LXXXI. — LA ROTTURA.

La dimane del giorno in cui ebbe luogo la conversazione che abbiam descritta, il conte di Monte-Cristo partì effettivamente per Auteuil con Alì, diversi domestici ed alcuni cavalli che voleva provare. Ciò che particolarmente aveva determinata questa partenza, alla quale non pensava nemmeno il giorno innanzi, ed alla quale neppure Andrea pensava più di lui, fu l’arrivo di Bertuccio, che ritornato dalla Normandia, portava le notizie della casa e della corvetta. La casa era in ordine, e la corvetta, giunta da otto giorni, era all’àncora in un piccolo seno, ove, dopo adempite tutte le formalità che si esigevano, era pronta, con i suoi sei uomini d’equipaggio, a riprendere il mare. Il conte lodò lo zelo di Bertuccio, e lo invitò a tenersi pronto ad una sollecita partenza, non dovendo il suo soggiorno in Francia prolungarsi al di là di un mese.

— Ora, gli diss’egli, posso aver bisogno di andare da Parigi a Trèport in una notte. Voglio dei cambii di cavalli stazionati sulla strada, che mi permettano di fare 50 leghe in dieci ore.

— V. E. aveva già manifestato questo desiderio, rispose Bertuccio, ed i cavalli sono già appostati nei luoghi più convenienti; vale a dire in quei villaggi ove ordinariamente non si ferma nessuno.

— Sta bene, disse Monte-Cristo, io resto qui un giorno o due, per conseguenza preparatevi. — Allorchè Bertuccio stava per uscire e per ordinare tutto ciò che aveva rapporto a questa soggiorno, Battistino aprì la porta, portando una lettera sopra un vassoio d’argento dorato: — Che venite a far qui? domandò il conte vedendolo tutto coperto di polvere, non vi ho fatto chiamare, mi sembra?

Battistino senza rispondere si avvicinò al conte, e gli presentò la lettera.

— Importante e pressante, diss’egli.

Il conte aprì la lettera e lesse. «Il sig. conte di Monte-Cristo è avvisato che in questa stessa notte, un uomo s’introdurrà nella sua casa dei Campi-Elisi per sottrarre delle carte, ch’egli crede chiuse nel suo scrigno del gabinetto di toletta: si conosce il conte di Monte-Cristo abbastanza coraggioso, per non avere da ricorrere all’intervento della polizia, intervento che potrebbe mettere a rischio grandemente quegli che dà questo avviso. Il sig. conte, sia da un’apertura che metta dalla camera da letto nel gabinetto, sia nascondendosi nel medesimo gabinetto, potrà farsi giustizia da sè stesso. Molte persone e cautele apparenti allontanerebbero certamente il malfattore, e farebbero perdere al sig. di Monte-Cristo l’occasione di conoscere un nemico, che il caso ha fatto scoprire alla persona che dà questo avviso al conte, avviso che non avrebbe forse più l’occasione di rinnovare, se, andando a vuoto questa prima impresa, il malfattore ne ritentasse un’altra.»

Il primo movimento del conte fu quello di credere che fosse una furberia del ladro, laccio grossolano, che gli scuopriva un pericolo mediocre per esporlo ad uno più grave. Stava dunque per far portare la lettera ad un commissario di polizia, ad onta della raccomandazione dell’anonimo, quando d’improvviso gli venne l’idea, che poteva essere effettivamente qualche suo nemico particolare, che egli solo poteva riconoscere, e dal quale, se la cosa era così, egli solo poteva trarre partito, come aveva fatto Fiesque del Moro che aveva voluto assassinarlo. Noi conosciamo il conte, non abbiamo quindi bisogno di dire ch’era uno spirito pieno d’audacia e di vigoria, che si contorceva contro l’impossibile con quella energia ch’è la caratteristica degli uomini superiori. Per mezzo della vita che aveva condotta, e per quella risoluzione presa di non addietrare avanti a cosa alcuna, il conte era giunto a gustare delle gioie sconosciute nelle lotte ch’egli imprendeva alle volte contro la natura, e contro il mondo. — Essi non vogliono rubarmi le mie carte, disse Monte-Cristo, vogliono uccidermi; non sono ladri, ma assassini. Non voglio che il sig. Prefetto di polizia si mischi nei miei affari particolari; sono abbastanza ricco, per sgravare in questo il preventivo della sua amministrazione. — Il conte richiamò Battistino, ch’era uscito dalla camera dopo aver data la lettera. — Voi ritornerete a Parigi, e ricondurrete qui tutta la servitù che è rimasta. Ho bisogno che tutti siano qui ad Auteuil.

— Ma non resterà dunque nessuno in casa, sig. conte?

— No, vi rimarrà il portinaro.

— Ma il sig. conte rifletterà, che vi è distanza fra il casotto del portinaro e la casa. — Ebbene?

— Ebbene! si potrebbero svaligiare tutti gli appartamenti, senza che il portinaro sentisse il più piccol rumore.

— E da chi si dovrebbe fare? — Dai ladri.

— Siete uno stupido, Battistino; che i ladri mi svaligino tutta la casa, non mi disgusteranno tanto, quanto un servizio fatto male. — Battistino s’inchinò. — Voi mi avete inteso, disse il conte; conducete qui tutta la servitù, dal primo fino all’ultimo; ma che tutto resti nello stato ordinario: chiuderete le persiane del pianterreno, e nient’altro.

— E quelle del primo?

— Sapete che non si chiudono mai. Andate. — Il conte fece dire che pranzava nella sua camera, e che non voleva essere servito che da Alì. Pranzò con tranquillità e con la sua abituale sobrietà, e, dopo il pranzo, facendo segno ad Alì di seguirlo, uscì dalla porticina, raggiunse il bosco di Boulogne come se passeggiasse, prese senza affettazione la strada di Parigi, ed al cader della notte si trovò dirimpetto alla sua casa vicino ai Campi-Elisi. Tutto era oscuro: soltanto una debole lampada ardeva nell’alloggio del portinaro, distante circa una quarantina di passi dalla casa, come aveva detto Battistino. Frattanto Monte-Cristo si addossava ad un albero, con quel colpo d’occhio che sbagliava raramente, esplorò il doppio viale, esaminò quelli che passavano, ed affondò uno sguardo nelle strade vicine. In capo a dieci minuti, fu perfettamente convinto che nessuno lo incomodava.

Corse alla porta con Alì, entrò precipitosamente, e per una piccola scala di servizio, di cui aveva la chiave, rientrò nella sua camera da dormire senza aprire, nè smuovere una sola tenda, senza che il portinaro potesse neppur dubitare che la casa, che egli credeva vuota, aveva ritrovato il suo principale abitante. Giunto nella camera da dormire, il conte fece segno ad Alì di fermarsi, indi passò nel gabinetto, che esaminò; tutto vi era nello stato abituale. Il prezioso scrigno era al suo posto, e la chiave di contro: egli lo chiuse a doppio giro, prese la chiave, e tornò nella camera da dormire, asportò la ribaditura degli occhielli del catenaccio, e rientrò. In questo mentre, Alì portava sopra una tavola le armi che il conte stesso gli aveva domandate, vale a dire una carabina corta, un paio di pistole a doppio tiro, le cui canne soprapposte permettevano di prendere la mira con tale certezza come se fossero state pistole da bersaglio. Armato in tal guisa, il conte poteva tenere fra le sue mani la vita di cinque uomini suoi nemici. Erano le nove e mezzo circa, il conte ed Alì mangiarono in fretta del pane, e bevettero un bicchiere di vino di Spagna, indi Monte-Cristo fece scorrere uno di quei quadri mobili, che gli permettevano di vedere una stanza stando nell’altra; egli aveva assai vicine le pistole, la carabina; ed Alì, in piedi vicino a lui, teneva alla mano una di quelle azze arabe, che non hanno ancora cangiato forma dall’epoca delle crociate.

Da una finestra della camera da dormire, simile a quella del gabinetto, il conte poteva vedere sulla strada. In tal modo passarono due ore; faceva l’oscurità più profonda, e ciò non pertanto Alì, mercè la sua natura selvaggia, ed il conte mercè la facoltà acquistata, distinguevano in questa notte fin la più piccola oscillazione degli alberi nel cortile. Da lungo tempo, il lume dell’alloggio del portinaro era stato spento.

Era da presumersi che l’assalto, se pur vi doveva essere, si sarebbe effettuato per mezzo della scalata del pianterreno, e non per mezzo di una scalata data ad una finestra. Nelle idee di Monte-Cristo, i malfattori tentavano alla sua vita, non al suo danaro. Era dunque nella sua camera da dormire, ch’essi si attaccherebbero, e perverrebbero nella sua camera da dormire, sia per la segreta, sia per la finestra del gabinetto. Mise Alì davanti la porta della scala; ed egli continuò a sorvegliare il gabinetto. Le undici e tre quarti suonarono all’orologio degl’Invalidi; il vento di ponente portava col suo umido soffio la lugubre vibrazione dei tre colpi. Allorchè stava per svanire il suono dell’ultimo tocco, il conte credè sentire un romore leggero dalla parte del gabinetto; questo primo romore, o piuttosto questo primo stridore, fu seguito da un secondo, poi da un terzo; al quarto, il conte sapeva di che trattavasi. Una mano ferma, ed esercitata era intenta a tagliare i quattro lati di un vetro per mezzo di un diamante. Il conte sentì battersi più rapidamente il cuore. Per quanto l’uomo sia indurito nel pericolo, per quanto sia ben prevenuto contro di esso, capisce sempre dal fremito del cuore e dal brivido della persona l’enorme differenza tra il sogno e la realtà, fra il disegno e l’esecuzione. Ciò non ostante Monte-Cristo non fece che un segno per prevenire Alì; questi, comprendendo che il pericolo era dalla parte del gabinetto, fece un passo per avvicinarsi al padrone. Monte-Cristo era avido di sapere con quale e con quanti nemici aveva da fare. La finestra su cui si lavorava era dirimpetto all’apertura per la quale il conte penetrava col suo sguardo nel gabinetto. I suoi occhi adunque si fissarono verso la finestra: egli vide un’ombra disegnarsi più densa nella oscurità; indi un vetro diventò del tutto opaco, come se vi fosse stato incollato per di fuori un foglio di carta, poscia il vetro crepitò senza cadere. Dall’apertura praticata s’introdusse un braccio che cercava il catenaccetto; un secondo dopo la finestra girò sui cardini, ed un uomo entrò.

L’uomo era solo. — Ecco un ardito birbante, mormorò il conte! — In questo momento egli sentì che Alì gli toccava leggermente la spalla; si voltò ed Alì gli mostrò la finestra della camera ov’erano, la quale guardava sulla strada; Monte-Cristo fece tre passi verso questa finestra, egli conosceva la squisita delicatezza dei sensi del suo fedele servitore. Infatto vide un altro uomo che si staccava da una porta, e, montando sopra un rialto, sembrava cercasse di vedere ciò che accadeva in casa del conte: — Buono! diss’egli, sono in due; l’uno opera; l’altro sta alle vedette.

Fece segno ad Alì di non perdere di vista l’uomo della strada, e ritornò a quello del gabinetto.

Il tagliatore di vetri era entrato, e si orizzontava con le braccia stese in avanti. Finalmente parve essersi reso conto di ogni cosa; vi erano due porte nel gabinetto, andò a mettere il catenaccio ad entrambe. Allorchè si avvicinò a quella della camera da dormire, Monte-Cristo credè che venisse per entrare, e preparò una delle pistole; ma non intese semplicemente che il romore dei catenacci striscianti su i loro anelli di cuoio. Questa era una cautela e niente altro; il notturno visitatore ignorando l’operazione fatta dal conte di togliere le fermezze dei ganci, poteva ora mai credersi in casa sua, ed operare con tutta tranquillità. Solo e libero in tutti i movimenti, l’uomo cavò allora dalla sua larga bisaccia qualche cosa che il conte non potè distinguere, la posò sopra un tavolino, indi andò direttamente allo scrigno, lo palpò nella direzione della serratura, e s’accorse che, contro la sua aspettativa, mancava la chiave. Ma il tagliatore di vetri era un uomo pieno di cautele, ed aveva tutto preveduto; il conte intese ben presto il rumore della collisione del ferro contro il ferro, che produce quando si manovra con pezzi di chiave informe, che portano i chiavettieri quando si mandano a chiamare per aprire una porta, e che appellansi comunemente grimaldelli, ma dai ladri hanno avuto il nome di rosignuoli, senza dubbio a cagione del piacere che essi provano nel sentire il loro canto notturno, allorchè stridono contro i contrarii della serratura.

— Ah! ah! mormorò Monte-Cristo con un sorriso di sconcerto, non è che un ladro.

Ma l’uomo nella oscurità non poteva scegliere l’istrumento conveniente. Fu allora che ricorse a quel qualche cosa che aveva deposto sul tavolino; fece giuocare una molla, e subito una luce pallida, ma però abbastanza viva per poter vedere, inviò il suo riflesso dorato sulle mani e sul viso di quest’uomo.

— Guarda, fece d’improvviso Monte-Cristo addietrandosi con un movimento di sorpresa, è... — Alì alzò l’azza.

— Non ti muovere, gli disse Monte-Cristo a bassa voce, lascia l’azza, che qui non abbiam più bisogno di armi.

Indi aggiunse qualche parola abbassando ancor più la voce, perchè l’esclamazione di sorpresa del conte, per quanto fosse stata debole, pure era bastata per fare rabbrividire l’uomo che era rimasto nell’attitudine dell’antico Arruotino.

Fu un ordine che dette il conte, perchè subito dopo Alì si allontanò sulla punta dei piedi, staccò dai muri dell’alcova un vestito nero, ed un cappello triangolare. In questo mentre, Monte-Cristo si toglieva rapidamente l’abito, il gilè, e la camicia, e si poteva, mercè il raggio di luce che filtrava dalla fessura della parete, riconoscere che il conte portava sul petto una di quelle soffici e fine tuniche di maglia d’acciaio, le cui ultime, in questa Francia ove non si temono più i pugnali, furono forse portate dal re Luigi XVI.

Questa tunica disparve ben presto sotto una lunga sottana, come i capelli del conte sotto una parrucca chiericale: il cappello posto su questa parrucca terminò di cambiare il conte in un abate. Frattanto l’uomo non sentendo più niente, si era rialzato, e, durante il tempo che impiegò Monte-Cristo a fare la sua metamorfosi, era andato direttamente allo scrigno, la cui serratura cominciava di già a scricchiare sotto il rosignuolo: — Buono! mormorò il conte, il quale certamente stava tranquillo per qualche segreto del fabbro ferraio che doveva essere sconosciuto allo sforzatore di serrature, per quanto si fosse abile, buono! tu ne hai ancora per qualche minuto. — Egli andò alla finestra. L’uomo che aveva veduto salire sul rialto ne era disceso, e passeggiava sempre sulla strada; ma, cosa singolare! invece di inquietarsi di quelli che potevano venire, sia dall’ingresso dei Campi-Elisi, sia dal sobborgo Sant’Onorato, non sembrava preoccupato che di ciò che accadeva in casa del conte, e tutti i suoi movimenti avevano per iscopo di guardare ciò che si faceva nel gabinetto. Monte-Cristo d’improvviso si battè la fronte, e lasciò scorrere su le sue labbra semi-aperte un sorriso silenzioso. Indi avvicinandosi ad Alì: — Sta qui, gli disse a bassa voce, nascosto nella oscurità, e qualunque sia la cosa che succede, non entrare, e non farti vedere se non ti chiamo pel tuo nome. — Alì fece segno con la testa che aveva inteso, e che avrebbe obbedito; allora Monte-Cristo cavò da un armadio una candela già accesa, e nel momento in cui il ladro era più che mai occupato alla serratura, aprì dolcemente la porta, avendo cura che la luce del lume che teneva in mano cadesse tutta sul suo viso.

La porta girò così dolcemente che il ladro non ne intese il rumore. Ma, con sua gran sorpresa, vide d’improvviso la camera illuminarsi. Egli si voltò. — Buona sera, caro sig. Caderousse! disse Monte-Cristo; che diavolo venite voi a far qui in quest’ora? — L’abate Busoni! gridò Caderousse.

E non sapendo come fosse avvenuta questa strana apparizione fin presso lui, poichè aveva chiuse le porte, lasciò cadere il mazzo di chiavi false, e restò immobile, e come colpito da stupore. Il conte andò a situarsi fra Caderousse e la finestra, togliendo per tal modo al ladro spaventato l’unico mezzo di ritirata. — L’abate Busoni! ripetè Caderousse fissando sul conte due occhi stravolti.

— Ebbene! senza dubbio, l’abate Busoni, ripetè Monte-Cristo, egli medesimo, in persona, ed io sono ben contento che mi riconosciate, caro sig. Caderousse; ciò prova che abbiamo buona memoria, perchè, se non mi sbaglio, sono oramai dieci anni che non ci siam veduti.

Questa calma, quest’ironia, questa possanza colpirono lo spirito di Caderousse con un terrore vertiginoso.

— L’abate!... l’abate... mormorò egli stringendo i pugni, e stridendo i denti.

— Voi volevate rubare al conte di Monte-Cristo?

— Sig. abate, mormorò Caderousse cercando di guadagnare la sinistra che gli veniva intercettata senza pietà dal conte, sig. abate, non so... vi prego di credere, vi giuro...

— Un vetro tagliato, continuò il conte, una lanterna cieca, un mazzo di grimaldelli, uno scrigno per metà sforzato: l’affare è chiaro.

Caderousse si strangolava con la cravatta, cercava un angolo per nascondersi, un foro per cui passare.

— Andiamo, vedo che siete sempre lo stesso, sig. assassino.

— Sig. abate, da poichè sapete tutto, saprete che non sono stato io, ma Carconta; ciò è stato riconosciuto dal processo, poichè essi non mi hanno condannato che alla galera.

— Voi dunque avete finito il vostro tempo, poichè vi trovo sulla strada di farvici ricondurre?

— No, sig. abate, sono stato liberato da qualcuno.

— Questo qualcuno ha reso un bel servizio alla società!

— Ah! disse Caderousse, io però aveva promesso...

— In tal modo siete in rottura di bando?

— Pur troppo! sì, disse Caderousse inquietissimo.

— Pessima recidiva... ciò vi condurrà, se non mi sbaglio, sulla piazza di Grève. Tanto peggio, tanto peggio, diavolo, come dicono i mondani del mio paese.

— Sig. abate, ho ceduto ad una tentazione...

— Tutti i delinquenti dicono così. — Il bisogno...

— Cessate adunque! disse sdegnosamente Busoni, il bisogno può strascinare a domandare l’elemosina, a rubare a un fornaio, non venire a sforzare uno scrigno in una casa che si crede disabitata. Ed allorquando il gioielliere Giovanni venne da voi per contarvi 45 mila fr. in cambio del diamante che io vi aveva dato, e che lo avete ucciso per avere il diamante ed il danaro, fu pure il bisogno?

— Perdono, sig. abate, disse Caderousse; voi mi avete salvato una volta, salvatemi ancora una seconda volta.

— Ciò non m’incoraggia.

— Siete solo, domandò Caderousse giungendo le mani, o avete di lì i gendarmi già pronti per prendermi?

— Son solo, disse l’abate, ed avrei ancora pietà di voi, e vi lascerei andare, col rischio di nuove disgrazie che possono esser procurate da questa mia debolezza, se mi diceste la verità.

— Ah! sig. abate, gridò Caderousse congiungendo le mani, ed avvicinandosi di un altro passo a Monte-Cristo, posso ben dire che siete mio salvatore.

— Pretendete di essere stato liberato dalla galera.

— Oh! su questo, fede di Caderousse, sig. abate!

— Chi vi liberò? — Un inglese. — Come si chiamava.

— Lord Wilmore. — Lo conosco: saprò dunque se mentite.

— Sig. abate, dico la pura verità. — Quest’inglese dunque vi proteggeva. — Non proteggeva me, ma un giovine corso mio compagno di catena. — Come si chiamava questo giovine corso? — Si chiamava Benedetto.

— Questo è un nome di battesimo?

— Egli non ne avea altri, perchè era bastardo.

— Allora questo giovine, è evaso con voi? — Sì.

— Ed in che modo? — Noi lavoravamo a Saint-Mandrier, vicino a Tolone. Conoscete Saint-Mandrier? — Sì, lo conosco.

— Ebbene! mentre che si dormiva, dal mezzogiorno ad un’ora... — I forzati fanno la sesta! compiangete quei birbanti! disse l’abate. — Diamine! disse Caderousse, non si può sempre lavorare, non siam cani. — Fortunatamente per i cani, riprese Monte-Cristo. — Mentre adunque gli altri facevano la sesta, ci siamo allontanati un poco, abbiamo segate le nostre catene con una lima di cui ci aveva provveduti l’inglese, e ci siamo salvati a nuoto.

— E che cosa è avvenuto di questo Benedetto?

— Non ne so niente! — Ciò nonostante dovete saperlo.

— No, in verità. Noi ci siamo separati a Hyères.

E per dare più peso alla sua protesta, Caderousse fece ancora un passo verso l’abate, che rimase immobile al suo posto tuttora tranquillo, ed interrogando. — Voi mentite! disse l’abate Busoni con un accento d’irresistibile autorità. — Sig. abate!... — Voi mentite! quest’uomo è ancora vostro amico, e vi servite di lui forse come di un complice. — Oh! sig. abate! — Da che avete lasciato Tolone, come avete vissuto? — Come ho potuto.

— Mentite! riprese per la terza volta l’abate con un accento ancor più imperativo. (Caderousse, spaventato, guardò il conte). Voi avete vissuto, riprese questi, col danaro che vi è stato dato. — Ebbene! è vero, disse Caderousse. Benedetto è diventato figlio di un gran signore.

— In qual modo può egli esser figlio di un gran signore?

— Figlio naturale.

— E chi è questo gran signore?

— Il conte di Monte-Cristo, quello in casa di cui siamo.

— Benedetto figlio del conte? riprese Monte-Cristo meravigliato a sua volta.

— Diamine! bisogna ben crederlo, poichè il conte gli ha trovato un falso padre, poichè il conte gli passa 4 mila fr. il mese, poichè il conte gli lascia 500 mila fr. nel suo testamento.

— Ah! ah! fece il falso abate che cominciava a comprendere; e che nome porta questo giovine?

— Si chiama Andrea Cavalcanti.

— Allora questi è un giovine che il mio amico, il conte di Monte-Cristo, riceve in casa sua, e che sta per isposare la figlia del banchiere Danglars? — Precisamente.

— E voi tollerate ciò, impossibile! voi che conoscete la sua vita ed i suoi delitti!

— Perchè volete che io impedisca al mio compagno di riuscire? disse Caderousse. — È giusto, non sta a voi l’avvisare il sig. Danglars, sta a me. — Sig. abate, voi non lo farete....

— E perchè?

— Perchè in tal modo ci farete perdere il nostro pane.

— E credete, che per conservare il pane a miserabili come voi, mi farei il fautore dei loro raggiri, il complice dei loro delitti.

— Sig. abate... disse Caderousse avvicinandosi.

— Io dirò tutto. — A chi? — Al sig. Danglars.

— Tuono dell’aria! gridò Caderousse cavando un coltello dal gilè già aperto, e percuotendo il conte nel mezzo del petto, tu non dirai niente, abate! — A gran sorpresa di Caderousse, il pugnale, invece di penetrare nel petto del conte, ribalzò smussato. Nello stesso tempo il conte afferrò colla mano sinistra il polso dell’assassino, e lo contorse con tal forza, che il coltello gli cadde dalle dita intirizzite, e Caderousse mandò un forte grido di dolore: ma il conte, senza fermarsi a questo grido, continuò a contorcere, fino a che, col braccio quasi lussato, egli da prima cadde in ginocchio, indi colla faccia contro terra. Il conte gli appoggiò un piede sulla testa, e gli disse: — non so chi mi trattenga dallo schiacciarti il cranio, scellerato!

— Ah! grazia! grazia! gridò Caderousse.

Il conte ritirò il piede: — Sorgi! diss’egli.

Caderousse si rialzò: — Potenza di Dio! che mano avete voi sig. abate! disse Caderousse, strofinandosi il braccio quasi morto per le tenaglie di carne che lo avevano stretto.

— Silenzio, Dio mi dà la forza di domare una bestia feroce come sei tu.

— Ouf! fece Caderousse tutto addolorato.

— Prendi questa penna e questa carta, e scrivi ciò che ti detto. — Io non so scrivere, sig. abate.

— Tu menti; prendi questa penna, e scrivi! — Caderousse, soggiogato da questa forza superiore, si assise e scrisse.

«Signore, l’uomo che voi ricevete in casa vostra, ed al quale voi destinate vostra figlia, è un antico forzato, sfuggito con me dalla galera di Tolone; egli portava il n. 59, ed io il n. 58. Si chiama Benedetto; ma egli stesso non sa il suo cognome, non avendo mai conosciuti i suoi genitori.»

— Firma! continuò il conte.

— Ma dunque volete perdermi.

— Se volessi perderti, imbecille, ti strascinerei fino al primo corpo di guardia; d’altra parte, prima che il tuo biglietto sia recapitato all’indirizzo, è probabile che tu non abbia più nulla a temere; firma dunque. — Caderousse firmò.

— L’indirizzo: Al sig. Barone Danglars banchiere, strada della Chaussée-d’Antin.

Caderousse scrisse l’indirizzo. L’abate prese il biglietto:

— Ora, diss’egli, sta bene, vattene.

— Per dove? — Per dove sei venuto.

— Volete che io esca da questa finestra? — Ci sei entrato.

— Voi meditate qualche cosa contro di me, sig. abate?

— Imbecille, che vuoi che io mediti?

— Perchè dunque non aprirmi la porta?

— Con qual vantaggio vuoi svegliare il portinaro?

— Sig. abate, ditemi che volete la mia morte.

— Voglio ciò che vuole Iddio.

— Ma giuratemi che non mi colpirete mentre discenderò.

— Pazzo e vile che sei! — Che volete far di me?

— Lo domando a te! ho cercato di fare di te un uomo felice, e non ne ho fatto che un assassino!

— Sig. abate, tentate una seconda prova.

— Sia! disse il conte, ascolta, sai che sono uom di parola.

— Sì, disse Caderousse.

— Se tu rientri in casa tua sano e salvo...

— A meno che ciò non venga da voi, che ho a temere?

— Se rientri in casa tua sano e salvo, lascia Parigi, lascia la Francia, ed in qualunque luogo sarai, fino a che tu ti condurrai onestamente, ti farò passare una piccola pensione; poichè se tu rientri in casa tua sano e salvo...

— Ebbene? domandò Caderousse fremendo. — Ebbene! crederò allora che Dio ti ha perdonato, e ti perdonerò io pure.

— Quanto è vero che sono cristiano, balbettò rinculando Caderousse, voi mi fate morire di paura!

— Andiamo, vattene! disse il conte mostrando col dito la finestra a Caderousse. — Questi, ancora mal rassicurato da tale promessa, cavalcò la finestra, e mise il piede sulla scala.

Là si fermò tremando. — Ora discendi, disse l’abate incrociando le braccia sul petto.

Caderousse cominciò a capire che non aveva niente da temere da questo lato, e discese.

Allora il conte si avvicinò colla candela, di modo che un altro uomo potè distinguere dai Campi-Elisi un uomo che discendeva da una finestra illuminata.

— Che fate dunque sig. abate, disse Caderousse; se passasse una pattuglia... — E soffiò sulla candela. Indi continuò a discendere; ma non fu che allorquando sentì il suolo del giardino sotto i suoi piedi, che si credè sufficientemente sicuro.

Monte-Cristo rientrò nella sua camera da dormire, e gettando un rapido colpo d’occhio dal giardino alla strada, vide da prima Caderousse che, dopo essere disceso, faceva un giro nel giardino, poscia piantare la scala all’estremità del muro, affine di uscire da un altro posto diverso da quello pel quale era entrato. Indi passando dal giardino alla strada, vide l’uomo, che sembrava aspettare, correre parallelamente nella strada, e situarsi dietro l’angolo stesso, vicino al quale Caderousse stava per discendere.

Caderousse salì lentamente sulla scala, e giunto agli ultimi gradini, passò la testa per disopra la cresta del muro per assicurarsi che la strada era del tutto solitaria. Non si vedeva nessuno, non si sentiva alcun rumore. Suonò un’ora all’orologio degl’Invalidi. Allora Caderousse si mise a cavallo sulla cresta della muraglia, e tirando a sè la scala, la passò per disopra al muro, indi si mise a discendere, o piuttosto si lasciò strisciare lungo i due montanti, manovra che operò con tale sveltezza, che provava l’abitudine che aveva in questo esercizio. Ma lanciato una volta sul pendio, non potè fermarsi. Invano vide un uomo scagliarsi fra l’ombre, al momento in cui era a mezza strada; invano vide un braccio alzarsi, al momento che toccava la terra; prima che avesse potuto mettersi in difesa, questo braccio lo colpì tanto furiosamente nel dorso, che abbandonò la scala, gridando.

— Soccorso! — Un secondo colpo gli giunse quasi subito nel fianco, ed egli cadde gridando: — All’uccisore! — Finalmente, siccome si rotolava per terra, l’avversario lo prese per i capelli, e gli portò un terzo colpo nel petto. Questa volta Caderousse volle gridare ancora, ma non potè mandare che un gemito, e fremendo lasciò scorrere i tre rivi di sangue che uscivano dalle sue tre ferite. L’assassino, vedendo ch’egli non gridava più gli sollevò la testa per i capelli; Caderousse aveva gli occhi chiusi e la bocca contorta. L’assassino lo credè morto, lasciò ricadere la testa, e disparve. Allora Caderousse sentendolo allontanarsi, si raddrizzò sul gomito; ed in un supremo sforzo, gridò con voce morente:

— All’assassino! io moro! sig. abate venite a me!

Questa lugubre chiamata fendè le ombre della notte.

La porta della scala segreta si aprì, indi la piccola porta del giardino, ed Alì ed il suo padrone accorsero coi lumi.