LXXII. — LA PROMESSA.
Era in fatto Morrel che dalla sera innanzi non viveva più: con quell’istinto particolare agli amanti, ed alle madri, aveva indovinato, che in seguito di questo ritorno della sig.ª di Saint-Méran, e della morte del marchese, succedeva qualche cosa in casa di Villefort che interessava il suo amore per Valentina.
Come si vedrà, i suoi presentimenti si erano avverati; non era più una semplice inquietudine quella che lo conduceva così sconvolto e tremante al cancello dei marroni.
Ma Valentina non era prevenuta dell’aspettativa di Morrel, questa non era l’ora in cui ordinariamente vedevansi, e fu un puro caso, o se si vuol meglio, una fortunata simpatia che la condusse al giardino. Quando ella comparve, Morrel la chiamò: ella accorse al cancello.
— Voi a quest’ora? diss’ella.
— Sì, vengo a cercare ed a portare cattive notizie.
— È dunque la casa dell’infortunio? parlate, ma in verità, la somma dei dolori è già sufficiente.
— Cara Valentina, ascoltatemi bene, perchè tutto ciò che sono per dirvi è solenne. A qual epoca contano di maritarvi?
— Ascoltate, nulla voglio nascondervi, Massimiliano. Questa mattina han parlato del mio matrimonio, e mia nonna, sulla quale aveva calcolato come sopra un appoggio che non ci sarebbe mancato, non solo si è dichiarata pel matrimonio, ma lo desidera ancora a tal punto, che la sola lontananza del sig. Franz, lo ritarda, e che la dimane del suo arrivo il contratto sarà firmato. — Un penoso sospiro uscì dal petto del giovine, che guardò lungamente e tristamente la sua diletta. — Ah! rispose egli a voce bassa, è spaventoso il sentir dire tranquillamente dalla donna che si ama; «il momento del nostro supplizio è fissato; fra poche ore avrà luogo. Ma non importa, bisogna che la cosa sia così, e dal canto mio non vi apporrò alcuna opposizione.» Ebbene! poichè non si aspetta che l’arrivo del sig. d’Épinay per sottoscrivere il contratto, e che voi sarete sua la dimane del suo arrivo, domani voi apparterrete a lui, perchè egli è giunto a Parigi questa mattina. — Valentina mandò un grido. — Io era dal conte di Monte-Cristo, sarà un’ora, disse Morrel; noi parlavamo, egli del dolore della vostra casa, ed io del dolore vostro, quando d’improvviso si sente scorrere una carrozza nel cortile. Ascoltate! fino allora io non credeva ai presentimenti, ma or bisogna ben che io vi creda: al rumore di quella carrozza sono stato investito da un fremito in tutto il corpo: ben presto intesi dei passi sulla scala. Finalmente si apre la porta, Alberto de Morcerf entra pel primo, stavo per dubitare di me stesso, stavo per credere d’essermi ingannato, quando dietro a lui s’avanza un altro giovine, ed il conte esclama:
«— Ah! sig. barone Franz d’Épinay!»
«Quant’ho di forza e di coraggio io lo raccolsi per contenermi. Forse impallidii, forse tremai, ma a colpo sicuro sono rimasto col sorriso sulle labbra; cinque minuti dopo sono uscito senza avere inteso una parola di ciò che fu detto in quei cinque minuti; ero annientato.
— Povero Massimiliano! mormorò Valentina.
— Osservatemi, Valentina. Vediamo, rispondetemi come ad un uomo al quale la vostra risposta deve dare la vita o la morte: che contate di fare? — Valentina abbassò la testa; ella era oppressa. — Ascoltate, disse Morrel, non è la prima volta che voi pensate alla situazione a cui siamo giunti: essa è grave, è pressante, è suprema; non credo che questo sia il momento di abbandonarsi ad uno sterile dolore: ciò è buono per quelli che vogliono soffrire a loro agio, e vi sono di queste persone; ma chiunque si sente la volontà di lottare, non perde un tempo prezioso, e rimbalza immediatamente alla fortuna il colpo con cui fu colpito. Avete volontà di lottare contro l’avversa sorte, dite, Valentina? Questo è quanto vi domando.
Valentina fremette, e guardò Morrel con occhi spaventati. L’idea di resistere a suo padre, a sua nonna, in fine a tutta la famiglia, non le era ancor venuta.
— Che dite, Massimiliano? e qual cosa chiamate una lotta? dite piuttosto un sacrilegio. Che? io lottare contro l’ordine di mio padre, contro il desiderio della mia ava moribonda? questo è impossibile. (Morrel fece un movimento.) Voi avete un cuore troppo nobile per non potere fare a meno di comprendermi, e mi comprendete tanto bene, che vi ho ridotto al silenzio. Lottare io! Dio me ne salvi! No, no, riserbo tutta la mia forza per lottare contro me stessa, e per bere le mie lagrime, come voi dite; in quanto ad affliggere mio padre, in quanto al turbare gli ultimi momenti di mia nonna, giammai!
— Avete ragione, disse flemmaticamente Morrel.
— In qual modo me lo dite, gridò Valentina offesa.
— Vi dico ciò, come un uomo che vi ammira, madamigella!
— Madamigella, gridò Valentina: oh egoista! egli mi vede alla disperazione, e finge di non capirmi.
— V’ingannate, anzi vi capisco perfettamente. Voi non volete contrariare il sig. de Villefort, non volete disobbedire alla marchesa, e domani sottoscriverete il contratto che deve unirvi a vostro marito.
— Ma, mio Dio! posso fare altrimenti?
— Non bisogna appellarsene a me, perchè sono un cattivo giudice in questa causa, ed il mio egoismo mi accecherà.
— Che mi avreste dunque proposto, Morrel, se mi aveste ritrovata disposta ad accettare la vostra proposizione? sentiamo, rispondete, non si tratta di dire «fate male», si tratta di dare un consiglio.
— Mi dite ciò seriamente, Valentina? e devo io darvi questo consiglio, dite?
— Certamente, caro Massimiliano, perchè se è buono, io lo seguirò: sapete bene che mi sono interamente data alle mie affezioni.
— Valentina, disse Morrel compiendo di staccare un’asse di già sconnessa; ho la testa sconvolta, vedete bene, da un’ora le idee più insensate hanno percorso una per volta nel mio spirito. Oh! nel caso che rifiutaste il mio consiglio...
— Ebbene! questo consiglio?
— Eccolo, Valentina.
La giovane alzò gli occhi al cielo e mandò un sospiro.
— Io son libero, riprese Massimiliano, sono abbastanza ricco per noi due, sarete mia moglie.
— Voi mi fate tremare, disse la giovinetta.
— Seguitemi, continuò Morrel, vi condurrò da mia sorella che è degna d’essere ancora vostra sorella; c’imbarcheremo per Algeri, per l’Inghilterra, o per l’America; se non preferite che ci ritiriamo insieme in qualche provincia, ove aspetteremo che qualche amico abbia vinta la resistenza della vostra famiglia.
Valentina scosse la testa:
— Io me lo aspettava, Massimiliano, diss’ella: questo è un consiglio insensato, e sarei ancor più insensata di voi, se non vi fermassi con queste sole parole: «impossibile Morrel, impossibile».
— Soffrirete dunque la vostra sorte tal quale si presenta, senza neppur tentare di combatterla?
— Sì, dovessi ancora morire!
— Ebbene! Valentina, vi ripeterò di nuovo che avete ragione; infatto io sono un pazzo, e voi mi provate che la passione acceca gli spiriti più giusti. Grazie, dunque, a voi che ragionate senza passione. Sia dunque così: è cosa intesa; domani sarete irrevocabilmente promessa al sig. d’Épinay, non già con quella formalità teatrale che fu immaginata per sciogliere gl’interessi delle commedie, e che si chiama la sottoscrizione del contratto; ma per vostra propria volontà.
— Anche una volta mi ponete alla disperazione, Morrel, disse Valentina; e ricacciate il pugnale nella ferita! Che fareste, dite, se vostra sorella ascoltasse un consiglio come quello che mi date?
— Madamigella, rispose Morrel con un amaro sorriso, sono un egoista, e nella mia qualità d’egoista, non penso a quel che farebbero gli altri nella mia posizione, ma a quel che conto di fare io. Penso che vi conosco da un anno; che ho riposto, dal giorno in cui vi conobbi, tutte le possibilità di felicità nel vostro amore: che venne un giorno in cui mi diceste che mi amavate, che da quel giorno fissai le sorti del mio avvenire sul vostro possesso, giacchè il possedervi era la mia vita. Or non penso più a niente, dico solo a me stesso che le eventualità si sono voltate, che credei aver guadagnata la felicità, e l’ho invece perduta. Ciò accade sempre al giuocatore che perde non solo quel che aveva, ma pur quello che non aveva.
Morrel pronunciò queste parole colla più perfetta calma; Valentina lo guardò coi suoi grandi occhi scrutatori, e cercando di non lasciar penetrare quelli di Morrel fino al subbuglio che già si agitava nel fondo del suo cuore:
— Ma infine, che farete?
— Ho l’onore di dirvi addio, madamigella, chiamando in testimonio Iddio, che sente le mie parole, e legge nel fondo del mio cuore, che vi desidero una vita molto pacifica e felice, e tanto ripiena di contentezza, che non vi rimanga neppur posto per la mia memoria; addio, Valentina, addio! disse Morrel inchinandosi.
— Dove andate? gridò, allungando la mano a traverso il cancello, ed afferrando Massimiliano per l’abito, la giovinetta che comprendeva dall’interna sua agitazione che la calma del suo amante non poteva essere reale; dove andate?
— Vado ad occuparmi di non arrecare un nuovo dispiacere alla vostra famiglia, e dare un esempio che potranno seguire tutte le oneste persone che si troveranno nella mia posizione.
— Prima di lasciarmi ditemi ciò che volete fare.
Il giovine sorrise con tristezza.
— Oh! parlate! parlate! disse Valentina, ve ne prego!
— La vostra risoluzione si è forse cambiata, Valentina?
— Non può cambiarsi, infelice! voi ben lo sapete!
— Allora, addio, Valentina!
Questa scosse il cancello con una forza di cui non si sarebbe creduta capace, e siccome Morrel si allontanava, passò le due mani attraverso le sbarre, e congiungendole contorcendosi le braccia:
— Che andate a fare? voglio saperlo! dove andate?
— Oh! siate tranquilla, disse Massimiliano fermandosi a tre passi dalla porta; la mia intenzione non è di rendere un altro uomo garante dei rigori che la sorte riserba a me solo. Un altro minaccerebbe di andare a trovare Franz, provocarlo, e battersi con lui; tutto ciò sarebbe da insensato. Che ha che fare il sig. Franz con tutto ciò? egli mi ha veduto questa mattina per la prima volta, ha già dimenticato di avermi veduto; non sapeva neppure che io esistessi quando furono fatte le convenzioni fra le vostre due famiglie, per mezzo delle quali fu risoluto che voi due sareste stati l’una dell’altro: non ho dunque che fare col sig. Franz, e, ve lo giuro, non me la prenderò con lui.
— Ma con chi ve la prenderete? con me?
— Con voi, Valentina? oh! Dio me ne guardi! la donna è sacra!
— Con voi stesso allora: disgraziato, con voi stesso.
— Sono io il colpevole, n’è vero? disse Morrel.
— Massimiliano, disse Valentina, venite qui, lo voglio.
Massimiliano si avvicinò col suo dolce sorriso, e se non fosse stato il pallore del viso, sarebbesi detto che era nel suo stato ordinario. — Ascoltatemi, mia adorata Valentina, le persone come noi che non hanno mai avuto un pensiero di cui abbiano ad arrossire davanti al mondo, davanti i parenti, e a Dio, possono leggere nel cuore l’uno dell’altro a libro aperto. Io non ho mai fatto il romantico, non sono un eroe malinconico, non rappresento nè un Manfredi, nè un Antony; ma senza parole, senza proteste, senza giuramenti, ho messa la mia vita in voi, voi mi venite meno, ed avete ragione di far così, ve l’ho detto, ve lo ripeto; ma finalmente mi venite meno, e la mia vita è perduta. Dal momento che vi allontanate da me, Valentina, io resto solo nel mondo. Mia sorella è felice con suo marito, riprese dopo breve pausa Massimiliano, suo marito non è che un mio cognato, vale a dire un uomo che le convenzioni sociali soltanto uniscono a me; nessuno dunque sulla terra ha bisogno della mia esistenza divenuta inutile. Ecco ciò che io farò: aspetterò fino all’ultimo, che voi siate maritata, perchè non voglio perdere l’ombra di una delle inattese combinazioni che qualche volta ci riserba il destino, perchè finalmente di qui a là Franz d’Épinay può morire; al momento in cui voi vi avvicinate a lui il fulmine può cadere sull’altare: tutto sembra credibile al condannato a morte, per lui tutto è possibile; invoca, aspetta anche un miracolo per lui solo, da che si tratta della salvezza della sua vita. Io dunque aspetterò fino all’ultimo momento, e quando la mia infelicità sarà certa, senza rimedio, senza speranze, scriverò una lettera di confidenza a mio cognato, un’altra lettera al prefetto di polizia per dar loro avviso del mio disegno, e nell’angolo di un qualche bosco, sulle rive di qualche fosso, sulle sponde di qualche fiume, mi farò saltare le cervella, tanto vero, quanto che son il figlio del più onesto uomo che abbia vissuto in Francia.
Un tremito convulso agitò le membra di Valentina, ella lasciò il cancello che teneva con ambe le mani, le braccia ricaddero abbandonate, e due grosse lagrime gli scorsero sulle guance.
Il giovine rimase davanti a lei tetro e risoluto.
— Oh! per pietà, diss’ella, vivrete n’è vero?
— No, sul mio onore, disse Massimiliano. Ma che importa a voi? avrete fatto il vostro dovere, e vi rimarrà la vostra coscienza.
Valentina cadde in ginocchio comprimendosi il cuore, che si rompeva:
— Massimiliano, diss’ella, amico mio, mio fratello sulla terra, mio sposo nel cielo, te ne prego, fa come faccio io, vivi e soffri, un giorno forse saremo riuniti.
— Addio, Valentina, riprese Morrel.
— Mio Dio, disse Valentina alzando le mani al cielo con una sublime espressione, voi lo vedete, ho fatto tutto ciò che ho potuto per restare una figlia sottomessa; ho pregato, supplicato, implorato; egli non ha ascoltato le mie preghiere, le mie suppliche, le mie lagrime. Ebbene, continuò ella asciugando le lagrime, e riprendendo la sua fermezza, ebbene! non voglio morire di rimorsi, amo piuttosto morire di vergogna: vivrete, Massimiliano, ed io non sarò di alcuno, fuorchè di voi.
Morrel che aveva già fatto nuovamente qualche passo per allontanarsi, era ritornato di nuovo, pallido di gioia, col cuore commosso, tenendo a traverso il cancello, nelle sue mani quelle di Valentina.
— Valentina, diss’egli, amica cara, non è così che bisogna parlarmi, altrimenti bisogna lasciarmi morire. Perchè dovrò ottenervi dalla violenza, se mi amate come vi amo? mi sforzate a vivere per umanità? ecco tutto, in questo caso, amo piuttosto morire.
— Infatto, mormorò Valentina, chi è che mi ama in questo mondo? lui. Chi mi ha consolato in tutti i miei dolori? lui. Su chi riposano le mie speranze? su chi si ferma la mia vista sconvolta? su chi riposa il mio cuore stillante sangue? su lui, lui, sempre lui. Ebbene tu hai ragione a tua volta; Massimiliano, ti seguirò; abbandonerò la casa paterna, tutto! oh! ingrata che sono, gridò Valentina singhiozzando, tutto, anche il mio buon nonno che dimenticava!
— No, disse Massimiliano, non lo lascerai. Non mi dicesti che il sig. Noirtier sembrò provare qualche simpatia per me? ebbene! prima di fuggire gli dirai tutto, ti farai un’egida davanti a Dio del suo consenso; poi subito dopo maritati egli verrà con noi, ed invece di uno avrà due nipoti. Tu mi hai detto come ti parla, e come tu gli rispondi; imparerò ben presto questa lingua commovente di segni; va Valentina. Oh! te lo giuro, invece della disperazione che ci aspetta, ti prometto la felicità.
— Oh! guarda, Massimiliano, guarda qual è la tua possanza su di me, tu mi fai quasi credere quanto mi dici, e pure ciò che mi dici è insensato; perchè mio padre mi maledirà; perchè lo conosco, egli ha il cuore insensibile, non mi perdonerà mai. Pure, ascoltami, Massimiliano, se per artefizio, per preghiera, per accidente, che so io, se finalmente con qualche mezzo qualunque posso ritardare il matrimonio, mi aspetterai, n’è vero?
— Sì, lo giuro come mi giurate che questo spaventoso matrimonio non si farà mai, e che quand’anche vi trascinassero davanti al magistrato, o davanti al prete, direte sempre di no.
— Te lo giuro, Massimiliano, per tutto ciò che v’è di più sacro al mondo, per mia madre.
— Allora aspettiamo, disse Morrel.
— Sì, aspettiamo, riprese Valentina che respirava a questa parola, vi sono tante combinazioni che possono salvare due infelici come noi.
— Mi fido a voi, Valentina, disse Morrel, tuttocciò che farete sarà ben fatto; soltanto se non si ascoltano le vostre preghiere, se vostro padre, se la sig.ª di Saint-Méran, esigono che il sig. d’Épinay sia chiamato domani a firmare il contratto....
— Allora avete la mia parola, Morrel.
— Invece di firmare...
— Vengo a raggiungervi, e fuggiremo; ma di qui a là, non tentiamo Iddio; Morrel, non ci vediamo più; è un miracolo, è una provvidenza, che non siamo stati ancor sorpresi; se lo fossimo, se si sapesse come ci vediamo, non avremmo più alcun espediente.
— Avete ragione, Valentina; ma come sapere...
— Dal notaio, il signor Deschamps, e da me stessa, vi scriverò.
— Bene! grazie! adorata Valentina, riprese Massimiliano.
— Sia così, disse Valentina, io pure vi dirò, tutto ciò che farete sarà ben fatto; ebbene siete contento di vostra moglie? disse tristamente la giovinetta.
— Mia adorata Valentina, è ben poco il dir di sì.
— Ditelo sempre. A rivederci disse Valentina, togliendosi con uno sforzo dalla sua felicità: a rivederci.
— Io dunque avrò una vostra lettera?
— Sì.
— Grazie mia cara sposa, a rivederci.
Valentina fuggì sotto i tigli.
Morrel ascoltò gli ultimi rumori della sua veste fluttuante contro i cespugli, e dei piedi che facevano scricchiolare la sabbia, alzò gli occhi al cielo con un ineffabile sorriso, per ringraziarlo perchè permetteva che fosse amato in tal guisa, e anch’egli disparve.
Il giovine rientrò in casa sua, ed aspettò durante tutto il resto della sera, ed il dì seguente senza nulla ricevere.
Finalmente il secondo giorno verso le dieci del mattino, mentre stava per andare da Deschamps, ricevè dalla posta un bigliettino, che riconobbe essere di Valentina, quantunque non avesse mai veduto il suo scritto.
Esso era concepito in questi termini;
«Lagrime, suppliche, preghiere, nulla hanno ottenuto. Ieri per due ore sono stata nella chiesa di S. Filippo di Roule e per due ore ho pregato Dio dal fondo della mia anima; Dio non ha voluto esaudirmi, e le soscrizioni del contratto sono fissate per questa sera alle nove. Non ho che una parola sola come non ho che un sol cuore, Morrel, questa parola è impegnata con voi, questo cuore è vostro.
Vostra Sposa
Valentina de Villefort.
«P. S. La mia povera nonna, va di male in peggio: ieri sera la sua esaltazione è giunta al delirio, oggi il suo delirio è quasi una pazzia: mi amerete, per farmi dimenticare che l’avrò abbandonata in questo stato? Credo che nascondano a mio nonno Noirtier che la sottoscrizione del contratto deve aver luogo questa sera.»
Morrel non si limitò alle informazioni che gli dava Valentina: andò dal notaro, che gli confermò la notizia che la sottoscrizione del contratto era fissata per le nove della sera.
Indi passò da Monte-Cristo; e là ne seppe di più: Franz era venuto ad annunziargli questa solennità; dal suo canto la sig.ª de Villefort aveva scritto un biglietto al conte, per pregarlo di scusarla se non lo invitava; ma la morte del sig. di Saint-Méran, e lo stato in cui si trovava la vedova, stendevano sopra questa riunione un velo di tristezza, di cui non voleva offuscare la fronte del conte, cui ella desiderava ogni sorta di felicità.
La sera innanzi Franz era stato presentato alla sig.ª di Saint-Méran, che aveva lasciato il letto per questa cerimonia, ma che lo raggiunse subito dopo.
Morrel, è cosa facile a comprendersi, era in uno stato di agitazione che non poteva sfuggire ad un occhio tanto penetrante, quanto quello del conte; per cui Monte-Cristo fu per lui più affettuoso che mai; tanto affettuoso che due o tre volte Massimiliano fu sul punto di confessargli tutto: ma si ricordò la formale promessa data a Valentina, ed il segreto rimase sepolto nel fondo del suo cuore.
Lesse, e rilesse venti volte nel corso della giornata la lettera di Valentina.
Era la prima volta ch’ella gli scriveva, ed in quale occasione! ciascuna volta che rileggeva questa lettera, rinnovava a sè stesso il giuramento di render felice Valentina, e pensava con una inesprimibile agitazione a quel momento in cui Valentina giugnerebbe.
A quando a quando dei fremiti scorrevano per tutto il corpo di Morrel.
Ma quando trascorse il mezzogiorno, quando Morrel sentì avvicinarsi l’ora, provò il bisogno di restar solo; il sangue bolliva; le semplici domande, la sola voce di un amico l’avrebbero irritato: si rinchiuse in casa sua, provò di leggere; ma lo sguardo strisciò sulle pagine senza nulla capire e finì col gettare il libro, per ritornare a meditare per la decima volta il disegno: le scale, il recinto. Finalmente l’ora si avvicinò.
Giammai un uomo veramente innamorato ha lasciato fare all’orologio il suo pacifico cammino.
Morrel tormentò tanto il suo che finì col segnare le otto e mezzo, quando non erano ancora le sei.
Allora disse a sè stesso, che era giunta l’ora di partire, che le nove erano effettivamente l’ora della sottoscrizione del contratto, ma che, secondo ogni probabilità, Valentina non aspetterebbe questa inutile sottoscrizione; per conseguenza, Morrel, dopo essere partito dalla strada Meslay alle otto e mezzo del suo orologio, entrò nel recinto quando le otto suonavano a S. Filippo di Roule. Poco a poco cadde il giorno.
Allora Morrel uscì dal nascondiglio, e col cuore palpitante venne a guardare alle fenditure del cancello; non v’era ancora alcuno.
Suonarono le otto e mezzo.
Una mezz’ora passò nell’aspettare; Morrel passeggiava in lungo ed in largo, quindi, ad intervalli sempre più vicini, veniva ad applicare l’occhio alle assi.
Il giardino si oscurava sempre più, ma nella oscurità cercava invano la veste bianca, nel silenzio ascoltava inutilmente il romore dei passi.
La casa, che si scuopriva attraverso il fogliame restava tetra, e non presentava alcuno dei caratteri di una casa che si apre per un avvenimento tanto importante, quanto lo è la sottoscrizione di un contratto di matrimonio.
Morrel consultò l’orologio che suonò le nove e tre quarti, ma quasi subito dopo lo stesso suono dell’orologio già inteso due o tre volte ratificò l’errore della sua ripetizione e suonò le nove e mezzo.
Era già mezz’ora di aspettativa di più di quel che aveva fissato la stessa Valentina: ella aveva detto le nove, anzi piuttosto prima che dopo.
Questo fu il momento più terribile pel cuore del giovine, sul quale ciascun secondo cadeva come un martello di piombo. Il più debole rumore di foglie, il più piccolo soffio di vento chiamava la sua attenzione, e faceva spuntare il suo freddo sudore; allora, tutto tremante, accomodava la scala, e, per non perder tempo, metteva il piede sul primo scalino. In mezzo a queste alternative di timore e di speranze, in mezzo a questi stringimenti di cuore, suonarono le dieci all’orologio della chiesa.
— Oh! mormorò Massimiliano con terrore, è impossibile che la sottoscrizione di un contratto duri così lungamente, a meno che avvenimenti imprevisti non sian sopraggiunti, ho misurato tutte le possibilità, calcolato il tempo di durata di tutte le formalità, è dunque accaduta qualche cosa.
Ed allora un poco passeggiava davanti al cancello, un poco veniva ad appoggiare la fronte bruciante sul gelido ferro. Valentina sarebbe forse svenuta dopo il contratto? o sarebbe forse stata fermata mentre fuggiva? Erano le due sole ipotesi alle quali poteva fermarsi il giovine, entrambe disperanti. L’idea sulla quale si fermò, fu che a metà della fuga stessa fosse venuta meno la forza a Valentina, e che fosse caduta svenuta in mezzo a qualche viale.
— Oh! se fosse così, gridò egli slanciandosi alla sommità della scala, la perderei, e per mia colpa!
Il demone che gli aveva soffiato questo pensiero non lo lasciò più, e ronzò al suo orecchio con quella perseveranza che fa sì che alcuni dubbi, in capo a pochi momenti, per la forza del ragionamento, diventino convinzioni. Gli occhi che cercavano di fendere la crescente oscurità, credevano di veder sotto l’ombroso viale un oggetto steso; Morrel arrischiò perfino a chiamare, e gli sembrò che il vento portasse fino a lui un lamento inarticolato.
Finalmente battè ancora la mezz’ora: era impossibile di poter pazientare più lungamente, tutto era supponibile; le tempia di Massimiliano battevano con forza, cavalcò il muro, e saltò dall’altra parte. Egli era nella proprietà di Villefort, vi penetrava per mezzo d’una scalata; pensò allora alle conseguenze che poteva avere una simile azione; ma non era arrivato tant’oltre per ritornare addietro.
Per qualche tratto andò rasente il muro, e, traversando il viale con un salto, si slanciò nel fondo degli alberi.
In un momento fu all’estremità di questo boschetto.
Dal punto in cui era giunto, si poteva scorgere la casa.
Allora si assicurò di una cosa ch’egli aveva già potuto sospettare: e fu che invece dei lumi che si credeva di veder risplendere a ciascuna finestra, com’è naturale nei giorni di cerimonia, non vide altro che una massa grigia e velata ancora da un grande strato d’ombra, che proiettava un’immensa nube distesa avanti la luna. Un lume scorreva a quando a quando come perduto, e passava davanti a tre finestre del primo piano. Queste erano quelle dell’appartamento della sig.ª di Saint-Méran. Un altro lume restava immobile dietro un tendinaggio rosso: ch’era quello della camera della sig.ª de Villefort. Morrel indovinò tutto questo. Tante erano le volte, che per seguire Valentina col pensiero in tutte le ore del giorno, ch’egli si era fatto descrivere il piano di questa casa, che conosceva senza aver veduta.
Il giovine fu ancora più spaventato da questa oscurità e da questo silenzio, di quel che lo fosse stato per l’assenza di Valentina. Perduto, folle per dolore, risoluto a cimentar tutto per rivedere Valentina, ed assicurarsi dell’infortunio che presentiva, qualunque fosse, Morrel arrivò all’orlo del boschetto, e s’apparecchiava a traversare il praticello di fiori quanto più poteva sollecitamente, del tutto allo scoperto, quando giunse fino a lui il suono di voci assai lontane, ma che il vento gli portava.
A questo rumore fece un passo addietro, di già uscito a mezzo dalle foglie, si celò compiutamente, e restò immobile e muto ravvolto nella oscurità. La sua risoluzione era presa; s’era Valentina sola, egli l’avvertirebbe con una parola al passaggio di lei: se Valentina era accompagnata, almeno la vedrebbe, e si assicurerebbe che non le era accaduta alcuna disgrazia: se fossero estranei afferrerebbe qualche parola della loro conversazione e giungerebbe a comprendere un mistero fino allora per lui inesplicabile.
La luna uscì dalle nubi che la nascondevano, e sulla porta della scalinata Morrel vide comparire il sig. de Villefort in compagnia di un uomo vestito di nero. Essi scesero gli scalini, e s’inoltrarono nel boschetto. Non avevano ancora fatti quattro passi, che in quest’uomo vestito di nero Morrel aveva riconosciuto il dottore d’Avrigny.
Il giovine, vedendoli venire alla sua volta, indietreggiò macchinalmente in faccia a loro, fino a che urtò nel tronco di un albero che formava il centro del boschetto; là fu costretto di fermarsi. Ben presto la sabbia cessò di stridere sotto i piedi de’ due passeggiatori. — Ah! caro dottore, disse il procuratore del Re, ecco che il cielo si dichiara avverso alla mia casa. Qual morte orribile! qual colpo di fulmine! Non cercate di consolarmi; ahimè! non vi sono consolazioni per simili disgrazie, la piaga è troppo viva e troppo profonda; morta! morta!
Un sudor freddo fece agghiacciare la fronte del giovine, e battere i denti. Chi dunque era morta in questa casa, che lo stesso Villefort diceva maledetta?
— Mio caro sig. de Villefort, rispose il medico con un accento che raddoppiò il terrore del giovine, non vi ho qui condotto per consolarvi, anzi tutto al contrario.
— Che volete dire? domandò il procurator del Re spaventato. — Voglio dirvi, che dietro alla disgrazia che vi è accaduta, ve ne è un’altra fors’anche maggiore.
— Oh! mio Dio! mormorò Villefort giungendo le mani, che volete dirmi ancora? — Siamo ben sicuri d’essere soli?
— Oh! sì, siamo soli. Ma che significano tutte queste cautele?
— Significano ch’io ho una confidenza terribile a farvi, disse il dottore; sediamoci. — Villefort cadde piuttosto che assidersi sopra un banco. Il dottore rimase in piedi davanti a lui, tenendogli una mano sopra una spalla. Morrel, agghiacciato dallo spavento, con una mano si reggeva la fronte, e coll’altra si teneva compresso il cuore per timore che si sentissero le sue pulsazioni: — Morta! morta! ripetè nel suo pensiero colla voce del suo cuore, ed egli stesso si sentiva morire.
— Parlate, dottore, vi ascolto, disse Villefort; capite, sono preparato a tutto. — La sig.ª di Saint-Méran era avanzata in età, non vi è dubbio, ma godeva ancora di una eccellente salute.
Morrel per la prima volta respirò dopo dieci minuti.
— Il dolore l’ha uccisa; disse Villefort, sì, il dispiacere, dottore! l’abitudine per 40 anni di vivere col marchese...
— Non fu il dispiacere, caro Villefort, disse il dottore. I dispiaceri possono uccidere, quantunque i casi sian molto rari, ma non uccidono in un giorno, in un’ora, in dieci minuti. — Villefort nulla rispose, soltanto alzò la testa che fino allora aveva tenuta bassa, e guardò il dottore con occhi atterriti. — Eravate là, durante l’agonia? domandò il dottore d’Avrigny.
— Senza dubbio, rispose il procuratore del Re, mi diceste a bassa voce che non mi allontanassi.
— Avete osservati i sintomi del male sotto cui ha dovuto soccombere la sig.ª Saint-Méran?
— Certamente; ella ha avuto tre assalti successivi, con qualche minuto di distanza gli uni dagli altri, e ciascuna volta eran fra loro vicini e più forti. Quando siete giunto, già da qualche minuto la sig.ª di Saint-Méran era anelante; allora ebbe una crisi che io credetti un semplice assalto nervoso, e non ho cominciato a spaventarmi realmente che quando la vidi sollevare dal letto, coi membri ed il collo irrigiditi. Allora dal vostro viso compresi che la cosa era più grave di quel che io credeva. Cessata la crisi, cercava i vostri occhi, ma essi non s’incontrarono coi miei. Voi tenevate fra le vostre dita il polso, ne contavate le pulsazioni, e comparve la seconda crisi, più terribile della prima; gli stessi movimenti nervosi si riprodussero, e la bocca si contrasse, e divenne violetta. Alla terza ella spirò. Io aveva già riconosciuto il tetano fin dalla fine della prima crisi; voi mi confermaste in questa opinione.
— Sì, alla presenza di tutti, disse il dottore; ma or siam soli. — Che volete dirmi, mio Dio?
— Che i sintomi del tetano e dell’avvelenamento colle sostanze vegetabili, sono assolutamente gli stessi. — Villefort si rizzò in piedi, poi, dopo un minuto d’immobilità e di silenzio, ricadde sul banco. — Oh! mio Dio! dottore, pensate bene a quel che ora mi dite!
Morrel non sapeva se faceva un sogno, o vegliava.
— Ascoltate, conosco l’importanza della mia dichiarazione, ed il carattere della persona cui la indirizzo.
— Parlate all’amico o al magistrato? domandò Villefort.
— All’amico soltanto in questo momento; i rapporti fra i sintomi del tetano e quelli dell’avvelenamento colle sostanze vegetabili sono talmente identici, che se mi bisognasse firmare quant’io vi dico, vi dichiaro che esiterei. Per cui ve lo ripeto, non è al magistrato ch’io parlo, ma all’amico. Ebbene! dico all’amico; «Nei tre quarti d’ora che ha durato, ho studiata l’agonia, le convulsioni, e la morte della sig.ª di Saint-Méran; e nella mia convinzione, non solo ella è morta avvelenata, ma direi pure, qual veleno l’ha uccisa.»
— Signore! signore!
— Tutto v’era, sonnolenza interrotta da crisi nervose, sopraeccitazione del cervello. La sig.ª di Saint-Méran è morta per una dose violenta di brucnina o di stricnina che senza dubbio per caso, o forse per errore le è stata ministrata.
Villefort afferrò la mano del dottore: — Oh! è impossibile, diss’egli, sogno, mio Dio! sogno! È spaventoso il sentire simili cose da un uomo come voi! In nome del cielo, ve ne supplico, caro dottore, ditemi che potete esservi sbagliato.
— Senza dubbio lo posso, ma... non lo credo.
— Dottore, abbiate pietà di me; da qualche giorno mi accadono cose tanto inaudite, che credo alla possibilità di diventar pazzo.
— La sig.ª di Saint-Méran è stata visitata da altro medico?
— Da nessuno. — È stata presa alla spezieria altra ricetta che non mi sia stata fatta vedere? — Nessuna.
— Aveva qualche nemico? — Non le ne conosco alcuno.
— V’è qualcuno che abbia premura della sua morte?
— Ma no, mio Dio! ma no, mia figlia ne è la sola ereditiera, Valentina sola... Oh! se mi potesse venire un simile pensiero, mi conficcherei da me stesso un pugnale nel cuore per punirlo di aver potuto per un sol momento fermarsi sopra un tal pensiero.
— Oh! gridò a sua volta d’Avrigny, caro amico, non piaccia a Dio che io accusi qualcuno; non parlo che di un accidente, di un errore, capite bene? ma accidente, o errore, il fatto è là che parla a bassa voce nella mia coscienza, la quale esige però che io ve ne parli ad alta voce. Pigliate le vostre informazioni.
— A chi? come? di qual cosa?
— Vediamo, Barrois il vecchio domestico si sarebbe sbagliato, e dato alla sig.ª di Saint-Méran qualche bevanda preparata pel suo padrone? — Per mio padre? — Sì.
— Ma come una bevanda preparata per il sig. Noirtier può avvelenare la sig.ª di Saint-Méran?
— Niente di più semplice: sapete che in certe malattie i veleni divengono rimedi; la paralisi è una di queste malattie. Da circa tre mesi, per esempio, dopo aver tutto tentato per rendere il movimento della parola al sig. Noirtier, ho risoluto tentare un ultimo mezzo; lo curo con la brucnina; così nell’ultima bevanda che ho ordinata per lui, ve ne erano sei centigrammi; essi, senza azione sugli organi paralizzati del sig. Noirtier, ed ai quali egli si è avvezzato, bastano per ammazzare qualunque altra persona.
— Mio caro dottore, non vi è nessuna comunicazione fra l’appartamento del sig. Noirtier, e quello della sig.ª di Saint-Méran, e Barrois non è mai entrato nelle camere di mia suocera. Finalmente quantunque io vi conosca per l’uomo più abile, e soprattutto più coscienzioso del mondo, quantunque in tutt’altra congiuntura la vostra parola sia per me una fiaccola che guida al par della luce del sole, pure ho bisogno, ad onta di questa convinzione, di appoggiarmi su questo assioma, lo sbagliare è dell’uomo.
— Ascoltate, Villefort, disse il dottore, conoscete uno dei miei confratelli nel quale possiate avere la stessa confidenza che in me?
— Perchè dite ciò? a che volete venirne?
— Chiamatelo, gli dirò ciò che ho veduto, ciò che ho osservato, e poi faremo l’autopsia.
— E troverete le tracce dell’avvelenamento?
— No, niente del veleno, non ho detto questo, ma constateremo l’esasperazione del sistema, riconosceremo l’asfissia patente, incontestabile, e vi diremo caro Villefort: «se per negligenza accadde una tal cosa, vegliate su i vostri servitori: se per odio, vegliate su i vostri nemici!»
— Oh! mio Dio! che mi proponete mai, d’Avrigny, rispose Villefort abbattuto; dal momento che vi sarà un altro oltre voi nel segreto, vi vorrà un processo, ed in casa mia è impossibile! Pertanto, se lo volete, se lo esigete assolutamente, lo farò. Infatto, io forse dovrò dar seguito a quest’affare; il mio carattere me lo comanda. Ma dottore, mi vedete di già penetrato di tristezza: introdurre nella mia casa un sì grande scandalo, dopo un sì gran dolore! oh! mia moglie, e mia figlia ne morrebbero; dottore, lo sapete, un uomo non è stato procuratore del Re per venti anni senza essersi fatto buon numero di nemici; ed i miei son molti. Quest’affare scandaloso sarà per essi un trionfo che li farà esultare di gioia, e coprirà me di vergogna, perdonatemi queste idee mondane. Se foste un egoista, non oserei parlarvi così; ma siete un uomo, conoscete gli altri uomini; dottore, non mi avete detto niente, n’è vero?
— Mio caro sig. de Villefort, rispose il dottore costernato, il mio primo dovere è la umanità; se avessi salvata la sig.ª di Saint-Méran, se la scienza avesse avuto il potere di farlo; ma ella è morta, ed io devo me stesso ai vivi. Seppelliamo nel più profondo dei nostri cuori questo terribile segreto: permetterò, se gli occhi di qualcuno si aprono su ciò, che sia imputato a mia ignoranza il silenzio che avrò conservato. Però, signore, cercate sempre, ed operosamente, perchè forse ciò non si fermerà qui... e quando avrete trovato il colpevole, se pur lo ritrovate, vi dirò: «voi viete magistrato, fate ciò che volete!».
— Oh! grazie, dottore! disse Villefort con indicibile gioia, non ho mai avuto amico miglior di voi. — E quasi che avesse temuto che il dottore d’Avrigny non si pentisse di questa promessa, si alzò, e trascinò il dottore dalla parte della casa. Essi si allontanarono.
Morrel come se avesse avuto bisogno di respirare, mise fuori la testa dai tigli, e la luna illuminò quel viso tanto pallido, che sarebbesi potuto prendere per un fantasma.
— Dio mi protegge con un manifesto, ma terribile modo! diss’egli. Ma Valentina! povera amica! resisterà a tanti dolori? — Dicendo queste parole guardava alternativamente la finestra con le tende rosse, e le tre finestre con le tende bianche. La luce era quasi compiutamente disparsa dalla finestra con le tende rosse. Senza dubbio la sig.ª de Villefort aveva spento il suo lume, ed il solo lume da notte mandava qualche riflesso ai vetri. All’estremità del fabbricato, al contrario, vide aprirsi una delle tre finestre con le tende bianche. Una candela posta sul caminetto mandò al di fuori qualche raggio della sua pallida luce, ed un’ombra venne per un momento ad appoggiarsi al balcone.
Morrel fremette; gli sembrò avere inteso un singulto.
Non era meraviglioso che quest’anima ordinariamente tanto coraggiosa e forte, ora sconvolta ed esaltata dalle due più forti passioni dell’uomo, l’amore e la paura, si fosse indebolita al punto da soffrire le allucinazioni superstiziose.
Quantunque fosse impossibile, nascosto come egli era, che l’occhio di Valentina lo distinguesse, pure gli parve di vedersi chiamato dall’ombra della finestra; il suo spirito sconvolto glielo diceva, il cuore ardente glielo ripeteva. Questo doppio errore divenne una realtà irresistibile, e, per uno di quegli slanci incomprensibili della gioventù, balzò fuori del nascondiglio, e in due salti, col pericolo di essere veduto, di spaventare Valentina, di dare l’allarme, se alla giovinetta sfuggiva un qualche grido involontario, traversò il prato, che la luna faceva largo e chiaro come un lago; e raggiunta la fila dei cassettoni degli aranci che si estendevano davanti alla casa, giunse ai gradini della scalinata, che salì rapidamente, e spinse la porta, che si aprì senza alcuna resistenza davanti a lui. Valentina non lo aveva veduto, gli occhi innalzati al cielo seguivano una nube d’argento che strisciava l’azzurro, e la cui forma era quella di un’ombra che sale al cielo; il suo spirito poetico ed esaltato le diceva che quella era l’ombra di sua nonna. Frattanto Morrel aveva traversata l’anticamera e ritrovata la rampa della scala; i tappeti stesi sugli scalini tennero nascosto il romore dei suoi passi: d’altra parte Morrel era giunto a quel punto di esaltamento che non lo avrebbe spaventato la presenza stessa del sig. de Villefort. Se questi si fosse presentato ai suoi occhi, la risoluzione era presa: gli si avvicinava, gli confessava tutto, pregandolo di scusare, ed approvare quest’amore che lo univa a sua figlia... Morrel era pazzo. Per fortuna non vide alcuno; particolarmente allora quella tal conoscenza che aveva imparato da Valentina sul piano interno della casa gli servì; giunse senza alcun incidente in alto alla scala, e come arrivato là, si orizzontava, un singhiozzo, di cui riconobbe l’espressione, gli indicò il cammino che doveva prendere; si voltò: una porta era socchiusa, e lasciava giungere a lui il riflesso di una lampada, ed il suono della voce che gemeva. Spinse questa porta ed entrò. Nel fondo di una alcova, sotto un bianco drappo che ne ricopriva la testa, e designava la forma, giaceva la morta, più spaventosa ancora agli occhi di Morrel dopo la rivelazione segreta di cui il caso lo avea fatto possessore. Di fianco al letto, in ginocchio, colla testa sepolta nei cuscini di una larga poltrona, Valentina tremante, e sollevata dai singhiozzi, stendeva al di sopra, della testa, che non si vedeva, ambo le mani giunte ed irrigidite: aveva lasciata la finestra aperta, e pregava ad alta voce con accenti che avrebber commosso il cuore più insensibile; la parola le sfuggiva dalle labbra, rapida, incoerente, inintelligibile. La luna strisciando a traverso la apertura delle persiane, faceva impallidire la luce della lampada, e dava un fondo azzurro alle funebri tinte in questo quadro di desolazione.
Morrel non potè resistere a questo spettacolo; egli non era di una pietà esemplare, non era facile alle impressioni; ma Valentina sofferente, piangente, e torcentesi le braccia, avanti ai suoi occhi era più di quanto poteva sopportare in silenzio. Egli mandò un sospiro, mormorò un nome, e la testa bagnata dalle lagrime, ed impietrata sui velluti del seggio, si rialzò, e rimase voltata verso di lui.
Valentina lo vide, e non manifestò alcuna meraviglia. Non vi sono più emozioni intermedie per un cuore gonfio di supremo dolore. Morrel le stese la mano, Valentina per tutta scusa del perchè non era stata a ritrovarlo, gli mostrò il cadavere che giaceva sotto il funebre drappo, e ricominciò i singulti. Nè l’uno, nè l’altra osavano parlarsi in questa camera. Ciascuno esitava a rompere quel silenzio che sembrava venisse raccomandato dalla morte ritta in piedi in un qualche angolo, col dito sulle labbra. Finalmente Valentina osò parlare per la prima: — Amico, diss’ella, come mai siete qui? Ahimè! vi direi: «siate il ben venuto» se non fosse la morte che vi avesse aperta la porta di questa casa.
— Valentina, disse Morrel con voce tremante, e con le mani giunte, io era là dalle otto e mezzo; non vi vedeva venire: fui preso dall’inquietudine, ho saltato il muro, son penetrato nel giardino; allora delle voci che si intrattenevano sul fatale accidente...
— Quali voci? domandò Valentina.
Morrel fremette perchè tutta la conversazione del dottore e di Villefort gli ritornava al pensiero, ed a traverso del drappo, credeva veder quelle braccia contorte, quel collo irrigidito, quelle labbra violette: — Le voci dei vostri domestici, diss’egli, mi hanno appreso tutto.
— Ma venir fin qui, è lo stesso che perderci, amico mio, disse Valentina senza collera e senza spavento.
— Perdonatemi, rispose Morrel col medesimo tuono, mi ritiro.
— No, disse Valentina, sareste incontrato, restate.
— Ma se qui venissero?... — La giovane scosse la testa:
— Nessuno verrà, siate tranquillo, ecco la nostra salva guardia. — E mostrò la forma del cadavere modellata dal drappo che la copriva.
— Ma che è accaduto del sig. d’Épinay?
— Il sig. Franz è venuto per soscrivere il contratto al momento in cui mia nonna rendeva l’ultimo sospiro: ma ciò che raddoppia il mio dolore, si è che questa povera e cara avola, morendo, mi ordinò che si compiesse il matrimonio il più presto possibile.
— Ascoltate! disse Morrel. I due giovani fecero silenzio.
S’intese una porta aprirsi, e dei passi fecero scricchiolare il piancito del corridoio ed i gradini della scala:
— È mio padre che esce dal suo gabinetto, disse Valentina.
— E che riconduce il dottore, soggiunse Morrel.
— Come sapete che è il dottore? domandò Valentina meravigliata. — Lo presumo, disse Morrel. — Valentina guardò il giovine. Frattanto s’intese chiudere la porta di strada.
Il sig. de Villefort andò inoltre a dare un doppio giro di chiave a quella del giardino, indi risalì le scale.
Giunto nell’anticamera si fermò un momento, come esitante se dovesse entrare nel suo appartamento, o nella camera della sig.ª di Saint-Méran. Morrel si gettò dietro una portiera. Valentina non fece alcun movimento: si sarebbe detto che il sommo dolore la poneva al di sopra degli ordinari timori. Ma de Villefort entrò nelle sue stanze.
— Ora, disse Valentina, non potete più uscire nè dalla porta del giardino, nè da quella di strada.
Morrel la guardò con meraviglia. — Ora, diss’ella, non vi è più che una uscita sicura e permessa, ed è quella dello appartamento del mio nonno. — Ella si alzò: — Venite.
— E dove? domandò Massimiliano. — Da mio nonno.
— Io, dal sig. Noirtier? — Sì.
— Pensateci bene, Valentina.
— Vi penso, e da lungo tempo. Non ho più che questo amico al mondo, ed entrambi abbiam bisogno di lui.
— State attenta, Valentina, disse Morrel esitando a fare ciò che gli ordinava la giovinetta, state attenta, la benda mi è caduta dagli occhi. Venendo qui, ho commesso un atto di pazzia. Avete voi stessa tutta la vostra ragione, cara amica.
— Sì, disse Valentina, e non ho che uno scrupolo al mondo, quello di lasciar soli questi ultimi avanzi della mia povera nonna, che mi sono incaricata di vegliare.
— Valentina, disse Morrel, la morte è sacra per sè stessa.
— Sì, rispose la giovinetta; d’altra parte sarà per poco, venite. — Valentina traversò il corridoio, e discese una piccola scala che conduceva dal sig. Noirtier. Morrel la seguiva in punta di piedi. Giunti sul piano dell’appartamento ritrovarono il vecchio domestico.
— Barrois, disse Valentina, chiudete la porta, e non lasciate entrare nessuno.
Ella entrò per la prima. Noirtier, ancora seduto al suo seggio, attento al più piccolo rumore, istruito dal vecchio servitore di tutto ciò che accadeva, fissò gli sguardi avidi all’entrata della camera; vide Valentina, ed il suo occhio brillò. Vi era nel portamento, nell’attitudine della giovinetta qualche cosa di grave, e di solenne che sorprese il vegliardo: epperò lo sguardo ch’era brillante divenne interrogatore. — Caro padre, diss’ella a bassa voce, ascoltami bene: tu sai che la buona nonna Saint-Méran è morta sarà un’ora, e che adesso, eccetto te, non ho più alcuno che mi ami in questo mondo. — Un’espressione d’infinita tenerezza passò sugli occhi del vecchio. — È dunque a te solo, che io debbo confidar tutti i miei dispiaceri, e le mie speranze?
Il paralitico fece segno di sì.
Valentina prese Massimiliano per la mano: — Allora diss’ella, guarda bene questo signore.
Il vecchio fissò lo sguardo scrutatore, e leggermente maravigliato su Morrel. — Questi è il sig. Massimiliano Morrel, diss’ella, il figlio di quell’onesto negoziante di Marsiglia di cui tu avrai senza dubbio inteso parlare.
— Sì, fece il vecchio.
— È un nome irreprensibile che Massimiliano è in via di rendere glorioso, perchè a trent’anni è capitano degli Spahis, ed ufficiale della legione d’onore.
Il vecchio fece segno che se ne ricordava.
— Ebbene! buon papà, disse Valentina mettendosi in ginocchio e mostrando Massimiliano con una mano, io l’amo, e non sarò mai d’altri che di lui! se mi sforzeranno di sposarne un altro, mi lascerò morire, o mi ucciderò.
Gli occhi del paralitico esprimevano una folla di pensieri tumultuosi. — Tu ami il sig. Morrel, n’è vero, buon papà? domandò la giovinetta. — Sì, fece il vecchio immobile.
— E vuoi tu proteggerci, noi siamo i tuoi figli, contro la volontà di mio padre?
Noirtier fissò lo sguardo intelligente su Morrel, quasi avesse voluto dire:
— Per questo, vedremo.
Massimiliano capì: — Madamigella, diss’egli, voi avete un sacro dovere da compiere nella camera di vostra nonna; volete permettermi di aver l’onore di parlare un momento col sig. Noirtier?
— Sì, sì, è questo, fece l’occhio del vecchio; poi guardò Valentina con inquietudine. — Come farà egli per intenderti, vuoi dire, buon nonno. — Sì.
— Oh! sta tranquillo; abbiamo tanto spesso parlato di te, che egli sa bene il modo di trattenersi teco.
Poi volgendosi a Morrel con un’adorabile sorriso, velato però da una profonda tristezza: — Egli sa tutto quel che so io, diss’ella. — Valentina si alzò, avvicinò una sedia per Morrel, raccomandando a Barrois di non lasciare entrare nessuno, e dopo avere teneramente abbracciato suo nonno, e detto addio tristamente a Morrel, partì.
Allora Morrel per provare a Noirtier che egli aveva la confidenza di Valentina, e che conosceva tutti i loro segreti, prese il dizionario, la penna, e la carta, e pose il tutto sopra una tavola su cui stava il lume: — Ma primieramente, disse Morrel, permettetemi, signore, di raccontarvi chi sono io, come amo madamigella Valentina, e quali sono le mie vedute sul conto di lei. — Ascolto, fece Noirtier.
Era uno spettacolo imponente questo vecchio, inutile fardello in apparenza, diventato il solo protettore, il solo appoggio, il solo giudice dei due giovani amanti, belli, e robusti che entravano nella vita. La sua figura nobile ed austera imponeva a Morrel, che cominciò il racconto tremando. Narrò allora come aveva conosciuto, come aveva amato Valentina, e come questa nel suo isolamento, e nel suo infortunio, aveva accolta l’offerta della sua devozione. Gli disse qual era la sua nascita, la sua posizione, la sua fortuna; e più d’una volta interrogò lo sguardo del paralitico che gli rispondeva: — Sta bene; continuate.
— Ora, disse Morrel, quando ebbe finita questa prima parte del suo racconto, ora, che vi ho detto, signore, il mio amore, e le mie speranze, debbo dirvi i miei disegni?
— Sì, fece il vecchio.
— Ebbene! ecco ciò che noi avevamo risoluto.
Allora raccontò tutto a Noirtier, in qual modo un calessino aspettava nel recinto, come contava rapire Valentina, condurla da sua sorella, sposarla, e, in una rispettosa aspettativa, sperare il perdono dal sig. de Villefort.
— No, disse Noirtier.
— No, rispose Morrel, non è così, che si deve fare? — No.
— Questo disegno non ha il vostro assenso? — No.
— Ebbene! vi è un altro mezzo, disse Morrel.
Lo sguardo interrogatore del vecchio domandò: quale?
— Andrò a ritrovare il sig. Franz d’Épinay; sono contento di potervi dir questo in assenza di madamigella di Villefort; mi condurrò in modo di sforzarlo ad essere un galantuomo.
Lo sguardo di Noirtier continuò ad interrogare.
— Ciò che farò? — Sì.
— Eccolo: andrò a trovarlo, gli racconterò i legami che mi uniscono a madamigella Valentina; se gli è uomo delicato, proverà la sua delicatezza rinunciando da sè stesso alla mano della fidanzata, e la mia amicizia e devozione gli sono da questo momento devolute per sempre fino alla morte; se rifiuta, sia che l’interesse lo spinga, sia che un ridicolo orgoglio lo faccia persistere, dopo avergli provato che egli costringerebbe la mia sposa, che Valentina mi ama, e non può amare altri che me, mi batterei con lui, dandogli tutti i vantaggi, o l’ucciderò, o egli ucciderà me; se l’uccido, non sposerà Valentina, se mi uccide son ben sicuro che Valentina non lo sposerà.
Noirtier considerava con un piacere indicibile questa nobile e sincera fisonomia, sulla quale si dipingevano tutti i sentimenti che la sua lingua esprimeva, aggiungendovi coll’espressione di un bel viso, tutto ciò che il colorito aggiunge ad un disegno solido e vero. Frattanto quando Morrel ebbe finito di parlare, Noirtier chiuse gli occhi a più riprese, che, come ben sappiamo, era il suo modo di esprimere no.
— No? disse Morrel, voi dunque disapprovate ancora questo secondo disegno al pari del primo?
— Sì lo disapprovo, accennò il vecchio.
— Ma che fare allora, signore? domandò Morrel. Le ultime parole della sig.ª di Saint-Méran sono state che il matrimonio di sua nipote non si faccia aspettare; debbo lasciar compiere le cose? — Noirtier rimase immobile.
— Comprendo, disse Morrel, debbo aspettare. — Sì.
— Ma ogni ritardo può perderci. Valentina è sola, senza forza; e sarà costretta come un fanciullo. Entrato qui miracolosamente per saper ciò che accade, ammesso miracolosamente alla vostra presenza, ragionevolmente non posso sperare che si rinnovino queste buone avventure. Credetemi, non vi è che l’una o l’altra delle due risoluzioni che vi propongo (perdonate questa mia vanità alla giovinezza) che sia buona; ditemi quale delle due preferireste: autorizzereste madamigella Valentina a confidarsi al mio onore? — No.
— Preferite che vada a ritrovare il sig. d’Épinay? — No.
— Ma da chi verrà il soccorso che aspettiamo? dal caso?
— No. — Da voi? — Sì.
— Capite bene, ciò che vi domando, scusate la mia insistenza, perchè la mia vita sta nella vostra risposta; la nostra salute ci verrà da voi? — Sì.
— Ne siete sicuro? — Sì. — Mel garantite? — Sì.
E nello sguardo che dava questa affermativa vi era tal fermezza, da non dar luogo a dubitare della volontà, se non della possanza. — Oh! grazie, signore, mille volte grazie! ma in qual modo, a meno che un miracolo non vi renda la parola, il gesto, il movimento, in qual modo potrete, inchiodato in questo seggio, muto ed immobile, opporvi a questo matrimonio? — Un sorriso rischiarò il viso del vecchio... è un sorriso strano quello degli occhi sur un viso immobile!
— Debbo dunque aspettare? domandò il giovine. — Sì.
— Ma il contratto?... — Ricomparve il medesimo sorriso.
— Volete dirmi che non sarà firmato? — Sì, fece il vecchio. — Il contratto dunque non sarà firmato? gridò Morrel. Oh! perdonatemi, signore! all’annunzio di una gran felicità, è ben permesso il dubitare.
— No, disse il vecchio paralitico. — Ad onta di questa assicurazione, Morrel esitava a credere. Questa promessa di un vecchio impotente era sì strana che invece di provenire da una forza di volontà, poteva emanare da un indebolimento di organi; non è naturale che l’insensato che ignora la sua follia, pretenda effettuare cose al di sopra del suo potere? il debole parla dei pesi che innalza, il timido dei giganti che affronta, il povero del tesoro che maneggia, il più umile dei contadini, per causa del suo orgoglio, si chiama Giove.
Sia che Noirtier comprendesse l’irresolutezza del giovine, sia che non aggiustasse compiutamente fede alla docilità che aveva mostrato, lo guardò fissamente. — Che volete signore? domandò Morrel, che vi rinnovi la promessa di nulla tentare?
La sguardo di Noirtier rimase fermo e stabile, come per dire che una promessa non bastava, indi passò dal viso alla mano.
— Volete che giuri? domandò Massimiliano.
— Sì, fece il paralitico con la stessa solennità, lo voglio.
Morrel capì che il vecchio metteva grande importanza a questo giuramento. Egli stese la mano. — Sul mio onore vi giuro di aspettare ciò che avrete risoluto di fare contro del sig. d’Épinay.
— Bene, fecero gli occhi del vecchio.
— Ora, signore, ordinate che mi ritiri? — Sì.
— Senza rivedere madamigella? — Sì.
Morrel fece un segno col quale indicava esser pronto ad obbedire: — Permettete intanto, signore, che vostro figlio vi abbracci, come ha fatto or ora vostra figlia.
Non vi era da sbagliare nella espressione degli occhi di Noirtier. Il giovine posò sulla fronte del vecchio le sue labbra; indi lo salutò una seconda volta, e partì. Sul pianerottolo trovò Barrois avvisato da Valentina, che lo guidò nei giri di un corridoio oscuro, che conduceva per una piccola porta nel giardino. Giunto là, Morrel si portò al cancello; arrampicandosi su di una spalliera di carpini, giunse ben presto alla sommità del muro, e per mezzo di una scala, in un secondo fu nel recinto messo a trifoglio, ove il suo calessino lo aspettava sempre. Vi montò ed abbattuto da tante emozioni, ma col cuore più libero, verso mezzanotte rientrò nella strada Meslay, si gettò sul letto, e dormì come se fosse stato in una profonda ubbriachezza.