CAPITOLO XLVIII. AFFARE DI FAMIGLIA

Athos aveva ritrovata la parola: bisognava fare dell'affare Buckingham un affare di famiglia. Un affare di famiglia non era sottoposto all'investigazione del ministro. Un affare di famiglia non riguardava nessuno. Era lecito di occuparsi davanti a tutti di un affare di famiglia.

Aramis aveva ritrovata l'idea: i lacchè.

Porthos aveva ritrovato il mezzo: il diamante.

D'Artagnan non aveva ritrovato niente, egli che era ordinariamente il più inventore dei quattro, ma bisogna pur dire che il nome solo di milady lo paralizzava. Ah! noi c'inganniamo, egli aveva ritrovato al campo il compratore del suo diamante.

La colezione presso il sig. de Tréville fu di una graziosa allegria. D'Artagnan aveva già il suo economo. Siccome egli era presso a poco della statura di Aramis, e Aramis largamente pagato, come si rammenterà, dal libraio che aveva comprato il suo poema, aveva fatto fare tutto in doppio, ed aveva ceduto al suo amico un equipaggio compiuto.

D'Artagnan sarebbe stato al colmo dei suoi voti se non avesse, nel suo pensiero, veduto sempre Milady spuntare sull'orizzonte come una tetra nube.

Dopo la colezione fu convenuto che la sera si unirebbero nell'alloggio di Athos, e che là sarebbe terminato l'affare.

D'Artagnan passò tutta la giornata nel fare mostra del suo abito da moschettiere in tutte le strade del campo.

La sera nell'ora stabilita, i quattro amici si riunirono; non restava più a decidersi che solo tre cose.

Ciò che sarebbe stato scritto al fratello di milady. Ciò che sarebbe stato scritto alla persona accorta di Tours; e quali sarebbero stati i lacchè che avrebbero portate le lettere.

Ciascuno offriva il suo. Athos vantava il silenzio di Grimaud, il quale non parlava se non allorquando il suo padrone gli scuciva la bocca. Porthos vantava la forza di Mousqueton, che era di una statura da battersi a pugni con quattro di complessione ordinaria; Aramis confidava nella destrezza di Bazin, e faceva un elogio pomposo del suo candidato; finalmente d'Artagnan aveva fede intera nella bravura di Planchet, ricordava in qual modo egli si era condotto nello spinoso affare di Boulogne.

Queste quattro virtù si disputarono lungamente il premio, e occasionarono dei magnifici discorsi, che non riporteremo per timore che fossero troppo lunghi.

— Disgraziatamente, disse Athos, bisognerebbe che quello che si manderà avesse riunite in se stesso queste quattro qualità.

— Ma ove trovare un simile lacchè?

— Impossibile, disse Athos, lo so bene; prendete dunque Grimaud.

— Prendete Mousqueton.

— Prendete Bazin.

— Prendete Planchet, è franco, destro, sono già due qualità sopra quattro.

— Signori, disse Aramis, la cosa principale non è già di sapere quale dei nostri lacchè sia il più discreto, il più forte, il più destro o il più bravo; il principale si è di sapere quale è quello che ama di più il danaro.

— Ciò che dice Aramis è pieno di buon senso, riprese Athos; bisogna speculare sopra i difetti delle persone, non sopra le loro virtù. Moschettiere provvisorio, voi siete un gran moralista.

— Senza dubbio, riprese Aramis, perchè noi abbiamo bisogno di essere ben serviti non solo per la riuscita, ma ancora per non sbagliare, poichè in caso di scacco, ne va della testa, non già dei lacchè....

— Più basso, Aramis, disse Athos.

— È giusto: non per i lacchè, riprese Aramis, ma per il padrone, ed anche per i padroni. I nostri lacchè ci sono essi abbastanza affezionati per arrischiare la loro vita per noi? no.

— In fede mia, disse d'Artagnan, io risponderei quasi di Planchet.

— Ebbene! mio caro amico, aggiungete alla sua affezione naturale, una buona somma che gli procuri qualche vantaggio, e allora, invece di rispondere una volta, ne risponderete due.

— Eh! buon Dio, voi sarete ingannati in egual modo, disse Athos, che era ottimista quando si trattava di cose, e pessimista quando si trattava di uomini; essi prometteranno tutto per aver del danaro, e per la via la paura impedirà loro di agire. Una volta presi, saranno torturati, e confesseranno. Che diavolo! non siamo già ragazzi! Per andare in Inghilterra, Athos abbassò la voce, bisogna attraversare tutta la Francia, seminata di spie e di creature del ministro; bisogna ritrovare un passaggio per imbarcarsi; bisogna sapere l'inglese per chiedere gl'indirizzi a Londra. Ritenete che io vedo la cosa ben difficile.

— Ma niente affatto, disse d'Artagnan a cui premeva moltissimo che la cosa si effettuasse; io vedo al contrario tutto facile. Non fa d'uopo di dire, per bacco! che se si scrive a lord Winter cose al disopra dei nostri affari, degli orrori del ministro...

— Più basso, disse Athos:

— Degli intrighi, e dei segreti di stato, continuò d'Artagnan, uniformandosi alla ricevuta raccomandazione, non fa mestieri di dire che allora saremo tutti arruotati vivi; ma perdinci! non dimenticate, come voi stesso lo avete detto, Athos, che noi gli scriviamo col solo fine di mettere, fin dal suo arrivo a Londra, milady fuori della possibilità di nuocerci. Io gli scriverò dunque presso a poco in questi termini.

— Sentiamo, disse Aramis prendendo in antecedenza un aspetto di critico.

— «Signore e amico caro...»

— Ah! sì, amico caro, ad un Inglese! interruppe Athos. Bene incominciato! bravo d'Artagnan! basta questa sola parola per essere squartato, invece di arruotato.

— Ebbene, sia! io gli dirò dunque soltanto, «Signore.»

— Voi potete ancora dire «milord» riprese Athos che stava molto attaccato alle convenienze.

— «Milord, vi ricordate voi del piccolo recinto delle capre presso il Luxembourg?»

— Buono! il Luxembourg adesso! si crederà che sia un'allusione alla regina madre! ecco una cosa ingegnosa! disse Athos.

— Ebbene, noi metteremo semplicemente, «Milord, vi ricordate voi di un certo piccolo recinto ove vi fu salvata la vita?»

— Mio caro d'Artagnan, disse Athos, voi non sarete mai che un ben tristo redattore. «Ove vi fu salvata la vita!» Questo non è conveniente, non si ricordano mai questi servigi ad un galantuomo. Benefizio rimproverato è un'offesa fatta.

— Ah! caro mio, disse d'Artagnan, voi siete insopportabile, e se è necessario di scrivere sotto la vostra censura, in fede mia io vi rinunzio.

— E farete bene. Maneggiate il moschetto e la spada, mio caro, voi ve ne cavate bene in questi due esercizi; ma lasciate la penna al nostro abbate, ciò riguarda lui solo.

— Sì, di fatti disse Porthos, lasciate la penna ad Aramis, che scrive delle tesi in latino.

— Ebbene, sia così, disse d'Artagnan; Aramis redigeteci adunque questa nota, ma per l'amor di Dio, tenetevi conciso, altrimenti vi critico a mia volta, ve ne prevengo.

— Non chiedo di meglio, disse Aramis con quell'ingenua confidenza che ogni poeta ha in se stesso, ma che io sia messo al corrente di tutto. Ho inteso parlare di qua e di là, che questa cognata era una scellerata, anzi ne ho acquistata una pruova ascoltando la sua conversazione col ministro...

— Più basso adunque, per bacco! disse Athos.

— Ma, continuò Aramis, i particolari mi sfuggono.

— A me pure, disse Porthos.

D'Artagnan e Athos si guardarono qualche tempo in silenzio. Finalmente, Athos, dopo essersi raccolto e divenendo più pallido ancora dell'ordinario, fece un segno di adesione, e d'Artagnan comprese che poteva parlare.

— Ebbene, ecco ciò che si deve scrivere, riprese d'Artagnan:

«Milord, vostra cognata è una scellerata che ha voluto farvi uccidere per ereditare da voi; ma essa non poteva sposare vostro fratello, essendo già maritata in Francia, ed essendo stata.»

D'Artagnan si fermò, come se cercasse la parola, guardando Athos.

— «Scacciata da suo marito» disse Athos.

— «Perchè fu conosciuto essere essa bollata» continuò d'Artagnan.

— Bah! gridò Porthos, impossibile! ella ha voluto fare uccidere suo cognato.

— Sì.

— Ella era maritata? domandò Aramis.

— Sì.

— E suo marito si è accorto che aveva un giglio sulla spalla? gridò Porthos.

— Sì.

Questi tre sì erano stati pronunciati da Athos, ciascuno con un'intonazione più tetra.

— E chi ha veduto questo giglio? domandò Aramis.

— D'Artagnan ed io, o piuttosto, per osservare l'ordine di cronologia, io e d'Artagnan, rispose Athos.

— E il marito di quest'orribile creatura vive ancora? disse Aramis.

— Egli vive ancora.

— Ne siete voi sicuro?

— Ne son sicuro.

Vi fu un istante di freddo silenzio, durante il quale ciascuno sentì l'impressione a seconda della sua natura.

— Questa volta, riprese Athos interrompendo pel primo il silenzio, d'Artagnan ci ha dato un eccellente programma, ed è questo che bisogna scrivere prima di tutto.

— Diavolo! voi avete ragione, Athos, riprese Aramis, e la redazione è spinosa. Il cancelliere stesso sarebbe imbarazzato a redigere un'epistola di questa forza, eppure il signor cancelliere redige molto graziosamente un processo verbale. Non importa! tacete, io scrivo.

Aramis prese la penna, riflettè alcuni momenti, si mise a scrivere otto o dieci linee con un carattere grazioso, piccolo e da donna, quindi, con voce dolce e lenta, come se ciascuna parola fosse stata scrupolosamente pesata, lesse quanto segue:

«Milord.

«La persona che vi scrive queste linee ha avuto l'onore di incrociare la sua spada colla vostra, in un piccolo recinto della strada Inferno. Siccome avete voluto dopo, chiamarvi molte volte l'amico di questa persona, essa deve in riconoscenza di questa amicizia, darvi un buon avviso. Due volte siete stato in pericolo di essere la vittima di una vicina parente, che voi credete vostra ereditiera, perchè non sapete che prima di contrarre il matrimonio in Inghilterra, ella era già maritata in Francia; ma la terza volta che è questa voi potreste soccombere. La vostra parente è partita dalla Rochelle per l'Inghilterra. Sorvegliatela fin dal suo arrivo, poichè essa ha dei progetti grandi e terribili. Se desiderate assolutamente sapere ciò di cui ella è stata capace, la sua vita passata è impressa sopra la sua spalla sinistra.»

— Ebbene, ecco ciò che si chiama meraviglioso, e voi avete una penna da segretario di stato, mio caro Aramis. De Winter ora farà buona guardia, se pure gli giunge l'avviso, e, cadendo ancora nelle mani di Sua Eccellenza stessa, noi non potremo essere compromessi; ma, siccome il lacchè che partirà potrebbe farci credere che è stato a Londra e fermarsi a Chatellerault, non gli daremo che la metà della somma, promettendogli l'altra metà in cambio della risposta. Avete voi il diamante? continuò Athos.

— Io ho ancora meglio di ciò, ho la somma, disse d'Artagnan.

E gettò il sacchetto sulla tavola. Al suono dell'oro, Aramis alzò gli occhi. Porthos rabbrividì; in quanto ad Athos, egli rimase impassibile.

— Quando vi è in questo piccolo sacco? disse egli.

— Sette mila lire in luigi da dodici franchi.

— Sette mila lire! gridò Porthos; quel piccolo pezzo di diamante valeva settemila lire!

— Pare, disse Athos, poichè eccole qua; io non presumo che il vostro amico d'Artagnan ve ne abbia aggiunte delle sue.

— Ma, signori, con tuttociò, disse d'Artagnan, noi non pensiamo alla regina; abbiamo un poco cura della salute del suo caro Buckingham questo è il meno che le dobbiamo.

— È giusto, disse Athos, ma questo riguarda Aramis.

— Ebbene! rispose egli arrossendo, che debbo io fare?

— Ma, riprese Athos, è semplicissimo, redigere una seconda lettera per questa accorta persona che abita a Tours.

Aramis riprese la penna, si mise a riflettere di nuovo, e scrisse le seguenti linee, che sottomise subito all'approvazione dei suoi amici.

«Mia cara cugina.»

— Ah! ah! disse Athos, questa accorta persona è una vostra parente?

— Mia cugina germana, disse Aramis.

— Vada dunque per la cugina germana.

Aramis continuò:

«Mia cara cugina, Sua Eccellenza il ministro, che Dio conservi per la felicità della Francia, e per la confusione dei nemici del regno! è sul punto di finirla cogli eretici della Rochelle; è probabile che il soccorso della flotta inglese non giungerà neppure in vista della piazza; oserei quasi dire che sono certo che il signore de Buckingham sarà nell'impossibilità di partire, in conseguenza di qualche grande avvenimento. Sua Eccellenza è il più illustre politico dei tempi passati, dei tempi presenti, e probabilmente dei tempi futuri. Egli spegnerebbe il sole se il sole lo incomodasse. Date queste felici novelle a vostra sorella, mia cara cugina. Ho sognato che questo maledetto inglese era morto. Non mi sovvengo bene se era morto di ferro o di veleno; solamente ciò di cui sono sicuro, si è ch'egli era morto, e voi lo sapete, i miei sogni non m'ingannano mai. Assicuratevi dunque di vedermi ritornare ben presto.»

— A meraviglia! gridò Athos, voi siete il re dei poeti, mio caro Aramis voi scrivete come i migliori scrittori. Resta ora di mettere l'indirizzo a questa lettera.

— È facilissimo, disse Aramis

Piegò galantemente la lettera, la riprese e scrisse:

«A madamigella Michon, lavandaia a Tours.»

I tre amici si guardarono ridendo. Essi erano stati presi.

— Ora, disse Aramis, voi capirete, signori, che il solo Bazin può portare questa lettera a Tours. Mia cugina non conosce che Bazin, e non ha fiducia che in Bazin. Qualunque altro farebbe andare a vuoto l'affare. D'altronde Bazin è ambizioso e sapiente. Egli spera di divenire qualche cosa di grande quando io cambierò stato, ed egli lo cambierà assieme con me. Voi capirete che un uomo che ha simile veste non si lascerà prendere, o se sarà preso, subirà il martirio piuttosto che parlare.

— Benissimo, disse d'Artagnan, io concedo con tutto il cuore Bazin, ma concedete a me pure Planchet. Milady l'ha fatto mettere un giorno alla porta a furia di colpi di bastone. Ora, Planchet ha buona memoria, e io vi garantisco, se può supporre possibile una vendetta, si farà piuttosto arruotar vivo che rinunciarvi. Se i vostri affari di Tours sono affari vostri, Aramis, quelli di Londra sono miei. Pretendo adunque che sia scelto Planchet, il quale, d'altronde, è già stato a Londra con me, e sa dire correttamente «London, sir, if you please e my master, lord d'Artagnan». Con ciò siate tranquilli, egli farà la sua strada andando e venendo.

— In questo caso, disse Athos, bisogna che Planchet riceva settecento lire per andare e settecento per ritornare, e Bazin trecento lire per andare e trecento per ritornare; ciò ridurrà la somma a cinque mila lire. Noi prenderemo mille lire per ciascheduno da impiegarsi come meglio ci parrà, e lasceremo un fondo di mille lire, che custodirà l'abbate, per i casi straordinarii o i bisogni comuni. Vi accomoda così?

— Mio caro Athos, disse Aramis, voi parlate come Nestore, che era, come ognun sa, il più saggio della Grecia.

— Ebbene, è combinato, riprese Athos: Planchet e Bazin partiranno. A tutta perdita, non sono mal contento di conservare Grimaud; egli è assuefatto alle mie maniere, ed io gli sono attaccato; la giornata di ieri ha già dovuto spossarlo; questo viaggio lo perderebbe.

Fu fatto venire Planchet, gli furono date le sue istruzioni, egli era stato pervenuto da d'Artagnan, che da prima gli aveva annunziata la gloria, quindi il denaro, per ultimo il pericolo.

— Io porterò la lettera nel paramano del mio vestito, disse Planchet, e se sarò preso io la inghiottirò.

— Ma, allora tu non potrai fare la commissione disse d'Artagnan.

— Voi questa sera, me ne darete una copia che domani mattina io saprò a memoria.

D'Artagnan guardò i suoi amici come per dir loro:

— Ebbene che vi aveva io promesso?

— Ora continuò egli, indirizzandosi a Planchet, tu hai otto giorni per giungere fino a lord de Winter; tu hai altri otto giorni por ritornare qui: questi sono sedici giorni. Se, il sedicesimo giorno della tua partenza, tu non sei giunto qui alle otto della sera, non avrai il tuo danaro, fossero ancora otto ore e cinque minuti.

— Allora, signore, disse Planchet, compratemi un orologio.

— Prendi questo, disse Athos dandogli il suo colla consueta generosità, e sii un bravo giovane; pensa bene che se parli, se ciarli, se millanti, tu fai tagliare il collo al tuo padrone, che ha una così grande confidenza nella tua fedeltà, che ci ha garantiti di te. Ma pensa altresì che, se per colpa tua accade qualche disgrazia a d'Artagnan, io ti ritroverò da pertutto per aprirti il ventre.

— Oh! signore! disse Planchet umiliato da questi sospetti, e soprattutto spaventato dall'aria calma del moschettiere.

— Ed io, disse Porthos girando i suoi grossi occhi, pensa che ti scortico vivo.

— Ah! signore!

— Ed io, disse Aramis colla sua voce dolce e melodiosa, pensa che ti brucio a fuoco lento come un selvaggio.

— Ah! signore!

E Planchet si mise a piangere; noi non oseremo dire se ciò fosse pel terrore delle minacce che gli venivano fatte, o per tenerezza di vedere quattro amici così strettamente uniti di intenzioni.

D'Artagnan gli prese la mano.

— Vedi tu, Planchet gli disse, questi signori ti dicono tuttociò, per la tenerezza che mi portano, essi però nel fondo del loro cuore ti amano.

— Oh! signore, disse Planchet, o io riuscirò, o sarò tagliato in quattro; e mi tagliassero in quarti, siate convinto che non vi sarà un mezzo che mi farà parlare.

Fu deciso che Planchet partirebbe l'indomani a otto ore dei mattino, affinchè come egli aveva detto, potesse imparare a memoria nella notte la lettera che portava. Egli guadagnò precisamente dodici ore con questo accomodamento, poichè egli doveva essere di ritorno il sedicesimo giorno a otto ore di sera.

L'indomani al momento in cui si stava per montare a cavallo, d'Artagnan che si sentiva nel fondo del suo cuore debole per il duca di Buckingham prese Planchet a parte:

— Ascolta, gli disse, quando tu avrai rimessa la lettera a lord de Winter, e che egli l'avrà letta, gli dirai ancora: «vegliate sopra Sua Grazia, lord Buckingham, poichè si vuole assassinarlo». Ma ciò è cosa così grave, e così importante, che io non ho voluto neppure confidare ai miei amici che io ti affidava questo segreto, e che per un posto da capitano io non vorrei scrivertelo.

— Siate tranquillo, signore, disse Planchet; voi vedrete se si può contare sopra di me. E montato sopra un eccellente cavallo che egli doveva lasciare a venti leghe, per prendere la posta, Planchet partì al galoppo, col cuore un poco ristretto dalla trista promessa che gli era stata fatta dai moschettieri, ma del resto colle migliori disposizioni.

Bazin partì l'indomani mattina per Tours, ed ebbe otto giorni a compiere la sua missione. I quattro amici, durante tutto il tempo di queste due assenze, avevano come bene si può capire, gli occhi più che mai in guardia, il naso al vento, e le orecchie in ascolto. Le loro giornate si passavano a tentare di sorprendere ciò che si diceva, a sorvegliare gli andamenti del ministro, e a fiutare tutti i corrieri che giungevano. Più d'una volta un insormontabile tremito li colse, quando furono chiamati per un servizio inatteso. Essi d'altronde avevano pure da sorvegliare alla propria sicurezza: milady era un fantasma che allorquando era comparso una volta a qualcuno, non lo lasciava più dormire tranquillamente.

La mattina dell'ottavo giorno, Bazin fresco come sempre, e sorridendo secondo la sua abitudine, entrò nell'osteria nel Farfallone, mentre i quattro amici erano sul punto di far colezione, dicendo, giusto il convenuto:

— Sig. Aramis, ecco la risposta di vostra cugina.

I quattro amici si scambiarono una allegra occhiata: la metà dell'affare era fatto: è vero che questa era la più corta e la più facile.

Aramis prese, arrossendo suo malgrado, la lettera che era di un carattere grossolano e senza ortografia.

— Buon Dio! gridò egli ridendo decisamente io sono disperato; giammai questa povera Michon giungerà a scrivere come il sig. de Voiture.

— Che cosa volere dire queste brave Migeon? domandò lo svizzero, che era in vena di parlare con i quattro amici, quando giunse la lettera.

— Oh! mio Dio! meno ancora di niente, disse Aramis, una piccola e graziosa lavandaia, che amo molto, e alla quale ho chiesto alcune biancherie lavorate di sua mano per modo di ricordo.

— Se quella, disse lo svizzero, stare così gran dama come stare suo carattere, voi dovete avere grande fortune, mio camerate!

Aramis lesse la lettera, e lo passò ad Athos.

— Osservate dunque quello che mi scrive, Athos, diss'egli.

Athos gettò un colpo d'occhio sulla lettera, e per fare svanire tutti i sospetti che avrebbero potuto nascere, lesse ad alta voce:

«Cugino mio, mia sorella ed io indoviniamo benissimo i sogni, e ne abbiamo una paura spaventosa; ma del vostro si potrà dire, almeno io spero, che ogni sogno è una menzogna. Addio, portatevi bene, e fate che di tempo in tempo sentiamo parlare di voi.»

«Aclaè Michon»

— E di che sogno parla ella? domandò il dragone che si era avvicinato durante la lettura.

— Sì, di quale sogno? disse lo svizzero.

— Perdinci! disse Aramis, la cosa è semplice, di un sogno che ho fatto io, e che le ho raccontato nella mia lettera.

— Ah! sì, per bacco essere tutto zimplice di ragontare sue sogne; ma io non sognare mai.

— Voi siete molto fortunato, disse Athos alzandosi, e vorrei pure dire io altrettanto che voi!

— Giammaie, riprese lo svizzero incantato che un uomo come Athos gli avesse rivolta la parola. Giammaie, giammaie.

D'Artagnan, vedendo che Athos si alzava, fece altrettanto, prese il suo braccio e partì.

Porthos e Aramis rimasero per tener testa agli scherzi del dragone e dello svizzero. In quanto a Bazin se ne andò a dormire sopra un fascio di paglia; e siccome egli aveva più immaginazione che lo svizzero, fece dei sogni d'oro sul suo avvenire.

FINE DEL TERZO VOLUME.

[ INDICE] DELLE MATERIE

(Vol. III.)

Continuazione del Capitolo XXXII.[5]
CAP. XXXIII.La padrona e la cameriera.[10]
CAP. XXXIV.Ove si tratta del modo di equipaggiarsi di Aramis e di Porthos.[20]
CAP. XXXV.La notte tutti i gatti sono grigi.[30]
CAP. XXXVI.Il sogno di vendetta.[40]
CAP. XXXVII.Il segreto di Milady.[48]
CAP. XXXVIII.In che modo, senza incomodarsi, Athos ritrovò il mezzo d'equipaggiarsi.[55]
CAP. XXXIX.Una dolce visione.[66]
CAP. XL.Una visione terribile.[77]
CAP. XLI.L'assedio della Rochelle.[86]
CAP. XLII.Il vino d'Anjou.[101]
CAP. XLIII.L'albergo del Colombaio Rosso.[110]
CAP. XLIV.Utilità delle gole da braciere.[120]
CAP. XLV.Scena coniugale.[130]
CAP. XLVI.Il bastione di san Gervasio.[137]
CAP. XLVII.Il consiglio dei Moschettieri.[145]
CAP. XLVIII.Affare di famiglia.[166]

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.