CONTINUAZIONE DEL CAPITOLO XVI.
Il re tutto contento s'informò se il ministro era ancora al Louvre, gli fu risposto che sua Eccellenza aspettava gli ordini di Sua Maestà nel gabinetto di lavoro.
Il re si portò subito da lui.
— Prendete, duca, gli disse, voi avevate ragione, e sono io che aveva il torto, tutto lo intrigo è politico, ed in questa lettera non si tratta menomamente di amore. Al contrario, si parla molto di voi.
Il ministro prese la lettera e la lesse con la più grande attenzione; quindi, quando fu al termine, la rilesse una seconda volta.
— Ebbene! Vostra Maestà, disse egli, vede fin dove giungono i miei nemici. Voi siete minacciato da due guerre se non mi dimettete. Nel vostro posto in verità, sire, io cederei a così potenti istanze, e dal canto mio io mi ritirerei dagli affari riguardandolo come una vera fortuna.
— E che cosa dite voi dunque, duca?
— Io dico, sire, che la mia salute si consuma in queste lotte eccessive e in questi eterni lavori. Io dico che, secondo tutte le probabilità io non potrò sostenere le fatiche dell'assedio della Rochelle, e che vai meglio che nominiate a comandarlo o il sig. de Condè o il signor Bassompierre, o finalmente qualche uomo valoroso che sia del suo mestiere il dirigere una guerra, e non me, che sono uomo di penna e di gabinetto, e che sono continuamente distolto dalle mie occupazioni per applicarmi a cose per le quali non ho attitudine. Voi ne sarete più felice nell'interno, sire, e non dubito che ne sarete più grande all'estero.
— Sig. duca, disse il re, io vi capisco. Siate tranquillo; tutti quelli che sono nominati in questa lettera saranno puniti come meritano, e la regina ancora.
— Che dite mai, sire, il cielo mi guardi che la regina avesse da provare il più piccolo dispiacere per cagione mia; ella mi ha sempre creduto un suo nemico, sire, quantunque Vostra Maestà possa far testimonianza che io ho sempre sostenuto calorosamente il suo partito, anche contro voi. Oh se ella tradisse Vostra Maestà sul punto dell'onore, allora sarebbe altra cosa, ed io sarei il primo a gridare: «nessuna grazia, sire, nessuna grazia per la colpevole!» Fortunatamente non vi è nulla, e Vostra Maestà ne ha acquistata una nuova pruova.
— È vero, signor ministro, e voi, come sempre, avete ragion; la regina però non merita meno tutta la mia collera.
— Siete voi sire, che, siete incorso nella sua, e veramente quando ella si lamentasse seriamente di Vostra Maestà, io la compatirei; Vostra Maestà l'ha trattata con un rigore..!
— È così che io tratterò sempre i miei nemici ed i vostri, duca, per quanto sieno posti in alto, e qualunque sia il pericolo che io possa incorrere a trattarli severamente!
— La regina è mia nemica, ma non è la vostra, sire; al contrario, ella è sposa affezionata, sottomessa e irreprensibile; lasciatemi adunque, sire, intercedere per essa presso Vostra Maestà.
— Che ella si umilii allora, e che per la prima ritorni a me.
— Al contrario, sire, datele esempio; voi avete avuto il primo torto, poichè siete stato voi che avete sospettato della regina.
— Io ritornare pel primo? disse il re; giammai!
— Sire ve ne supplico.
— D'altronde; come potrò io ritornare pel primo?
— Facendo una cosa che voi sapete esserle aggradevole.
— E quale?
— Date una festa di ballo; voi sapete in che modo la regina ami il ballo; io vi garantisco che il suo mal umore cederà ad una simile attenzione.
— Ma, ministro, voi sapete che io non amo tutti questi piaceri mondani.
— La regina ve ne sarò tanto più grata, perchè ella sa la vostra antipatia a questi piaceri; d'altronde, questa sarà per lei una bella occasione per adornarsi di quei superbi puntali di diamanti che voi le regalaste nel giorno della sua festa, e di cui ella non ha ancora avuto una occasione di metterseli.
— Noi vedremo, duca, noi vedremo, disse il re, che nella sua gioia di ritrovar la regina colpevole di un delitto di cui si curava poco, e innocente di quello che temeva molto, era tutto disposto a riaccomodarsi con essa: noi vedremo, ma sul mio onore! voi siete troppo indulgente.
— Sire, disse il duca, lasciate il rigore ai vostri ministri; l'indulgenza è una virtù da re; usatene, e voi vedrete che ve ne troverete contento.
Dopo di che il ministro, sentendo l'orologio suonare le undici ore, s'inchinò profondamente, domandando congedo al re per ritirarsi, e supplicandolo di rappacificarsi con la regina.
Anna, che in seguito della cattura di quella lettera, aspettava un qualche rimprovero, fu molto meravigliata di vedere nell'indomani il re, fare vicino a lei, dei tentativi di riaccomodamento. Il suo primo movimento fu repulsivo, il suo orgoglio di donna e la sua dignità di regina, erano stati così crudelmente offesi, che ella non poteva riconciliarsi di primo tratto, ma vinta dai consigli delle sue dame, assunse finalmente l'aspetto di cominciare a dimenticare. Il re approfittò di questo primo momento di ritorno, per notificarle che egli contava di dare in breve una festa di ballo.
Una festa di ballo era una cosa tanto rara per la povera Anna, che a quest'annunzio, come lo aveva pensato il ministro, l'ultima traccia del suo risentimento disparve, se non dal suo cuore, almeno dal suo viso. Ella domandò in qual giorno avrebbe avuto luogo, ma il re rispose che su questo punto egli se la sarebbe intesa col ministro. Infatti, ciascun giorno domandava al ministro in qual epoca avrebbe avuto luogo questa festa, ed il ministro, sotto un qualunque pretesto, differiva di stabilirla; in tal modo passarono dieci giorni.
L'ottavo giorno dopo la scena che abbiamo raccontata, il ministro ricevette una lettera col bollo di Londra, che conteneva soltanto queste parole:
«Io li ho, ma non posso lasciare Londra, attesochè sono senza danari; inviatemi 500 doppie, e quattro o cinque giorni dopo averle ricevute, io sarò a Parigi».
Il giorno stesso in cui il ministro ricevette questa lettera, il re gl'indirizzò la solita domanda.
Richelieu contò sulle punte delle dita, a disse fra se stesso:
— Ella giungerà, dice, quattro o cinque giorni dopo aver ricevuto il denaro; mi abbisognano quattro o cinque giorni per mandarlo, quattro o cinque giorni a lei per ritornare, il che fa dieci giorni; ora aggiungiamo le eventualità dei venti contrarii, dei sinistri accidenti, delle debolezze della donna, e fissiamo a dodici giorni.
— Ebbene! signor duca, disse il re, avete voi calcolato abbastanza?
— Sì, sire; oggi noi siamo ai venti di settembre, i consoli della città danno una festa di ballo il tre di ottobre. Ciò converrà a meraviglia, perchè così voi non avrete l'apparenza di fare una riconciliazione con la regina.
Quindi il ministro aggiunse.
— A proposito, sire, non dimenticate di dire a Sua Maestà il giorno innanzi la festa, che voi desiderate vedere come le si adattano i puntali di diamanti.