BRINDISI

Nevica sulla neve — un assassino

freddo s'insinua

nelle soffitte: allegramente il vino

versiam nei calici.

Versate, amici, il vino! ormai la testa,

fosca nel tacito

cimitero del cor, alza e si desta

degl'inni il genio

e resuscita. Un dì carco di fede,

d'amor, di floride

speranze mise falsamente il piede,

e come un asino

per troppa soma cadde. All'infelice

passo una femmina

fu la cagione e si chiamava Bice.

Aristocratica,

a me poeta preferì il cocchiere

di spalle erculee...

Versate vino, empitemi il bicchiere —

un inno, Lazzaro!

Nevica sulla neve — il freddo sprona

la fame ai poveri.

La Provvidenza, che all'agnello dona

lana bastevole,

i ricchi inspiri; nei caldi tinelli

tribune s'ergano

pei poveri affamati — Siam fratelli:

il vangel predica!

Mangeranno cogli occhi e colle nari

a due ganascie

i ricchi: dunque non è il conto pari?

Ecco il rimedio.

Nevica sulla neve — e noi la tazza

vuotiam dell'orgia:

la voluttà vuolsi ubbriaca o pazza:

voglio il delirio

di visïoni belle e forsennate,

e risa ciniche,

gesti convulsi ed insolenti occhiate,

baci che mordano,

un amor che s'uccide e sè disprezza...

Anch'io son asino,

drizzo le orecchie e strappo la capezza:

signore, amatemi!

ne val la pena e valgo il vostro amante;

non ho modestia:

in alto levo il merto ed il sembiante,

sogghigno e raglio.

Nevica sulla neve — e mi divora

la gola e l'anima

una sete infernale: ancora, ancora

la tazza empitemi.

Sento una fiamma che sferzando sale

dal cuore fumido

al cervello e diggià vi abbrucia l'ale

alle libellule

voluttuose. Mi ribolle il sangue,

prorompe l'odio —

Tu che strisci pei fior, mortifer'angue,

mi presta il tossico

della tua bocca e il canto avvelenato

lamba le orecchie

ed avveleni. Tu, vile affamato,

cui la miseria

non fa ribelle e sotto un nobil tacco

la fronte umilii

supplicando: ho fame... ho figli — vigliacco,

muori... ti odio!

E tu, ricco felice, che assapori

gli ardenti gaudii

della giovane vita, e gloria, amori,

ed arte e studio

di sublimi pensier: tu, che imbecille

o grande domini

in alto sempre sopra mille e mille,

che muti soffrono...

Ebben più vasto della tua ventura

ti porto un odio,

che succhiai dal dolore e freme e dura

inestinguibile.

Bada che presto ci battrem, fratello:

a te gli eserciti,

i cannoni e le spade — a me il coltello;

Viva il petrolio!

Nevica sulla neve — Oh qual dolore

la vita inutile!

Mamma, quell'ora che ti vinse amore

era ben meglio

di morir: tu, buona mamma, l'ebbrezza

della lussuria

volesti; adesso la crudel stoltezza

paga tuo figlio

e tu, mamma, godesti... Maledetta

l'ora del nascere,

l'ora che piansi, che pensai l'abbietta,

nudità livida

della vita vestir con illusioni

e vaghe e nobili;

maledetto l'ingegno e le canzoni,

la fede e l'orgia!

Maledetto quel sen che mi nutriva,

e il sen più tenero

delle amanti di un dì — Sento la riva

sotto il piè cedere

e trascinarmi nel fatal torrente.

Mena cadaveri

giù negli abissi; nero e silente

lungi dilegua...

Ebben m'inghiotta — la fangosa sponda

scema, precipita:

l'onda m'inghiotta, ma vaghi sull'onda

la mia bestemmia!

Casola Valsenio 1876 Agosto.