I.

Ida aveva ordinato al cocchiere di retrocedere. Il vespro era sereno e malinconico. I grandi platani del viale, immobili e pensierosi, sembravano non avvertire la folla delle carrozze e dei pedoni, i quali rumoreggiando ritornavano in città a coppie, a crocchi, talvolta soli, coll'aria leggermente preoccupata, che il mistero invadente del vespero dà a tutte le fisonomie.

Ella si strinse nella mantiglia bruna a ricami dorati, premendosi nell'angolo del ricco landau. Quel giorno il passeggio era stato più popoloso del solito; nessuna delle ricche eleganti vi aveva mancato, quindi erano scese nel prato dei pini a calpestare il fresco tappeto primaverile, gustando la nuova gioia delle vesti striscianti sull'erba e degli stivalini, che vi si affondavano con una morbidezza refrigerante. Il sole aveva più luce che calore, le piante più bottoni che fiori. I loro verdi infantili, che si erano guardati tutto il giorno coi più teneri sorrisi, illanguiditisi al cadere del sole, vanivano ora in un'ombra fredda, che pareva divorare anche le foglie neonate, abbrunando gli alti scheletri invernali degli alberi.

Le carrozze calavano in lunga fila ininterrotta, al trotto rattenuto dei cavalli coperti di ricchi bardamenti, ondulando, la maggior parte scoperte per comodo delle signore, che avevano mutato le pellicce di Russia nelle mantiglie di Lione. E la folla dei pedoni, mano mano più frettolosi d'ambo i lati, prolungava gli sguardi al passare di qualche donna più bella o più celebre nel piccolo mondo aristocratico; le quali, felici di quelle occhiate anonime, facevano le viste di non sentirle, trascinandosele dietro con quella calcolata indifferenza dell'orgoglio, che dà all'anima la sensazione carezzevole del vento sulla faccia.

Il landau di Ida a due magnifici cavalli russi, col cocchiere in livrea nera, era forse il più ricco equipaggio della passeggiata, che attirava con tutti gli sguardi i maggiori commenti. Ella vi stava sdraiata nell'ombra azzurra della tappezzeria, resa più cupa ancora dal suo abbigliamento nero, colle mani nel manicotto di volpe turchina e una piccola piuma sanguigna sul cappellino. Ma, benchè distratta, coglieva quel trionfo del proprio lusso, quando le grandi signore, che affettavano di non vederla, se il suo landau le soverchiava, le ricercavano con uno solo sguardo il più piccolo difetto di eleganza e si parlavano all'orecchio. Talora il pensiero, fra quella folla bruna e ricca, le si posava involontariamente sopra una povera figura di uomo o di donna; la penetrava, poi sfuggiva ratto, ritornando sul largo stradone delle carrozze, dentro quel landau principesco, in quell'ombra di rasi e di velluti.

Il vespero saliva lentamente. Il viale, bianco e secco come di asfalto, proseguiva fra gli alberi e la gente, sotto le unghie dei cavalli, che vi battevano con misurata e sonora cadenza. Due o tre cavalieri venivano al passo. D'improvviso un galoppo poderoso percosse il terreno, molte persone rivolsero il capo e videro spuntare alla svolta un gran cavallo nero e un ufficiale coll'elmo. Cavallo e cavaliere venivano colla violenza di una ruina, ma si frenarono; il cavallo fece due o tre balzi, e seguitò al trotto, mentre altri tre signori a cavallo, come punti da rivalità, si spiccavano dinanzi al landau di Ida. Ma i più stavano intenti nel nuovo cavaliere. L'animale era di una statura e di una bellezza assai rara, morello, balzano da quattro.

—Il capitano Buondelmonti!—mormorava qualcuno.

Il cavaliere, più perfetto del cavallo, malgrado le difficoltà di quel trotto saltellato salutò graziosamente qualche carrozza, e si appressò a quella di Ida. Evidentemente, fingendo di rattenerlo, irritava il cavallo e gli faceva gittare dei salti, che lo portarono quasi allo sportello. Tutta la gente era incantata. Ida si rivolse appena, sorprese una intenzione nello sguardo del capitano: un invisibile sorriso le passò sulle labbra, il capitano lo colse, il cavallo ebbe uno scatto, che strappò quasi un applauso, e si precipitò. Il capitano balzava sulla sella con la leggerezza di una donna. Lambì come una visione fragorosa la lunga fila delle carrozze, poi dovette arrestarsi alla cancellata, perchè alcuni legni entravano tuttavia a quell'ora tarda.

Il mylord di Jela, guidato da un grosso cocchiere inglese, si avanzava al passo; il capitano salutò. Jela ebbe un tremito, rispose con un cenno leggero di capo e, quando fu passato, gittandogli dietro un'occhiata, chiese al conte Enrico:

—Credi che morirà?

—Forse. Buondelmonti gli ha spaccato la testa. Fortunatamente Villani aveva torto.

—È orribile!

Il conte non disse altro, ma Jela si guardò dietro un'altra volta, involontariamente. Ad un tratto proseguì:

—Ha la mamma?

—Le abbiamo telegrafato subito dopo il duello, arriverà questa sera. Forse sarebbe stata pietà il non chiamarla. Se Villani avesse potuto parlare, era della mia opinione, ma gli altri padrini hanno insistito. Egli si è battuto benissimo, ma Buondelmonti è troppo forte... Già aveva ragione,—ripetè, insistendo su questa parola con una certa ironia.

—Non valeva proprio la pena che due uomini distinti si ammazzassero per una donna, la quale ha avuto tanti amanti.

—Lo sai anche tu?

—Lo sanno tutti: però è abbastanza punita. Bice mi ha detto che Buondelmonti ha giurato di non mettere più il piede in casa di quella donna, e che non è punto innamorato.

—È possibile, ma Buondelmonti perderebbe troppo perdendo la contessa Ceri. Donne come la contessa non se ne trovano soventi.

—Fortuna!

—Per Buondelmonti?—e il conte aveva il sorriso maligno di chi conosce un secreto.

Ma s'incontrarono nel landau di Ida; le due carrozze andavano di un trotto lentissimo. Il conte vide quel volto pallido, che lo guardava sorridendo, e provò una specie di vergogna nell'essere sorpreso dalla moglie in tale apparente intimità; ma non potè evitarla. Ida diede al proprio sguardo un'espressione anche più sfacciata, fece col capo un cenno invisibile, intraducibile, ed allungandosi languidamente li oltrepassò.

Nessuno dei pedoni aveva capito, ma Jela si era sentita uno strappo al cuore. Non incontrava mai quella donna senza uno sconvolgimento di terrori e di attrazioni. Tutta la sua vita era ancora troppo piena di lei, giacchè quella scena, rompendo la loro amicizia, non aveva potuto nella sua fulminante imprevedibilità strapparne i più profondi rapporti. Poi Jela, avendo sposato il conte Enrico, si era trovata improvvisamente senza affetto e senza appoggio. Suo padre non lo era che di nome, forse di fatto, ma non di anima; suo marito l'aveva presa per la dote, ed ella si era innamorata meno per un'affinità di natura, che per la misteriosa ed ancora ingenua attrattiva del sesso. Tutte le poesie primaverili, addensandosi intorno alla figura femminea del conte, glielo avevano fatto desiderare coll'ingordigia della bambina e la depravazione birichina della educanda; ma quei primi entusiasmi d'amore erano stati appena i vagiti della donna, che si formava ed avrebbe amato un giorno, o i rantoli della donna che moriva nascendo, soffocata dalle animalità eleganti della femmina, dalle vanità corrotte della signora.

Il lucignolo, che si accende, ha lo stesso raggio e la stessa luce del lucignolo che muore.

Ma di ciò Jela non aveva potuto rendersi un certo conto che dopo, e nemmeno molto particolareggiato ed esatto. Però, se prima non aveva sentito neanche l'aridezza del padre, dopo aveva dovuto accorgersi di essere solitaria come un magnifico fiore in un magnifico vaso del proprio appartamento.

Persino la tenerezza brontolona della Nencia le mancava, giacchè la vecchia aveva capito, malgrado l'egoismo senile della propria passione per Jela, di essere impossibile nella nuova casa degli sposi. Il conte, che non la vedeva di buon occhio, l'avrebbe forse considerata come una spia del suocero; poi la Nencia, sapendo di non avere nessuna abilità per la toeletta, preferiva ancora di essere lontana dalla padroncina alla umiliazione di vedersi preposta un'altra cameriera, esperta delle eleganze e delle debolezze delle signore. Solamente aveva offerta a sè medesima una speranza, che Jela avesse un bel bambino, e allora la vecchia ridiventava possibile, rientrava nella nuova casa, e occupandosi esclusivamente di lui, vedeva e dominava tutto. Talora ne parlava col conte Alberto, che la guardava sorridendo.

—Tu speri dunque?

—Ma lo credo bene io, per la casa che finisce.

—È già finita.

Ma la vecchia non ne conveniva; quel bambino sarebbe sempre stato il bambino di Jela, qualunque fosse il suo cognome, giacchè per lui avrebbe potuto ritornarle vicino. Quindi ella potrebbe finalmente benedire la propria vita, di assidua migrazione attraverso la vita degli altri senza fermarsi mai sopra un terreno proprio, il giorno che, sedendosi povera vecchia con un angelo in grembo e guardando la sua bella mamma, potesse addormentarsi nonna zitellona nella rosea luce di quelle due vite. Il conte invece non sperava più nulla, e Jela non lo aveva veduto da due mesi; era andato in Inghilterra per comprare dei tori, poi non ne era più ritornato e non aveva nemmeno scritto; d'altronde non scriveva mai. Dal giorno che aveva lasciato il castello di Valdiffusa per il viaggio di nozze, Jela aveva ricevuto solamente una lettera paterna, breve come una ricetta. Ella se n'era un po' afflitta, minacciando di piangere, ma il conte Enrico aveva saputo commentarla così spiritosamente, che la sposina aveva dovuto conchiudere con una pazza risata. Allora erano sul Reno. Jela se ne ricordava ancora. Fu visitando uno de' suoi poetici castelli che le venne il primo dubbio di sè medesima e d'Enrico; giacchè in quel momento Ida le era apparsa pallida come una larva di quei drammatici corridoi, chiusa in una veste nera di un funerale, passando loro frammezzo cogli occhi assopiti e la bocca dilatata ad un riso marmoreo. Ne rimasero freddi. Che cosa era stato? Da che dipendeva? Essi medesimi non avrebbero saputo dirlo. Il loro amore si abbassava, il viaggio diventava increscioso; giunsero perfino a celiarne. Egli fu il primo, ella lo seguì vivacemente, ma in fondo al cuore soffrendo della propria inferiorità di donna, che l'attaccava fatalmente a quell'uomo come a tutto il mondo finora da lei conosciuto. Ma la natura le riparò tuttavia abbastanza presto quei primi guasti della vita. Se le siepi avevano troppi spini, bastava ancora gittarvi qualche fiore di giorno, o sospendervi qualche lampioncino di notte. Infine il viaggio li stancò.

Erano a Spah. Il conte Enrico aveva giocato, Jela era stata corteggiata due sere da un ungherese, splendido come un eroe nel suo costume di magiaro. Jela aveva subito pensato ad un ballo mascherato, il conte avea perduto una bella somma, Jela l'occasione di una bella galanteria. Ritornarono, andarono in una villa, che il conte aveva fatto restaurare durante il viaggio, e la loro luna di miele tramontò sulle sue vaghe colline. Fu un triste tramonto. Non che l'aria fosse fredda o la trepidazione della tempesta facesse già rabbrividire il giovane paesaggio, ma fu ancora più triste. Il sereno era scialbo, la luna dal colore dell'argento era scesa a quello dello zinco, l'aria aveva una immobilità di morta gora, il paesaggio un'attonitaggine di ebetismo.

La noia aveva ucciso quell'amore. Il conte era tornato alle distrazioni di prima, Jela si fermava talvolta a meditare sul piccolo sepolcro della propria felicità senza osare di aprirlo. Era meravigliata del proprio stato. Quindi i motti scettici di Ida le ripassavano per la memoria come improvvise rivelazioni. Spesso le pareva di rivederla trasfigurata dalla passione, come in quella notte fatale piegando Enrico quasi in due nella stretta spasmodica dell'abbraccio, con una pallidezza di spettro e tutto il corpo vibrante sotto quella veste di raso nero, per la quale correvano brividi di luce elettrica. Quindi tornava ad avere paura come la prima notte di matrimonio, quando credeva di sentirsela sempre intorno al letto e si tirava le coperte sulla testa sfuggendo ai baci di Enrico.

Poscia le novità del matrimonio, l'attività spensierata del primo viaggio, l'instancabile succedersi di mondi e il tumulto di impressioni, le quali non facevano se non che svanire nella sua anima, l'avevano distratta dai ricordi di quella notte. Ora i ricordi ritornavano più minuti e più precisi. La fanciulla, dopo quel primo abbarbaglio sulla soglia del mondo, cominciava coi begli occhi violetti a coglierne le forme ed i toni. Fu una ricostruzione: rimeditò Ida, la rifece, la comprese per quanto stava in lei, sentì come avesse dovuto fare sopra Enrico una incancellabile impressione, esagerò a sè stessa il valore della sorella. Nell'amarezza dell'umiliazione si negò persino l'incantesimo della propria natura eccezionale, vedendosi in faccia ad una donna senza dubbio meno bella (Jela su questo non aveva davvero molti dubbi) ma incalcolabilmente, misteriosamente più forte cogli uomini e colla vita. Il suo terrore centuplicò colla sua ammirazione; ebbe sogni che erano un intero romanzo, ridicolaggini paurose, che la divertivano.

Ma anche questo passò, perchè Jela non poteva nè troppo sentire, nè troppo riflettere. D'altronde l'ingresso nei saloni l'occupò. Fu accolta con festa, adulata, corteggiata, leggermente, senza insistenza, senza affetto. La trattavano ancora da bambina, e nullameno le piacque, giacchè aveva bisogno di piccoli trionfi, come le pianticelle hanno duopo di rugiada. La marchesa di Renzuno l'accompagnò qualche volta, l'accompagnò il marito, l'accompagnò lo zio. Ma adesso ella lo guardava con stupefazione. Che cosa aveva mai questo uomo da possedere pubblicamente Ida senza averla sposata? Ogni qualvolta lo incontrasse, la fantasia la riconduceva sempre in casa di Ida, e vedendoli come ella vedeva il conte Enrico a certi momenti, la naturalezza della cosa l'abbacinava.

Tuttavia il mondo di quella galanteria senile e di quel vizio vendereccio le restava chiuso. Una volta, cadendone il discorso, osò chiedergli.

—Siete innamorato?

—Forse.

—Una donna come quella...

—Ti piace pure la musica di Offenbach.

—Piace anche ad Enrico.

—Lo so,—e il vecchio duca aperse le labbra ad uno di quei sorrisi maligni, che indispettivano la fanciulla.

—Come siete cattivo!—esclamò alzandosi; ma la sera, quando seppe che Enrico andava qualche volta in casa di Ida, si fece pensierosa. Glielo aveva detto la contessa Bice Guelfi, una antica compagna di convento, maggiore di cinque o sei anni, che viveva assai elegantemente. Jela lo dimandò ad Enrico, egli negò, ella non ardì insistere. Però la domenica seguente, alla passeggiata, il calesse di Ida più ricco del loro, tappezzato di un raso paglino, tratto da due cavalli mezzo sangue, venne sfacciatamente a postarsi loro d'allato nel gran piazzale. Jela era sola con Enrico; fortunatamente, per la folla delle carrozze, non avevano giovanotti agli sportelli.

Jela ebbe una vampa di rossore, il conte Enrico aveva impallidito. Tutte le signore delle carrozze vicine, che conoscevano la storia di Ida, stavano così intente nei due sposi, che a Jela sembrava d'intendere i loro propositi. Quello fu un quarto d'ora d'angoscia, male dissimulata da tutti gli sforzi di Enrico per fingere una conversazione, mentre Ida, adagiata in una delle sue pose più sapienti, vestita di velluto nero, pareva non accorgersi nemmeno della loro presenza.

Jela ferita nell'orgoglio aristocratico, la sola sua forza, aveva osato lagnarsene collo zio, la sera stessa a pranzo, ma egli si era buttato nei principii democratici per provare il diritto di Ida, canzonando la nipote di quel puritanismo.

—Infine l'equipaggio di Ida era il più bello. Ma allora, mia cara, la duchessa Del Giglio, che tu saluti con tanto rispetto, non potrebbe entrare nel piazzale, perchè la sua magra carrozza sai benissimo che gliela mantiene quel vecchio ebreo.

—Ma Ida voleva offenderci.

—Glielo domanderò; in ogni caso tu non fai altro da mezz'ora: la partita è pari.

Jela non rinveniva dalla meraviglia, era tentata di piangere. Da quel giorno s'accorse che scoppiava la lotta, mentre la sua vita cominciava senza un amico o una amica. Fortunatamente la sua timidezza la salvò da confidenze stordite colle signore, che la ricevevano.

Quella sera il duca pranzava da lei, però essendovi altri invitati, non fu puntuale.

—Mi perdoni, Jela?—esclamò entrando nel salottino dei ritratti.

—No.

—Fai male. Vengo in questo punto da Ida, che voleva trattenermi a pranzo, ci ritorno.—Ma intanto si cavava i guanti, accomodandosi un riccio della pettinatura nello specchio del camino.

—Allora vengo anche io,—interloquì gaiamente il conte Enrico:—Non vedi come Jela è seria? Pranzeremo molto male qui.

—Per te staresti peggio laggiù: sei innamorato e non riesci.

—Adagio, zio.

—Gli è che non vali nulla: non è vero, Jela?

—E Ida vale proprio quello che vi costa?

—Più.

Sulla faccia di Jela passò una nube, il duca la vide come il conte, e ne sorrise. Ma a tavola Ida fu ancora il soggetto della conversazione, accarezzato con una esagerazione crudele, come se entrambi si fossero prima accordati per torturare fino a sangue la povera contessina. Il duca soprattutti era insolente. Nel bisogno di rifarsi sugli altri della vecchiaia attribuitagli prima di possedere quella donna singolare, la sua mordacità non aveva più nè tono, nè misura. Ida gli aveva raccontata, svisandola, la storia di quella notte, quando più curiosa che innamorata aveva voluto spiare come i due sposini si abbraccerebbero e il conte l'aveva sorpresa senza poterla sedurre; quindi egli, battuto recentemente dal conte con una ballerina celebre, per rifarsene lo aveva creduto. Anzi lo conduceva egli stesso da lei, per vederli lottare insieme e andarne sempre Enrico colla peggio. Ida era ogni giorno più implacabile contro lui e contro Jela.

Una volta il duca gliene chiese il perchè.

—Ditemi dunque perchè voi stesso serbate rancore a quell'adorabile contessina?

—Io... siete pazza?

Ma Ida lo aveva fissato con tale acutezza, che egli si era confuso, accorgendosi forse per la prima volta della verità di quella cattiva risposta.


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