XCII. — VALENTINA.
S’indovinerà facilmente che cosa aveva da fare Morrel, e con chi aveva ritrovo. Morrel dunque, lasciando Monte-Cristo, s’incamminò lentamente verso la casa di de Villefort. Noi diciamo lentamente, perchè Morrel aveva più di mezz’ora, per fare cinquecento passi; ma ad onta di questo tempo più che sufficiente, si era affrettato a lasciare Monte-Cristo, avendo desiderio di rimaner solo coi suoi pensieri. Egli sapeva bene la sua ora: l’ora nella quale Valentina, assistendo alla colazione di Noirtier, era sicura di non essere disturbata in questo pietoso dovere. Noirtier e Valentina gli avevano accordato due visite la settimana, ed egli veniva ad approfittar dei suoi diritti: alla per fine giunse, Valentina lo aspettava. Inquieta, quasi astratta, lo prese per la mano e lo condusse davanti a suo nonno.
Questa inquietudine spinta, come lo diremo, fin quasi alla follia, veniva dal rumore che aveva fatta l’avventura di Morcerf; nel gran mondo, si sapeva (il gran mondo sa sempre tutto) l’avventura dell’Opera. In casa di de Villefort nessuno dubitava che questa non fosse seguita da un duello; Valentina, col suo istinto di donna, aveva indovinato che Morrel sarebbe stato il testimonio di Monte-Cristo, e col coraggio ben cognito del giovine, con quell’amicizia profonda, che ella conosceva in lui pel conte, temeva, che non si sarebbe limitato alla semplice parte passiva di testimonio, che gli era stata assegnata. Si comprenderà adunque con quale avidità furono domandati i particolari, dati e ricevuti, e Morrel potè leggere una indicibile gioia negli occhi della sua diletta, quando ella seppe che questo terribile affare aveva avuto uno scioglimento non meno felice che inatteso.
— Ora, disse Valentina facendo segno a Morrel di sedersi accanto al vecchio, e sedendo ella stessa sullo scanno ove riposavano i piedi di lui, ora parliamo un poco dei nostri affari. Voi sapete Massimiliano che il mio buon nonno aveva avuto per un momento l’idea di abbandonare la casa, e di prendere un appartamento fuori del palazzo del sig. de Villefort?
— Sì, certo, disse Massimiliano, io mi ricordo questo disegno, e vi aveva ancora molto applaudito.
— Ebbene! disse Valentina, applaudite ancora, Massimiliano, poichè il buon nonno lo rinnova.
— Bravo! disse Massimiliano.
— E sapete, disse Valentina, qual ragione dà il buon nonno per lasciare la casa? — Noirtier guardava la fanciulla per imporle silenzio con l’occhio; ma Valentina non guardava punto Noirtier; i suoi occhi, il suo sguardo, il suo sorriso erano tutti per Morrel. — Oh! qualunque sia la ragione che addurrà il sig. Noirtier, gridò Morrel, dichiaro che ella è buona.
— Eccellente, disse Valentina; egli pretende che l’aria del sobborgo Sant’Onorato non val niente per la mia salute.
— Infatto, disse Morrel, ascoltate, Valentina; il sig. Noirtier potrebbe realmente aver ragione; da quindici giorni ritrovo che la vostra salute si è alterata.
— Sì, un poco, è vero, rispose Valentina; così il buon nonno si è costituito mio medico, e siccome sa di tutto, ho la più gran confidenza in lui.
— Ma finalmente è dunque vero che voi soffrite, Valentina? domandò sollecitamente Morrel.
— Oh! mio Dio, questo non si chiama soffrire: risento un mal essere generale, ecco tutto; ho perduto l’appetito e mi sembra che il mio stomaco sostenga una lotta per abituarsi a qualche cosa. — Noirtier non perdeva una delle parole di Valentina. — E quale è la cura che seguite per questa sconosciuta malattia?
— Oh! semplicissima, disse Valentina, prendo tutte le mattine una cucchiaiata della mistura che si porta a mio nonno; quando dico una cucchiaiata, intendo che ho incominciato col prenderne una; ora però ne prendo di già quattro; mio nonno pretende che questa sia una panacea universale. — Valentina sorrideva; ma vi era qualche cosa di tristo e sofferente in questo sorriso. Massimiliano ebbro di amore la guardava in silenzio: ella era bella, ma il suo pallore aveva preso una tinta più bianca, i suoi occhi brillavano di un fuoco ardente più che d’ordinario, e le sue mani, che ordinariamente erano di un bianco d’avorio, sembravano di cera con una velatura giallastra, che le copriva nello stesso tempo.
Da Valentina il giovine portò gli occhi su Noirtier; questi considerava con quella strana e profonda intelligenza la giovinetta assorbita nel suo amore; ma egli pure, come Morrel, scorgeva queste tracce di un sordo soffrire, così poco visibile che era sfuggito agli occhi di tutti, eccetto che a quelli dell’amante e del nonno.
— Ma, disse Morrel, questa mistura di cui siete giunta a prender quattro cucchiai, io la credeva un medicamento per il sig. Noirtier?
— Io so che è molto amara, rispose Valentina, tanto amara, che tutto ciò che bevo dopo di essa, mi sembra avere lo stesso gusto. — Noirtier guardò sua nipote in modo da interrogarla. — Sì, buon nonno, disse Valentina, è così, come vi diceva. Or ora, prima di venire da voi, ho bevuto un bicchier d’acqua inzuccherata; ebbene! ne ho lasciata la metà, tanto quest’acqua mi è sembrata amara.
Noirtier impallidì, e fece segno che voleva parlare.
Valentina si alzò per andare a cercare il dizionario.
Noirtier la seguiva cogli occhi, e con una visibile angoscia. Difatto il sangue saliva alla testa della giovinetta, e le guance le si coloravano. — Osserva! diss’ella senza perder nulla della sua allegria, è singolare: un abbagliamento! È dunque il sole che mi ha percosso negli occhi?...
Ed ella si appoggiò al parapetto della finestra.
— Non vi è sole, disse Morrel inquieto anche più della espressione del viso di Noirtier, che della indisposizione di Valentina. Egli corse a Valentina.
La giovinetta sorrise. — Rassicuratevi, buon papà, disse ella a Noirtier, rassicuratevi, Massimiliano, non è niente, e la cosa è già passata; ma ascoltate!... non è il rumore di una carrozza quello che io sento nel cortile?
Ella aprì la porta di Noirtier, corse ad una finestra del corridoio, e ritornò precipitosamente. — Sì, disse ella, è la sig.ª Danglars con sua figlia che vengono a farci una visita. Addio, mi salvo, perchè verrebbero a cercarmi qui, o piuttosto, a rivederci, restate presso il nonno, sig. Massimiliano, vi prometto di non far nulla per trattenerle.
Morrel la seguì con gli occhi, la vide chiudere la porta, e la sentì salire la piccola scala che metteva ad un tempo nella camera della sig.ª de Villefort e nelle sue. Dal momento che disparve, Noirtier fece segno a Morrel di prendere il dizionario. Morrel obbedì; guidato da Valentina, si era prestamente abituato a capire il vecchio. Però, per quanto si fosse abituato, siccome bisognava passare in rivista una gran parte delle lettere dell’alfabeto e ritrovare ciascuna parola nel dizionario, non fu che in capo a dieci minuti che il pensiero del vecchio fu tradotto in queste parole.
«Cercate il bicchier d’acqua e la bottiglia che sono in camera di Valentina.» — Morrel suonò subito pel domestico che aveva sostituito Barrois, ed in nome di Noirtier gli dette quest’ordine. Il domestico ritornò un momento dopo.
La bottiglia ed il bicchiere erano completamente vuoti.
Noirtier fece segno che voleva parlare: — Perchè il bicchiere e la bottiglia son vuoti? domandò egli. Valentina ha detto che non avea bevuto che la metà.
La traduzione di questa nuova domanda occupò ancora altri cinque minuti: — Io non so, disse il domestico; ma la cameriera è nell’appartamento di madamigella Valentina, forse sarà stata ella che l’avrà vuotata.
— Domandatele il perchè, disse Morrel, traducendo questa volta il pensiero di Noirtier collo sguardo.
Il domestico uscì, e quasi subito dopo rientrò.
— Madamigella Valentina è passata per la sua camera per portarsi in quelle della sig.ª de Villefort, disse egli; e nel passare, siccome aveva sete, ha bevuto ciò che rimaneva nel bicchiere; in quanto alla bottiglia, il sig. Edoardo l’ha vuotata per fare un laghetto alle sue anitre.
Noirtier alzò gli occhi al cielo come fa un giuocatore che giuoca in un punto tutto ciò che possede.
Da quel momento gli occhi del vecchio si fissarono sulla porta e non lasciarono più questa direzione.
Era difatto la sig.ª Danglars e sua figlia che Valentina avea vedute; erano state condotte nella camera della sig.ª de Villefort, che aveva detto di riceverle nel suo appartamento; ecco perchè Valentina era passata per le stanze di lei, essendo la sua camera allo stesso piano di quella di Valentina, e le due camere non erano divise che da quella di Edoardo.
Le due signore entrarono nel salotto con quella sostenutezza officiale che presagisce una comunicazione.
Fra persone della stessa società una gradazione è presto presa. La sig.ª de Villefort rispose a questa solennità con altrettanta solennità. Ed in questo momento Valentina entrò, e le riverenze ricominciarono da capo:
— Cara amica, disse la baronessa, mentre che le due giovinette si prendevano per la mano, vengo con Eugenia ad annunziarvi per la prima il vicinissimo matrimonio di mia figlia col principe Cavalcanti. — Il banchiere popolare aveva ritrovato che questo titolo stava meglio che quello di conte.
— Allora permettete che io vi faccia i miei sinceri rallegramenti, rispose la sig.ª de Villefort. Il sig. principe Cavalcanti sembra un giovine di rare qualità.
— Ascoltate, disse la baronessa sorridendo; se noi parliamo come due amiche, debbo dirvi che il principe non ci sembra ancora quel che sarà. Egli ha in sè un po’ di quella stravaganza, che a noi francesi ci fa riconoscere al primo colpo d’occhio un gentiluomo italiano o tedesco. Però annunzia molto buon cuore, molta acutezza di spirito, ed in quanto alle convenienze, il sig. Danglars pretende che la sua fortuna sia maestosa: questa è la sua parola.
— E poi, disse Eugenia nello sfogliare l’album della sig.ª de Villefort, aggiungete, signora, che voi avete una inclinazione particolare per questo giovine.
— Eh, disse la sig.ª de Villefort, non ho bisogno di domandarvi se voi prendete parte a questa inclinazione?
— Io! rispose Eugenia colla sua serietà ordinaria, oh! niente affatto, signora; la mia propria vocazione non è d’incatenarmi colle cure di famiglia, e coi capricci di un uomo qualunque si sia. La mia vocazione era di essere artista, e per conseguenza libera nel cuore, nel pensiero, e nelle azioni.
Eugenia pronunziò queste parole con un accento così vibrato e così fermo, che il rossore salì al viso di Valentina. La timida fanciulla non poteva comprendere questa natura vigorosa, che null’aveva di comune colle solite timidezze della donna. — Del resto, continuò ella, poichè sono destinata ad essere maritata di buona o di cattiva voglia, debbo ringraziare la Provvidenza che mi abbia procurato il disprezzo del sig. Alberto de Morcerf; senza questa Provvidenza, oggi sarei la moglie di un uomo perduto nell’onore.
— È pur troppo vero, disse la baronessa con quella strana ingenuità che qualche volta si ritrova nelle gran signore; è pur troppo vero, senza questa esitanza dei Morcerf, mia figlia avrebbe sposato il sig. Alberto; il generale vi aveva molta premura; era anzi venuto per costringere il sig. Danglars a dare la sua parola; noi l’abbiamo scappata bella.
— Ma, disse timidamente Valentina, forse che l’onta del padre ricade sul figlio? Il sig. Alberto mi sembra innocente di tutti questi tradimenti del generale.
— Perdono, cara amica, disse l’implacabile giovinetta, il sig. Alberto ne reclama, e ne merita la sua parte: pare che dopo avere ieri sera provocato Monte-Cristo all’Opera, oggi gli abbia fatto le sue scuse sul terreno.
— Impossibile! disse la sig.ª de Villefort.
— Ah! mia cara, disse la sig.ª Danglars, con quella stessa ingenuità che abbiamo segnalata; la cosa è certa, io la so dal sig. Debray, che era presente alle spiegazioni.
Valentina pure sapeva la verità, ma non rispose. Respinta da una parola nelle sue rimembranze, si ritrovava col pensiero nella camera di Noirtier, ove Morrel l’aspettava.
Immersa in questa specie di contemplazione, Valentina aveva da qualche minuto cessato di prender parte alla conversazione; le sarebbe stato perfino impossibile di ripetere ciò ch’ella aveva detto pochi minuti prima, quando d’improvviso la mano della sig.ª Danglars, appoggiandosi sur un braccio di lei la tolse da questa distrazione.
— Che c’è signora? disse Valentina rabbrividendo al contatto delle dita della sig.ª Danglars.
— C’è, che voi, disse la baronessa, state senza dubbio male.
— Io? fece la giovinetta passandosi la mano sull’ardente fronte.
— Sì; guardatevi in questo specchio, avete arrossito ed impallidito tre o quattro volte nello spazio di un minuto.
— Infatto, gridò Eugenia, tu sei molto pallida.
— Oh! non te ne inquietare, Eugenia, io sono così da qualche giorno. — E per quanto la giovinetta fosse poco astuta, capì che quella era una buona occasione per uscire. D’altra parte la sig.ª de Villefort venne in suo soccorso:
— Ritiratevi, Valentina, diss’ella, voi soffrite realmente e queste signore vorranno perdonarvi; bevete un bicchiere d’acqua e ciò vi rimetterà. — Valentina abbracciò Eugenia, salutò la sig.ª Danglars di già in piedi per partire, ed uscì.
— Questa povera ragazza, disse la sig.ª de Villefort quando Valentina andò via, mi tiene in grandissima pena per la sua salute, e non mi meraviglierei che le accadesse qualche grave accidente. — Frattanto Valentina, con una specie d’esaltazione di cui non sapeva rendersi conto, aveva traversata la camera d’Edoardo senza rispondere non so a quale impertinenza del fanciullo, e dalla sua camera aveva raggiunta la scaletta. Aveva già discesi tutti gli scalini, meno gli ultimi tre; ella sentiva già la voce di Morrel, allorquando una nube le passò davanti gli occhi, il piede irrigidito sbagliò lo scalino, le mani non ebbero più forza per sostenersi al mantegno, e, rasente la ringhiera, rotolò anzi che discendere dall’alto dei tre ultimi gradini. Morrel non fece che uno sbalzo, aprì la porta, e trovò Valentina stesa sul pianerottolo.
Rapido come il lampo, l’alzò fra le braccia, ed andò a deporla sopra un seggio. Valentina riaprì gli occhi.
— Oh! quanto sono mal destra, diss’ella con una febbrile volubilità; non so io dunque più tenermi ritta! dimenticava che vi sono tre scalini prima del pianerottolo.
— Vi siete forse ferita, Valentina? gridò Morrel, oh! mio Dio! mio Dio!... — Valentina guardò intorno a sè; vide il più profondo spavento espresso dagli occhi di Noirtier.
— Rassicurati, nonno mio, diss’ella sforzandosi di sorridere; non è niente, non è niente... ho avuto un capo giro.
— Anche un altro sbalordimento! disse Morrel giungendo le mani, fateci attenzione, Valentina, ve ne supplico.
— Ma no, disse Valentina, ma no, vi dico che tutto è passato, e che non è niente. Ora lasciate, che vi dia una notizia: fra otto giorni Eugenia si marita, e fra tre giorni vi è una specie di gran festino, un trattenimento di sponsali. Noi siamo tutti invitati, mio padre, la sig.ª de Villefort, ed io... Almeno a quanto mi è sembrato di capire.
— E quando avverrà che tocchi a noi l’occuparci di questi particolari? Oh! Valentina, voi che avete tanto potere sul vostro buon nonno, cercate che vi risponda: ben presto.
— Così, domandò Valentina, contate su di me, per stimolare la lentezza, e per risvegliare la memoria del nonno?
— Sì, gridò Morrel, mio Dio! mio Dio! fate presto. Fino a che voi non sarete mia, Valentina, mi sembrerà sempre che possiate sfuggirmi.
— Oh! rispose Valentina con un movimento convulsivo, oh! in verità, Massimiliano, siete troppo timoroso per essere un uffiziale, per essere un soldato che, dicesi, non ha mai conosciuto che cosa sia paura. Ah! ah! ah! — Ed ella scoppiò in una risata stridula e dolorosa, le braccia si torsero e si contorsero, la testa si rovesciò sul seggio, e rimase senza movimenti: il grido di terrore che Iddio incatenava sulle labbra di Noirtier, scaturì dal suo sguardo.
Morrel lo comprese, si trattava di chiamare soccorso. Il giovine si attaccò al campanello, la cameriera che era nell’appartamento di Valentina, ed il domestico accorsero simultaneamente. Valentina era così pallida, così fredda, così inanimata, che senza ascoltare ciò che loro dicevasi, la paura che vegliava in questa maledetta casa li assalse, ed essi si slanciarono nel corridoio gridando soccorso.
La sig.ª Danglars ed Eugenia uscivano in questo momento, esse furono in tempo da essere informate della causa di tutto questo susurro. — Se lo aveva predetto! gridò la sig.ª de Villefort; povera ragazza!