XCIII. — LA CONFESSIONE.

Nello stesso punto s’intese la voce del sig. de Villefort che gridava dal suo gabinetto. — Che è stato?

Morrel consultò con uno sguardo Noirtier, che allora aveva ripreso tutta la prontezza d’animo, e con un colpo d’occhio gli indicò il gabinetto ove già un’altra volta, in una occasione presso a poco simile, si era rifugiato. Non ebbe che il tempo di prendere il cappello, e di gettarvisi anelante. Si sentivano già i passi del procuratore del Re nel corridoio. Villefort si precipitò nella camera, corse a Valentina e la prese fra le sue braccia: — Un medico! un medico! il sig. d’Avrigny, gridò Villefort; o piuttosto vi andrò io stesso. — E si slanciò fuori dell’appartamento.

Dall’altra porta si slanciò Morrel. Egli era stato colpito nel cuore da una spaventevole rimembranza. La conversazione fra il sig. de Villefort ed il dottore, che aveva inteso nel giardino la notte in cui morì la sig.ª de Saint-Méran, gli ritornò tutta alla memoria, questi sintomi portati ad un grado meno spaventoso, erano gli stessi che avevano preceduta la morte di Barrois. Nello stesso tempo gli era sembrato di sentire un rumore al suo orecchio, quella voce di Monte-Cristo che gli aveva detto, erano circa due ore appena: — Qualunque cosa possiate avere bisogno, venite da me, io posso molto. — Più rapido del pensiero corse dunque dal sobborgo Sant’Onorato nella strada Matignon, e dalla strada Matignon all’ingresso dei Campi-Elisi.

In questo mentre il sig. de Villefort giungeva in un cabriolet di piazza alla porta del sig. d’Avrigny; suonò con tanta violenza che il portinaro venne ad aprirgli tutto spaventato. Villefort balzò sulle scale senza aver la forza di dire una parola. Il portinaro lo conosceva e lo lasciò passare gridando soltanto: — Nel suo gabinetto, sig. procuratore del Re, nel suo gabinetto! — Villefort ne spingeva già, anzi ne sfondava la porta: — Ah! disse il dottore, siete voi?

— Sì, disse Villefort richiudendo la porta dietro a sè; sì, dottore, sono io che vengo a chiedervi a mia volta se siamo soli; dottore, la mia casa è una casa maledetta?

— Che! disse questi con apparente freddezza, ma con profonda emozione interna, avete ancor qualche altro malato?

— Sì, dottore, gridò Villefort afferrandosi con mano convulsa un pugno di capelli, sì! — Lo sguardo d’Avrigny significava: — Io ve lo aveva predetto. — Indi le sue labbra articolarono lentamente queste parole: — Chi sta dunque per morire in casa vostra? e qual nuova vittima va ad accusarvi di debolezza avanti a Dio?

Un doloroso singhiozzo scaturì dal cuore di Villefort, s’avvicinò al medico, ed afferrandolo pel braccio: — Valentina. — Vostra figlia! gridò d’Avrigny preso da dolore e da sorpresa.

— Vedete che vi sbagliavate, mormorò il magistrato; venite a vederla, e sul suo letto di dolore chiedetele scusa di averla sospettata.

— Ciascuna volta che voi mi avete chiamato, disse il sig. d’Avrigny, era sempre troppo tardi; non importa, vengo, ma affrettiamoci, signore; coi nemici che battono in casa vostra non vi è tempo da perdere.

— Oh! questa volta, dottore, non mi rimprovererete più la mia debolezza; riconoscerò l’assassino e lo colpirò.

— Tentiamo prima di salvare la vittima, poi penseremo a vendicarla, disse d’Avrigny. Venite!

Ed il cabriolet che aveva condotto Villefort lo riaccompagnò al gran trotto in unione al sig. d’Avrigny, nello stesso tempo in cui dal canto suo Morrel batteva al portone di Monte-Cristo. Il conte era nel suo gabinetto, e, molto pensieroso, leggeva una parola che Bertuccio gli aveva inviato in tutta fretta. Per lui come pel conte erano passate molte cose in queste due ore; poichè il giovine che lo aveva lasciato col sorriso sulle labbra, adesso ritornava col viso tutto sconvolto. Egli si alzò, e corse davanti a Morrel.

— Che cosa c’è dunque, Massimiliano? gli domandò; siete pallido, e la vostra fronte è irrigata dal sudore.

Morrel cadde sopra un seggio: — Sì, disse egli, io sono venuto in fretta; ho bisogno di parlarvi.

— Stanno tutti bene in casa vostra? domandò il conte con una benevolenza affettuosa sulla sincerità della quale nessuno avrebbe potuto ingannarsi.

— Grazie, conte, grazie, disse il giovine impacciato visibilmente per cominciare la conversazione; sì, nella mia famiglia tutti stanno bene.

— Tanto meglio; però voi avete qualche cosa a dirmi?

— Sì, disse Morrel, è vero, esco da una casa dove è entrata la morte, per ricorrere a voi.

— Uscite forse dalla casa del sig. Morcerf?

— No, è morto qualcuno in casa del sig. Morcerf?

— Il generale si è bruciato le cervella, rispose freddamente Monte-Cristo.

— Oh! disgrazia orribile! gridò Massimiliano.

— Non però la contessa, non però Alberto, disse Monte-Cristo; val meglio un padre ed uno sposo morto, che un padre ed uno sposo disonorato; il sangue laverà l’infamia.

— Povera contessa! disse Massimiliano, è lei che compiango soprattutto, una donna così nobile!

— Compiangete egualmente Alberto, Massimiliano, poichè, credetelo, egli è un figlio degno della contessa. Ma ritorniamo a voi; voi accorrevate a me, avete detto; avrei la fortuna che voi aveste bisogno di me?

— Sì, ho bisogno di voi, cioè ho corso come un insensato per vedere se mi poteste portar soccorso in una congiuntura in cui Dio solo può soccorrermi.

— Dite pure, disse Monte-Cristo.

— Oh! disse Morrel, in verità non so se mi è permesso di rivelare un tal segreto ad orecchie umane; ma la fatalità mi vi spinge, la necessità mi vi costringe; conte...

Morrel si fermò esitando.

— Credete voi che io vi ami? disse Monte-Cristo prendendo affettuosamente la mano del giovine fra le sue.

— Oh! voi m’incoraggiate! e poichè qualche cosa mi dice qui (Morrel pose la mano sul suo cuore) che io non debbo aver segreti per voi...

— Avete ragione, è Dio che parla al vostro cuore, ed il cuore parla a voi. Riditemi ciò che vi dice il cuore.

— Conte, volete permettermi di inviare Battistino a domandare per parte vostra le notizie di una persona che conoscete?

— Io mi sono messo a vostra disposizione, a più forte ragione vi metto i miei domestici.

— Ah! è che io non vivrò fino a tanto che non avrò la certezza che ella sta meglio.

— Volete che io suoni per Battistino?

— No, vado a parlargli io stesso. — Morrel uscì, chiamò Battistino, e gli disse alcune parole a bassa voce. Il cameriere partì correndo.

— È fatto? domandò Monte-Cristo vedendo ricomparire Morrel.

— Sì, ed io sono un poco più tranquillo.

— Voi sapete che aspetto, disse Monte-Cristo sorridendo.

— Sì, ed io parlo. Ascoltate. Una sera mi ritrovava in un giardino; era nascosto dietro un gruppo di alberi; nessuno si pensava che io potessi esser lì. Due persone passarono vicino a me, permettetemi che provvisoriamente vi taccia i nomi; esse parlavano a bassa voce, e pure io aveva una tale premura a sentire le loro parole, che non perdetti un accento di quanto esse dissero.

— Ciò si annunzia lugubremente, a giudicarne dal vostro pallore e dal vostro fremito, Morrel.

— Oh! sì, molto lugubremente amico mio; era morto qualcuno in casa del padrone del giardino in cui mi ritrovava; uno di questi due personaggi di cui ascoltava la conversazione, era il padrone del giardino e l’altro un medico. Ora il primo confidava al secondo i suoi timori ed i suoi dolori, poichè questa era la seconda volta in un mese che la morte piombava rapida ed imprevista su questa casa, che si credeva designata da qualche angiolo sterminatore alla collera di Dio.

— Ah! ah! disse Monte-Cristo guardando fissamente il giovine, e girando il suo seggio, con un movimento impercettibile, in modo da situarsi nell’ombra mentre che la luce cadeva sul viso di Massimiliano.

— Sì, continuò questi, la morte era entrata due volte in questa casa in meno di un mese.

— E che rispondeva il dottore? domandò Monte-Cristo.

— Egli rispondeva... egli rispondeva che questa morte non era naturale, e che bisognava attribuirla...

— A che? — Al veleno!

— Davvero! disse Monte-Cristo con quella tosse leggera che nei momenti di somma emozione, gli serviva a mascherare sia il suo rossore, sia il suo pallore, sia l’attenzione stessa con la quale ascoltava; davvero, Massimiliano, avete inteso tali cose?

— Sì, caro conte, le ho intese, ed il dottore aggiungeva che se simili avvenimenti si fossero rinnovati, egli si credeva obbligato di appellarne alla giustizia. — Monte-Cristo ascoltava o sembrava ascoltare con la più gran calma.

— Ebbene! disse Massimiliano, la morte ha colpito una terza volta, conte, e a che cosa credete voi che m’impegni la conoscenza di questo segreto?

— Mio caro amico, disse Monte-Cristo, mi sembra che raccontiate un’avventura che ciascuno di noi sa a memoria. La casa in cui voi avete sentito questo discorso, la conosco, una casa in cui vi ha un giardino, un padre di famiglia, un dottore, una casa in cui vi sono state tre strane morti ed inattese. Ebbene! guardatemi, io che non ho intercettata alcuna confidenza, e che ciò nonostante so tuttociò tanto bene quanto voi, ho forse degli scrupoli di coscienza? No! ciò non mi riguarda. Voi dite che un angiolo sterminatore sembra designare questa casa alla collera del Signore; ebbene! chi vi dice che la vostra supposizione non sia una realtà? Non vedete le cose che non vogliono vedere quelli che han premura a vederle. Se è la giustizia e non la collera di Dio che passeggia in questa casa, Massimiliano, voltate la testa, e lasciate passare la giustizia di Dio.

Morrel fremette. Vi era qualche cosa ad un tempo di lugubre, di solenne e di terribile negli accenti del conte.

— D’altra parte, continuò egli con un cambiamento di voce così marcato che si sarebbe detto che queste ultime parole non uscivano dalla bocca del medesimo uomo; chi vi dice che ciò dovrà ricominciare?

— Ciò ricomincia, conte, ed ecco perchè accorro a voi.

— Ebbene! che volete che vi faccia, Morrel? vorreste per caso che prevenissi il procuratore del Re?

Monte-Cristo articolò queste ultime parole con una tal chiarezza, ed un accento così vibrato, che Morrel, alzandosi ad un colpo, gridò: — Conte! conte! voi sapete di che voglio parlarvi, non è vero?

— Perfettamente, mio buon amico, ed io ve lo proverò mettendo il punto sull’i, e piuttosto i nomi sugli uomini. Voi siete stato a passeggiare una sera nel giardino del sig. de Villefort; da quanto mi dite, presumo che fosse la sera in cui morì la sig.ª de Saint-Méran. Voi avete inteso il sig. de Villefort parlare col sig. d’Avrigny, sulla morte del sig. de Saint-Méran, e su quella non meno meravigliosa della baronessa. Il sig. d’Avrigny diceva di credere ad un avvelenamento, ed anzi a due avvelenamenti; ed ecco voi, uomo onesto per eccellenza, ecco voi da quel momento occupato a palpare il vostro cuore, a gettare la sonda nella vostra coscienza per sapere se dovete rivelare questo segreto oppure tacerlo. Noi non siamo più nel medio evo, caro amico, non vi sono più i franchi giudici; che diavolo volete domandare a queste genti? coscienza, che vuoi tu da me? come disse Sterne. Eh! mio caro, lasciateli dormire se dormono, lasciateli impallidire nelle loro veglie se non dormono, e, per l’amor di Dio, dormite voi che non avete rimorsi che v’impediscano di poter dormire. — Un orribile dolore si diffuse sui lineamenti di Morrel; egli afferrò la mano di Monte-Cristo.

— Ma ciò ricomincia! vi dico io.

— Ebbene! disse il conte meravigliato di questa insistenza della quale non capiva niente, e guardando Massimiliano più attentamente, lasciate ricominciare: questa è una famiglia di Atridi; Dio li ha condannati, ed essi soffriranno la loro sentenza; spariranno tutti come quelle casette che fabbricano i fanciulli con le carte piegate, e che cadono le une dopo le altre sotto il soffio del loro creatore, ve ne fosse ancora duecento. Fu il sig. de Saint-Méran tre mesi sono; fu la signora di Saint-Méran due mesi sono; fu Barrois l’altro giorno; oggi sarà il vecchio Noirtier o la giovane Valentina.

— Voi lo sapevate? gridò Morrel in un tal parosismo di terrore che Monte-Cristo ne rabbrividì, cui la caduta del cielo avrebbe ritrovato impassibile; lo sapevate, e non dicevate niente?

— E che m’importa! riprese Monte-Cristo stringendosi nelle spalle, conosco forse quella gente? bisogna forse che salvi l’uno per perder l’altro? in fede mia no, poichè fra il colpevole e la vittima non ho alcuna preferenza.

— Ma io, gridò Morrel urlando dal dolore, io l’amo!

— Voi amate chi? gridò Monte-Cristo balzando in piedi, ed afferrando le due mani che Morrel alzava, contorcendosi, verso il cielo.

— Io amo perdutamente, amo da insensato; amo come un uomo che darebbe tutto il suo sangue per risparmiarle una lagrima, amo Valentina de Villefort, che si assassina in questo momento, intendete bene? l’amo, e domando a Dio ed a voi, in qual modo posso salvarla!

Monte-Cristo mandò un grido così selvaggio che appena se ne possono fare un’idea coloro che hanno inteso il ruggito del leone ferito: — Infelice! gridò egli torcendosi a sua volta le mani, infelice! tu ami Valentina! tu ami questa figlia di una razza maledetta! — Giammai Morrel aveva veduto una simile espressione; giammai un occhio così terribile aveva balenato avanti il suo viso, giammai il genio del terrore, che egli aveva veduto tante volte comparire, sia sui campi di battaglia, sia nelle notti omicide dell’Algeria, non aveva scosso intorno a lui dei fuochi più sinistri.

Egli rinculò spaventato. In quanto a Monte-Cristo, dopo questo scoppio e questo susurro, chiuse un momento gli occhi, come abbagliato dai lampi interni; durante questo momento, si raccolse con tanta possanza, che si vedeva poco a poco tranquillarsi il movimento ondulatorio del suo petto gonfio dalla tempesta, come si vedono dopo il temporale fondersi sotto il sole i flutti turbolenti e schiumeggianti.

Questo silenzio, questo raccoglimento, questa lotta, durarono venti secondi circa. Indi il conte rialzò la sua pallida fronte: — Voi vedete, disse egli con voce appena alterata, mio caro amico, in qual modo Iddio sa punire della loro indifferenza gli uomini più fanfaroni e più freddi davanti ai terribili spettacoli che loro si offrono. Io che guardava assistendo impassibile e curioso: che guardava lo sviluppo di questa lugubre tragedia; io che, simile all’angiolo del male, rideva del male che fanno gli uomini al sicuro dietro il segreto (il segreto è facile a custodirsi dai ricchi e dai possenti), ecco che a mia volta mi sento morso da questo serpente di cui guardava la marcia tortuosa, e morso al cuore.

Morrel mandò un sordo gemito. — Andiamo, andiamo, continuò il conte, bastano i pianti fin qui, siate uomo, siate forte, siate pieno di speranza, poichè io son qui, poichè io veglio su voi. — Morrel scosse tristamente la testa.

— Io vi dico di sperare, mi capite? gridò Monte-Cristo. Sappiate che non ho mai mentito, e che non mi sbaglio mai. È mezzogiorno, Massimiliano; ringraziate il cielo di essere venuto a mezzogiorno invece di venire questa sera, invece di venire domattina. Ascoltate dunque ciò che sono per dirvi, Morrel: è mezzogiorno, se Valentina non è morta a quest’ora, ella non morrà più.

— Oh! mio Dio! gridò Morrel, l’ho lasciata moribonda, — e Monte-Cristo appoggiò una mano sulla fronte.

Che cosa bolliva in quella testa carica di segreti? che cosa diceva a quello spirito, implacabile ad un tempo ed umano, l’angiolo luminoso, o l’angiolo delle tenebre?

Dio solo lo sa! Monte-Cristo rilevò la fronte anche una volta, e questa volta essa era placida come quella di un fanciullo che si sveglia: — Massimiliano, diss’egli, ritornate tranquillamente in casa vostra; vi ordino di non fare una dimostrazione, di non lasciare fluttuare sul vostro viso l’ombra di una preoccupazione, vi darò le notizie; andate.

— Mio Dio! mio Dio! disse Morrel, voi mi spaventate, conte, colla vostra pacatezza. Potete dunque qualche cosa di più che un uomo? Siete un angelo? — E il giovine che non aveva mai addietrato di un passo davanti ad alcun pericolo, addietrava in faccia a Monte-Cristo, vinto da un indicibile terrore.

Monte-Cristo lo guardò con un sorriso così malinconico e così dolce che Massimiliano si sentì spuntare le lagrime sugli occhi. — Io posso molto, amico mio, rispose il conte, andate: ho bisogno di restar solo. — Morrel soggiogato da quel prodigioso ascendente che Monte-Cristo esercitava su tutti quelli che lo circondavano, non cercò neppure di sottrarvisi, strinse la mano del conte e partì. Alla porta soltanto si fermò per aspettare Battistino, che vide comparire dal fondo della strada Matignon, e che ritornava correndo.

Frattanto Villefort e d’Avrigny si erano affrettati. Al loro ritorno Valentina era ancora svenuta, ed il medico aveva esaminata l’ammalata con tutta quella cura che esigevano le cose, e con una profondità che era raddoppiata dalla conoscenza del segreto. Villefort sospeso dalle sue labbra e dal suo sguardo aspettava con ansietà il resultato del suo esame. Noirtier, più pallido della giovinetta, più avido di uno scioglimento che Villefort stesso, aspettava egli pure, e tutto si faceva in lui sensibilità ed intelligenza.

Finalmente d’Avrigny lasciò sfuggirsi lentamente queste parole: — Ella vive ancora.

— Ancora? gridò Villefort: che terribile parola avete pronunziata!

— Sì, ella vive ancora, e ne son ben sorpreso.

— Ma ella è salva? domandò il padre.

— Sì, poichè vive. — In questo momento lo sguardo di d’Avrigny s’abbattè in quello di Noirtier. Esso scintillava di una gioia così straordinaria, di un pensiero talmente ricco e fecondo, che il medico ne rimase colpito. Egli lasciò ricadere sul seggio la giovinetta, le cui labbra appena si distinguevano, tanto eran pallide e bianche, ed all’unisono con tutto il rimanente del viso, e restò immobile guardando Noirtier, da cui ogni movimento del dottore era atteso e commentato.

— Signore, disse allora d’Avrigny a Villefort, chiamate la cameriera di madamigella Valentina, se vi aggrada.

Villefort lasciò la testa di sua figlia che sosteneva e corse egli stesso a chiamare la cameriera. Tosto che Villefort ebbe chiusa la porta, d’Avrigny si accostò al vecchio:

— Avete qualche cosa da dirmi?

Il vecchio strinse con espressione gli occhi, nel modo, come ben si ricorderà, con cui voleva indicare l’affermativa. — A me solo? — Sì, fece Noirtier. — Bene, io resterò con voi. — In questo momento Villefort rientrò, seguito dalla cameriera; e dietro questa la signora de Villefort.

— Ma che cosa ha dunque questa cara fanciulla? gridò ella; è uscita dalle mie camere, lagnandosi di essere indisposta, ma non avrei creduto che fosse una cosa così seria.

E la giovane sposa, colle lagrime agli occhi, e con tutti i segni dell’affezione di una vera madre, si avvicinò a Valentina, di cui prese la mano. D’Avrigny continuava a guardare Noirtier; egli vide gli occhi del vecchio dilatarsi ed arrotondarsi, le guance rilasciarsi e tremare; il sudore gli stillava dalla fronte. — Ah! fece egli involontariamente seguendo la direzione degli sguardi di Noirtier, cioè fissando i suoi occhi sulla sig.ª de Villefort che ripeteva:

— Questa povera fanciulla starà meglio nel suo letto. Venite, Fanny, noi ve l’adageremo.

Il sig. d’Avrigny che vedeva in questa proposizione un mezzo di restar solo con Noirtier, fece segno colla testa che questo era effettivamente ciò che v’era di meglio a farsi, ma ordinò che non prendesse che quel che le avrebbe ordinato.

Fu trasportata Valentina, che aveva ricuperato l’uso dei sensi, ma che era incapace di fare e quasi di parlare, tanto le sue membra erano infrante dalla scossa che aveva sofferta. Però ebbe la forza di salutare con una mossa d’occhi suo nonno, a cui sembrava che strappassero l’anima nel trasportarla. D’Avrigny seguì l’ammalata, terminò le sue prescrizioni, ordinò a Villefort di prendere un cabriolet, di andare in persona dal farmacista per far preparare alla sua presenza le pozioni ordinate, di riportarle egli stesso, ed aspettarlo nella camera di sua figlia. Indi, dopo di aver rinnovata l’ingiunzione di non lasciar prender niente a Valentina, ritornò a discendere da Noirtier, chiuse accuratamente le porte, e dopo essersi assicurato che nessuno lo ascoltava: — Vediamo, diss’egli; sapete qualche cosa sulla malattia di vostra nipote? — Sì, fece il vecchio.

— Ascoltate, non abbiamo tempo da perdere; v’interrogherò e voi mi risponderete. — Noirtier fece segno ch’era pronto a rispondere: — Avete preveduto l’accidente che oggi accade a Valentina? — Sì. — D’Avrigny riflettè un momento; poi riavvicinandosi a Noirtier: — Perdonatemi ciò che io sto per dirvi, soggiunse, ma non deve essere trascurato nessun incidente nella situazione terribile in cui siamo: avete veduto morire il povero Barrois? — Noirtier levò gli occhi al cielo.

— Sapete voi di che cosa è morto? domandò d’Avrigny posando la mano sulla spalla del vecchio. — Sì.

— Credete che la morte sia stata naturale?

Qualche cosa come un sorriso si abbozzò sulle inerti labbra di Noirtier. — Allora vi è venuta l’idea che Barrois sia stato avvelenato? — Sì.

— Credete che il veleno di cui rimase vittima fosse destinato per lui? — No.

— Credete che la stessa mano che colpì Barrois, volendo colpire un altro, sia quella che colpisce Valentina? — Sì.

— Ella dunque anderà a soccombere nello stesso modo? domandò d’Avrigny fissando il suo sguardo profondo sopra Noirtier. — Ed aspettò l’effetto di questa frase sul vecchio.

— No! rispose egli con un’aria di trionfo che avrebbe potuto divergere tutte le congetture del più abile indovino.

— Allora sperate? disse d’Avrigny con sorpresa. — Sì.

— Che cosa sperate? — Il vecchio fece comprendere cogli occhi che non poteva rispondere: — Ah! sì, è vero, mormorò d’Avrigny. Indi ritornando a Noirtier.

— Sperate che l’assassino si stancherà? — No.

— Allora sperate che il veleno non farà il suo effetto sopra Valentina? — Sì.

— Poichè io non vi manifesto niente di nuovo, non è vero, aggiunse d’Avrigny, col dirvi che si è tentato di avvelenarla. — Il vecchio fece segno con gli occhi che egli non aveva alcun dubbio su questo argomento.

— Allora, come sperate voi che Valentina si salverà?

Noirtier tenne gli sguardi fissi sempre sulla stessa direzione; d’Avrigny la seguì, e vide che si dirigeva sopra una bottiglia contenente la pozione che gli veniva data tutte le mattine.

— Ah! ah! disse d’Avrigny colpito da una subitanea idea, avreste avuto il pensiero... — Noirtier non lo lasciò terminare.

— Sì, fece egli. — Di premunirla contro il veleno... — Sì.

— Abituandola a poco a poco...

— Sì, sì, sì, fece Noirtier incantato d’essere inteso.

— Infatto mi avete inteso dire che entrava della brucnina nella pozione che vi do? — Sì.

— Ed accostumandola a questo veleno avete voluto neutralizzare gli effetti di un veleno simile?

La stessa gioia trionfante di Noirtier.

— E voi ci siete arrivato di fatto, gridò d’Avrigny. Senza questa cautela, Valentina oggi sarebbe stata uccisa, uccisa senza nessun soccorso, uccisa senza misericordia; la scossa è stata violenta, ma non ne è rimasta che spossata, e per questa volta almeno Valentina non morrà.

Una gioia sovrumana appannava gli occhi del vecchio, alzati con un’espressione d’infinita riconoscenza.

In questo momento entrò Villefort. — Prendete, dottore, ecco ciò che avete ordinato.

— Questa pozione è stata preparata in vostra presenza?

— Sì, rispose il procuratore del Re.

— Essa non è uscita dalle vostre mani? — No.

D’Avrigny prese la bottiglia, versò qualche goccia del contenuto nel cavo della mano, e l’assaporò:

— Bene, diss’egli, andiamo da Valentina, darò le mie istruzioni a tutti, e voi sorveglierete, voi stesso sig. de Villefort, perchè nessuno se ne allontani. — Nel momento in cui d’Avrigny entrava nella camera di Valentina, accompagnato dal sig. de Villefort, un prete italiano, di aspetto severo, con parole placide e risolute prendeva a pigione per suo uso, la casa attigua al palazzo abitato dal sig. de Villefort.

Non si potè sapere in virtù di quale traslocazione i tre inquilini di questa casa sgombrarono due ore dopo; ma la voce che corse generale nel quartiere fu, che la casa non era abbastanza sicura nelle fondamenta, e minacciava di rovinare; cosa però che non impedì al nuovo pigionale di stabilirvisi col suo modesto mobilio, il giorno stesso verso le cinque. Questo fitto fu fatto per tre, sei o nove anni col nuovo locatario, che, secondo l’abitudine stabilita fra i proprietari, pagò sei mesi anticipati; ei si chiamava Giacomo Busoni.

Furono immediatamente chiamati gli operai, e la notte stessa, quei pochi passeggeri che avendo fatto tardi e che passarono per di là, videro con sorpresa i falegnami ed i muratori occupati a puntellare colle loro opere la casa vacillante.