IL COLTELLO

Son lungo, son lucido,

la punta sottile;

mi appiatto in saccoccia,

mi dicono un vile;

mi offusco nell'aria,

non soffro un vicino,

la luce mi è in odio

siccome al buon vino.

Son tacito, gelido,

robusto e leggiero,

la lama bianchissima

nel manico nero,

e quasi somiglio

nell'abito bruno

la monaca pallida

dal santo digiuno.

La spada dal fodero

è lenta ad uscire;

poi romba nell'aria,

bastone al colpire.

Imita la vipera

l'antico fioretto;

ha il guizzo ed il sibilo,

ma io sol son perfetto.

Attendo invisibile

in tasca sdraiato,

immobil nel rischio

mortal nell'agguato

e irrompo, fiammeggio,

baleno, dileguo

nel corpo, nell'anima,

divido, proseguo,

ritorno, rosseggio

scompaio... son muto,

fumante, eppur gelido;

ho vinto, ho perduto.

Ma senza uno scoppio

di suon, di scintille.

Son chiuso: nel manico

mi restan tre stille —

domani tre macchie;

sarò decorato,

saran le medaglie

che danno al soldato

qual premio di gloria...

ovver saran spie.

Che importa? non mentono

i forti — son mie.

Guerriera è la sciabola,

patrizio il fioretto,

da sbirri o da comici

la daga, il stiletto.

Io sono del popolo:

battendomi attacco,

non paro, non simulo;

mi dicon: vigliacco!

Adoro le tenebre,

gli orrori, i secreti:

son come le nottole,

gli spirti, i poeti.

Severo, immutabile

tal ier, tal domane;

al colpo infallibile,

fedel più di un cane.

Non latro, non mangio

nè polver, nè palle:

m'avvento alla faccia

al petto alle spalle

e mordo insaziabile.

Pistole strepenti,

o tosse o sbadiglio,

vi cascano i denti;

e inutili, vacue

ad ogni latrato,

buon'arma pel vecchio,

pel vil, pel soldato.

Io sono lo slancio,

la forza, il coraggio,

violenza di fulmine,

fulgore di raggio.

D'intorno mi piovono

condanne e disprezzo;

d'intorno mi semino

paura e ribrezzo...

Coi vinti, coi poveri,

coi servi ribelle:

La vita è una insidia?!

E pelle per pelle...

Bologna 1878 Aprile 25 Marzo.