I.

Sprona il tuo sauro dalle nari ardenti

e la lunga criniera, e via pel cielo

corri siccome una fatal cometa

orribilmente bella,

sola: le stelle fremano curiose

al furiar della corsa e le saette

rispondano lontane agli anelanti

nitriti del corsiero;

mentre le genti dalle grasse valli

alzin gli sguardi e a te meraviglianti

accennino con trepido sussurro

di fede e di speranza.

Sprona: la soglia d'ignorati mondi

batti colla sonora unghia ferrata,

quindi improvviso delle reggie avvalla

a scalpitar sui tetti,

bianco di spuma, il morso insanguinato,

l'occhio di fuoco e la criniera al nembo...

e tu, poeta, calmo nel pallore

d'invincibil veggente.

Bello! le turbe leveranno il grido

della tempesta a salutarti, e lungi

l'arcangelo di dio ritto sul tempio

fiammante di baleni

sentirà della destra un dì possente

cadere il brando arrugginito, mentre

il re si cerchi con convulsa mano

la corona sul capo.

A che pei colli ove la magra capra

bruca i cespugli incarogniti e ignaro

d'ogni passato ed avvenir fischiando

il capraro si svaga;

o per deserta via nota al mercante

di selvagge vaccine, o nella calva

prateria che i ruscelli apron fetenti,

verdi, brevi ed immoti;

perchè sul collo del bel sauro lente

le redini trapassi e l'occhio al suolo

cercando le vestigia di una strada

trionfale di Roma?

È morta Roma: l'edificio immane

del suo impero crollò, che il sol vitale

ai popoli rapiva, invan sparuti

nell'odio e nella fame:

Roma patrizia che la immonda plebe,

siccome una gragnuola di locuste,

scagliava alle provincie, e nei teatri

di marmi istoriati,

dei vinti regi al calice prezioso

beveva il sangue di un venduto eroe,

barbaro lo chiamando e la sua gente

lontana all'orizzonte,

con un sorriso di pensier superbo.

Roma pagana dalle dotte leggi,

schiava regina d'infiniti schiavi,

parassita del mondo,

cadde. Lo sguardo dalle vette alpine

abbassa intorno e làgnati, poeta,

del rovinato imperio e delle tante

vaste nazioni sôrte

dalle macerie. Primo fior la croce

sui rottami del tempio apollinèo

bruna s'aderse e ignoto nazareno

v'apparve nuovo Dio.

Quindi i selvaggi vincitor di Roma

piegâr le fronti; una tepente brezza

aleggiò sulla terra e i conculcati

sorrisero di fede,

invano sempre! Il martire giudeo,

nella corrotta aura del tempio antico,

risorgeva tiranno al par di Giove

dai tristi sacerdoti:

ed ei più triste di dolor demente

l'anime invase, maledisse al mondo,

l'immortale terror in sul confine

chiamando della vita

a precluder lo scampo. I dì passaro

del cristiano impero. Un freddo vento

boreal dalla croce il secco Dio,

qual foglia inaridita,

dall'albero divelse. Indarno i bronzi

tuonan festosi dalle sacre torri

richiamando le turbe nella vasta

chiesa parata a festa...

Un lungo lagno sepolcral s'eleva

dall'organo: l'altar divenne bara;

bruciano i ceri, olezzano le rose

funebri — è morto Cristo.

E tu, poeta dall'acuto sguardo,

che fóra l'avvenir, fascio di luce,

onde balena ai popoli la strada

dell'incognita meta,

tu vedi ancor Cristo ed Apollo in lotta

mortal ferocemente abbrancolati

come atleti nel circo, e buon pagano

scommetti per Apollo?

Ancor republicano il Campidoglio

di Roma antica fantasioso sali,

aspettando la candida quadriga

del console vincente;

che in cor ti freme il lubrico sorriso

di Lidia bianca dalle rosee braccia,

cura d'Orazio? È morta Roma, il biondo

Apollo è morto, è morto

Cristo, l'estremo degli Dei: lo sdegno

cesse e la beffa sui caduti — è morta

Lidia, cura d'Orazio; e la tua bianca

Lidia è di bianco marmo.