LXXI. — LA SIGNORA DI SAINT-MÉRAN.

Una scena lugubre infatto accadeva in casa del sig. de Villefort. Dopo la partenza delle due signore per la festa di ballo, ove tutte le istanze della sig.ª de Villefort non avevano potuto determinare suo marito ad accompagnarla, il procurator del Re, secondo il suo costume, si era chiuso nel gabinetto con una filza di carte, che avrebbe spaventato tutt’altro, ma che, nei tempi ordinarii della sua vita, bastava appena per soddisfare il forte appetito del lavoratore.

Questa volta la filza di carte conteneva cose di pura forma, Villefort non si rinchiudeva per lavorare, ma per riflettere; e chiusa la porta ordinò di non essere disturbato che per cose d’importanza; si assise sopra un seggio, e si mise a riandare anche una volta nella memoria tutto ciò che, da sette o otto giorni, faceva straripare la coppa dei suoi tetri dispiaceri, dei suoi amari ricordi. Allora, invece di portar la mano sul monte di carte ammassate davanti a lui, aprì un tiratoio dello scrittoio; fece scattare un segreto e cavò fuori un plico che conteneva le sue note personali, manoscritto prezioso, nel quale aveva classificato e distinto, con cifre conosciute da lui solo, i nomi di tutti coloro che, nella sua carriera politica, ne’ suoi affari d’interesse pecuniario, nelle sue cause criminali e nei suoi misteriosi amori, eran diventati suoi nemici. Il numero n’era formidabile, oggi che aveva cominciato a tremare; e ciò non ostante tutti questi nomi, per quanto possenti o temibili si fossero, lo avevan fatto ben molte volte sorridere, come sorride il viaggiatore che dalla più alta montagna guarda ai suoi piedi gli acuti picchi, le strade impraticabili, gli orli dei precipizi pei quali si è tanto lungamente arrampicato per poter giungere a quell’altezza. Quando ebbe ripassati bene tutti questi nomi nella memoria, quando li ebbe ben studiati, commentati sulle sue liste, scosse la testa: — No, mormorò egli, nessuno di questi nemici avrebbe atteso pazientemente ed operosamente fino al giorno in cui siamo, per venirmi ora a schiacciare con questo segreto. Qualche volta, come dice Hamlet, il romore dalle cose più profondamente seppellite sotto terra, sorge, e, come il fuoco nel fosforo, corre follemente per l’aria; ma queste son fiamme che illuminano in un momento per stravolgere il cervello. La storia sarà stata raccontata dal Corso a qualche prete, che la avrà a sua volta raccontata. Il sig. di Monte-Cristo l’avrà saputa, e per venirne in chiaro... ma con qual pro venirne in chiaro? riprendeva Villefort dopo un momento di riflessione, qual premura il sig. di Monte-Cristo, il sig. Zaccone, il figlio di un armatore di Malta, il proprietario di una miniera d’argento nella Tessaglia, che vien per la prima volta in Francia, ha da venire in chiaro di un fatto cupo, misterioso, ed inutile come questo? In mezzo alle informazioni incoerenti che mi sono state date da quell’abate Busoni, e da Lord Wilmore, da questo amico, e da quel nemico, una sola cosa ne spicca chiara, precisa, ai miei occhi: ed è che in nessun tempo, in nessun caso, in nessuna congiuntura egli non può avere avuto il più piccolo contatto con me.

Ma Villefort ripeteva spesso queste parole a sè stesso senza credere a quanto diceva. Il più terribile per lui non era una rivelazione, perchè poteva negare, od anche rispondere: egli s’inquietava poco di quel Mane, Thècel, Pharès, che appariva d’improvviso in lettere di sangue sul muro; ma ciò che io inquietava, era di conoscere il corpo al quale apparteneva la mano che le aveva tracciate. Al momento che tentava di tranquillar sè stesso, ed in cui, invece di quell’avvenire politico che nei suoi sogni d’ambizione aveva qualche volta traveduto, egli si componeva, nel timore di svegliare questo nemico addormentato da sì lungo tempo, un avvenire ristretto alle gioie di famiglia, un romore di carrozza rimbombò nel cortile, indi intese sulla scala passi di una persona di età, poi dei singhiozzi e dei sospiri, come ne trovano i servitori quando vogliono divenire interessanti pel dolore dei loro padroni. Si sollecitò di levare il chiavistello del gabinetto, e ben presto, senza essere annunciata entrò una vecchia dama, collo scialle sul braccio, ed il cappello in mano. I capelli imbiancati coprivano una fronte scura come l’avorio ingiallito, e gli occhi negli angoli dei quali l’età aveva solcato profonde rughe, sparivano quasi del tutto sotto il gonfiore prodotto dal pianto: — Oh! signore, diss’ella, qual disgrazia! Io pur ne morrò. — E cadendo sul seggio più vicino alla porta, irruppe in singhiozzi. I domestici, in piè sul limitare, non osavano più venire avanti, guardavano il vecchio servitore di Noirtier, che, avendo inteso questo romore dalla camera del padrone, era accorso egli pure, e si teneva dietro gli altri. Villefort si alzò, e corse incontro a sua suocera, perchè era ella stessa. — Eh! mio Dio, signora, domandò egli, che è accaduto, che cosa vi sconvolge così? ed il sig. di Saint-Méran? — È morto, disse la vecchia marchesa senza espressioni e con una specie di stupore.

Villefort indietreggiò di un passo, e battè le mani una contro l’altra: — Morto!... morto così... subitamente?

— Sono otto giorni, continuò la sig.ª di Saint-Méran, che dopo avere pranzato montammo insieme in carrozza. Il signor di Saint-Méran era indisposto da qualche giorno; però l’idea di rivedere la nostra cara Valentina lo rendeva coraggioso, e, ad onta dei suoi dolori, aveva voluto partire, allorquando, a sei leghe da Marsiglia, dopo aver mangiate le consuete pastiglie, fu preso da un sonno profondo, che non mi sembrava naturale; ciò nonostante esitai a svegliarlo, quando mi sembrò che il viso diventasse rosso, e le arterie delle tempia battessero più violentemente del solito. Ma pure, siccome era sopraggiunta la notte, ed io non vedeva più niente, lo lasciai dormire; ben tosto mandò un grido sordo e straziante come quello di un uomo che soffre in un sogno, e con improvviso movimento rovesciò la testa in addietro. Chiamai il cameriere, feci fermare il postiglione, chiamai il sig. di Saint-Méran, gli feci respirare la mia boccetta di sali, tutto era finito, era morto, ed al lato del suo cadavere io giunsi fino ad Aix.

Villefort rimase stupefatto, colla bocca aperta.

— E voi chiamaste un medico?

— Nello stesso momento; ma, come ve l’ho già detto, era troppo tardi.

— Senza dubbio, ma almeno egli poteva riconoscere di qual malattia era morto il povero marchese.

— Mio Dio! sì, me l’ha detto, sembra che sia stata un’apoplessia fulminante. — Ed allora che avete fatto?

— Il sig. di Saint-Méran aveva sempre detto, che se moriva lontano da Parigi, desiderava che il suo corpo fosse ricondotto nella sepoltura di famiglia; l’ho fatto mettere in una cassa di piombo, e lo precedo di pochi giorni.

— Oh! mio Dio, povera madre! disse Villefort: simili cure dopo un tale colpo nella vostra età!

— Dio mi ha dato la forza sino alla fine; d’altra parte il caro marchese avrebbe fatto per me ciò che ho fatto per lui. È vero che dal momento in cui l’ho lasciato laggiù, mi sembra di esser pazza: non posso piangere; alla mia età già non vi sono più lagrime: però mi sembra che fino a tanto che si soffre, si dovrebbe poter piangere. Dov’è Valentina, signore? è per lei che ritorniamo, voglio vedere Valentina.

Villefort pensò che sarebbe stato orribile il rispondere che Valentina era al ballo; disse soltanto alla marchesa, che sua nipote era uscita con la matrigna, e che andavano a prevenirla.

— In questo medesimo punto signore, ve ne supplico! — Villefort mise il braccio sotto quello della sig.ª di Saint-Méran, e la condusse al suo appartamento.

— Riposatevi, diss’egli, madre mia. — La marchesa alzò la testa a queste parole, e vedendo quell’uomo che le ricordava questa figlia tanto pianta, e che rivedeva per lei stessa in Valentina, si sentì colpita da questo nome di madre, si sciolse in lagrime, e cadde in ginocchio avanti una sedia, sulla quale nascose la sua testa venerabile. Villefort la raccomandò alle cure delle cameriere, mentre che il vecchio Barrois risaliva tutto ansante dal suo padrone; perchè niente spaventa tanto i vecchi che allorquando la morte abbandona un momento i loro fianchi per colpire un altro vecchio.

Indi, mentre che la sig.ª di Saint-Méran, sempre inginocchiata, pregava dal fondo del cuore, mandò a cercare una carrozza di piazza, e venne egli stesso in casa della sig.ª de Morcerf, per ricondurre a casa sua la moglie e la figlia.

Egli era tanto pallido quando apparve sulla porta della sala, che Valentina corse a lui gridando: — Oh! padre mio! qual disgrazia è accaduta?

— Vostra nonna è giunta, disse il sig. de Villefort.

— E mio nonno? domandò la giovinetta tremante.

Il sig. de Villefort non rispose, se non che offrendo il braccio a sua figlia. Ed era tempo: Valentina, presa da una vertigine, traballava; la sig.ª de Villefort si affrettò a sostenerla, ed aiutò suo marito a trascinarla verso la carrozza, dicendo: — Questo può dirsi strano! chi avrebbe mai potuto dubitar di ciò? — E tutta questa famiglia desolata se ne fuggiva così, gettando la tristezza come un velo nero sul resto della società. A piè della scala, Valentina trovò Barrois che l’aspettava. — Il sig. Noirtier desidera di vedervi questa sera, diss’egli a bassa voce.

— Ditegli che andrò da lui quando uscirò dalla camera di mia nonna. — Nella delicatezza della sua anima, la giovinetta capì bene che quella che aveva più di tutti bisogno di lei in quell’ora, era la sig.ª di Saint-Méran. Valentina ritrovò la sua avola in letto; mute carezze, rigonfiamenti dolorosi di cuore, sospiri interrotti, lagrime brucianti, ecco quali furono i soli particolari raccontabili di questa conversazione, alla quale assisteva stando sotto al braccio di suo marito, la sig.ª de Villefort, piena di rispetto, almeno apparente, per la povera vedova. In capo ad un minuto essa si accostò all’orecchio del marito. — Col vostro permesso, diss’ella, è meglio che mi ritiri, perchè mi sembra che la mia vista affligga ancor di più vostra suocera. — La sig.ª di Saint-Méran l’intese:

— Sì, sì, diss’ella all’orecchio di Valentina, che se ne vada: ma tu resta. — La sig.ª de Villefort uscì, e Valentina rimase sola vicina al letto della nonna, perchè il procurator del Re, costernato da questa morte imprevista, seguì sua moglie. Frattanto Barrois era risalito la prima volta dal vecchio Noirtier; questi, inteso tutto il rumore che si faceva in casa, aveva inviato il vecchio servitore ad informarsi.

Al ritorno quest’occhio sì vivo e soprattutto sì intelligente interrogò il messaggiero:

— Ah! signore, disse Barrois, è accaduta una grande disgrazia. È giunta la signora di Saint-Méran, e suo marito è morto. — Noirtier lasciossi cader la testa sul petto come uomo oppresso, o come uomo che pensa, indi chiuse un occhio solo. — La sig.ª Valentina? disse Barrois. — Noirtier fece segno di sì. — Ella è ad un ballo, il signore lo sa bene ed è venuta a dirgli addio in gran toletta.

Noirtier chiuse di nuovo l’occhio sinistro. — Sì, volete vederla. — Il vecchio fece il segno indicante che ciò era quando desiderava.

— Ebbene si andrà a cercarla, senza dubbio, dalla sig.ª de Morcerf; l’aspetterò al suo ritorno, e le dirò di salire da voi. È questo? — Sì, rispose il paralitico.

Barrois stette dunque esplorando il ritorno di Valentina, e, come lo abbiam veduto al ritorno di lei le espose il desiderio del nonno. Valentina salì dal sig. Noirtier, al momento in cui usciva dalle camere della sig.ª di Saint-Méran, che per quanto fosse agitata aveva finalmente terminato per soccombere alla fatica, e dormiva di un sonno febbrile. Le avevano avvicinato alla portata della mano una piccola tavola sulla quale era una caraffa di Orzata, sua bibita abituale, ed un bicchiere. Valentina venne ad abbracciare il vecchio che la guardò tanto teneramente, che la giovinetta sentì di nuovo scaturir le lagrime, delle quali credeva si fosse disseccata la sorgente. — Il vecchio insisteva con uno sguardo.

— Sì, sì, disse Valentina, vuoi dire che ho sempre un buon nonno, n’è vero? — Il vecchio fece segno che ciò aveva voluto esprimere collo sguardo. — Senza di che, che cosa diventerei? mio Dio!

Era un’ora dopo la mezzanotte. Barrois, che aveva volontà di andarsene egli pure a letto, fece osservare che dopo una serata così dolorosa, tutti avevan bisogno di riposo. Il vecchio non volle dire che il suo riposo era quello di veder sua nipote: congedò Valentina, alla quale effettivamente il dolore e la fatica avevano dato le apparenze di chi soffra.

La dimane entrando nella camera di sua nonna, la ritrovò in letto, la febbre non si era sedata; anzi tutto il contrario, un fuoco nascosto trapelava dagli occhi della vecchia marchesa, che sembrava in preda ad una violenta irritazione nervosa.

— Oh! mio Dio! mia buona nonna, soffrite anche di più?

— No, figlia mia, no, disse la sig.ª di Saint-Méran; ma aspettavo con impazienza che tu giungessi, per mandare a chiamare tuo padre. — Mio padre? domandò Valentina inquieta. — Sì, voglio parlargli. — Valentina non osò opporsi al desiderio dell’ava, ed un momento dopo entrò Villefort.

— Signore, disse la sig.ª di Saint-Méran senza impiegare alcun giro di parole, e come se le fosse sembrato che le mancasse il tempo, mi avete scritto che si tratta di un disegno di matrimonio per questa ragazza?

— Sì, signora, riprese Villefort; è anzi più che un disegno, è già una convenzione. — Vostro genero si chiama Franz d’Épinay? — Sì, signora. — È il figlio del generale d’Épinay, che è dei nostri, n’è vero, e che fu assassinato qualche giorno prima che l’usurpatore ritornasse dall’Isola d’Elba? — Sì, egli stesso. — Questa parentela colla nipote di un giacobino, non gli ripugna?

— Le nostre dissensioni civili si sono fortunatamente estinte, madre mia, disse Villefort; il sig. d’Épinay era quasi un fanciullo alla morte di suo padre; conosce pochissimo il sig. Noirtier, e lo vedrà, se non con piacere almeno con indifferenza.

— È un partito bene assortito?

— Sotto tutti i rapporti, ed il giovine gode della stima universale; è uno degli uomini più distinti che io conosca.

Durante tutta questa conversazione Valentina era rimasta muta: — Ebbene! signore, disse dopo qualche secondo di riflessione la sig.ª di Saint-Méran, bisogna sollecitare, perchè poco mi resta da vivere.

— Voi, signora! voi buona mammà! gridarono ad un tempo il sig. de Villefort e Valentina.

— So quel che dico, bisogna dunque sollecitare, affinchè, non avendo più sua madre, abbia almeno una nonna per benedire il matrimonio: sono la sola che le resto dal lato della povera Renata, che avete sì presto dimenticata.

— Ah! signora, disse Villefort, obbliate che bisognava dare una madre a questa povera fanciulla, che non l’aveva più.

— Una matrigna non è una madre, signore. Ma non è ciò di che si tratta, si tratta di Valentina; lasciamo dunque i morti tranquilli. — Tutto ciò era detto con una tale volubilità, ed un tale accento, che vi era qualche cosa in questa conversazione, rassomigliante ad un principio di delirio.

— Sarà fatto il tutto a seconda dei vostri desiderii, disse Villefort, e ciò tanto meglio in quanto che il vostro desiderio combina puranche col mio; e tosto che arrivi a Parigi il sig. d’Épinay...

— Mia buona madre, le convenienze, il lutto così recente... vorrete fare un matrimonio sotto così tristi auspici?

— Figlia mia, interruppe vivamente l’avola, non facciamo queste insussistenti riflessioni che impediscono agli spiriti leggeri di fabbricare solidamente il loro avvenire. Io pure sono stata maritata al letto di morte di mia madre, e non sono stata per questo infelice.

— Ancora questa idea di morte, riprese Villefort.

— Ancora! sempre!... vi dico che sto per morire, ebbene! prima di morire, voglio aver veduto mio genero; voglio infine conoscerlo, per venirlo poi a ritrovare dal fondo della mia tomba se non sarà quel che deve essere, quel che bisogna ch’egli sia.

— Signora, disse Villefort, bisogna che allontaniate da voi queste idee esaltate, che quasi toccano alla follia; i morti una volta rinchiusi nella tomba, vi rimangono senza muoversi più.

— Oh! sì, buona mammà, calmati! disse Valentina.

— Ed io vi dico, signore, che la cosa non è così come voi credete. Questa notte ho dormito ma... di un sonno terribile; perchè mi vedeva in qualche modo dormire, come se la mia anima avesse già sciolto i legami col corpo: gli occhi, che mi sforzava d’aprire, si rinchiudevano mio malgrado; e ciò non ostante so bene che ciò sembrerà impossibile a voi, signore, in modo particolare, ma io, coi miei occhi chiusi, ho veduto, nel luogo ove siete, ho veduto da quell’angolo ov’è la porticella che mette nel gabinetto di toletta della sig.ª de Villefort, ho veduto entrare senza rumore un’ombra bianca.

Valentina mandò un grido.

— Era la febbre che vi agitava, disse Villefort.

— Dubitatene quanto volete, io però son sicura di quel che vi dico. Ho veduta un’ombra bianca, ed ho inteso rimescolare entro al mio bicchiere... prendete, quello stesso che è lì, lì, sulla tavola.

— Oh! buona mammà, quest’era un sogno.

— Era tanto poco un sogno, che ho steso la mano verso il campanello, ed a questo gesto l’ombra disparve. La cameriera entrò allora con un lume.

— Ma avete veduto qualcuno?

— I fantasmi non si mostrano che a quelli che devono vederli: era l’anima di mio marito. Ebbene, se l’anima di mio marito ritorna per chiamarmi, perchè non dovrà ritornare per difendere mia nipote? Il vincolo è ancor più diretto mi sembra.

— Oh! signora, non date pascolo a queste lugubri idee; voi vivrete lungamente felice, amata, onorata, e vi faremo dimenticare...

— Giammai! giammai! Quando ritorna il sig. d’Épinay?

— Lo aspettiamo da un momento all’altro.

— Sta bene; tosto che sia arrivato prevenitemi. Sollecitiamoci, vorrei pure avere un notaro per assicurarmi che tutti i nostri beni passeranno a Valentina.

— Oh! madre mia, mormorò Valentina appoggiando le labbra sull’ardente fronte dell’ava; dunque volete farmi morire? voi avete la febbre. Non è un notaro che bisogna chiamare, ma un medico!

— Un medico? io non soffro; ho sete ecco tutto.

— Che bevete buona mammà?

— Come, sempre, tu lo sai bene, la mia aranciata. Il bicchiere è lì su quella tavola; dammelo Valentina; — questa versò l’aranciata dalla bottiglia nel bicchiere, e lo prese con un certo spavento per porgerlo a sua nonna, perchè era lo stesso bicchiere, a quanto ella pretendeva, toccato dall’ombra. La marchesa vuotò il bicchiere d’un sol fiato: indi si rivoltò sul cuscino, ripetendo: il notaro! il notaro!

Il sig. de Villefort uscì, Valentina si assise vicino al letto della nonna. La povera fanciulla sembrava aver gran bisogno ella pure del medico, che aveva raccomandato alla sua ava. Un rossore simile ad una fiamma le bruciava gli zigomi delle guance, la respirazione era anelante, ed il polso batteva come se avesse avuto la febbre.

Ciò avveniva perchè la povera fanciulla pensava alla disperazione di Massimiliano, quando avrebbe saputo che la sig.ª di Saint-Méran, invece di essere una loro alleata, operava senza saperlo, come se fosse stata una nemica. Più di una volta Valentina aveva pensato di svelare tutto a sua nonna e non avrebbe esitato un sol momento, se Massimiliano Morrel si fosse chiamato Alberto di Morcerf, ovvero Raoul di Château-Renaud: ma Morrel era di estrazione plebea, e Valentina sapeva il disprezzo che l’orgogliosa marchesa di Saint-Méran portava a tutto quel che non era della sua razza. Il suo segreto era dunque sempre, al momento che stava per svelarsi, ricacciato nel cuore da questa trista certezza che ella lo svelerebbe inutilmente, e che una volta conosciutosi questo segreto da suo padre e da sua matrigna, tutto sarebbe perduto.

Due ore circa passarono così. La sig.ª di Saint-Méran dormiva d’un sonno ardente, ed agitato. Fu annunziato il notaro.

Quantunque quest’annunzio fosse fatto molto a bassa voce, la sig.ª di Saint-Méran si alzò dal suo origliere.

— Il notaro? diss’ella, che venga. — Il notaro era alla porta, ed entrò: — Vattene, Valentina, disse la sig.ª di Saint-Méran, e lasciami col notaro.

La giovinetta baciò la sua avola in fronte, ed uscì col fazzoletto agli occhi. Alla porta ritrovò il cameriere, che le disse che il medico aspettava nella sala.

Valentina discese rapidamente. Il medico era un amico di famiglia, ed uno dei più abili: amava molto Valentina da lui veduta nascere: aveva una figlia dell’età circa di madamigella de Villefort, ma nata da una madre etica, la sua vita era un continuo timore sul conto di sua figlia.

— Oh! disse Valentina, caro sig. d’Avrigny, vi aspettavamo con molta impazienza. Ma prima di tutto, come stanno Maddalena ed Antonietta? — Maddalena era la figlia del dottore d’Avrigny, ed Antonietta la nipote.

Il sig. d’Avrigny sorrise tristamente: — Benissimo Antonietta, diss’egli, ed abbastanza bene Maddalena. Ma voi, cara fanciulla, mi avete mandato a chiamare? non è, nè vostro padre, ne la sig.ª de Villefort malata? in quanto a voi quantunque sia visibile che non possiamo spacciarci dai nostri nervi, non presumo che abbiate bisogno di me in altro, che per raccomandarvi di non lasciare che la vostra immaginazione batta la campagna?

Valentina arrossì; il sig. d’Avrigny spingeva la scienza dell’indovinare fin quasi al miracolo, perchè era uno di quei medici che curava sempre il fisico per mezzo del morale. — No, diss’ella, è per la mia povera nonna: sapete la disgrazia che ci è accaduta, n’è vero?

— Non so niente, disse il sig. d’Avrigny.

— Ahimè! riprese Valentina comprimendo i singhiozzi, mio nonno è morto.

— Il sig. di Saint-Méran? — Sì. — Improvvisamente?

— Con un attacco d’apoplessia fulminante.

— Di una apoplessia? ripetè il medico.

— Sì, di modo che la povera nonna è colpita dall’idea che suo marito, ch’ella non aveva mai lasciato, la chiami, e che andrà presto a raggiungerlo. Oh, signor d’Avrigny, ve la raccomando moltissimo la mia nonna.

— Ove si trova? — Nella sua camera col notaro.

— Ed il sig. Noirtier? — Sempre lo stesso, una lucidità perfetta: ma la medesima immobilità, lo stesso mutismo.

— E lo stesso amore per voi, è vero, cara fanciulla?

— Sì, disse Valentina sospirando, egli mi ama molto.

— E chi non vi amerebbe? — Valentina sorrise tristamente. — E che cosa si sente la nonna?

— Un’esaltazione nervosa particolare, un sonno agitato e strano; pretendeva questa mattina che durante il sonno, la sua anima era disgiunta dai legami del corpo, e di aver veduto un fantasma entrare nella camera, ed inteso il rumore che faceva il preteso fantasma nel toccare il suo bicchiere.

— È singolare, disse il dottore; non sapeva che la sig.ª di Saint-Méran soffrisse di queste allucinazioni.

— È la prima volta che l’ho veduta così, disse Valentina, e questa mattina mi ha fatto gran paura; l’ho creduta folle; e mio padre, voi sig. d’Avrigny conoscete certamente l’indole seria di mio padre, è sembrato molto impressionato.

— Ma andiamo a vedere, disse il sig. d’Avrigny, ciò che mi raccontate, mi sembra strano.

Il notaro discendeva, e vennero a prevenir Valentina che sua nonna era sola. — Salite, diss’ella al dottore. — E voi?

— Non ho coraggio, ella mi aveva proibito di mandarvi a chiamare; poi come dite, io stessa sono molto agitata, febbricitante, e mal disposta; vado invece a fare un piccolo giro nel giardino per rimettermi. — Il dottore strinse la mano a Valentina, e, mentre ch’ei saliva alla nonna, la giovinetta discendeva dalla scalinata. Non abbiamo bisogno di dire qual fosse la parte di giardino favorita a Valentina. Dopo aver fatto due o tre giri sul praticello che circondava la casa, dopo aver raccolto una rosa per metterla alla cintura, o nei capelli, s’inoltrava sotto il viale ombroso che conduceva al banco, poi dal banco andava al cancello.

Questa volta Valentina fece, secondo la sua abitudine, due o tre giri in mezzo ai fiori, ma senza raccoglierli; il lutto del cuore, che non aveva avuto ancora il tempo di estendersi sulla sua persona, rigettava questo semplice ornamento; indi s’incamminò verso il viale. A seconda che si inoltrava, le parve sentire una voce che pronunziasse il suo nome. Ella si fermò maravigliata. Questa volta la voce giunse più distinta al suo orecchio, ed ella riconobbe esser quella di Massimiliano.