LXXXIII. — BEAUCHAMP.
Per quindici giorni in Parigi non si parlò d’altro, che del tentativo di rubamento, fatto con tanta audacia, in casa del conte: il moribondo aveva firmata una dichiarazione che indicava Benedetto come il suo assassino. La polizia fu invitata a lanciare tutti i suoi messi sulle tracce dell’omicida.
Il coltello di Caderousse, la lanterna cieca, il mazzo di grimaldelli, e gli abiti, meno il gilè che non potè ritrovarsi, furono deposti alla polizia, il corpo fu trasportato alla Morgue. Il conte rispondeva a tutti, che quest’avventura era accaduta mentre che egli era nella sua casa d’Auteuil, e che per conseguenza non sapeva che ciò che gli aveva raccontato l’abate Busoni, che in questa sera, per una strana combinazione, aveva domandato di passare la notte in sua casa, affine di consultare alcuni libri preziosi, che aveva nella sua biblioteca. Bertuccio solo impallidiva tutte le volte che veniva pronunciato in sua presenza il nome di Benedetto; ma non vi era alcun motivo, perchè qualcuno si accorgesse del pallore di Bertuccio. Villefort, chiamato a constatare il delitto, aveva reclamato a sè l’affare, ed aveva impresa l’istruzione con quell’ardore appassionato, che egli metteva in tutte le cause criminali, nelle quali era chiamato a portare la parola. Ma tre settimane eran già passate senza che le ricerche più operose avessero condotto ad alcun resultato, e si cominciava a dimenticare il rubamento tentato alla casa del conte, e l’assassinio del ladro commesso dal suo complice, per occuparsi del vicino matrimonio di madamigella Danglars col conte Andrea Cavalcanti. Questo matrimonio era quasi dichiarato, ed il giovine veniva ricevuto in casa del banchiere col titolo di fidanzato.
Erasi scritto al sig. Cavalcanti padre che aveva molto approvato questo matrimonio, e che, esprimendo tutto il suo dispiacere, perchè il servizio gl’impediva assolutamente di lasciare Parma, ov’era di guarnigione, dichiarava acconsentire di dare un capitale di 150 mila lire di rendita. Era convenuto che i tre milioni sarebbero stati collocati nel banco Danglars, ov’egli li farebbe valere; alcune persone avevano tentato di dare dei dubbi al giovine sulla solidità della posizione del suo futuro suocero, che da qualche tempo provava alla borsa reiterate perdite; ma il giovine con un disinteressamento ed una confidenza sublime, rigettò tutti questi vani propositi sui quali ebbe la delicatezza di non dire neppure una parola al barone. Per questo il barone adorava il conte Andrea Cavalcanti. Non era però lo stesso dal lato di madamigella Danglars. Nel suo odio istintivo contro il matrimonio, aveva accolto Andrea come un mezzo atto ad allontanare Morcerf; ma ora che Andrea si avvicinava troppo, incominciava a provare per lui una visibile repulsione. Forse il barone se ne era accorto; ma siccome non poteva attribuire questa ripulsione se non che ad un capriccio, aveva fatto sembiante di non accorgersene.
Frattanto la dilazione domandata da Beauchamp era quasi percorsa. Del rimanente, Morcerf aveva potuto apprezzare il valore del consiglio di Monte-Cristo, quando questi gli aveva detto di lasciar cadere le cose da sè stesse. Nessuno aveva rilevato la nota sul generale, e nessuno aveva ravvisato nel generale che aveva venduta la fortezza di Giannina, il nobile conte che sedeva alla camera dei Pari. Alberto però non si credeva meno insultato, perchè in quelle poche linee che lo avevano ferito vi era certamente l’intenzione di offenderlo. Inoltre, il modo con cui Beauchamp aveva terminata la conferenza, lasciava amare rimembranze nel suo cuore. Egli dunque accarezzava nel suo spirito l’idea di questo duello, del quale egli sperava, se Beauchamp voleva prestarvisi, di coprire la vera causa, anche ai suoi testimonii. In quanto a Beauchamp, nessuno lo aveva più veduto dopo il giorno della visita, che gli aveva fatta Alberto, ed a tutti quelli che andavano a domandare di lui si rispondeva che era assente per un viaggio di qualche giorno. Ov’era, nessuno lo sapeva. Una mattina Alberto fu svegliato dal suo cameriere, che gli annunciò Beauchamp. Alberto si strofinò gli occhi, ordinò che si facesse aspettare Beauchamp nella piccola sala da fumare nel pian terreno, si vestì prestamente, e discese.
Trovò Beauchamp che passeggiava in lungo ed in largo: come lo vide, Beauchamp si fermò. — La dimostrazione che voi tentate, presentandovi in casa mia da voi stesso, e senza aspettare la visita che io contava di farvi in questo stesso giorno, mi sembra di buono augurio, signore, disse Alberto; vediamo, dite presto, debbo stendervi la mano dicendo: «Beauchamp, confessate un torto, e conservatemi un amico?» Ovvero debbo semplicemente domandarvi: «Quali sono le vostre armi?»
— Alberto, disse Beauchamp con una tristezza che colpì il giovine di stupore, sediamo da prima, e parliamo.
— Ma mi sembra, che prima di sederci, dobbiate rispondermi?
— Alberto, disse il giornalista, vi sono delle occasioni in cui la difficoltà è precisamente nella risposta.
— Io ve la renderò facile, signore, ripetendovi la domanda; volete ritrattarvi, sì, o no?
— Morcerf, non bisogna limitarsi a rispondere sì o no alle domande che riguardano l’onore, la posizione sociale, la vita di un uomo, quale è il sig. tenente generale conte de Morcerf, pari di Francia... — E che si fa allora?
— Si fa ciò che ho fatto io, Alberto; si dice: il danaro, il tempo, e la fatica sono un nulla, allorchè si tratta della riputazione e degl’interessi di una intera famiglia; si dice: se incrocio la spada, o se stringo lo scatto di una pistola sopra un uomo, al quale per due anni ho stretta la mano, bisogna che io sappia almeno perchè faccio una cosa simile; finalmente per giungere sul terreno col cuore in riposo, e quella coscienza tranquilla di cui abbisogna un uomo, quando fa di mestieri, che col suo braccio si salvi la vita...
— Ebbene? domandò Morcerf con impazienza, che vuol dir ciò?
— Ciò vuol dire, che io vengo da Giannina.
— Da Giannina? voi! — Sì: io. — Impossibile!
— Mio caro Alberto; eccovi il mio passaporto; guardate i visti: Ginevra, Milano, Venezia, Trieste, Delvino, Giannina; crederete alla polizia di una repubblica, di un regno, di un impero?
Alberto gettò gli occhi sul passaporto, e li rialzò meravigliati sopra Beauchamp; — Voi siete stato a Giannina.
— Alberto, se foste stato uno straniero, uno sconosciuto, un semplice lord, come quell’inglese che tre o quattro mesi fa venne a chiedermi soddisfazione, e che ho ucciso per ispacciarmene, capirete che non mi sarei dato una briga simile; ma ho creduto di dovervi dare questo contrassegno di stima. Ho impiegato otto giorni nell’andare, otto giorni a ritornare, più quattro giorni di quarantina, e quarantotto ore di soggiorno; tutto questo forma le mie tre settimane. Sono giunto questa notte, ed eccomi qua.
— Mio Dio, quanti giri di parole, Beauchamp, e quanto tardate a dirmi ciò che aspetto da voi!
— Egli è in verità, Alberto... — Si direbbe che esitate...
— Sì; io ho paura...
— Voi avete paura di confessare che il vostro corrispondente vi aveva ingannato? Oh! lasciate l’amor proprio, Beauchamp; confessate: il vostro coraggio non può essere messo in dubbio.
— Oh! non è questo, mormorò il giornalista; al contrario...
Alberto impallidì spaventosamente: egli tentò di parlare ma la parola spirò sulle sue labbra.
— Amico mio, disse Beauchamp col tuono più affettuoso, credetemi, sarei felice di potervi fare le mie scuse, e ve le farei con tutto il cuore; ma ahimè!...
— Ma che? — La nota aveva ragione, amico mio.
— Come! quell’ufficiale francese... — Sì.
— Quel Fernando? — Sì.
— Quel traditore che cedè la fortezza dell’uomo di cui era al servizio... — Perdonatemi di dirvi ciò che vi dico, amico mio, quest’uomo, è vostro padre!
Alberto fece un movimento furioso per slanciarsi su Beauchamp; ma questi lo trattenne, più collo sguardo dolce che colla mano stesa.
— Osservate, amico mio, diss’egli cavando di saccoccia un foglio, ecco la prova. — Alberto aprì il foglio; era un attestato di quattro dei più notabili abitanti di Giannina, che contestavano qualmente il colonnello Fernando Mondego, colonnello istruttore, al servizio del Visir Alì-Tebelen, aveva ceduto la fortezza di Giannina, ricevendone in compenso due mila borse. Le firme erano legalizzate dal console. Alberto vacillò, e cadde atterrato sopra una sedia.
Questa volta non v’era più alcun dubbio, il nome della sua famiglia vi era in tutte lettere. Così, dopo un momento di mutuo silenzio e di dolore, il suo cuore si sgonfiò, le vene del collo s’inturgidirono; un torrente di lagrime gli sgorgò dagli occhi.
Beauchamp, che aveva guardato il giovine con una profonda pietà, mentre cedeva al parossismo del dolore, si avvicinò a lui. — Alberto, diss’egli, voi ora mi capite, non è vero? io ho voluto veder tutto, giudicare tutto da me stesso, sperando che la spiegazione sarebbe stata favorevole a vostro padre, e che avrei potuto rendergli compiuta giustizia. Ma, al contrario, le informazioni prese contestano che questo ufficiale istruttore, che questo Fernando Mondego, elevato da Alì-Pascià al titolo di generale governatore, non è altro che il conte Fernando de Morcerf; allora sono ritornato, ricordatevi l’onore che mi avete fatto di ammettermi alla vostra amicizia, e sono accorso a voi.
Alberto, sempre immobile sul seggio, si teneva le mani sugli occhi, come avesse voluto impedire alla luce di arrivare fino a lui: — Io sono accorso, continuò Beauchamp, per dirvi: Alberto, gli errori dei nostri padri, in quei tempi di azione e di reazione, non possono ricadere sui figli, Alberto, ben pochi hanno traversato quelle rivoluzioni, in mezzo alle quali siam nati, senza che qualche macchia di fango o di sangue abbia lordato la loro uniforme da soldato, o la loro toga da giudice. Alberto, nessuno al mondo, ora che ho tutte le prove, ora che sono padrone del vostro segreto, può sforzarmi ad un combattimento che la vostra coscienza, ne sono certo, si rimprovererebbe come un delitto; ma ciò che non potete esigere da me, io stesso vengo ad offrirvelo. Queste prove, queste rivelazioni, questi attestati che io solo posseggo, volete che spariscano? questo terribile segreto, volete che resti fra voi e me? confidate alla mia parola d’onore? egli non uscirà mai dalla mia bocca; dite, lo volete Alberto?
Alberto si slanciò al collo di Beauchamp:
— Ah! nobile cuore!
— Prendete, disse Beauchamp presentandogli il foglio.
Alberto lo afferrò con mano convulsa, lo strinse, lo spiegazzò, pensò di stracciarlo; ma temendo che la più piccola particella trasportata dal vento non venisse un giorno a percuoterlo sulla fronte, andò alla candela, sempre accesa per i sigari, e ne consumò fin l’ultimo frammento.
— Che tutto ciò si dimentichi come un sogno cattivo, disse Beauchamp, si sperda come queste ultime faville che corrono sulla carta annerita, che tutto ciò svanisca, come quest’ultimo fumo che sfugge da queste mute ceneri.
— Sì, sì, disse Alberto, e che non vi rimanga che l’eterna amicizia che i miei figli trasmetteranno ai vostri, amicizia che mi ricorderà sempre che il sangue delle mie vene, la vita del mio corpo, l’onore del mio nome, le debbo soltanto a voi; perchè se una tal cosa fosse stata conosciuta, oh! Beauchamp, vi dichiaro che mi sarei bruciate le cervella... oh, no, povera madre! perchè non avrei voluto ucciderla con lo stesso colpo... avrei espatriato.
— Caro Alberto! disse Beauchamp. — Ma il giovine si tolse ben presto da questa gioia inattesa, e per così dire fatidica, e ricadde più profondamente nella sua tristezza.
— Ebbene, domandò Beauchamp, vediamo, che vi è di nuovo, amico mio?
— C’è, disse Alberto, che ho qualche cosa che mi lacera il cuore. Ascoltate, Beauchamp. Non so togliermi, così in un secondo da quel rispetto, da quella confidenza, e da quell’orgoglio, che inspira ad un figlio il nome senza macchia di suo padre. Oh! Beauchamp come dovrò ora presentarmi a lui? manderò in addietro la mia fronte quando egli vi avvicinerà le labbra? ritirerò la mia mano quando egli mi stenderà la sua?... Beauchamp, sono il più infelice degli uomini. Ah! madre mia, mia povera madre, disse Alberto guardando, a traverso dei suoi occhi che nuotavano nelle lagrime il ritratto di sua madre, se aveste saputo ciò, quanto avreste dovuto soffrire.
— Coraggio, disse Beauchamp, coraggio, amico!
— Ma di dove veniva questa prima nota inserita nel vostro giornale? gridò Alberto; dietro a tutto ciò vi è un odio sconosciuto, un nemico invisibile.
— Ebbene! disse Beauchamp, ragione di più. Coraggio, non fate comparire alcuna traccia d’emozione sul vostro viso; portate questo dolore in voi, come la nube porta in sè la rovina e la morte; segreto fatale che non si comprende che al momento in cui scoppia la tempesta. Andate, amico, riserbate le vostre forze pel momento in cui verrà fatto questo scoppio.
— Oh! ma credete dunque che noi non siamo giunti a termine? disse Alberto spaventato.
— Ma... non credo niente, amico mio; ma finalmente tutto è possibile. A proposito...
— Che cosa? domandò Alberto vedendo Beauchamp esitare.
— Sposate sempre madamigella Danglars?
— A qual proposito mi domandate questo in un simile momento, Beauchamp?
— Perchè nel mio spirito la rottura o il compimento di questo matrimonio, si riattaccano all’oggetto che ne occupa.
— In che modo? disse Alberto, la cui fronte s’infiammò, credete che il sig. Danglars...
— Vi domando soltanto a che punto siete con questo matrimonio. Che diavolo! non vedete nelle mie parole altre cose che quelle che vi metto, e non date loro un’importanza maggiore di quella che non hanno.
— No, disse Alberto, il matrimonio è rotto.
— Bene, disse Beauchamp. — Indi, vedendo che il giovine ricadeva nella sua melanconia: — Osservate, Alberto, diss’egli, se credete a me, sarebbe bene che uscissimo; un giro al bosco in phaéton, o a cavallo vi distrarrà; indi ritorneremo per far colazione in qualche luogo, e voi andrete per i vostri affari ed io per i miei.
— Volentieri, disse Alberto, ma usciamo a piedi, mi sembra che un poco di fatica mi farà bene.
— Sia, disse Beauchamp. — Ed i due amici uscendo a piedi s’avviarono al baluardo. Giunti alla Maddalena: — Sentite, disse Beauchamp, giacchè siamo sulla strada, andiamo un poco a vedere il sig. di Monte-Cristo, egli vi distrarrà; è un uomo ammirabile per rimettere gli spiriti, in quanto che non fa mai domande; ora, a mio avviso, la gente che non fa interrogazioni è la più abile consolatrice.
— Andiamo pure da lui, disse Alberto, io lo amo.