo, un orfano, un abbandonato da tutti.

— Tanto peggio! o piuttosto tanto meglio; la provvidenza ha disposto così, perchè nessuno abbia da pianger su lui.

— Questo è un accanirsi sul debole, signore.

— Il debole che assassina.

— Il disonore ricade sulla mia famiglia.

— Non ho forse la morte nella mia?

— Ah! signore, gridò la baronessa, voi siete senza pietà per gli altri! ebbene, son io che ve lo dico, gli altri saranno senza pietà per voi!

— Sia! disse Villefort innalzando le braccia al cielo.

— Rimettete almeno la causa di questo disgraziato, se lo arrestano, alle prossime sedute, ciò accorderà almeno sei mesi di tempo acciò venga tutto dimenticato.

— No, disse Villefort, ho ancora cinque giorni: l’informazione del processo è fatta; cinque giorni è un tempo anche maggiore di quel che mi abbisogna; del resto, non capite, signora, che io pure ho bisogno di dimenticare? Ebbene! quando lavoro, e lavoro notte e giorno, vi sono dei momenti in cui dimentico me stesso; e quando non mi sovvengo di me, sono felice alla maniera dei morti; ma questo è anche meglio che soffrire.

— Signore, egli è fuggito: lasciatelo fuggire, l’inerzia è una clemenza facile.

— Ma io vi dico che è troppo tardi; alla punta del giorno il telegrafo lavorava, ed a quest’ora forse...

— Signore, disse un cameriere entrando, un dragone ha portato questo dispaccio del ministro dell’Interno.

Villefort afferrò la lettera, e la dissigillò. La sig.ª Danglars fremette di terrore, Villefort rabbrividì di gioia.

— Arrestato! gridò Villefort; è stato arrestato a Compiègne; è finito.

La sig.ª Danglars si alzò fredda e pallida:

— Addio, signore, diss’ella.

— Addio, signora, rispose il procurator del Re quasi allegro nel ricondurla fino alla porta. Indi ritornando allo scrittoio:

— Andiamo, diss’egli percuotendo la lettera col dorso della mano destra; aveva un falsario, aveva tre furti, aveva due incendi, non mi mancava che un assassinio, eccolo; la sessione sarà bella!