II.

Lascia, poeta, l'aere muffoso

della scuola e gli antichi oscuri libri;

fremon le vie, sorride il ciel, sorride

il sol, la vita è fuori.

S'urtano le passioni; dagli sguardi

balzan rosse scintille, dalle labbra

rosse parole e nel clamor la nota

s'ode di un fresco bacio,

che lungi il vento gitta alla sonora

chioma della foresta ed ai narcisi

ripetono le rose coll'olente

sussurro delle foglie.

Ama: vezzosa popolana ride

nel logoro corsetto: imbaccuccata

nello scialle fiorito, a brevi passi,

in pugno le sottane,

s'affretta la sartina e par sul prato

allodola che salti e al sol nascente

mandi un vispo saluto. Altera e bella

di negletta eleganza,

nel gemmeo pallor gli occhi languenti,

odorosa di sete e di un febbrile

mister di voluttà, passa la dama,

novissima pagana.

Ama: di puro, di lascivo amore,

mesto, giocondo; alla menzogna credi,

menti tu stesso e la ragion correggi

nel senno del demente.

Vita è follia ed il dolor peccato,

virtù la gioia... Oh se fatale il giorno

della luce ti fu, se in cor ti rugge

l'ira della sventura,

lascia le strade popolose, ai neri

borghi ti cala e le soffitte cerca

note alla fame, tu feroce ignoto

fra incogniti feroci.

Odi, interroga, scruta — ogni soffitta

ha la sua storia di dolori, antica

storia dei vinti di ogni dì, dei morti,

di color che morranno

nella battaglia della vita inermi.

Anime e corpi scruta: ai sozzi cenci

delle speranze e delle vesti ardito

poni la mano: origlia

alle coscienze e sentirai compressa,

profondamente con sordo rimbombo,

ribollir di vulcani insospettati

l'irosa onnipotenza...

ed esci — Invano con convulse dita

tenti la cetra del tuo biondo Apollo

a tal canto di morte — o mio poeta,

è d'avorio la cetra!

L'unghie ti caccia in cuore e il cuor ti sbrana

ferocemente e col zampil di sangue

ti prorompa la nota, unico e primo

urlo di un altro mondo.

Canta la fame dei poppanti, orrenda

fame di vecchi e di malati, orrenda

fame di luce, di saper, d'amore,

la fame della vita:

canta, risali i secoli, divaga

per ogni terra, ogni nazione illustre

od umile di storia; e ovunque l'eco

il canto ti ripeta

e tu coll'eco addoppia il tristo canto.

Canta, poeta, la leggenda arcana

dei vinti eterni, dei vincenti presso

al giorno della morte;

belli nel manto del trionfo, il capo

inghirlandato e nello sguardo il riso

di un vasto mondo di pensier di gloria,

sonnambuli felici;

mentre tremoto sotto i monti e sovra

nube infinita di procella nera

freme l'odio immortale e vittorioso,

sola virtù dei vinti.

Casola Valsenio Ottobre 1877.