LXII. — IL PRANZO.
Era evidente che nel passare alla sala da pranzo, uno stesso sentimento animava tutti i convitati. Essi chiedevansi quale bizzarra influenza li aveva radunati tutti in questa casa, e per quanto alcuni si trovassero inquieti e maravigliati di trovarvisi, pure nessuno avrebbe voluto non esservi.
Non ostante che le relazioni di recente data, la posizione eccentrica, ed isolata, le ricchezze sconosciute e quasi favolose del conte imponessero un dovere agli uomini di essere circospetti, ed alle donne una legge di non penetrare in questa casa ove non v’era una moglie per riceverle; pure uomini e donne, avevano passato sopra, gli uni alla circospezione, le altre alla convenienza, e la curiosità, che li stuzzicava, li aveva trasportati al di sopra di tutto.
Non v’era alcuno, fino ai Cavalcanti padre e figlio, che, l’uno per la sua rozzezza, l’altro per la sua disinvoltura non sembrassero preoccupati per trovarsi uniti presso quest’uomo di cui ignoravano lo scopo, e ad altri uomini che vedevano per la prima volta.
La sig.ª Danglars aveva fatto un movimento vedendo, dietro l’invito di Monte-Cristo, il sig. de Villefort avvicinarsi ad essa per offerirle il braccio, ed il sig. de Villefort aveva sentito il suo sguardo scomporsi sotto gli occhiali d’oro quando il braccio della baronessa si posò sul suo.
Nessuno di questi due movimenti era sfuggito al conte, e già, in questa semplice messa a contatto degl’individui, v’era un grande interessamento per l’osservatore di questa scena.
Il sig. de Villefort aveva alla sua destra la baronessa Danglars, ed a sinistra Morrel.
Il conte era assiso fra la sig.ª de Villefort e Danglars.
Gli altri intervalli erano riempiti da Debray seduto fra Cavalcanti padre e Cavalcanti figlio, e da Château-Renaud seduto fra la sig.ª de Villefort e Morrel.
Il convito fu magnifico; Monte-Cristo si era preso l’assunto di rovesciare completamente la simmetria parigina, e di dare più alla curiosità che all’appetito dei suoi convitati il cibo che desideravano. Fu un festino orientale quello che fu offerto, ma orientale in tal modo quale potevano esserlo i festini delle fate arabe. Tutti i frutti che le quattro parti del mondo possono versare intatti e saporosi nel corno d’abbondanza dell’Europa, erano riuniti ed ammonticchiati in piramidi entro vasi della China e sottocoppe del Giappone. Gli uccelli rari, colla parte più brillante delle loro penne, pesci mostruosi stesi su lastre d’argento, tutti i vini dell’Arcipelago, dell’Asia minore, del Capo, racchiusi in ampolle di forme bizzarre, la vista delle quali sembrava aggiungere anche qualche cosa di più al sapore di questi vini, passarono successivamente in giro, (come una di quelle riviste che Apicius passava coi suoi convitati) davanti a questi parigini, che comprendevano ben potersi spendere mille luigi in un pranzo di dieci persone, ma a condizione che, come Cleopatra, si mangiassero delle perle, o che, come Lorenzo dei Medici, si bevesse dell’oro fuso.
Monte-Cristo vide lo stupore generale, e si mise a ridere ed a scherzare ad alta voce:
— Signori, diss’egli, ammettete, n’è vero? che giunti ad un certo grado di fortuna, non vi è più di necessario che il superfluo, come queste signore ammetteranno, che giunti ad un certo grado di esaltazione, non vi è più di positivo che l’ideale. Ora seguendo il ragionamento, che cosa è il maraviglioso? quello che non comprendiamo. Qual è il bene che crediamo veramente da desiderarsi? quel che non possiamo avere. Ora, veder cose che non posso comprendere, procurarmi cose impossibili ad aversi, questo è lo studio della mia vita. Vi giungo con due mezzi; il danaro e la volontà; impiego per conseguire una fantasia la stessa perseveranza che, per esempio, voi mettete, sig. Danglars, a creare una linea di strada ferrata; voi sig. de Villefort, a far condannare un uomo alla morte; voi, sig. Debray, a pacificare un regno; voi, sig. Château-Renaud a piacere ad una donna; e voi, Morrel, a domare un cavallo che nessuno ha potuto montare. Così, per esempio, vedete questi due pesci, nati l’uno a 50 leghe da Pietroburgo, l’altro a due leghe da Napoli. Non è dilettevole il poterli riunire sulla stessa tavola?
— Quali son dunque questi pesci? domandò Danglars.
— Ecco qua il sig. Château-Renaud, che ha abitata la Russia, che vi dirà il nome dell’uno, ed il sig. maggiore Cavalcanti, che è italiano, che vi dirà il nome dell’altro.
— Questo qui, disse Château-Renaud, è, credo, uno sterlet.
— E questo, disse Cavalcanti, una lampreda, se non sbaglio.
— Ora, sig. Danglars, domandate a questi due signori ove si pescano questi due pesci.
— Ma, disse Château-Renaud, gli sterlet si pescano soltanto nella Volga.
— Ed io, disse Cavalcanti, non conosco che il Fusaro che fornisca lamprede di questa grossezza.
— Ebbene! precisamente, l’uno viene dalla Volga, e l’altro dal lago del Fusaro.
— Impossibile! gridarono ad un tempo tutti i convitati.
— Ebbene! ecco appunto ciò che mi diverte, disse Monte-Cristo. Io sono come Nerone, desidero l’impossibile, ecco ciò che diverte voi stessi in questo momento; ecco finalmente ciò che fa che questa carne, che forse in realtà non vale quella del salmone e del persico, in breve vi parrà squisita; egli è perchè nel vostro spirito vi sembrava impossibile di procurarvela: eppure eccola qui.
— Ma come han fatto a trasportarli a Parigi?
— Eh! mio Dio, nulla di più semplice: questi due pesci sono stati portati, ciascuno entro una gran tinozza imbottita internamente una di ramoscelli e d’erbe del fiume, l’altra di giunchi e di piante del lago, sono state messe in un forgone fatto espressamente, ed in tal modo hanno vissuto lo sterlet 12 giorni, e la lampreda 8; ed entrambi vivevano perfettamente quando si è impadronito di loro il cuoco per farli morire uno nel latte, l’altro nel vino. Voi non lo credete, sig. Danglars?
— Almeno ne dubito, rispose Danglars col suo grossolano sorriso. — Battistino, disse Monte-Cristo, fate portare l’altro sterlet, e l’altra lampreda, sapete, quelli che sono venuti nelle altre tinozze e che vivono ancora.
Danglars aprì due occhi ebeti; l’assemblea battè le mani.
Quattro domestici portarono due tinozze guarnite di piante marine, in ciascuna delle quali palpitava un pesce simile ai due ch’erano stati serviti in tavola.
— Ma perchè due di ciascuna specie? domandò Danglars.
— Perchè uno poteva morire, rispose semplicemente Monte-Cristo.
— Siete veramente un uomo prodigioso, disse Danglars; ed il filosofo ha un bel dire, è una bella cosa essere ricchi.
— E soprattutto di aver delle idee, disse la sig.ª Danglars.
— Oh! non mi fate onore per questo, signora, ciò era molto in voga presso i Romani; e Plinio racconta che si mandavano da Ostia a Roma, con delle mute di schiavi che li portavano sulla loro testa, dei pesci di quella specie che chiamavano mulus, e che, dal ritratto che ne fa è probabilmente l’orata. Era pure un lusso l’averli vivi, ed uno spettacolo divertente quello di vederli morire, perchè morendo cambiavano tre o quattro volte il colore delle loro scaglie, a guisa di un arcobaleno che svapori, passavano da tutte le gradazioni del prisma; dopo di che li mandavano al cuoco. La loro agonia faceva parte del loro merito; se non li vedevano vivi, li disprezzavano morti.
— Sì, disse Debray, ma da Ostia a Roma non vi sono che sette o otto leghe. — Ah! è vero! disse Monte-Cristo; ma dove starebbe il merito di venire 1800 anni dopo Lucullo, se non si facesse meglio di lui? — I due Cavalcanti aprivano gli occhi enormi, ma avevano il buon senso di non dire una parola. — Tutto ciò è molto ammirabile, disse Château-Renaud; però ciò che io ammiro di più si è, lo confesso, l’ammirabile prontezza colla quale siete servito. N’è vero, avete comprata questa casa sono appena 5 o 6 giorni?
— Tutto al più, in fede mia, disse Monte-Cristo.
— Ebbene, sono sicuro che in otto giorni ha sofferta una completa trasformazione; se non mi sbaglio essa aveva un’entrata diversa da questa, ed il cortile era selciato ed orrido, mentre che oggi esso è un magnifico prato verde, ornato di alberi che sembrano avere cento anni.
— Che volete! disse il conte, amo la verdura e l’ombra.
— In fatto, disse la sig.ª de Villefort, per l’addietro si entrava da una porta che aprivasi sulla strada, ed il giorno della mia miracolosa liberazione, fu dalla strada, me ne ricordo, che mi faceste entrare in casa.
— Sì, signora, disse Monte-Cristo, ma dopo ho preferito un ingresso che mi permettesse di guardare il bosco di Boulogne a traverso il cancello.
— In quattro giorni, disse Morrel, questo è un prodigio!
— In fatto, disse Château-Renaud, d’una vecchia casa farne una casa nuova, è una cosa miracolosa, perchè in addietro era molto vecchia, ed anche molto trista. Mi ricordo d’essere stato incaricato da mia madre di visitarla, quando il sig. conte di Saint-Méran la mise in vendita, sono due o tre anni.
— Il sig. di Saint-Méran, disse la sig.ª de Villefort; ma questa casa dunque apparteneva al sig. di Saint-Méran, prima che la compraste voi, sig. conte?
— Parmi di sì, rispose Monte-Cristo.
— Come, non sapete da chi avete comprata una casa?
— In fede mia no, il mio intendente si occupa di questi particolari.
— È vero che da circa dieci anni non era stata abitata, disse Château-Renaud, ed era una gran tristezza vederla sempre colle sue persiane chiuse, le porte serrate, ed il cortile pieno d’erba. In verità se non fosse appartenuta al suocero di un procuratore del Re, si sarebbe potuta prendere per una di quelle case maledette ove sia stato consumato qualche gran delitto.
Villefort, che fino allora non aveva ancora toccato nessuno dei 4 o 5 bicchieri di vini straordinari posti davanti a lui, ne prese uno a caso e lo vuotò d’un sol fiato.
Monte-Cristo lasciò passare un momento; poi, in mezzo al silenzio succeduto alle parole di Château-Renaud:
— È bizzarro, sig. barone, diss’egli, ma mi sono venuti gli stessi pensieri quando vi entrai la prima volta; e questa casa mi parve sì lugubre che non l’avrei mai comprata, se l’intendente non lo avesse già fatto per me. Probabilmente il furbo aveva ricevuta qualche senseria dal notaro.
— È probabile, balbettò Villefort sforzandosi di sorridere, ma credete ch’io non entro per niente in questa corruzione. Il sig. di Saint-Méran ha voluto che questa casa, che forma parte della dote di sua nipote, fosse venduta, perchè se fosse ancora rimasta tre o quattro anni disabitata, sarebbe caduta in rovina. — Questa volta Morrel impallidì.
— Vi era particolarmente una camera, continuò Monte-Cristo; ah! mio Dio! ben semplice in apparenza, una camera come tutte le altre; parata di damasco rosso, che mi è sembrata, non so perchè, drammatica all’estremo.
— E perchè? domandò Debray, perchè drammatica?
— Si può forse render conto delle sensazioni d’istinto? disse Monte-Cristo. Non vi sono forse delle località ove ci sembra di respirare un’aria malinconica? e perchè? non se ne sa niente; per una collegazione d’idee, per un capriccio del pensiero che vi trasporta ad altri tempi, ad altri luoghi, che forse non hanno alcun rapporto coi tempi ed i luoghi ove ci troviamo; tanto fa, che questa camera mi ricorda ammirabilmente quella della marchesa di Gange, o quella di Desdemona. Eh! in fede mia, sentite, giacchè abbiamo finito di pranzare, bisogna che ve la mostri: indi discenderemo nel giardino a prendere il caffè; dopo il pranzo, lo spettacolo.
Monte-Cristo fece un segno per interrogare i convitati; la sig.ª de Villefort si alzò, Monte-Cristo fece altrettanto, e tutti imitarono il loro esempio. Villefort e la sig.ª Danglars rimasero ancora qualche tempo come inchiodati sulle loro sedie; essi interrogavano con gli occhi freddi, muti, agghiacciati. — Avete inteso? disse la sig.ª Danglars.
— Bisogna andarvi, rispose Villefort alzandosi ed offrendole il braccio. Tutti si erano già sparsi per la casa, spinti dalla curiosità, perchè tutti pensavano bene che la visita non sarebbesi limitata a questa camera, e che nello stesso tempo avrebbero percorso tutto il rimanente di questa abitazione dalla quale Monte-Cristo aveva saputo cavare un palazzo. Ciascuno dunque si slanciò per le porte aperte. Monte-Cristo aspettava i due che ritardavano; dipoi quando alla loro volta furono passati, chiuse la marcia con un sorriso che, se si fosse potuto comprendere, avrebbe spaventato i convitati molto più di quella camera nella quale stavano per entrare. Si cominciò infatto dal percorrere gli appartamenti, le camere erano ammobiliate all’orientale con divani e cuscini ovunque invece di letti, pipe ed armi invece di mobili; i saloni adorni dei più bei quadri degli antichi maestri; i gabinetti erano tappezzati di stoffe della China, a colori capricciosi, a disegni fantastici, a tessuti maravigliosi; quindi finalmente si giunse alla famosa camera. Essa nulla aveva di particolare, se non che, quantunque non fosse che sul declinare del giorno, essa non era punto illuminata, ed era rimasta nella sua vetustà; mentre tutte le altre camere avevano rivestito una nuova decorazione. Queste due cause bastavano in fatto per darle una tinta lugubre.
— Uh! gridò la signora de Villefort, è spaventosa di fatto.
La sig.ª Danglars provò di balbettare alcune parole che non furono intese. Molte osservazioni sorsero e s’incrociarono, di cui il resultato si fu che in fatto la camera di damasco rosso aveva un aspetto sinistro. — N’è vero? disse Monte-Cristo. Vedete dunque come questo letto è bizzarramente posto, quali tetri sanguinosi paramenti! e questi due ritratti a pastello che l’umidità ha fatto impallidire, non sembrano essi dire colle loro labbra smunte, e i loro occhi spaventati: «io ho veduto» — Villefort divenne livido; la sig.ª Danglars cadde sopra una sedia presso al caminetto.
— Oh! disse la sig.ª de Villefort sorridendo, avete il coraggio di sedervi sopra questa sedia, su cui forse è stato commesso il delitto? — La sig.ª Danglars si alzò, prestamente.
— E poi disse Monte-Cristo, qui non sta il tutto.
— Che vi è dunque ancora? domandò Debray, cui non isfuggiva la emozione della sig.ª Danglars.
— Ah! sì, che vi è ancora? domandò Danglars, perchè fin qui non vi trovo gran cosa, e voi sig. Cavalcanti?
— Ah! disse questi, abbiamo a Pisa la torre d’Ugolino, a Ferrara la prigione di Tasso, e a Rimini la camera di Paolo e Francesca. — Sì, ma non avete questa piccola scala segreta, disse Monte-Cristo aprendo una porta nascosta sotto la tappezzeria; guardatela, e dite ciò che ne pensate.
— Qual sinistra curva di scala, disse Château-Renaud ridendo. — Il fatto è, disse Debray, che non so se sia il vino di Chio che concilia la malinconia, ma certamente vedo tutta questa casa in nero. — In quanto a Morrel, dappoichè ebbe inteso parlare della dote di Valentina, era rimasto tristo, e non aveva pronunziato una parola. — Non v’immaginate, riprese Monte-Cristo, un Otello, od un Ganges qualunque, discendere passo a passo in una notte tetra e burrascosa, questa scala con qualche lugubre fardello, che si solleciti di nascondere alla vista degli uomini, se non allo sguardo di Dio?
La sig.ª Danglars svenne a metà al braccio di Villefort, che fu egli stesso costretto di addossarsi al muro.
— Ah! mio Dio! signora, gridò Debray, che avete dunque? come impallidite!
— Che cos’ha? disse la signora de Villefort, è cosa semplice: il sig. di Monte-Cristo ci racconta delle storie spaventose, nell’intenzione senza dubbio di farci morire della paura.
— Ma sì, disse Villefort, infatto, conte, voi spaventate queste signore. — Che avete dunque? ripetè a bassa voce Debray alla sig.ª Danglars. — Niente, niente, diss’ella facendo uno sforzo, ho bisogno d’aria, ecco tutto.
— Volete discendere in giardino? domandò Debray offrendo il braccio alla sig.ª Danglars ed avanzandosi verso la scala segreta. — No, diss’ella, amo ancor meglio restare qui.
— In verità, disse Monte-Cristo, avete paura sul serio?
— No, disse la sig.ª Danglars; ma avete un modo di supporre le cose che dà all’illusione l’aspetto della realtà.
— Oh! mio Dio, disse Monte-Cristo sorridendo, e tutto questo è un affare d’immaginazione; perchè non potrebbe egualmente rappresentarsi questa camera come quella di una buona e bella madre di famiglia? Questo letto con le pareti color di porpora come un letto visitato dalla dea Lucina? e questa scala misteriosa, come il passaggio pel quale dolcemente, e per non disturbare il sonno riparatore della addormentata, passi il medico, o la nutrice, o il padre stesso portando il fanciullo che dorme?...
Questa volta la sig.ª Danglars, invece di rasserenarsi a questa dolce pittura, gettò un gemito e svenne del tutto.
— La signora Danglars sta male, balbettò Villefort; forse bisognerà trasportarla nella sua carrozza.
— Oh! mio Dio! disse Monte-Cristo, ed io che ho dimenticata la mia boccettina! — Io ho la mia, disse la sig.ª de Villefort, e passò a Monte-Cristo una boccettina ripiena di un liquore rosso, simile a quello di cui il conte sperimentò sopra Edoardo la benefica influenza. — Ah! fece Monte-Cristo prendendola dalle mani della sig.ª de Villefort.
— Si, mormorò questa, dietro le vostre indicazioni ho provato. — E vi è riuscito? — Lo credo.
La sig.ª Danglars era stata trasportata nella camera vicina; Monte-Cristo lasciò cadere sulle labbra di lei una goccia del liquore rosso, ed ella ritornò tosto in sè.
— Oh! diss’ella, qual sogno spaventoso!
Villefort le strinse fortemente il braccio, per farle capire che non aveva sognato. Fu cercato il sig. Danglars, ma poco disposto alle impressioni poetiche, egli era disceso in giardino, e parlava col sig. Cavalcanti padre di un disegno di strada ferrata da Livorno a Firenze.
Monte-Cristo sembrava disperato: egli prese il braccio della sig.ª Danglars, e la condusse in giardino, ove fu ritrovato il sig. Danglars che prendeva il caffè tra i signori Cavalcanti padre e figlio. — In verità signora, le diss’egli, è vero che vi ho molto spaventata?
— No, signore, ma sapete, le cose fanno la impressione a seconda delle disposizioni di spirito in cui ci troviamo.
Villefort si sforzò di ridere. — E allora, diss’egli, capirete bene che basta una supposizione, una chimera...
— Ebbene! disse Monte-Cristo, non mi crederete, se volete; ma ho la convinzione che sia stato commesso un delitto in questa casa.
— Fate attenzione, disse la sig.ª de Villefort, abbiam qui il procuratore del Re. — In fede mia, riprese Monte-Cristo, poichè si dà questa combinazione, ne approfitterò per fare la mia dichiarazione. — La vostra dichiarazione? disse Villefort. — Sì, ed alla presenza di testimonii.
— Tutto ciò è molto importante, disse Debray, e se vi fu realmente delitto, faremo mirabilmente la digestione.
— Vi fu delitto, disse Monte-Cristo, venite di qui, signori; sig. de Villefort venite; affinchè la dichiarazione sia valevole, dev’essere fatta alle autorità competenti.
Monte-Cristo, preso il braccio di Villefort, e mentre stringeva sotto il suo quello della sig.ª Danglars, trascinò il procuratore del Re fin sotto il platano ove l’ombra era più fitta. Tutti gli altri convitati li seguivano.
— Tenete, disse Monte-Cristo, qui, in questo medesimo luogo, e batteva col piede la terra, qui per ringiovanire questi alberi già vecchi, ho fatto scavare il terreno, e mettere del concime; ebbene i miei lavoratori nello scavare hanno dissotterrato un baule, ma piuttosto i ferramenti di un baule, nel mezzo dei quali fu trovato uno scheletro di un bambino neonato. Questa non è fantasmagoria, spero?
Monte-Cristo sentì intirizzirsi il braccio della sig.ª Danglars, e fremere il pugno di Villefort.
— Un fanciullo neonato, ripetè Debray; diavolo! la cosa diventa seria, mi sembra.
— Ebbene, disse Château-Renaud, io non mi sbagliava adunque quando poco fa pretendeva che le cose avevano un’anima, ed un viso come gli uomini, e che esse portavano sulla loro fisonomia il riverbero dei loro intestini. La casa era trista perchè aveva dei rimorsi, essa aveva dei rimorsi perchè nascondeva un delitto.
— Oh! chi dice che sia stato un delitto? riprese Villefort tentando un ultimo sforzo.
— Come! un fanciullo seppellito vivo in un giardino, non è un delitto? gridò Monte-Cristo. Come chiamate voi quest’azione, sig. procuratore del Re?
— Ma chi dice ch’egli fu seppellito vivo?
— Perchè seppellirlo là, se era morto? questo giardino non è stato mai un cimitero.
— Qual è la pena per gl’infanticidi in questo paese? domandò ingenuamente il maggiore Cavalcanti.
— Oh mio Dio! si taglia loro semplicemente il collo, rispose Danglars.
— Ah! si taglia loro il collo, fece Cavalcanti.
— Lo credo... n’è vero sig. de Villefort? domandò Monte-Cristo.
— Sì, signor conte, rispose questi con un accento che non aveva più dell’umano. — Monte-Cristo vide che questo era tutto quel che potevasi sopportare dai due individui pei quali era stata preparata questa scena, e non volendo spinger le cose più oltre: — Ma il caffè, signori, disse egli; mi sembra che lo dimentichiamo. — E ricondusse i convitati verso la tavola posta nel mezzo del praticello. — In verità, sig. conte, disse la sig.ª Danglars, ho vergogna di confessare la mia debolezza, ma tutte queste storie spaventose mi hanno atterrita; vi prego lasciarmi sedere. — Ed ella cadde sopra una sedia.
Monte-Cristo la salutò e si avvicinò alla sig.ª de Villefort.
— Credo che la sig.ª Danglars abbia ancora bisogno della vostra boccettina, diss’egli.
Ma prima che la sig.ª de Villefort si fosse avvicinata alla sua amica, il procuratore del Re aveva già detto all’orecchio della sig.ª Danglars: — Bisogna che io vi parli.
— Quando? — Domani. — Dove?
— Al mio ufficio, al tribunale, se volete, quello è ancora il luogo più sicuro. — Vi verrò.
In questo momento si avvicinò la sig.ª de Villefort.
— Grazie, mia cara amica, disse la sig.ª Danglars provando di sorridere, non ho più niente, mi sento assai meglio.