LXXXVII. — L’INSULTO.
Alla porta del banchiere, Beauchamp fermò Morcerf.
— Ascoltate; or ora vi ho detto in casa Danglars, che al sig. di Monte-Cristo dovevate domandare una spiegazione?
— Sì: e noi andiamo da lui.
— Un momento, prima di andare dal conte, riflettete.
— A che cosa? — Alla gravità del passo.
— È forse più grave, che andar dal sig. Danglars?
— Sì, il sig. Danglars è un uomo di danaro, e, voi lo sapete, gli uomini di danaro sanno troppo bene il capitale che arrischiano per battersi facilmente. L’altro, al contrario, è un gentiluomo, almeno in apparenza; e non temete sotto il gentiluomo di ritrovare il bravo?
— Temo solo di trovare un uomo che non si batta.
— Oh! siate tranquillo, egli si batterà. Ho anzi paura che si batta troppo bene; state in guardia!
— Amico, disse Morcerf, con un bel sorriso, questo è ciò che io domando, questo è ciò che mi può accadere di più avventuroso, vale a dire di essere ucciso per mio padre: ciò salverà noi tutti.
— Vostra madre ne morrà.
— Povera madre! disse Alberto passando la mano sopra i suoi occhi, lo so bene, ma vale meglio che io muoia per questo che morire di vergogna.
— Siete ben risoluto, Alberto? Andiamo dunque!
— Ma credete che lo troviamo?
— Egli doveva ritornare poche ore dopo di me, e certamente sarà arrivato. — Essi salirono e si fecero condurre all’entrata dei Campi-Elisi n. 30. Beauchamp voleva discendere solo, ma Alberto fece osservare che questo affare, uscendo dalle regole ordinarie, gli permetteva di allontanarsi dall’etichetta del duello. Il giovine operava in modo che Beauchamp non aveva altro a fare, che a prestarsi a tutte le sue volontà; egli cedè dunque a Morcerf, e si contentò di seguirlo. Alberto non fece che uno slancio dal casotto del portinaro alla scalinata. Battistino lo ricevette. Il conte era effettivamente arrivato, ma era nel bagno, ed aveva proibito di ricevere chicchessia. — Ma dopo il bagno? domandò Morcerf.
— Il signore pranzerà.
— E dopo il pranzo? — Il signore dormirà un’ora.
— E dopo? — Dopo anderà all’Opera.
— Ne siete sicuro? domandò Alberto.
— Perfettamente sicuro! il signore ha ordinato i cavalli per le otto precise.
— Benissimo! replicò Alberto, ecco quanto voleva sapere. — Indi volgendosi a Beauchamp: — Se avete qualche cosa da fare, Beauchamp, fatelo presto; se avete ritrovi per questa sera, aggiornateli a domani. Capirete che io conto su voi per andare all’Opera. Se potete, conducete con voi Château-Renaud.
Beauchamp approfittò del permesso, e lasciò Alberto, dopo avergli promesso d’andarlo a prendere alle otto meno un quarto.
Rientrato in casa, Alberto avvisò con un biglietto Franz, Debray, e Morrel, del desiderio che aveva di vederli in quella sera all’Opera. Indi andò a visitare sua madre, che dopo l’avvenimento del giorno innanzi aveva fatto dire non essere visibile, e stava ritirata nella sua camera. Egli la ritrovò in letto, oppressa dal dolore di quella pubblica umiliazione. La visita d’Alberto produsse quell’effetto che è da immaginarsi; ella strinse la mano al figlio, ed irruppe in singhiozzi. Però queste lagrime la sollevarono. Alberto rimase un momento in piedi e muto vicino al letto di sua madre. Si scorgeva dal suo pallido viso, e dal sopracciglio aggrottato, che il desiderio di vendetta andava sempre più radicandosi nel suo cuore. — Madre mia, proruppe Alberto, conoscete voi nessun nemico del sig. Morcerf?
Mercedès fremette; ella aveva osservato che il giovine non aveva detto di mio padre. — Amico mio, diss’ella, gli uomini nella posizione del conte hanno molti nemici ch’essi non conoscono. D’altra parte i nemici che si conoscono, sapete, non sono i più pericolosi.
— Sì, lo so; ed è per questo che mi rivolgo a tutta la vostra perspicacia. Madre mia, siete una donna superiore alle altre, e cui niente sfugge!
— Perchè mi dite questo?
— Perchè avete notato, per esempio, che la sera che abbiamo dato il ballo, il sig. di Monte-Cristo non ha voluto prender niente in casa nostra.
Mercedès alzandosi tutta tremante sul suo braccio, ardente per la febbre: — Il sig. di Monte-Cristo! gridò ella, e qual rapporto avrebb’egli colla domanda che mi fate?
— Voi lo sapete, madre mia, il sig. di Monte-Cristo è un uomo d’Oriente, e gli orientali per conservare la loro libertà di vendetta non mangiano nè bevono mai in casa dei loro nemici.
— Il sig. di Monte-Cristo nemico? riprese Mercedès più pallida del lenzuolo che la copriva. Chi vi ha detto questo? siete folle, Alberto. Il sig. di Monte-Cristo non ha usato con noi che gentilezze. Il sig. di Monte-Cristo vi ha salvata la vita, e voi stesso ce lo avete presentato. Oh! ve ne prego, figlio mio, se avete una simile idea, allontanatela, e se io ho una raccomandazione a farvi, anzi dirò di più, se ho una preghiera da indirizzarvi, quella si è che vi mantenghiate in armonia con quest’uomo.
— Madre mia, replicò il giovine con uno sguardo sinistro, avete le vostre ragioni per dirmi di usare de’ riguardi a quest’uomo?
— Io? gridò Mercedès arrossendo con quella rapidità con cui aveva impallidito, e ritornando quasi subito più pallida ancora di prima.
— Sì; senza dubbio, e questa ragione non è, riprese Alberto, perchè quest’uomo può farci del male?
Mercedès fremette, e fissando sopra suo figlio uno sguardo scrutatore: — Voi mi parlate in un modo strano, e mi sembra che abbiate delle singolari prevenzioni. E che vi ha dunque fatto il conte? sono tre giorni che eravate con lui in Normandia, sono tre giorni che io lo riguardava, e lo riguardavate voi stesso, come uno dei vostri migliori amici..
Un sorriso ironico sfiorò le labbra d’Alberto. Mercedès vide questo sorriso, e con il doppio istinto di donna e di madre, indovinò tutto: ma prudente e forte seppe nascondere il suo turbamento ed i suoi fremiti. Alberto lasciò cadere la conversazione; un momento dopo la contessa la riannodò.
— Voi siete venuto a chiedermi come stava, diss’ella; vi risponderò francamente, amico mio, mi sento bene. Voi fermatevi qui, Alberto; mi dovreste tenere compagnia. Ho bisogno di non rimaner sola.
— Madre mia, disse il giovine, mi presterei ai vostri ordini, e voi sapete con quale felicità, se un affare importante non mi obbligasse a dovervi lasciare tutta la serata.
— Ah! benissimo, rispose Mercedès con un sospiro, andate, non voglio rendervi schiavo della vostra pietà filiale.
Alberto fece sembiante di non capire, salutò sua madre ed uscì. Appena il giovine ebbe chiusa la porta, Mercedès fece chiamare un servitore di confidenza, e gli ordinò di seguire Alberto ovunque andasse nella serata, e di venirlene a rendere conto sul momento. Indi suonò per la sua cameriera, e quantunque fosse assai debole, si fece vestire per esser pronta ad ogni avvenimento.
La commissione data al lacchè non era difficile ad eseguirsi. Alberto rientrò nelle sue camere, e si rivestì con una specie di ricercata severità. Beauchamp giunse alle otto meno dieci minuti; egli aveva veduto Château-Renaud che gli aveva promesso di trovarsi in orchestra prima dell’alzata del sipario. Salirono entrambi nel coupé d’Alberto che, non avendo alcun motivo di nascondere ove andava, disse ad alta voce: — All’Opera. Nella sua impazienza era entrato prima assai dell’alzata del sipario. Château-Renaud era al suo posto; avvisato di tutto da Beauchamp, Alberto non aveva alcuna spiegazione da dargli. La condotta di questo figlio che cercava di vendicare suo padre era così semplice, che Château-Renaud non osò neppure di dissuaderlo e si contentò di rinnovargli l’assicurazione ch’egli era a sua disposizione. Debray non era ancora giunto, ma Alberto sapeva che difficilmente mancava ad una rappresentazione. Alberto andò errando pel teatro fino all’alzata del sipario. Egli sperava d’incontrare Monte-Cristo, o nei corridoi o per le scale; il campanello lo richiamò al suo posto, ed andò a sedersi in orchestra fra Beauchamp e Château-Renaud.
Ma Alberto non levò un momento gli occhi dal palco dell’intercolunnio, che durante tutto il primo atto sembrava ostinarsi a rimanere vuoto. Finalmente, mentre Alberto per la centesima volta guardava l’orologio, al principio del second’atto la porta del palco si aprì, e Monte-Cristo vestito di nero, entrò e si appoggiò al parapetto per guardare in platea; Morrel lo seguì, cercando cogli occhi sua sorella e suo cognato. Egli li scoperse in un palco del second’ordine e loro fece un segno. Il conte, gettando il suo colpo d’occhio circolare nella sala, scoperse una testa pallida, e due occhi scintillanti, che sembravano evidentemente attirare i suoi sguardi; egli riconobbe Alberto, ma l’espressione ch’egli notò in questo viso contraffatto lo consigliò senza dubbio di far sembiante di non averlo osservato. Senza far dunque alcun movimento che scoprisse il suo pensiero, si assise, cavò l’occhialetto dall’astuccio, e guardò da un’altra parte.
Ma senza sembrare di guardare Alberto il conte non lo perdeva di vista ed allora quando fu calato il sipario alla fine del secondo atto, il suo colpo d’occhio infallibile e sicuro seguì il giovine che usciva dall’orchestra accompagnato dai suoi due amici. Indi la stessa testa ricomparve ai cristalli di un palco posto di rimpetto al suo. Il conte sentì approssimarglisi la tempesta, e quando intese la chiave girare nella serratura del suo palco, quantunque in quello stesso punto parlasse a Morrel col viso più ridente, il conte sapeva che cosa doveva aspettarsi, e si era preparato a tutto.
La porta s’apri. Monte-Cristo si voltò soltanto allora, e vide Alberto livido e tremante; dietro a lui erano Beauchamp e Château-Renaud.
— Osservate! gridò egli con quella benevola gentilezza che distingueva il suo saluto dalla fatua civiltà della società, ecco il mio cavaliere giunto alla meta. Buona sera sig. de Morcerf. — Ed il viso di quest’uomo straordinariamente padrone di sè stesso, esprimeva la più perfetta cordialità. Morrel si ricordò soltanto allora della lettera che aveva ricevuta dal visconte, e nella quale, senz’altra spiegazione, questi lo pregava di ritrovarsi all’Opera, e capì subito che stava per accadere qualche cosa di terribile.
— Noi non veniamo qui per ricambiarci ipocrite gentilezze, o false apparenze d’amicizia, disse il giovine, veniamo a domandarvi una spiegazione sig. conte.
La voce tremante del giovine durava fatica e passare fra i suoi denti stretti.
— Una spiegazione all’Opera? disse il conte con un tuono così tranquillo, ed un colpo d’occhio così penetrante, che si riconobbe da questa doppia caratteristica l’uomo eternamente padrone di sè stesso. Per quanto sia poco familiare alle costumanze parigine, non avrei creduto, signore, che qui si domandassero spiegazioni.
— Però, quando le persone si tengono nascoste, disse Alberto, quando non si può giungere fino a loro sotto il pretesto che son al bagno, a tavola, o a letto, bisogna bene indirizzarsi loro ove si trovano.
— Io non sono difficile a ritrovare, perchè ieri ancora, ho buona memoria, il signore era in casa mia.
— Ieri, disse il giovine, cui incominciava a confondersi la testa, era in casa vostra, perchè non sapeva chi foste.
E dicendo queste parole, Alberto aveva alzata la voce in modo da farsi sentire dalle persone dei palchi vicini, e da quelle che passavano pel corridoio. Per ciò, le persone dei palchi si voltarono, quelle del corridoio si fermarono dietro Beauchamp e Château-Renaud al rumore di questo alterco.
— E di dove venite adunque, signore? disse Monte-Cristo senza la menoma apparente emozione: non mi sembrate godere tutto il vostro buon senso.
— Purchè io capisca le vostre perfidie, signore, e giunga a farvi capire che io voglio vendicarmene, sarò sempre abbastanza ragionevole, disse Alberto furioso.
— Signore, non vi capisco, replicò Monte-Cristo, e quand’anche vi capissi, parlereste sempre troppo forte; qui sono in casa mia, signore, ed io solo ho qui il diritto d’alzare la voce al di sopra degli altri; uscite, signore!
E Monte-Cristo mostrò la porta ad Alberto con un ammirabile gesto di comando.
— Ah! vi farei uscire di casa vostra? riprese Alberto spiegazzando un guanto colle sue mani convulse, che Monte-Cristo non perdeva di vista.
— Bene, bene! disse flemmaticamente Monte-Cristo, voi mi cercate contesa, signore, lo vedo; ma voglio darvi un consiglio, visconte, e ritenetelo bene; è un cattivo costume quello di far del susurro nel provocare; il rumore non accomoda a tutti, sig. de Morcerf. — A questo nome, un mormorio di meraviglia passò come un fremito in tutti gli uditori di questa scena. Fin dal giorno innanzi il nome di Morcerf era nella bocca di tutti. Alberto, meglio degli altri, e prima di tutti, comprese l’allusione, e fece un gesto per gettare il guanto sul viso del conte; ma Morrel gli afferrò il pugno, mentre che Beauchamp e Château-Renaud, temendo che la scena non oltrepassasse i limiti di una provocazione, lo ritenevano per di dietro. Monte-Cristo, senza alzarsi, inchinandosi sulla sedia, stese soltanto la mano, e prendendo dalle mani increspate del giovine il guanto umido e contorto: — Signore, diss’egli con un accento terribile, ritengo il vostro guanto come gettato, e ve lo rimetterò avvolto intorno ad una palla. Ora, uscite di casa mia, o chiamo i miei servitori, e vi faccio gettare alla porta.
Ebbro, atterrito, cogli occhi sanguinolenti, Alberto fece due passi in addietro. Morrel ne approfittò per chiudere la porta. Monte-Cristo riprese l’occhialino e si mise a guardare come se non fosse accaduto niente di straordinario. Quest’uomo aveva un cuore di bronzo ed un viso di marmo.
Morrel gli si accostò all’orecchio: — Che gli avete fatto?
— Io? niente, almeno personalmente, disse Monte-Cristo.
— Però questa scena deve avere una causa?
— L’avventura del conte de Morcerf esaspera il giovine disgraziato. — Vi avete forse qualche parte?
— Fu per mezzo di Haydée che la Camera venne istruita del tradimento del padre di lui.
— Di fatto, disse Morrel, mi fu detto; ma io non voleva credere, che questa schiava greca che ho veduto qui, in questo stesso palco, fosse la figlia d’Alì-Pascià.
— Eppure è la verità.
— Oh! mio Dio! ora comprendo tutto, disse Morrel, questa scena era premeditata. — In qual modo?
— Sì, Alberto mi ha scritto di trovarmi questa sera all’Opera, era per farmi testimonio dell’insulto che voleva usarvi.
— Probabilmente, disse Monte-Cristo colla sua imperturbabile tranquillità. — Ma che farete di lui?
— Di chi? — D’Alberto!
— D’Alberto, riprese Monte-Cristo collo stesso tuono, che ne farò, Massimiliano? Tanto è vero che siete qui, e che vi stringo la mano, quanto che io lo ucciderò domani prima delle dieci a. m., ecco ciò che io ne farò. — Morrel a sua volta prese fra le sue la mano di Monte-Cristo, e rabbrividì nel sentire questa mano placida e fredda.
— Ah! conte, gli disse, suo padre lo ama tanto!
— Non mi state a dire tali cose, altrimenti lo farò soffrire! gridò Monte-Cristo col primo movimento di collera che fino allora sembrasse provare. — Morrel stupefatto lasciò ricadere la mano di Monte-Cristo. — Conte! Conte! diss’egli.
— Caro Massimiliano, ascoltate dunque in che adorabile modo Duprez canta questo verso; O Matilde idolo del mio cor!
Morrel capì che non v’era più niente da dire. Il sipario che si era alzato al finire della scena d’Alberto, tornò a calare; quasi subito dopo fu battuto alla sua porta.
— Entrate, disse Monte-Cristo, senza che la sua voce manifestasse la menoma emozione. — Beauchamp comparve.
— Buona sera, sig. Beauchamp, disse Monte-Cristo, come se vedesse il giornalista per la prima volta nella serata; sedete adunque.
Beauchamp salutò, entrò, e si assise:
— Signore, diss’egli a Monte-Cristo, or ora io accompagnava, come avrete potuto vedere, il sig. de Morcerf.
— Ciò vuol dire, riprese Monte-Cristo ridendo, che voi probabilmente avrete pranzato insieme. Sono ben contento di vedere, signor Beauchamp, che siete più sobrio di lui.
— Signore, disse Beauchamp, Alberto ha avuto, ne convengo, torto nel lasciarsi trasportare, e vengo per proprio mio conto a farvene delle scuse. Ora che le mie scuse sono fatte, le mie, intendete bene signor conte? vengo a dirvi che vi credo troppo galantuomo per ricusarvi dal darmi delle spiegazioni sul soggetto delle vostre relazioni colle persone di Giannina! indi aggiungerò due parole sul conto della giovine greca. — Monte-Cristo fece con gli occhi e con le labbra, un piccolo gesto che comandava il silenzio: — Andiamo, aggiunse egli ridendo, ecco tutte le mie speranze distrutte.
— In qual modo? domandò Beauchamp.
— Senza dubbio, voi vi affannate di farmi un credito di eccentricità; io sono a parer vostro, un Lara, un Manfredi, un Lord Ruthwen; indi passato il momento di vedermi eccentrico, guastate il mio tipo, tentate di farmi diventare un uomo oscuro; mi volete comune volgare; infine mi domandate quelle spiegazioni. Su via! sig. Beauchamp, voi volete ridere.
— Frattanto, riprese Beauchamp con alterigia, vi sono delle congiunture in cui la probità ordina...
— Sig. Beauchamp, interruppe l’uomo strano, chi comanda al conte di Monte-Cristo è il conte di Monte-Cristo. Così dunque non dite una parola di più su questo argomento, se vi aggrada; faccio ciò che voglio, sig. Beauchamp, e credetemi, è sempre fatto benissimo.
— Signore, le persone oneste non si pagano con questa moneta; sono necessarie delle guarentigie all’onore.
— Signore, sono una garanzia vivente, rispose Monte-Cristo impassibile, i cui occhi però s’infiammavano di lampi minacciosi. Entrambi abbiamo nelle vene del sangue, che abbiamo volontà di versare, ecco la nostra mutua garanzia. Riportate questa risposta al visconte, e ditegli che domani alle dieci, avrò veduto il colore del suo.
— Non rimane adunque, disse Beauchamp, che di stabilire le condizioni del combattimento.
— Ciò ancora mi è del tutto indifferente, signore, disse il conte di Monte-Cristo; era dunque inutile di venirmi a disturbare allo spettacolo per una cosa di sì poco momento. In Francia, uno si batte alla spada o alla pistola; nelle colonie si preferisce la carabina; nell’Arabia si adopera il pugnale. Dite al vostro cliente, che, quantunque sia io l’insultato, gli lascio la scelta delle armi, e che accetterò tutto senza contestazione; tutto, intendete bene? tutto, anche il combattimento per mezzo della sorte, cosa che sempre è stupida. Ma per me è un affare diverso, sono sicuro di vincere.
— Sicuro di vincere? ripetè Beauchamp guardando il conte con occhio atterrito.
— Eh! certamente, disse Monte-Cristo, alzando leggermente le spalle. Senza ciò non mi batterei col sig. de Morcerf. Lo ucciderò, ciò è necessario, e sarà fatto. Soltanto non fate neppure una parola di tutto ciò in casa mia questa sera, indicatemi l’arme e l’ora, non amo di farmi sentire.
— Alla pistola, alle otto del mattino, al bosco di Vincennes, disse Beauchamp sconcertato, non sapendo se aveva che fare con un fanfarone tracotante, o con un essere soprannaturale.
— Sta bene, signore, disse Monte-Cristo; ora che tutto è in regola, lasciatemi sentire lo spettacolo, ve ne prego, e dite al vostro amico Alberto di non ritornare questa sera; egli si farebbe un torto con tutte le sue brutalità di cattivo gusto; che ritorni a casa, e che dorma. — Beauchamp uscì tutto maravigliato. — Ora, disse Monte-Cristo voltandosi a Morrel, conto su voi, n’è vero?
— Certamente, disse Morrel, e potete disporre di me, conte; però... — Che cosa?
— Sarebbe importante, che conoscessi la vera causa...
— Vale a dire che rifiutate? — No.
— La vera causa Morrel, disse il conte, il giovine che cammina alla cieca non la conosce neppur lui. La vera causa non è conosciuta che da me e dal cielo; ma vi do la mia parola d’onore, Morrel, che il cielo la conosce, e sarà a nostro favore.
— Basta così, conte, disse Morrel. Chi è il vostro secondo testimonio?
— Non conosco nessuno a Parigi cui dare questo onore, che voi Morrel e vostro cognato Emmanuele. Credete che egli vorrà rendermi questo favore?
— Vi garantisco per lui, come per me, conte.
— Bene! ciò è quanto mi abbisogna. Domattina alle sette sarete da me, non è vero? — Vi saremo.
— Zitto! ecco che si rialza il sipario, ascoltiamo. Ho il costume di non perdere una nota di quest’opera; è tanto adorabile la musica del Guglielmo Tell.