LXIII. — IL MENDICO.

La serata s’inoltrava; la sig.ª de Villefort aveva manifestato il desiderio di ritornare a Parigi, il che non aveva osato di fare la sig.ª Danglars, ad onta del mal’essere evidente che provava. Alla domanda di sua moglie, il sig. de Villefort dette pel primo il segnale della partenza: offrì un posto nel suo landau alla sig.ª Danglars, affinchè fosse assistita dalle cure di sua moglie. Quanto al sig. Danglars, assorbito in una delle conversazioni più importanti d’industria col sig. Cavalcanti, non fece alcuna attenzione a tutto ciò che accadeva. Monte-Cristo, mentre domandava la boccettina alla sig.ª de Villefort, aveva notato che il sig. Villefort si era avvicinato alla sig.ª Danglars, e, guidato dalla situazione, aveva indovinato ciò che le aveva detto, quantunque avesse parlato tanto a bassa voce che era molto se la sig.ª Danglars stessa lo aveva inteso.

Egli lasciò partire, senza opporsi ad alcun accomodamento, Morrel, Debray, e Château-Renaud a cavallo, e montare le due dame nel landau del sig. de Villefort; dal suo lato Danglars, di più in più incantato di Cavalcanti padre, lo invitò a salire con lui nel suo coupé.

Quanto ad Andrea Cavalcanti, egli raggiunse il suo tilbury, che l’aspettava davanti alla porta, e di cui un groom, che esagerava i comodi della moda inglese, gli teneva, rizzandosi sulla punta degli stivali, l’enorme cavallo grigio-ferro. Andrea non aveva parlato molto durante il pranzo, perchè era un giovine molto intelligente, e naturalmente aveva provato il timore di dire qualche sciocchezza in mezzo a convitati ricchi e possenti, fra i quali il suo occhio dilatato non discerneva senza qualche timore un procuratore del Re.

In seguito era stato accaparrato dal sig. Danglars, che dopo un rapido colpo d’occhio sul vecchio maggiore, dal collo intirizzito, e su suo figlio ancora un poco timido, e riavvicinando tutti questi sintomi dell’ospitalità di Monte-Cristo aveva pensato di aver che fare con qualche nababbo venuto a Parigi per perfezionare il suo unico figlio nella vita sociale. Egli aveva dunque contemplato con una indicibile compiacenza l’enorme diamante che brillava al dito mignolo del maggiore, poichè questi da uomo prudente ed esperimentato, per timore che non giungesse qualche disgrazia ai suoi biglietti di banca, li aveva subito dopo convertiti in un oggetto di valore. Poi dopo il pranzo, sempre sotto il pretesto d’industria e di viaggio, aveva interrogato il padre ed il figlio sulla loro maniera di vivere, e costoro prevenuti che su Danglars era stato aperto il loro credito, all’uno di 48 mila fr., all’altro quello annuale di 50 mila lire, erano stati graziosi e pieni di affabilità per il banchiere, ai domestici del quale, se non si fossero ritenuti, avrebbero stretta la mano, tanto la loro riconoscenza provava il bisogno di espandersi.

Una cosa soprattutto aumentò la considerazione, e direm quasi la venerazione di Danglars per Cavalcanti. Questi fedele al detto d’Orazio, non meravigliarti di nulla, si era contentato, come è stato veduto, di far prova di scienza nel dire da qual lago si estraevano le migliori lamprede; indi ne aveva mangiata la sua parte senza dire una parola. Danglars aveva da ciò concluso che queste specie di sontuosità erano familiari all’illustre discendente dei Cavalcanti, che forse a Lucca non mangiava che trote fatte venire dalla Svizzera, o raguste inviategli dalla Brettagna per mezzo di apparecchi simili a quelli di cui il conte si era servito per far venire le lamprede dal lago del Fusaro, e gli sterlet dal fiume Volga. Così egli accolse con una benevolenza pronunciatissima queste parole di Cavalcanti: — Domani, signore, avrò l’onore di farvi una visita per affari.

— Ed io signore, aveva risposto Danglars, sarò fortunato di ricevervi. — Su di che avea proposto a Cavalcanti, se però ciò non lo privava troppo di separarsi da suo figlio, di ricondurlo all’albergo dei Principi. Cavalcanti aveva risposto che da lungo tempo suo figlio aveva l’abitudine di condurre la sua vita indipendente; e che per conseguenza egli aveva i suoi cavalli, e le sue carrozze, e che, non essendo venuti insieme, non vedeva nessuna difficoltà perchè ritornassero divisi. Il maggiore era dunque salito nella carrozza di Danglars, ed il banchiere si era assiso al suo fianco, sempre più incantato delle idee di ordine, e dell’economia di quest’uomo, che pur dava a suo figlio 50 mila fr. l’anno, ciò che supponeva una fortuna di 5, o 6 mila lire di rendita.

Quanto ad Andrea, cominciò, per darsi aria, dal rimproverare il suo groom, perchè invece di venirlo a prendere alla scalinata, lo avesse aspettato alla porta del cortile, cosa che gli aveva procurato l’incomodo di fare una trentina di passi a piedi per cercare il suo tilbury.

Il groom ricevette il rimprovero con umiltà, colla mano sinistra prese il morso per trattenere il cavallo impaziente che batteva il terreno col piede, mentre con la destra offriva le redini ad Andrea, che le prese, e posò leggermente lo stivale verniciato sul montatoio. In questo momento una mano si appoggiò sulla sua spalla. Il giovine si volse indietro pensando che Danglars, o Monte-Cristo avessero dimenticato qualche cosa a dirgli, e ritornassero al momento di partire.

Ma invece dell’uno o dell’altro non iscoprì che una strana figura; arsa dal sole, circondata da una barba da modello con occhi brillanti come carboni accesi, ed un sorriso ironico apparso sopra una bocca su cui brillavano, disposti in ordine, e senza che ne mancasse alcuno, 32 denti bianchi, acuti, ed allineati come quelli di un lupo o di una iena.

Un fazzoletto a quadrati rossi copriva questa testa con capelli grigiastri e terrei, una giacca delle più sporche e stracciate copriva questo gran corpo magro ed osseo, di cui sembrava che le ossa, come quelle di uno scheletro, dovessero scricchiolare camminando; finalmente la mano che si appoggiava sulla spalla d’Andrea, e che fu la prima cosa che vide il giovine, gli parve di una dimensione gigantesca.

Andrea riconobbe questa figura al chiarore della lanterna del suo tilbury, ovvero fu soltanto colpito dall’orribile aspetto di questo interlocutore? non saprem dirlo; ma il fatto è che egli fremette, ed indietreggiò vivamente:

— Che pretendete da me? diss’egli.

— Perdono! rispose l’uomo portando la mano al fazzoletto rosso, forse v’incomodo, ma è perchè ho bisogno di parlarvi.

— La sera non si domanda l’elemosina, disse il groom tentando con un movimento di spacciare il suo padrone da questo importuno.

— Io non domando l’elemosina, mio bel ragazzo, disse l’uomo sconosciuto al domestico con uno sguardo così ironico, ed un sorriso così spaventoso, che questi si allontanò; desidero soltanto dire due parole al vostro principale che 15 giorni or sono mi ha incaricato di una commissione.

— Vediamo, disse a sua volta Andrea, con abbastanza forza, perchè il domestico non si accorgesse del suo turbamento, che volete? dite presto, amico mio.

— Io vorrei... io vorrei... disse a bassa voce l’uomo del fazzoletto rosso, che mi risparmiaste l’incomodo di ritornare a Parigi a piedi: sono molto stanco, e siccome non ho pranzato tanto bene quanto te, appena posso tenermi in piedi. — Il giovine rabbrividì a questa strana famigliarità.

— Ma finalmente, gli diss’egli, vediamo, che volete?

— Ebbene voglio che tu mi lasci salire nella tua bella carrozza, e che mi conduca. — Andrea impallidì, ma non rispose. — Oh! mio Dio sì, disse l’uomo dal fazzoletto rosso immergendo le mani nelle saccocce: e guardando il giovine con occhi provocatori; questa è un’idea che mi è venuta, capisci mio piccolo Benedetto? — A questo nome, il giovine riflettè senza dubbio, perchè si avvicinò al groom, e gli disse: — Quest’uomo fu da me effettivamente incaricato di una commissione di cui deve rendermi conto. Andate a piedi fino alla barriera; là prenderete un cabriolet, per non ritardare troppo.

Il servitore rimase sorpreso, e si allontanò.

— Lasciami almeno raggiunger l’ombra, disse Andrea.

— Oh! in quanto a questo, io stesso ti condurrò in un bel posto, aspetta, disse l’uomo dal fazzoletto rosso.

E preso il cavallo pel morso, condusse il tilbury in un luogo ove era effettivamente impossibile a chicchessia al mondo di vedere l’onore che gli accordava Andrea.

— Oh! no, diss’egli, non è per la gloria di montare nella tua bella carrozza; no, è soltanto perchè sono affaticato, e poi perchè ho ancora a parlare alcun poco d’affari teco.

— Vediamo, salite, disse il giovine. — Era rincrescevole che non facesse giorno, perchè sarebbe stato uno spettacolo curioso quello di questo malandrino, seduto con tutto comodo sopra i cuscini ricamati vicino al conduttore del tilbury.

Andrea spinse il cavallo fino all’ultima casa del villaggio senza dire una sola parola al compagno, che, dal suo lato, sorrideva e conservava il silenzio, come se fosse stato esaltato dal passeggiare in una così buona locomotiva.

Una volta fuori d’Auteuil, Andrea guardò intorno a sè per assicurarsi senza dubbio che nessuno poteva nè vederli nè sentirli, e allora, fermando il cavallo, ed incrociando le braccia davanti all’uomo dal fazzoletto rosso:

— A noi, diss’egli, perchè venite a disturbarmi nella mia tranquillità?

— Ma tu stesso, ragazzo mio, perchè diffidi di me?

— E in che mi sono diffidato di voi?

— In che? lo domandi? noi ci lasciammo al ponte di Var, mi dicesti che andavi a viaggiare in Piemonte ed in Toscana, e niente di tutto questo, tu vieni a Parigi?

— Ed in che cosa v’incomoda questo?

— In niente; spero anzi che ciò mi aiuterà.

— Ah! ah! disse Andrea, voi speculate su di me.

— Andiamo, ecco che già cominciano le grosse parole.

— Il fatto è che avrete torto, padron Caderousse, ve ne prevengo. — Eh mio Dio, non t’incomodare, devi però sapere che cosa è l’infortunio; ebbene! l’infortunio, rende geloso. Io ti credeva percorrente il Piemonte e la Toscana, costretto a farti facchino, o cicerone; ti compiangeva dal fondo del mio cuore come potrei piangere un figlio: sai che io ti ho sempre chiamato mio figlio? — Avanti, avanti.

— Pazienza, dunque, polvere da cannone!

— Ne ho della pazienza, vediamo, terminate.

— Ed io ti vedo passare dalla barriera Bonshommes con un groom, con un tilbury, con abiti nuovi fiammanti. E che? hai forse scoperto una miniera, o comprata una carica di agente di cambio?

— Dimodochè, come lo confessate, siete geloso?

— No, son contento, tanto contento che ho voluto fare i miei complimenti al mio piccolo; ma siccome io non era vestito regolarmente, ho preso le mie cautele per non metterti a cimento.

— Belle cautele, disse Andrea, voi mi fermate davanti al mio domestico. — Eh! che vuoi figlio mio? io ti fermo quando posso afferrarti. Tu hai un cavallo molto vivace, un tilbury molto leggero, guizzi naturalmente come un’anguilla; se non ti avessi fermato questa sera, correva il rischio di non poterti raggiungere.

— Vedete bene che non mi nascondo.

— Sei ben fortunato, ed io vorrei poter dire altrettanto: ma io mi nascondo, senza contare che aveva timore che tu non mi riconoscessi; ma tu mi hai riconosciuto, aggiunse Caderousse con un cattivo sorriso, sei molto gentile.

— Vediamo, disse Andrea, che vi abbisogna?

— Ah! non mi tratti più in tu! è una cattiva cosa, Benedetto; un antico camerata! guardati, perchè diventerò esigente. — Questa minaccia fece cadere la collera al giovine; il vento della prepotenza vi aveva soffiato sopra.

Egli rimise il cavallo al trotto.

— È male per te stesso, Caderousse, diss’egli, di prendertela in tal modo con un antico camerata, come dicevi tu stesso poco fa; tu sei Marsigliese, io sono...

— Tu lo sai dunque, ciò che ora tu sei?

— No, ma sono stato allevato in Corsica, tu sei vecchio e testardo, io sono giovine e puntiglioso. Fra gente come noi, le minacce sono cattive, e tutto deve combinarsi all’amichevole. È forse mia colpa, se la sorte, che continua ad essere cattiva per te, è al contrario buona per me?

— È dunque buona, la sorte? Non è dunque un groom ad imprestito, non è un tilbury ad imprestito, non sono abiti ad imprestito quelli che abbiamo? Buono! tanto meglio, disse Caderousse con occhi che brillavano di cupidigia.

— Oh! lo vedi bene, e tu lo sai, poichè mi fermi, disse Andrea animandosi sempre più. Se avessi avuto un fazzoletto come il tuo sulla testa, una giacca unta e lacera sulle spalle, e stivali rotti ai piedi non mi avresti riconosciuto.

— Vedi bene che ora mi disprezzi, piccolo, hai torto: adesso che ti ho ritrovato, niente m’impedisce d’essere vestito a nuovo come un altro, atteso che conosco il tuo buon cuore: se tu hai due abiti me ne darai uno; io ti dava la mia porzione di minestra e di fagiuoli quanto tu avevi troppo fame.

— È vero, disse Andrea. — Che appetito avevi! hai tu sempre buon appetito? — Ma sì, disse Andrea ridendo.

— Come devi aver mangiato da quel principe dal quale esci. — Non è un principe, ma soltanto un conte.

— Un conte, ma ricco eh? — Sì, ma non fidartene, è un signore che non ha l’aria comoda.

— Oh! mio Dio, sta pur tranquillo! non si ha alcun disegno sul tuo conte, e ti lascerà tutto per te solo. Ma, soggiunse Caderousse, riprendendo quel sinistro sorriso che gli aveva già sfiorate le labbra, bisogna dar qualche cosa per questo, capisci.

— Vediamo che ti abbisogna? — Credo che con cento fr. il mese... viverei... — Con cento fr.?

— Ma male, capisci bene; ma con... 150 fr. sarei molto fortunato. — Eccotene 200, disse Andrea.

E mise nelle mani di Caderousse dieci luigi d’oro.

— Buono, fece Caderousse. — Presentati dal portinaro, il primo di ogni mese, e là ne ritroverai altrettanti.

— Andiamo, ecco che ancora tu mi umilii.

— E in qual modo? — Mi metti in rapporto con dei servitori; no, vedi non voglio avere da fare che con te.

— Ebbene! sia così; domanda di me il primo di tutti i mesi, almeno fino a tanto che riceverò la mia rendita tu riceverai la tua.

— Andiamo, andiamo, vedo bene che non m’era ingannato; sei un bravo ragazzo, ed è una benedizione quando la fortuna si versa sopra gente come te. Vediamo, raccontami la tua buona avventura.

— Che bisogno hai di saperla? domandò Cavalcanti.

— Buono! anche diffidenza?

— Ebbene, ho ritrovato mio padre.

— Un padre vero? — Diavolo! fin che pagherà....

— Tu lo crederai, e lo onorerai; è giusto.

— Il maggiore Cavalcanti. — Ed egli si contenta di te?

— Fino al presente pare che gli basti.

— E chi ti ha fatto ritrovare quel padre?

— Il conte di Monte-Cristo. — Quello dal quale esci?

— Sì. — Di’ dunque, cerca di collocarmi presso lui come un gran parente, giacchè ne tieni l’agenzia.

— Sia, gli parlerò di te; ma frattanto che farai tu?

— Sei troppo buono di occuparti di ciò, disse Caderousse.

— Mi sembra, che come tu prendi interessamento a me io possa bene a mia volta prendere qualche informazione.

— È giusto... Prenderò in fitto una camera in una casa onesta, mi coprirò di abiti decenti, mi farò radere la barba tutti i giorni, e andrò a leggere i giornali al caffè. La sera entrerò allo spettacolo in un qualche teatro, ed avrò l’aspetto di un fornaro in ritiro: è il mio sogno prediletto.

— Andiamo, è buono! Se vorrai mettere questi disegni in esecuzione, ed essere saggio, tutto andrà a meraviglia.

— Ecco qua il sig. Bossuet!... e tu, che diventerai? pari di Francia? — Eh! eh! disse Andrea, chi sa?

— Il sig. maggior Cavalcanti forse lo è.... ma disgraziatamente è abolita l’eredità. — Non parliamo di politica, Caderousse!... Ed ora che hai ciò che vuoi, e che siamo arrivati, salta abbasso, e sparisci! — No, amico caro.

— Come, no?

— Ma riflettici dunque, mio piccolo, un fazzoletto rosso sulla testa, quasi senza scarpe, senza carte affatto, e dieci napoleoni d’oro in saccoccia, senza calcolare ciò che v’era prima, e che forma precisamente 500 fr. sarei infallibilmente arrestato alla barriera! allora sarei forzato per giustificarmi, di dire che sei stato tu che mi hai dato questi dieci napoleoni; di là informazioni, interrogatori; apprendono che ho lasciato Tolone senza avere avuto il congedo, e vengo scortato di brigata in brigata fino alla spiaggia del Mediterraneo, e ritorno puramente e semplicemente il numero 105, e addio al mio sogno di rassomigliare ad un fornaro in ritiro! No, figlio mio; preferisco di restare onorevolmente nella capitale. — Andrea aggrottò il sopracciglio; era, come se ne vantò da sè stesso, una cattiva testa il figlio putativo del maggior Cavalcanti. Si fermò un momento, gettò uno sguardo rapido intorno a sè, e quando terminò di compiere il giro investigatore, la mano discese innocentemente nella saccoccia ove cominciava ad accarezzare il sopraguardia di una pistola da tasca. Ma nel tempo stesso Caderousse, che non perdeva di vista il compagno passava le mani dietro il dorso, ed apriva dolcemente un lungo coltello spagnuolo che portava indosso per ogni evento.

I due amici, come si vede, erano degni d’intendersi, e si capivano; la mano di Andrea uscì inoffensiva dalla tasca e risalì fino ai baffi che accarezzò per qualche tempo.

— Buon Caderousse, diss’egli, dunque sarai contento!

— Farò tutto il possibile per esserlo, rispose l’albergatore del ponte di Gard ripiegando la lama del coltello.

— Rientriamo dunque in Parigi. Ma come vuoi fare a passare la barriera senza svegliare sospetti? mi sembra che abbigliato così, rischi più in carrozza che a piedi.

— Aspetta, disse Caderousse, vedrai.

Prese la pellegrina ad alto colletto che il groom esiliato dal tilbury aveva lasciata al suo posto, e se la mise indosso, quindi il cappello di Cavalcanti, e se lo pose sulla testa; dopo ciò assunse la posizione ardita di un domestico di buona famiglia.

— Ed io, disse Andrea, resterò senza niente in testa?

— Peuh! fece Caderousse, tira tanto vento che ben può esserti caduto il cappello. — Andiamo dunque, disse Andrea, e finiamola. — E chi è che ti ferma, disse Caderousse, non sono già io, lo spero? — Zitto! fece Cavalcanti.

Passarono la barriera senza alcun accidente.

Alla prima strada traversa, Andrea fermò il cavallo, e Caderousse balzò a terra. — Ebbene! disse Andrea, il mantello del mio domestico, ed il mio cappello?

— Ah! rispose Caderousse, tu non vorrai certamente che io mi raffreddi. — Ma io?

— Tu sei giovine mentre io comincio a farmi vecchio; a rivederci, Benedetto. — E s’internò nel viottolo ove sparì.

— Ahimè! disse Andrea mandando un sospiro, non si potrà dunque essere completamente felice in questo mondo?