LXXX. — LA CAMERA DEL FORNAIO IN RITIRO.

La sera stessa del giorno in cui il conte de Morcerf era uscito da Danglars con una vergogna ed un furore, che il rifiuto del banchiere rendè concepibile, il signor Cavalcanti, coi capelli arricciati e lucenti, i baffi appuntati, i guanti bianchi che si modellavano sulle unghie, era entrato, quasi in piedi sul suo phaéton, nel cortile del banchiere della Chaussée-d’Antin.

In capo a dieci minuti di presentazione nel salone, aveva ritrovato il mezzo di confinare Danglars nel vano di una finestra, e là dopo un destro preambolo, aveva esposto i tormenti della sua vita dopo la partenza del nobile suo padre. Dopo questa partenza egli aveva, nella famiglia del banchiere, ove era stato ricevuto come un figlio, trovato tutte le garenzie di felicità, che un uomo deve sempre cercare prima dei capricci della passione; ed in quanto alla passione stessa, aveva avuto la felicità di ritrovarla nei begli occhi di madamigella Danglars. Danglars ascoltava coll’attenzione più profonda; erano già due o tre giorni che aspettava questa dichiarazione, e quando finalmente giunse, il suo occhio si dilatò di tanto, quanto si era corrugato ascoltando Morcerf. Ciò non per tanto non volle accogliere la proposizione del giovine, senza fare qualche osservazione di coscienza: — Sig. Andrea, gli disse, non siete ancora un po’ troppo giovine per pensare ad ammogliarvi?

— Ma no, sig., riprese Cavalcanti; almeno non lo trovo; in Italia i gran signori in generale, si maritano giovini; questo è un costume logico: la vita è così piena di casi, che si deve afferrare la fortuna tosto che passa alla nostra portata.

— Però, signore, disse Danglars, ammettendo che le vostre proposizioni, che mi onorano, siano aggradite da mia moglie e da mia figlia, con chi tratteremo gl’interessi? questo mi sembra un affare importante che i soli padri sanno convenevolmente trattare per la felicità dei loro figli.

— Signore, mio padre è un uomo saggio, pieno di convenienza e di ragione. Egli ha preveduto il caso probabile che io potessi provare il desiderio di stabilirmi in Francia: egli dunque partendo, mi ha lasciato con tutte le carte che contestano la mia identità, ed una lettera, colla quale mi assicura, nel caso che io faccia una scelta che gli sia aggradita, 150 mila lire di rendita dal giorno del mio matrimonio. Da quanto posso giudicare, questo è il quarto delle rendite di mio padre.

— Ma, disse Danglars, ho sempre avuto intenzione di dare a mia figlia 500 mila franchi maritandola; ella inoltre è la mia sola erede.

— Ebbene! disse Andrea, vedete, la cosa sarà per il meglio, supponendo che la mia domanda non sia respinta dalla baronessa Danglars, e da madamigella Eugenia, eccoci alla testa di 165 mila lire di rendita. Supponiamo che io ottenga dal marchese che invece di pagarmi la rendita, mi ceda il capitale (cosa che non sarà facile, lo so bene, ma neppure impossibile), voi farete fruttare questi due o tre milioni, e due o tre milioni fra le vostre abili mani, possono sempre riportare il dieci per cento.

— Io non prendo mai che al quattro, disse il banchiere, ed anche al tre e mezzo. Ma a mio genero prenderò al cinque, e poi divideremo i benefizi.

— Ebbene! a meraviglia, suocero, — disse Cavalcanti lasciandosi trasportare qualche poco da quella volgare natura che ad onta dei suoi sforzi, faceva a quando a quando oscurare la vernice aristocratica con cui cercava di coprirla. Ma ricomponendosi riprese: — Oh! perdono, signore, diss’egli, vedete, la sola speranza mi rende quasi pazzo, che sarebbe dunque la realtà?

— Ma, disse Danglars, che, dal suo canto, non s’accorgeva quanto questa conversazione, disinteressata sulle prime, piegava prontamente all’agenzia d’affari, vi è senza dubbio una porzione della vostra fortuna che vostro padre non può rifiutarvi?

— E quale? domandò il giovine.

— Quella che vi proviene da vostra madre.

— Certamente quella che viene da mia madre Oliva Corsinari.

— E a quanto può ammontare questa fortuna?

— In fede mia, disse Andrea, vi assicuro, che non ho mai fermato il mio pensiero su questo argomento; ma stimo che possa essere per lo meno di due milioni.

Danglars risentì quella specie di soffocamento inebriante che sente o l’avaro che ritrova un tesoro perduto, o l’uomo vicino ad annegarsi che sente sotto i suoi piedi la terra solida invece del vuoto nel quale stava per ingoiarsi.

— Ebbene, signore, disse Andrea salutando il banchiere con un tenero rispetto, posso sperare?...

— Sig. Andrea, disse Danglars, sperate, e credete bene che se nessun ostacolo per parte vostra non arresta l’andamento di questo affare, si può ritenere concluso.

— Ah! mi penetrate di gioia, signore! disse Andrea.

— Ma, riprese Danglars riflettendo, come accade che il sig. conte di Monte-Cristo, vostro protettore in questo mondo parigino, non sia venuto con voi a farmi questa domanda?

Andrea arrossì impercettibilmente: — Io vengo dalla casa del conte, diss’egli: è incontrastabile che egli sia un uomo grazioso, ma è di una originalità inconcepibile; mi ha grandemente approvato, anzi mi ha detto che non credeva che mio padre esitasse a darmi il capitale invece della rendita; mi ha promesso la sua influenza per ottenere questo da lui; ma mi ha dichiarato che personalmente non aveva mai preso, e non prenderebbe mai sopra di sè la garenzia di fare una domanda di matrimonio: debbo rendergli però questa giustizia, si è degnato di aggiungere che, se egli aveva mai deplorata questa repugnanza, era in mio riguardo, poichè pensava che la ideata unione sarebbe felice e bene assortita. Del rimanente, se non vuol fare cosa alcuna officialmente, si riserva a rispondervi, mi ha detto, quando voi gli parlerete...

— Benissimo. — Ora, disse Andrea col suo grazioso sorriso, ho finito di parlare al suocero, e m’indirizzo al banchiere.

— Che volete da lui, vediamo? disse ridendo Danglars.

— Dopo domani devo riscuotere qualche cosa, come quattro mila fr. da voi, ma il conte ha capito che il mese nel quale siamo per entrare mi condurrebbe forse a fare un di più di spese, per le quali la mia piccola rendita da celibe non mi sarebbe sufficiente, ed ecco un bono di ventimila fr. che egli mi ha, non dirò regalato, ma offerto. È firmato dalla sua mano come vedete; vi conviene?

— Portatemene come questo per un milione, ed io ve lo prendo, disse Danglars mettendolo nella saccoccia; ditemi a che ora domani vi fa comodo, ed il mio giovine di cassa passerà da voi coll’ammontare di venti mila franchi.

— Alle dieci del mattino, se volete; più presto sarà meglio; vorrei domani andare in campagna.

— Sia; alle dieci; siete sempre all’albergo dei Principi?

— Sì. — La dimane, con una esattezza che faceva onore alla puntualità del banchiere, i 24 mila fr. erano dal giovine, che uscì effettivamente, lasciando al portiere duecento fr. per Caderousse. Questa uscita, per parte di Andrea, aveva per scopo principale quello di evitare il pericoloso amico: per cui rientrò la sera il più tardi possibile.

Ma appena ebbe messo piede sul lastricato del cortile, che ritrovò davanti a sè il portinaro dell’Albergo, che lo aspettava col berretto in mano.

— Signore, diss’egli, quell’uomo è venuto.

— Qual uomo? domandò negligentemente Andrea, come se avesse dimenticato colui, del quale al contrario si ricordava troppo bene.

— Quello a cui V. E. ha fatto quel piccolo assegno.

— Ah! sì, disse Andrea, quell’antico servitore di mio padre. Ebbene, gli avete dati i 200 fr. che vi ho lasciati?

— Sì, eccellenza, precisamente. (Andrea si faceva chiamare eccellenza) Ma, continuò il portinaro, non ha voluto prenderli. — Andrea impallidì; ma essendo notte, nessuno lo vide impallidire: — Come! non ha voluto prenderli? diss’egli con voce maggiormente commossa.

— No, voleva parlare a V. E. Ho risposto che eravate uscito, egli insistè, ma finalmente è sembrato convincersi, e mi ha data questa lettera che portava seco già sigillata.

— Vediamo, disse Andrea. — Egli lesse al chiarore del fanale del phaéton: «Tu sai dove abito; domani ti aspetto alle nove del mattino.» Andrea guardò il sigillo per vedere se era stato forzato, e se sguardi indiscreti avevano potuto penetrare nell’interno della lettera; ma ella era piegata in tale modo, con un tal lusso di pieghe e di angoli, che per leggerla avrebbe abbisognato rompere il sigillo, il quale era perfettamente intatto. — Benissimo, diss’egli. Povero uomo! è un eccellente creatura. — E lasciò il portinaro edificato da queste parole non sapendo chi dovesse ammirare di più, se il giovine padrone, o il vecchio servitore.

— Staccate presto, e salite da me, disse Andrea al groom.

Ed in due salti il giovine fu nella sua camera, e bruciò la lettera di Caderousse, di cui fece sparire per fino le ceneri.

Egli terminava quest’operazione quando entrava il domestico. — Tu sei della mia stessa corporatura, Pietro.

— Ho questo onore, eccellenza, rispose il servitore.

— Tu devi avere un’altra livrea nuova che ti fu portata ieri; siccome ho alcune cosucce da intendermi con una crestaia alla quale non posso dire nè il mio nome, nè la mia condizione; prestami la tua livrea, e dammi pure le tue carte affinchè io possa, se fa bisogno, dormire in un albergo.

Pietro obbedì. Cinque minuti dopo, Andrea compiutamente travestito prendeva un cabriolet, e si faceva condurre all’albergo del Caval Rosso, a Picpus. Il giorno dopo uscì da quest’albergo senza essere osservato; discese il sobborgo Sant’Antonio, seguì il baluardo fino alla strada Ménilmontant, e fermandosi alla porta della terza casa a sinistra, cercava in mancanza di portinaro, da chi prendere informazioni. — Che cercate, mio bel giovinotto? domandò la fruttaiola di faccia.

— Il sig. Pailletin, mia cara, rispose Andrea.

— Un fornaio ritirato? domandò la fruttaiola.

— Precisamente.

— Nel fondo del cortile a sinistra al terzo piano.

Andrea prese la strada indicata, ed al terzo piano ritrovò una zampa di lepre, che tirò a sè con un sentimento di cattivo umore, di cui si risentì lo stesso movimento precipitato del campanello. Un momento dopo la figura di Caderousse comparve sotto la gelosia praticata nella porta.

— Ah! tu sei esatto. E nel dir così tolse i catenacci.

— Per bacco! disse Andrea entrando. — E gittò avanti a sè il berretto di livrea, il quale, non essendovi sedia, cadde a terra, e fece rotolando il giro della camera.

— Andiamo, andiamo, disse Caderousse, non t’inquietare, mio piccolo, guarda un poco la colazione che avremo: niente di meno che tutte cose che ti piacciono, tuono dell’aria!

Andrea sentì infatto un odore di cucina, i cui grossolani aromi non mancavano di una certa attrattiva per uno stomaco affamato: era la mescolanza dello strutto e dell’aglio che distinguevano la cucina provenzale di una classe inferiore: e soprattutto l’aspro profumo della noce moscata e del garofano. Tutto ciò esalava da due piatti pieni e coperti, posti sopra due fornelli, e da una casseruola che arrostiva nel forno da campagna. Nella stanza vicina Andrea vide inoltre una tavola molto pulita, preparata con due piatti, due bottiglie di vino sigillate, l’una di verde, e l’altra di rosso, di una buona misura di acquavite in una bottiglia, ed una fruttiera in forma di una gran foglia di cavolo, posta con arte sopra una salvietta pulita. — Che te ne sembra, mio piccolo? disse Caderousse; hein! come tutto ciò imbalsama! ah diavolo! lo so bene, laggiù io era cuoco: ti ricordi come si leccavano le dita alla mia cucina? e tu pel primo ne hai gustato dei miei intingoli, e non li disprezzavi, credo? — E Caderousse si mise a preparare un supplemento di cipolle.

— Sta bene, sta bene, disse Andrea col male umore; per bacco! se mi hai incomodato solo per venire a fare colazione con te, il diavolo ti porti!

— Figlio mio, disse sentenziosamente Caderousse, mangiando si parla; e poi, ingrato che sei! non hai dunque piacere a vedere un poco il tuo amico? io ne piango dalla contentezza. — Caderousse infatto piangeva realmente; solo sarebbe stato difficile dire, se era la gioia o le cipolle che portavano una leggera irritazione sulla glandula lagrimale dell’antico albergatore del Ponte di Gard.

— Taci dunque ipocrita! disse Andrea, mi ami tu?

— Sì, io t’amo, o il diavolo mi porti: è una debolezza, disse Caderousse, lo so bene, ma essa è più forte di me.

— Ciò non ti ha impedito di avermi fatto venir qui con qualche perfidia.

— Via dunque! disse Caderousse asciugando al suo grembiale il largo coltello; se non ti amassi, sopporterei forse la vita miserabile che mi fai fare? guarda un poco, tu hai sulle spalle l’abito del tuo domestico, dunque, hai un domestico, io non ne ho, e sono costretto di pulire i miei legumi da me stesso: tu disprezzi la mia cucina, perchè pranzi, o alla tavola rotonda, o all’albergo dei Principi, o al caffè di Parigi. Ebbene! io pure potrei avere un domestico, potrei avere un tilbury; potrei pranzare ove volessi; ebbene! perchè dunque me ne privo? per non darti della pena, mio piccolo Benedetto. Parla, confessa soltanto che lo potrei, hein! — Ed uno sguardo perfettamente chiaro di Caderousse terminò il senso della frase.

— Allora, disse Andrea, ammettiamo che mi ami: allora perchè esigi che io venga a far colazione teco?

— Ma per vederti, mio piccolo. — Per vedermi, e a che serve? dappoichè abbiamo già fatto le nostre condizioni...

— Eh! caro amico, disse Caderousse, vi sono forse testamenti senza codicilli? Ma tu sei venuto primieramente per far colazione, non è vero? ebbene! andiamo, sediamoci, e cominciamo con queste alici e questo butirro fresco che ho messo sopra delle foglie di vite espressamente per te, cattivo... Ah! sì, tu guardi la mia camera, le mie quattro sedie di paglia, le mie stampe a tre fr. il quadro. Diavolo! questo non è l’albergo dei Principi.

— Andiamo, sei già disgustato del presente; non sei più felice, tu che non domandavi che di avere l’aspetto di un fornaro in ritiro? — Caderousse mandò un sospiro. — Ebbene, che hai a dirmi? hai veduto il tuo sogno effettuato.

— Ho a dirti che fu un sogno; un fornaio in ritiro, mio povero Benedetto, è ricco, cioè ha rendite.

— Per bacco, tu ne hai delle rendite! — Io?

— Sì tu, poichè ti ho assegnato duecento fr.

Caderousse si strinse nelle spalle: — È una cosa umiliante, diss’egli, di ricevere in tal modo del danaro dato di mala voglia, che può mancare da un giorno all’altro: vedi bene che sono obbligato di fare delle economie pel caso in cui la tua prosperità non durasse. Eh! amico mio, la fortuna è incostante, come diceva l’elemosiniere del... reggimento: io so bene, scellerato, che la tua prosperità è immensa; tu stai per isposare la figlia di Danglars.

— Come! di Danglars?

— Eh, certamente, di Danglars! vi è forse bisogno che dica del barone Danglars? sarebbe lo stesso che dicessi del conte Benedetto... Era un mio amico Danglars, e se non aveva la memoria così debole, doveva invitarmi alle tue nozze, attesochè egli è venuto alle mie... Sì, sì, sì, alle mie! diavolo! egli non era così superbo in quei tempi, era piccolo commesso presso l’ottimo sig. Morrel. Ho pranzato più di una volta con lui ed il conte di Morcerf... vedi che ho delle belle conoscenze, e che se volessi coltivarle un poco, ci potremmo incontrare nelle stesse conversazioni.

— Su via! la tua gelosia ti fa vedere l’arcobaleno.

— Sta bene, Benedetto mio, si sa ciò che si dice. Forse un giorno si potrà mettere il proprio abito da festa, e si andrà a dire ad un gran portone: «una decorazione, se vi piace!» Mentre aspettiamo, siedi, e mangiamo.

Caderousse dette l’esempio, e si mise a far colazione con buon appetito, mentre faceva l’elogio di tutte le vivande che metteva in tavola davanti al suo ospite. Questi sembrava aver preso la sua risoluzione, stappò bravamente le bottiglie, ed attaccò un arrostito merluzzo condito coll’aglio ed olio.

— Ah! compare, disse Caderousse, sembra che tu ti raccomodi col tuo antico padrone di locanda?

— In fede mia, sì, rispose Andrea, presso il quale, giovine e vigoroso come era, sul momento l’appetito la vinceva sopra ogni altra cosa.

— E trovi che questo è buono, birbo?

— Tanto buono che non capisco, come un uomo che cucina e che mangia così buoni bocconi, possa trovare che la vita è cattiva.

— Vedi tu, disse Caderousse, egli è perchè tutta la mia felicità è guastata da un sol pensiero. — E quale?

— Quello di vivere alle spese di un amico, io che ho sempre guadagnata la mia esistenza da me solo.

— Oh! oh! che ciò non ti dia pensiero, disse Andrea, ne ho abbastanza per due, non t’incomodare.

— No, davvero: tu mi crederai se vuoi, ma alla fine di ogni mese, provo dei rimorsi. — Buon Caderousse!

— Al punto che ieri non ho voluto prendere i 200 fr.

— Sì, perchè volevi parlar meco; ma fu veramente per rimorsi, vediamo?

— Il vero rimorso; e poi mi era venuta un’idea.

Andrea fremette; egli fremeva sempre quando venivano delle idee a Caderousse. — È una cosa trista, vedi tu, continuò, quella di essere sempre nell’aspettativa della fine del mese.

— Eh! disse filosoficamente Andrea, risoluto di far parlare il suo amico, la vita non viene da noi passata in una continua aspettativa? io per esempio, faccio altra cosa? ebbene, ho pazienza, non è vero?

— Sì, perchè invece di aspettare duecento miserabili fr. ne aspetti cinque o sei mila, forse dieci mila, fors’anche dodici, mila; poichè sei un misterioso; laggiù avevi sempre qualche cosarella che cercavi di nascondere a questo povero amico Caderousse. Fortunatamente che l’amico Caderousse di cui si parla aveva il naso fino.

— Andiamo, ecco che ti metti di nuovo a divergere il discorso, disse Andrea, a parlare, e riparlare sempre del passato! ma a che pro rivangare certe cose, te lo domando?

— Ah! è perchè tu hai ventun’anno, e puoi dimenticare il passato; io ne ho cinquanta e son costretto di ricordarmene. Ma non importa, ritorniamo agli affari. — Sì.

— Io voleva dire, che se fossi al tuo posto... — Ebbene?

— Io realizzerei... — Come tu realizzeresti...

— Sì, domanderei un semestre anticipato, sia sotto il pretesto di diventare elettore, e di voler comprare una fattoria, poi col mio semestre me ne scapperei.

— Io? to, to, fece Andrea, questo forse non è mal pensato!

— Mio caro amico disse Caderousse, mangia alla mia cucina, e segui i miei consigli; non te ne troverai male, nè moralmente, nè fisicamente.

— Ebbene! ma, disse Andrea, perchè non segui tu stesso il consiglio che mi dai? perchè non realizzi tu un semestre, od anche un anno, e non ti ritiri a Bruxelles? invece di avere le sembianze di un fornaro in ritiro, avrai quelle di un fallito in esercizio delle sue funzioni: ciò è pensato bene.

— Ma come diavolo vuoi tu che mi ritiri con 1200 fr.?

— Ah! Caderousse, disse Andrea, come diventi esigente, son due mesi che morivi dalla fame.

— L’appetito viene mangiando, disse Caderousse mostrando i denti come una scimia quando ride, e come una tigre quando ruggisce. Così, aggiunse egli troncando con questi medesimi denti, bianchi ed acuti ad onta dell’età, un’enorme boccata di pane, ho stabilito il mio disegno.

I disegni di Caderousse spaventavano Andrea ancora più delle sue idee; le idee non erano che il germe, il disegno era la realizzazione.

— Vediamo questo disegno, diss’egli, dev’esser bello!

— E perchè no? il disegno mercè il quale abbiam lasciato lo stabilimento del sig. Chose, da chi veniva, hein? da me, suppongo: non era cattivo, mi sembra, perchè eccoci qua.

— Io non dico, riprese Andrea, che qualche volta non ne abbia dei buoni; ma in fine vediamo la tua idea.

— Vediamo, proseguì Caderousse, puoi tu, tu, senza sborsare un soldo, farmi avere un 15 mila fr.?... No, non è abbastanza 15 mila fr. non posso ritornare un uomo onesto per meno di trenta mila fr.

— No, rispose seccamente Andrea, no, non lo posso.

— Tu non mi hai capito, a quanto sembra, rispose freddamente Caderousse con aspetto tranquillo: ti ho detto, senza sborsare un soldo.

— Tu certamente non vorrai che io rubi, per guastare tutto il mio affare, e col mio anche il tuo, e perchè abbiano poi a ricondurci laggiù?

— Oh! io, disse Caderousse, per me, è lo stesso che mi riprendano, o no; ho un corpo furbo, un corpo particolare, mi annoio qualche volta perfino dei miei camerati; non sono come te, uomo senza cuore, che non vorresti rivederli più!

Andrea fece più che fremere, questa volta impallidì, e disse:

— Vediamo, Caderousse, non facciamo bestialità.

— Eh! no, sta tranquillo, mio caro Benedetto; indicami piuttosto un piccolo mezzo di guadagnare questi trenta mila fr. senza mischiarti di niente; tu mi lascerai fare, ecco tutto!

— Ebbene! vedrò, cercherò! disse Andrea.

— Ma mentre si aspetta porterai la mia mesata almeno a 500 fr. non è vero? io ho una manìa, vorrei prendermi una governante.

— Ebbene, avrai i tuoi 500 fr., disse Andrea; ma questo sarà troppo pesante per me, povero Caderousse... Tu abusi....

— Bah! giacchè tu attingi in casse che non hanno fondo.

— Questa è la verità, ed il mio protettore è eccellente per me.

— Questo caro protettore, disse Caderousse, non ti fa dunque un assegno mensile di...?

— Cinque mila franchi, disse Andrea.

— Tante migliaia, quante centinaia vuoi darmi, riprese Caderousse; in verità non vi sono che i bastardi che abbiano fortuna. Cinque mila franchi il mese... Che diavolo puoi farti di tutta questa somma?

— Eh! mio Dio! è ben presto spesa; così io pure sono come te, amerei meglio avere il mio capitale.

— Un capitale!... sì... capisco, tutti desidererebbero avere un capitale. — Ebbene! me ne verrà fatto uno.

— E chi è che te lo farà? il tuo principe?

— Sì, il mio principe; disgraziatamente bisogna che io aspetti. — Che aspetti che cosa? domandò Caderousse.

— La sua morte. — La morte del tuo Principe? — Sì.

— Ed in che modo? — Perchè sono stato notato nel suo testamento. — Davvero? — Parola d’onore! — Per quanto? — Per 500 mila fr. — Niente altro che questo? grazia del poco! — La cosa sta, come te la dico.

— Su, via, non è possibile.

— Caderousse; tu sei mio amico? — Ed in che modo! per la vita, e per la morte. — Ebbene ti dirò un segreto. — Di’.

— Io credo... Andrea si fermò guardando intorno intorno. — Che credi...? non aver paura, per bacco! siam soli.

— Credo di aver ritrovato mio padre. — Il tuo vero padre? — Sì. — Non il padre Cavalcanti?

— No, poichè quello è partito; il vero, come tu dici.

— E questo padre è... — Ebbene! Caderousse, questi è il conte di Monte-Cristo. — Bah!

— Sì; tu capisci; allora tutto si spiega. Egli non può confessarmi ciò ad alta voce, per quanto sembra, ma mi fa riconoscere dal sig. Cavalcanti al quale regala 50 mila fr. per questo.

— Cinquanta mila fr. per esser tuo padre! ma avrei accettato per la metà del prezzo, forse per ventimila, per quindicimila; come non hai pensato a me?

— E che sapeva tutto questo, io? tutto ciò che si è combinato fu combinato nella mia assenza, mentre che eravam laggiù.

— Ah! è vero, e tu dici che nel suo testamento?...

— Egli mi lascia 500 mila lire. — Ne sei tu sicuro?

— Egli me lo ha mostrato; ma questo non è il tutto.

— Vi sarà un codicillo, come ti diceva poco fa?

— Probabilmente.

— E in questo codicillo? — Egli mi riconosce.

— Oh! il buon uomo che è tuo padre! disse Caderousse facendo volare per l’aria una salvietta, che riprendeva dipoi con ambe le mani.

— Ecco! di’ ora che ho dei segreti per te.

— No, e la tua confidenza ti onora ai miei occhi. E il tuo principe padre è dunque ricco, ricchissimo?

— Lo credo bene. Egli non conosce a che cosa ammonti la sua fortuna — È egli possibile?

— Diamine! lo vedo bene, io che sono ricevuto ad ogni ora. L’altro giorno vi era un giovine di banca che gli portava 50 mila franchi in un portafoglio grosso come un piatto; ieri il suo banchiere che portava cento mila fr. in oro.

Caderousse era stupefatto; gli sembrava che le parole del giovine avessero il suono di metallo, e che egli sentisse precipitare delle cascate di luigi: — E tu vai in quella casa? gridò egli con ingenuità.

— Quando io voglio. — Caderousse rimase pensieroso un momento. Era facile vedere che egli ruminava nel suo spirito qualche pensiero. Poi d’improvviso:

— Quanto amerei vedere tutto ciò, gridò egli, e come tutto ciò deve esser bello!

— Il fatto è, disse Andrea, che è magnifico!

— E non abita all’entrata dei Campi-Elisi? — Al n.º 30.

— Ah! disse Caderousse, al n.º 30? — Sì, una bella casa isolata fra il cortile, ed il giardino, non vi è che quella.

— È possibile, ma non è l’esterno che mi occupa, è l’interno: i bei mobili, hein! che cosa vi dev’esser mai là dentro?

— Hai tu veduto qualche volta la Tuglierie? — No.

— Ebbene, è ancora più bello.

— Dici davvero, Andrea? dev’essere cosa buona l’abbassarsi quando questo buon sig. di Monte-Cristo lascia cadere la sua borsa?

— Ah! mio Dio, non val la pena di aspettare questo momento, disse Andrea, il danaro abbonda in quella casa come i frutti in un giardino.

— Di’, dunque, dovresti condurmivi un giorno con te...

— È mai possibile, e con qual titolo?

— Hai ragione, ma tu mi hai fatto venire l’acqua alla bocca, e bisogna assolutamente che io veda tutto ciò; troverò un mezzo.

— Non facciamo sciocchezze, Caderousse!

— Io mi presenterò come spazzatore.

— Non ne ha bisogno, perchè vi son tappeti in ogni luogo.

— Ah! peccato! allora bisogna che io mi contenti di vedere ciò con l’immaginazione. — Questo è ciò che puoi fare di meglio, credimi. — Cerca almeno di farmi comprendere quel che può essere. — Come vuoi tu? — Niente di più facile; il palazzo è grande? — Nè troppo grande, nè troppo piccolo. — Ma come è distribuito? — Diamine! avrei bisogno dell’inchiostro e della carta per fartene la pianta.

— Eccone! disse avidamente Caderousse. — Ed andò a cercare sopra un vecchio scrittoio un foglio di carta bianca, l’inchiostro, ed una penna: — Prendi, tracciamo tutto ciò sulla carta, figlio mio.

Andrea prese la penna con un impercettibile sorriso, e cominciò: — La casa, come ti ho detto, è posta fra un giardino ed il cortile; vedi in questo modo. — Ed Andrea fece la pianta del giardino, del cortile, e della casa. — Le mura sono alte? — No; otto, o dieci piedi tutto al più.

— Ciò non è troppo prudente, disse Caderousse.

— Nel cortile vi sono dei cassettoni d’aranci, dei praticelli, dei fiori, dei cespugli. — Ma non dei lacci da lupo?

— No. — Le scuderie? — Lateralmente alle due parti del cancello, vedi tu, là. — Ed Andrea continuava la pianta.

— Vediamo il pian terreno, disse Caderousse.

— Al pian terreno, sala da pranzo, due salotti, sala del bigliardo, scala nel vestibolo, e piccola scala segreta.

— Le finestre? — Finestre magnifiche, sì belle, e larghe che in fede mia, credo che un uomo della mia persona passerebbe per il vano di uno di quei cristalli.

— E perchè diavolo si fa uso delle scale quando si han simili finestre? — Che vuoi tu? il lusso. — Ma vi sono persiane? — Sì, persiane, ma di cui non si servono mai. È un originale Monte-Cristo che ama vedere il cielo anche durante la notte. — Ed i domestici dove dormono?

— Oh! essi hanno la loro casa particolare. Figuratevi un buon padiglione entrando a dritta, dove si custodiscono le scale; ebbene! sopra questo padiglione vi è una quantità di camere per i domestici con campanelli corrispondenti alle camere. — Oh diavolo, dei campanelli! — Che dici?...

— Io, niente. Dico che costerà caro a situare i campanelli; ed a che servono? te lo domando? — In altri tempi vi era un cane che passeggiava la notte nel cortile, ma lo hanno condotto alla casa d’Auteuil, tu sai a quella in cui sei venuto? — Sì. — Io glielo diceva anche ieri: «È una cosa imprudente per parte vostra, sig. conte; perchè quando andate ad Auteuil, e conducete i vostri domestici, la casa resta sola.» — «Ebbene? domandò; e dopo?» — «Ebbene! un qualche bel giorno vi ruberanno.»

— E che cosa ha egli risposto? — Ha risposto: «ebbene! che danno mi porta se qualcuno mi ruba?»

— Andrea, egli avrà un qualche scrigno a macchina.

— Ed in che modo? — Sì, che prende il ladro per una briglia, e che lo giuoca in aria. Mi è stato detto che all’ultima esposizione ve ne erano di questo genere.

— Egli non ha che un semplice scrigno di acacia, al quale ho sempre veduta attaccata la chiave. — E non gli rubano mai?

— No, le persone che lo servono gli sono tutte affezionate.

— Quanto vi sarà in quello scrigno, hein! quanta moneta?

— Vi sarà forse... non si può sapere ciò che vi sarà.

— E dove sta questo? — Al primo piano.

— Fammi dunque la pianta del primo piano, mio piccolo, come mi hai fatta quella del pian terreno.

— È facile. — Ed Andrea riprese la penna: — Al primo piano, vedi vi è l’anticamera, gran salone; a destra del salone biblioteca e gabinetto da lavoro; a sinistra del salone una camera da dormire, e gabinetto da toletta, ed in questo precisamente sta il famoso scrigno.

— Vi sono finestre al gabinetto di toletta?

— Due, una qua, e una là. — E Andrea disegnò due finestre alla camera che, sul primo, faceva l’angolo, e che figurava come un quadrato meno grande, aggiunto al quadrato lungo della camera da dormire.

Caderousse divenne astratto: — E va spesso ad Auteuil?

— Due tre volte la settimana; domani per esempio deve passarvi la giornata e la notte.

— Ne sei ben sicuro? — Mi ha invitato ad andarvi a pranzo.

— Alla buon’ora, ecco ciò che si può chiamare esistenza! disse Caderousse; casa in città, casa in campagna.

— Ecco ciò che vuol dir esser ricchi.

— E ci vai tu, a pranzo. — Probabilmente.

— Quando vi pranzi, vi dormi ancora?

— Quando ciò mi fa piacere; sono in casa del conte, come se fossi in casa mia. — Caderousse guardò il giovine come per strappargli la verità dal fondo del cuore. Ma Andrea cavò un porta-sigari di saccoccia, ne prese uno d’Avana, l’accese tranquillamente, e cominciò a fumarlo senza affettazione.

— Quando vuoi i tuoi 500 fr.? domandò a Caderousse.

— Ma anche subito se tu li hai. — Andrea tirò fuori di saccoccia 25 luigi. — Dei gialletti? disse Caderousse; no grazie.

— Ebbene li disprezzi?

— Al contrario li stimo; ma non ne voglio.

— Tu guadagnerai nel cambio, imbecille: l’oro ha un aggio di cinque soldi.

— Sarà, e poi il cambia monete fa seguire l’amico Caderousse, e poi gli mettono le mani sopra, e poi bisognerà che dica quali sono i suoi fattori che gli pagano queste rendite in oro. Non facciamo bestialità, mio piccolo; argento semplicemente, pezzi rotondi coll’effigie di un principe qualunque. Tutti al mondo possono avere una moneta da cinque fr.

— Capisci bene che non posso avere 500 fr. d’argento in saccoccia; avrei avuto bisogno di un facchino.

— Ebbene! lasciali dunque al tuo portinaro; è un bravo uomo, andrò a prenderli. — Oggi?

— No, domani, oggi non ho il tempo.

— Ebbene, sia domani, quando parto per Auteuil, li lascerò. — Posso contarci sopra? — Perfettamente.

— Egli è perchè vado a fissare una governante.

— Fissa pure, ma tutto sarà finito, n’è vero? non mi tormenterai più? — Giammai. — Caderousse era diventato così meditabondo, che Andrea temè di essere forzato ad accorgersi di questo cambiamento. Raddoppiò adunque la sua allegria e la sua indifferenza.

— Come sei allegro, disse Caderousse, si direbbe che già possiedi la tua eredità.

— No disgraziatamente!... ma il giorno in cui la riceverò... mi ricorderò degli amici, non ti dico che questo.

— Sì, siccome tu hai buona memoria, giustamente...

— Che vuoi? credeva che tu volessi rimproverarmi.

— Io? oh! quale idea! io che al contrario ti voglio anche dare un consiglio da amico... — E quale?

— Quello di lasciar qui, quel diamante che tu hai al dito. E che! tu vuoi dunque farci prendere tutti e due, a fare simili bestialità?

— E perchè? disse Andrea.

— Come! tu prendi una livrea, ti travesti da servitore, e conservi al dito un diamante di quattro in cinque mila fr.?

— Peste! come stimi giusto! perchè non ti fanno commissario-stimatore?

— Conosco il valore dei diamanti perchè ne ho avuti.

— Ti consiglio a vantartene! disse Andrea, che, senza corrucciarsi, come lo temeva Caderousse per questa nuova estorsione, lasciò con tutta compiacenza l’anello. — Caderousse lo guardò tanto da vicino, che fece chiaramente conoscere, che egli esaminava se gli spigoli del taglio erano ben vivi.

— È un diamante falso, disse Caderousse.

— Su via! fece Andrea, scherzi?

— Oh! non ti affliggere, si può provare. — E Caderousse andò alla finestra e strisciando il diamante sul vetro, l’intese crepitare: — Confiteor! disse Caderousse mettendosi lo anello nel dito piccolo, mi sono sbagliato; ma questi ladri di gioiellieri imitano tanto bene le pietre vere, che non si ha più coraggio di andare a rubare nelle loro botteghe, e questo è ancora un altro ramo d’industria paralizzato.

— Ebbene! disse Andrea, hai finito? hai ancora qualche cosa da domandarmi? ti abbisogna il mio vestito, il mio berretto? Non ti prender pena fino a tanto che ci sei.

— No, alla fine tu sei un bravo compagno. Non ti trattengo di più, e cercherò di guarire la mia ambizione.

— Ma guardati che nel vendere questo diamante, non ti accada ciò che temevi per le monete d’oro.

— Io non lo venderò, sta pure tranquillo.

— No, da oggi a domani almeno, pensò il giovine.

— Furbo felice! disse Caderousse, tu te ne vai a trovare i tuoi servitori, i tuoi cavalli, la tua carrozza, e la tua fidanzata?

— Ma, sì, disse Andrea.

— Di’ dunque, spero che tu mi farai un bel regalo di nozze il giorno che sposerai la figlia dell’amico mio Danglars?

— Ti ho già detto, che è una immaginazione che ti sei messo in testa.

— E quanto di dote? — Ma ti dico... — Un milione?

Andrea alzò le spalle. — Vada per un milione, disse Caderousse; tu non ne avrai mai tanti, quanti te ne desidero.

— Grazie, disse il giovine.

— Oh! è di buon cuore, aggiunse Caderousse ridendo del suo riso grossolano. Aspetta che ti accompagni.

— Non ne val la pena. — Tutt’altro.

— E perchè?

— Oh! perchè vi è un piccolo segreto alla porta; cautela che ho creduto di dover adottare; serratura Huret e Fichet, riveduta e corretta da Gaspero Caderousse: te ne fabbricherò una simile, quando diventerai capitalista.

— Grazie; ti farò prevenire otto giorni prima.

Essi si separarono. Caderousse restò sul pianerottolo, fino a che ebbe veduto Andrea, non solo discendere dai tre piani, ma ancora traversare il cortile. Allora rientrò precipitosamente, richiuse la porta con cura, e si mise a studiare, come un profondo architetto, la pianta che gli aveva lasciata Andrea.

— Questo caro Benedetto, diss’egli, credo non sarà dispiaciuto di ereditare, e che quegli che solleciterà il giorno in cui deve palpare i suoi 500 mila fr. non sarà il suo più cattivo amico.