LXXXVIII. — LA NOTTE.

Il sig. di Monte-Cristo aspettò, secondo il solito, che Duprez avesse cantato il suo famoso Seguitemi! e allora soltanto si alzò ed uscì.

Alla porta Morrel lo lasciò, rinnovandogli la promessa di essere da lui, con Emmanuele, la dimane alle sette precise: indi montò nel suo coupé, sempre tranquillo e sorridente.

Cinque minuti dopo era in casa sua. Bisognava soltanto non conoscere il conte per lasciarsi ingannare dalla espressione colla quale, entrando in casa, disse ad Alì:

— Datemi le mie pistole dalla incassatura d’avorio.

Alì portò il cassettino al suo padrone, e questi si mise ad esaminare le armi con quella premura tanto naturale ad un uomo che sta per affidare la sua vita ad un poco di ferro e di piombo. Erano pistole particolari, che Monte-Cristo aveva fatto costruire appositamente per tirare al bersaglio nel suo appartamento. Una capsula bastava per cacciare una palla, e, dalla camera vicina, non si sarebbe potuto credere che il conte stava, come si dice in termine di bersaglio, esercitandosi la mano. Stava brandendo l’arma colla mano, e cercando la mira sur un piccolo pezzetto di tela che serviva di bersaglio, allor quando si aprì la porta del suo gabinetto ed entrò Battistino. Ma prima ancora che avesse aperta la bocca, il conte si accorse dalla porta rimasta semi-aperta, di una donna velata in piedi, posta alla debole luce della camera vicina, e che aveva seguito Battistino.

Ella aveva scorto il conte colla pistola alla mano, vedeva due spade sopra una tavola, e si slanciò dentro.

Battistino consultò con uno sguardo il suo padrone.

Il conte fece un segno, Battistino si ritirò, e chiuse la porta dietro a sè.

— Chi siete voi, signora? disse il conte alla donna velata.

L’incognita gettò uno sguardo intorno a sè per assicurarsi, se veramente erano soli; poi inchinandosi come se avesse voluto inginocchiarsi, congiunse le mani, e coll’accento della disperazione: — Edmondo, diss’ella, voi non ucciderete mio figlio!

Il conte fece un passo in addietro, gettò un debole grido, e lasciò cadersi l’arme di mano: — Che nome avete pronunciato, sig.ª de Morcerf? diss’egli.

— Il vostro! gridò ella gettando il velo, il vostro che, sola io forse non ho dimenticato mai; Edmondo, non è la sig.ª de Morcerf che viene da voi, è Mercedès.

— Mercedès è morta, signora, disse Monte-Cristo, ed io non conosco più alcuna che porti questo nome.

— Mercedès vive, signore, e Mercedès vi ricorda, poichè sola vi ha riconosciuto quando vi vide, ed anche senza vedervi alla vostra voce. Edmondo, al solo accento della vostra voce, e da quel tempo ella vi ha seguito passo passo, ella vi sorveglia, vi teme, non ha avuto bisogno di cercare la mano, da cui partiva il colpo che ha percosso il sig. de Morcerf.

— Fernando, volete dire, signora, riprese Monte-Cristo con un’amara ironia; poichè siamo in corso di ricordarci i nostri nomi, ricordiamoceli tutti. — E Monte-Cristo aveva pronunciato il nome di Fernando, con una tale espressione di odio, che Mercedès sentì il brivido dello spavento scorrerle per tutto il corpo.

— Vedete bene, che non mi sono ingannata, gridò Mercedès, e che ho ragione di dirvi: risparmiatemi il figlio!

— E chi vi ha detto, che io odio vostro figlio?

— Nessuno, mio Dio! Ma una madre è dotata di una doppia vista: ho indovinato tutto: l’ho seguito questa sera all’Opera, e, nascosta in un baignoire[4] ho veduto tutto.

— Allora, se avete veduto tutto, signora, avrete veduto che il figlio di Fernando mi ha insultato pubblicamente?

— Oh! per pietà!

— Avrete veduto, continuò il conte, che mi avrebbe gettato il guanto in faccia, se uno dei miei amici, Morrel, non gli avesse fermato il braccio.

— Ascoltatemi; anche mio figlio vi ha indovinato, ed attribuisce a voi tutta la disgrazia che opprime suo padre.

— Signora, disse Monte-Cristo, voi confondete: non è già una disgrazia, è un castigo. Non sono già io che opprimo il sig. de Morcerf, è la Provvidenza che lo colpisce.

— Che importa a voi, Edmondo, di Giannina e del suo Visir? che torto ha fatto a voi Fernando Mondego, tradendo Alì-Tebelen?

— E tutto questo, rispose Monte-Cristo, tutto questo è un affare fra il capitano franco e la figlia di Vasiliki. Ciò non mi riguarda, avete ragione; e se ho giurato di vendicarmi, non è del capitano franco, nè del sig. de Morcerf, ma bensì del pescatore Fernando, marito della catalana Mercedès.

— Ah! signore, gridò la contessa, qual terribile vendetta per una colpa, che la fatalità mi ha fatto commettere, poichè la vera colpevole sono io, Edmondo, e se avete a vendicarvi di qualcuno, è di me, che ho mancato, costrettavi dalla vostra assenza, e dal mio isolamento.

— Ma, gridò Monte-Cristo, perchè sono io stato assente? perchè siete voi rimasta isolata?

— Perchè foste arrestato, perchè eravate prigioniero.

— E perchè era io arrestato? perchè era prigioniero?

— Lo ignoro, disse Mercedès.

— Sì, voi lo ignorate, signora, almeno lo spero. Ebbene! ve lo dirò. Io era arrestato, io era prigioniero, perchè sotto il pergolato dell’osteria la Réserve, la stessa vigilia del giorno in cui doveva sposarvi, un uomo, chiamato Danglars, scrisse questa lettera che il pescatore Fernando s’incaricò di rimettere da sè stesso alla posta. — E Monte-Cristo, andando allo scrigno fece uscire un cassettino, da cui estrasse un foglio che aveva perduto il suo primitivo colore, e la cui scrittura aveva preso quello della ruggine, ch’egli mise sotto gli occhi di Mercedès. Era questa la lettera di Danglars al procuratore del re, che il giorno in cui aveva pagati i 200 mila fr. al sig. de Boville, il conte di Monte-Cristo, travestito da commesso della casa Thomson e French, aveva sottratto dalla filza di Edmondo Dantès.

Mercedès lesse con ispavento le linee seguenti.

«Il sig. Procuratore del Re è avvisato da un amico del Trono e della Religione, che il nominato Edmondo Dantès secondo nel bastimento il Faraone, giunto questa mattina da Smyrne, dopo aver toccato Napoli e Porto Ferrajo, è stato incaricato da Murat di una lettera per l’Usurpatore, e dall’Usurpatore di una lettera pel Comitato Bonapartista di Parigi. Si avrà la prova del suo delitto arrestandolo, poichè si troverà questa lettera, o nelle sue tasche, o presso suo padre, o nel suo gabinetto a bordo del Faraone

— Oh! mio Dio! fece Mercedès passando la mano sulla sua fronte bagnata di sudore; e questa lettera...

— L’ho comprata per 200 mila fr. signora, disse Monte-Cristo; ma è ancora a buon mercato, perchè ella in oggi mi permette di giustificarmi ai vostri occhi.

— E il resultato di questa lettera?

— Voi lo sapete, signora, fu il mio arresto. Quello però che non sapete è, che io sono stato per quattordici anni ad un quarto di lega distante da voi, in una prigione segreta del castello d’If. Ciò che non sapete è, che ogni giorno di questi quattordici anni ho rinnovato il mio giuramento di vendetta che avevo fatto il primo giorno, e non pertanto ignorava, che voi aveste sposato Fernando, il mio denunziatore, e che mio padre fosse morto, e morto di fame!

— Giusto Iddio! gridò Mercedès vacillando.

— Ecco ciò ch’io ho saputo nell’uscire di prigione, quattordici anni dopo esservi entrato, ed ecco quello che mi ha indotto a giurare su Mercedès viva e su mio padre estinto, di vendicarmi, e... e io mi vendico.

— E siete sicuro che il disgraziato Fernando ha fatto ciò?

— Sull’anima mia, egli ha fatto quel che vi ho detto: d’altra parte ciò non è molto più odioso che, francese di adozione, essere passato nelle file degl’inglesi; spagnuolo di nascita, aver combattuto contro gli spagnuoli; stipendiato da Alì, avere tradito ed assassinato Alì. In faccia a simili cose, che è la lettera che avete or letta? una mistificazione galante che deve perdonare, lo vedo e lo confesso, la donna che ha sposato quest’uomo, ma che non perdona l’amante che doveva sposarla. Ebbene! i francesi non si sono vendicati del traditore; gli spagnuoli non hanno fucilato il traditore; Alì, sepolto nella sua tomba, ha lasciato impunito il traditore; ma io, tradito, assassinato, gettato vivo in una tomba, dalla quale sono uscito per un miracolo, io debbo vendicarmi.

La povera donna lasciò ricadere la testa e le mani; le gambe le si piegarono sotto, e cadde in ginocchio.

— Perdonate, Edmondo, diss’ella, perdonate per me che vi amo ancora! — La dignità della sposa mise un freno allo slancio dell’amante e della madre. La sua fronte s’inchinò fino a toccare il tappeto. Il conte si slanciò davanti a lei, e la rialzò. Allora assisa sopra una sedia, ella potè, a traverso le sue lagrime, guardare il pallido viso di Monte-Cristo, al quale il dolore e l’odio imprimevano ancora un’indole minacciosa: — Che io non ischiacci questa razza maledetta! mormorò egli, impossibile, signora, impossibile!

— Edmondo, disse la povera madre tentando tutti i mezzi, mio Dio! quando vi chiamo Edmondo, perchè non mi chiamate Mercedès?

— Mercedès! ripetè Monte-Cristo, Mercedès! Ebbene! sì, avete ragione, questo nome mi è dolce ancora a pronunziare, ed ecco la prima volta, dopo lunghi anni, ch’egli risuona così chiaro all’uscir dalle mie labbra. Ah! Mercedès! il vostro nome io l’ho pronunciato coi sospiri della malinconia, coi gemiti del dolore, colla rabbia della disperazione; l’ho pronunciato agghiacciato pel freddo, attrappito sulla paglia della mia prigione; l’ho pronunciato, divorato dal caldo; l’ho pronunciato rotolandomi sul pavimento del mio carcere. Mercedès, bisogna ch’io mi vendichi, perchè ho sofferto per quattordici anni, per quattordici anni ho maledetto, per quattordici anni ho pianto, ho maledetto. Or, ve lo ripeto, Mercedès, bisogna che mi vendichi!

Ed il conte temendo di cedere alle lagrime di quella che aveva amata tanto, chiamava in soccorso del suo odio la rimembranza del passato.

— Vendicatevi, Edmondo, gridò la povera madre, ma vendicatevi sui colpevoli, vendicatevi su di me, ma non vi vendicate sul figlio mio!

— Edmondo, continuò Mercedès colle braccia stese verso il conte, da che vi ho conosciuto ho adorato il vostro nome, ho rispettata la vostra memoria; Edmondo, amico mio, non mi costringete a cancellare questa immagine nobile e pura, che incessantemente ha riverberato sul mio cuore. Edmondo! se sapeste tutte le preghiere che ho innalzato a Dio per voi, fino a che vi ho sperato vivo, e dopo che vi ho creduto morto! sì, morto, ahimè! io credeva il vostro cadavere sepolto nel fondo di qualche torre; credeva il vostro corpo precipitato in qualcuno di quegli abissi, in cui i carcerieri rotolano i morti, ed io vi piangeva! Io, che poteva per voi, Edmondo, se non pregare e piangere? Ascoltatemi: per dieci anni ho fatto ogni notte lo stesso sogno. Si disse che voi avevate tentato di fuggire, che avevate preso il posto di un altro prigioniero, che vi eravate introdotto nel sacco mortuario, e che allora quando avevano gettato il cadavere vivente dall’alto al basso del castello d’If, e che il grido che avevate emesso nell’infrangervi sugli scogli, aveva solo rivelata la sostituzione ai vostri becchini, divenuti i vostri carnefici. Ebbene! Edmondo, ve lo giuro sulla testa di questo figlio pel quale io v’imploro, Edmondo, per dieci anni ho veduto ogni notte gli uomini che libravano qualche cosa d’informe e di sconosciuto dall’alto della roccia; per dieci anni ho inteso ogni notte un grido terribile che mi ha risvegliata, rabbrividita, agghiacciata. Ed io pure, credetemi, per quanto sia rea, io pure ho sofferto molto!

— Avete sentito morire vostro padre nella vostra assenza? gridò Monte-Cristo, cacciandosi le mani fra i capelli; avete veduta la donna che amavate, stendere la sua mano al vostro rivale, nel tempo che gorgogliavate nell’abisso di un vortice?...

— No, interruppe Mercedès, ma ho veduto colui che amava pronto a divenire l’uccisore di mio figlio!

Mercedès pronunciò queste parole con un dolore così possente, con un accento così disperato, che a questo accento un singhiozzo sfuggì dalla gola del conte. Il leone era domato, il vendicatore era vinto: — Che chiedete da me, diss’egli, che vostro figlio viva? Ebbene, egli vivrà!...

Mercedès mandò un grido che fece scaturire due lagrime dalle pupille di Monte-Cristo, ma queste due lagrime disparvero quasi tosto, poichè senza dubbio si staccò dal cielo un angiolo per raccoglierle, essendo esse assai più preziose al Signore che le più ricche perle di Guzarate e di Ofir.

— Oh! gridò ella, afferrando la mano del conte ed appressandosela alle labbra, oh! grazie, Edmondo, grazie! Eccoti tal quale ti ho sempre sognato, tal quale ti ho sempre amato. Oh! ora posso dirlo.

— Tanto più, rispose Monte-Cristo, che il povero Edmondo non avrà molto tempo da essere amato. La morte rientra nella tomba, il fantasma rientra nella notte.

— Che intendete di dire, Edmondo?

— Dico che, poichè l’ordinate, bisogna morire.

— Morire! e chi è che dice questo? chi parla di morire? d’onde vi ritornano simili idee di morte?

— Voi non supporrete che, oltraggiato pubblicamente, in faccia a tutto un teatro, in presenza dei vostri amici e di quelli di vostro figlio, provocato da un giovinetto che si glorierebbe del mio perdono come di una vittoria, non supporrete, diceva, che io abbia il desiderio di vivere un sol momento. Ciò che io ho amato di più, dopo di voi, Mercedès, è me stesso, vale a dire la mia dignità, vale a dire quella forza che mi rendeva superiore agli altri uomini; ch’era la mia vita. Con una parola, voi la rompete. Io moro.

— Ma questo duello non avrà luogo, Edmondo, poichè voi perdonate...

— Avrà luogo, signora, disse solennemente Monte-Cristo. Soltanto, invece del sangue di vostro figlio che doveva bagnare il terreno, sarà il mio che sgorgherà.

Mercedès mandò un grido, e si slanciò verso Monte-Cristo; ma d’improvviso ella si fermò. — Edmondo, diss’ella, vi è un Dio al di sopra di noi, poichè io vi ho riveduto, ed io confido in Lui dal più profondo del mio cuore. Aspettando il suo appoggio, mi affido alla vostra parola. Voi avete detto che mio figlio vivrà; egli vivrà, non è vero?

— Egli vivrà, sì, signora, disse Monte-Cristo sorpreso che senz’altra esclamazione, senza altra meraviglia, Mercedès avesse accettato l’eroico sacrificio che le faceva.

Mercedès stese la mano al conte. — Edmondo, diss’ella, mentre i suoi occhi si bagnavano di lagrime guardando quello a cui indirizzava queste parole, quanto è bello dal canto vostro, come è grande ciò che avete fatto! quanto è sublime l’avere avuto pietà di una povera donna che si offriva a voi con tutte le probabilità contrarie alla speranza? Ahimè! sono invecchiata pei dispiaceri più ancora che per gli anni; non posso neppur più rammentare al mio Edmondo con uno sguardo quella Mercedès d’altravolta ch’egli passava tante ore a contemplare. Ah! credetemi, Edmondo, vi ho detto che io pure ho sofferto molto; ve lo ripeto; è ben tristo il vedersi passare la vita senza ricordarsi una sola gioia, senza conservare una sola speranza; ma ciò prova che tutto non è finito sulla terra. No! tutto non è finito, lo sento da ciò che mi rimane ancora nel cuore. Oh! ve lo ripeto. Edmondo, è cosa bella, grande, sublime il perdonare come voi fate!

— Voi dite ciò, Mercedès? e che direste se sapeste tutta l’estensione del sacrificio che vi faccio? Voi non ne avete una idea, o piuttosto, no, no, voi non potrete mai farvi una idea di ciò ch’io perdo perdendo la vita in questo momento.

Mercedès guardò il conte con un’aria che dipingeva ad un tempo la sua meraviglia, la sua ammirazione, e la sua riconoscenza. Monte-Cristo si appoggiò la fronte sulle mani ardenti, come se essa non potesse più da sè sola sostenere il peso dei suoi pensieri. — Edmondo, disse Mercedès, non ho più che una parola a dirvi. — Il conte sorrise amaramente. — Edmondo, continuò ella, voi vedrete che se la mia fronte è impallidita, se i miei occhi sono spenti, se la mia bellezza è perduta, se finalmente non rassomiglio più a quella stessa Mercedès per le forme del viso, voi vedrete ch’ella è sempre la stessa nel cuore!... Addio dunque, Edmondo; non ho più nulla da chiedere al cielo... vi ho riveduto, e riveduto egualmente nobile e grande come in altri tempi. Addio, Edmondo... e grazie! — Ma il conte non rispose.

Mercedès aveva riaperta la porta del gabinetto, ed era partita prima ancora ch’egli fosse rinvenuto dalla dolorosa e profonda distrazione in cui lo aveva immerso la sua fallita vendetta. Suonava un’ora all’orologio degl’Invalidi quando la carrozza che trasportava la sig.ª de Morcerf, scorrendo sul terreno dei Campi-Elisi, fece rialzare la testa al conte di Monte-Cristo: — Insensato, io mi doveva svellere il cuore il giorno in cui risolvetti di vendicarmi.