VI.

Jela era già salita sul gran letto di quercia, nascondendosi la testa sotto i lenzuoli coll'astuzia di un fagiano spaventato. Il suo corpicino, rannicchiato sotto le coperte, aveva quasi rinunciato ad ogni seduzione per raddoppiare quelle del volto, seppellito fra un nuvolo di ricci ammassati capricciosamente sull'origliere. Non parlava più, ma si moveva a piccoli stridi, con una trepidazione piena di bruscherie ad ogni parola della Nencia, che le girava intorno come una mamma, assaporando nella propria malignità di vecchia quell'ansia suprema di un'ora unica nella vita, alla quale si tengono sempre fisi gli occhi prima di arrivarvi, e alla quale si rivolgono irresistibilmente appena passata. Ma Jela, vezzosa crisalide, nella quale il verme non presentiva la farfalla, era incapace di provare tutta la malinconica terribilità di quella agonia di un mondo poetico, che deve dissolversi al contatto della realtà senza che nemmeno un frantume possa raffigurarlo più tardi, perchè nulla della vergine sopravvive nella donna. Era tardi.

—E Ida?—chiese improvvisamente la fanciulla.

—Sarà in biblioteca.

L'altra non replicò e tornò a fissare l'uscio, pel quale la Nencia doveva uscire a spiare l'arrivo dello sposo. La vecchia, benchè reluttante, aveva dovuto consentire a questo ultimo capriccio di Jela.

—Nencia!—ella gridò, vedendola andarsene davvero dopo aver accesa la bella lampada di alabastro sopra il tavolino di madreperla; ma la vecchia, che si sentiva ingrossare il respiro ed aveva bisogno di uscire per non diventare più bambina di Jela, le fe' un gesto supremo di addio. Senonchè aveva ancora la gruccia in mano quando, ricacciata da un impeto di tenerezza dentro la camera, tornò al letto.

Jela aveva i goccioloni agli occhi:

—Sta qui,—balbettò:—senti, va di là nel salottino.

—Sì.

—Se entra all'improvviso mi vien male. Come mi batte il cuore, mamma, mamma!—ripetè, congiungendole le mani sul collo e guardandola con una adorabile desolazione.—Mi vuoi bene anche tu, come lui? Se partiamo posdomani, ti voglio con me.

—Ma andiamo dunque...—insisteva l'altra, cercando di dissimulare la propria emozione:—che cosa è poi mai? Il signor conte...

—Pss...—l'interruppe, mettendole una mano sulla bocca.

Questa volta fu l'ultima, e la Nencia uscì. Però quel capriccio di costringerla ad aspettare così in agguato non le pareva senza pericolo, se il conte dovesse crederla un'oscena malignità e negarle quindi un posto nella nuova casa maritale. A questo solo pensiero la vecchia si sentiva strozzare. Depose la candela sopra il tavolo e, sulle punte dei piedi, incollò l'orecchio al buco della serratura. Le sembrò d'intendere un sospiro. Attese, credette d'ingannarsi, ma un fruscìo di sibili seguì quel respiro, facendola palpitare di meraviglia. Nel salottino del bagno tutto era buio e silenzio. La vecchia rimase appiccicata all'uscio, indecisa, tornò ad attendere. Per un istante il pensiero le corse a Ida, la quale aveva pianto tutto il giorno per l'invidia del matrimonio di Jela, quasi per unire quel pianto e quel sospiro; ma un secondo sospiro (questa volta era sicura del proprio orecchio) le fece perdere il filo di ogni congettura. Quindi raddrizzandosi indolenzita, gittò senza volerlo per gli scuri socchiusi gli sguardi fuori del cortile, e vide i finestroni della biblioteca illuminati.

—È là dentro,—brontolò con gioia beffarda, pensando che Jela era nell'altra camera ad aspettare lo sposo.

Ma in quella lo scocco d'una porta lontana martellò; la vecchia, percossa da un brivido, non udì un altro fruscìo più distinto. Furono pochi istanti di una profonda ansietà: poi si distinse uno strascico leggero di passi.

—Il signor conte, che viene!

Non aveva ancora finito questo pensiero e cominciato l'altro di rientrare nella camera di Jela, che un rumore più vivo nel salotto la rattenne. Il lume del notturno visitatore passava già sotto l'uscio. La vecchia era tutta una vibrazione, aspettandosi a qualche cosa senza sapere che, nè perchè.

Un'onda di luce ruppe nel salotto e il conte apparve sulla soglia in veste di seta azzurra, con una bugia in mano. Era senza cravatta, ben pettinato. Ad un sibilo stridente, questa volta di un abito, si volse bruscamente. Ida livida, coi capelli disordinati, sorgeva dietro lo specchio, più nera dell'ombra, nella quale s'avvolgeva, inoltrandosi verso di lui come un fantasma.

Gli sbarrò il passo lentamente e, tendendogli la mano, mormorò:

—Aspetto.

Egli non comprese quella semplice parola, e la guardò attonitamente.

—Vi aspetto da due ore,—ripetè con voce vellutata ma fremente, la mano sempre tesa verso la sua.

—Che cosa volete?

—Voi.

—Qui... siete pazza?

—Vi aspetto,—insistè, cacciandogli dentro gli occhi tutta la fiamma de' propri in un razzo, che lo fe' quasi retrocedere.

Il conte ebbe un brivido d'impazienza.

—Non sono due ore, sono tre mesi che aspetto.

Egli si guardò attorno cautamente, quindi abbassò ancora più la voce:

—Siete pazza?

—Vi amo.

—Ma è impossibile! Se vi sentissero...

—Non sentono: vi ho già detto che vi amo, e non avete sentito.

—Sì, piano!

Ida gli prese la mano, gliela strinse fortemente, ed appressandogli il volto al volto in quella corrucciata lassitudine del desiderio, glielo lambì collo sguardo.

—Mi credi?—ella balbettò agitando la testa.

—Piano,—si affrettò, vedendola rannuvolarsi e temendo uno scoppio.

—Ti amo come posso amare solamente io. Questa veste l'ho fatta per te: guardami come sono vestita,—ripetè mirandosi il seno, che le trepidava nudo nel vano di due o tre uncinetti. Ma ad un tratto s'illanguidì e, posandogli l'altra mano sulla mano, che già gli serrava, cogli occhi socchiusi, abbandonata entro quella veste troppo ampia, che aveva dei panneggiamenti da statua, balbettò dopo una pausa:

—Come sei bello!

Egli era stordito. Quella aggressione in un momento già difficile, sulla soglia della camera nuziale, preparata da ore con un rischio da pazza, fredda e voluttuosa, lo sbaragliava. Ida non aveva più paura dello scandalo. A questo punto lo amava troppo. La sua passione lungamente soffocata le aveva fatto saltare la ragione, bruciandole il cuore. Era pazza per lui, era bella.

—Vieni,—ella gli disse a bassa voce ma imperiosa, attirandolo sopra una poltrona.

—Ma, Ida...

—Hai paura? Che importa? Io non ne ho, ti amo. Credi che avrei potuto lasciarti entrare questa notte in quella camera, e avrei dormito? Non lo sai dunque cosa sia una passione! Non sono stata abbastanza forte per impedirti questo matrimonio, perchè non sono ricca, e non si sposano che le ereditiere,—proseguì con straziante sarcasmo,—ma posso ancora disputarti. Intanto non entrerai in quella camera, adesso.

Egli ebbe come un sorriso d'orgoglio negli occhi.

—Ti voglio,—ella seguitò colla moina irresistibile della ostinazione, che sa di trionfare,—ti voglio prima di lei. Ella è ricca ed avrà il marito, ma io voglio l'amante, qui, sulla soglia della sua camera nuziale. Non è degna di te: sei troppo bello! Sono due ore che ti aspetto col mio abito da nozze, nero come la mia vita. Quando lo cucivo, ogni punto era una carezza per te; mi devi un bacio per punto.

E la sua voce sempre velata si affievolì; tremava di febbre e di freddo. Poi cadde ad un tratto sotto un dolore così scoraggiato, che egli se la sentì quasi rovesciare addosso. La sua fronte, ancora corrugata dallo sforzo di quella scena, aveva una bianchezza strana, colle pupille sbarrate che le divoravano quasi la faccia, e i denti più bianchi della neve, che le brillavano dietro le labbra come di un grande desiderio goloso. In quella stretta voluttuosa sembrava soverchiarlo con tutto il capo, con una passione di leonessa intenerita. Tutte le forze le si erano allentate, mentre l'ubbriachezza dell'odio risolvendosi le lasciava nei nervi un gran bisogno di calma.

Teneva sempre il conte per mano assorbendogli nel calore del contatto la sua rosea vita di aristocratico e perdendola soavemente nel proprio spirito, dove le tempeste viaggiavano per sconfinate opacità. Allora le parve di avere la stessa visione di Faust, e paragonandosi involontariamente con quel mitico spirito, pronunciò nel pensiero le parole desolanti della sua sfida con Mefistofele:

Se avvien che io dica all'attimo fuggente:
Arrestati, sei bello...,

accorgendosi che il suo attimo bello era passato e la morte le aveva buttato nel sorriso di quella visione il proprio compenso. Quindi sorpresa da un nuovo avvilimento, chiuse gli occhi e gli abbandonò la mano. Il conte, lusingato ma del pari atterrito dallo scandalo di quella scena, credette giunto il momento della ragione.

Sommessamente colla sua voce più dolce:

—Ritiratevi,—mormorò.

—Del voi?—proruppe la fanciulla, richiamata da quella sola parola al tumulto della realtà.

—Quando ci avrete pensato, capirete che ho ragione. È tardi.

—Avete dunque fretta?

Il suo silenzio l'inasprì.

—Ebbene, andate,—disse con un impeto sdegnoso di disprezzo,—che trasse un gran peso dal cuore della Nencia.

Sulle prime ella aveva quasi temuto che il conte cedesse alla capziosa ferocia di quell'assalto, e non ne perdeva nè una sillaba, nè un gesto; ma la scena era talmente bizzarra, che il suo odio stesso per la fanciulla ammutoliva. Quindi non intese Jela socchiudere maliziosamente l'uscio arretrandosi stupita nell'osservarla ginocchioni in quell'atteggiamento di una sorpresa. Era in camicia, scalza, camminando sulle punte dei piedi, un labbro fra i denti per rattenere la risata, che le sprizzava dagli occhi; ma le stava oramai sopra, che l'ultima parola di Ida la colpì. Rimase sospesa, agghiacciata, poi un respiro della Nencia l'attrasse, e piegandosele precipitosamente sulla spalla, la urtò per prendere il suo posto al buco.

La Nencia giunse appena a frenare un urlo.

—No,—brontolò, contendendole la serratura ed impallidendo ella stessa al pallore della fanciulla.

—L'ami dunque molto?—s'intese la voce stridente di Ida, che gli aveva riafferrato la mano.

—Piano.

—È vergine, l'ami per questo? Lo sono anch'io, non perdi nulla nel cambio, ma bada che in quella camera non c'entri. Se mi sfuggissi, sarei capace di inseguirti. Sarò la tua sposa di questa notte, una notte sola per tutta la mia vita! su questa poltrona, che non dirà nulla domani, giacchè tu hai paura. Tu sei un uomo, tu! Spegneremo il lume, non parleremo. Oh! non temere, non urlerò. Sono forte io, mi lascerò uccidere senza un lamento... Mi ami?—seguitò,—che cosa ti costa il confessarmelo? Jela non saprà morire: domani notte farai il confronto, e mi amerai di più. Vi sono ancora dei gladiatori: vedrai come muoiono le vergini!—Ed appoggiandogli una mano sulla spalla, così che i capelli delle loro fronti si toccavano e la fiamma del suo alito gli bruciava le gote, esclamò come se le sfuggissero le parole:

—Non puoi amare tu! sei troppo bello: la passione ti guasterebbe. Tu devi salire sull'amore come su di un piedistallo, e lasciarti ammirare. Ad Atene ti avrebbero votata una statua, io te ne offro un'altra.

Ma questa volta, accompagnando l'atto alla parola, gli si sospese al collo con un bacio. Egli già scosso dall'impeto di quelle frasi tentennò, fece un passo addietro con tutto il suo peso nel petto, così soffocato da quell'abbraccio, che per reggersi dovette respingerle il seno col seno, cingendole col braccio libero la vita.

Ida cedette senza lentare la presa, le loro teste si dibatterono un istante, quando un grido li percosse, e Jela, spalancando l'uscio del gabinetto nell'urlo supremo di una follia, corse ad Enrico, e senza che nessuno dei tre se ne accorgesse gli si attaccò al collo, mentre Ida saltava indietro spaventata.

La Nencia si affacciò sulla porta.

Ida era verde. Vide la vecchia, e in un baleno credette di aver tutto compreso. La sua anima diè un balzo, ma un singhiozzo di Jela l'arrestò. La fanciulla abbandonata sulla spalla di Enrico, il volto sul suo collo, piangeva stupidamente. La camicia troppo fina la lasciava quasi in una nudità da bagno, coi piedi scalzi sul tappeto, una spalla nuda sino alla sommità del seno, e le mani congiunte disperatamente dietro la testa di lui nell'atteggiamento di un terrore fanciullesco ed immenso. La candela del conte, bruciandole quasi una ciocca di capelli dietro il collo, dava alla leggerezza della sua camicia la diafanità di un velo, che le trasparenze rosee della pelle macchiavano lungo il dosso e sui lombi.

La Nencia mosse un passo verso il conte. Egli se ne accorse, quindi sdegnato della confusione di quella sorpresa, nella quale entravano perfino i domestici, si rivolse obliquamente a Ida. Questa sentì la freddezza egoistica del suo dispetto e gli gettò l'ironia di un sogghigno, che cadde su Jela come uno schiaffo.

—Uscite,—egli rispose con un'occhiata, mentre la Nencia si avanzava d'un altro passo. Ida capì, ma erse il capo ed incrociò le braccia. Tutto era perduto. Non le restava più che una ignobile fuga, per il più triste dei motivi, da quella casa dove era stata accolta come una sorella, e donde aveva sperato innalzarsi ancora ad altri palazzi. Però quella stessa disperazione di tutto, invece di scombuiarla, la calmò. Quindi attese il risveglio di Jela nella tensione dello schermitore ferito, che vuole con un ultimo colpo ammazzare l'avversario. Era tremante e superba. Jela alzò lentamente il volto, e senza abbandonare il collo dello sposo, si rivolse come trasognata. I loro sguardi si sbatterono. Jela palpitò e dovette staccare i propri, ma l'orgoglio, che l'aristocrazia della razza e dell'educazione le aveva deposto nell'anima, vibrò in quel minuto. Li risollevò prontamente e dimenticandosi di essere scalza, seminuda, le additò con un'incredibile nobiltà di gesto la porta del suo stesso appartamento.

Ida accennò di sì col capo, ma invece di dirigersi all'uscio le venne innanzi foscamente.

—Avete vinto!—disse staccando sonoramente le sillabe.

Quindi la strinse in un'occhiata fiammeggiante, la scaraventò lontano, e voltandole le spalle passò davanti alla Nencia. La vecchia le sbarrò la soglia.

—Indietro, villana!—ruggì soffocatamente, alzando la mano a percuoterla sulla guancia.

Traversò il gabinetto, l'altra camera, lasciandosi dietro la veste una lunga traccia di sibili, che guizzavano per la lattea dolcezza del tappeto come tante serpi di sotto ad una mina rotolata da un uragano. Sfiorò il letto, osservò le coperte respinte dal canto di Jela, la luce venata dell'alabastro come una soavità notturna fra quelle soavità quasi mattinali. Sentì la morbidezza del tappeto salirle per le gambe come una morbidezza di carni smorte, mentre la trasparenza della volta le pareva un velo gettato sul rossore inconscio delle pareti, che si preparavano ad altri rossori; sentì la forza della quercia, che aspettava gli sposi fra tutte quelle rosee delicatezze, perchè potessero tumultuarvi liberamente e ripetere i tumulti per tutti gli anni che essa durerebbe, per tutta la diversità dei rabeschi che la venavano; sentì la vivezza di quel silenzio profumato, e poi da lungi lo strido morente di una voce giovanile, eco lontana di una pellegrina, che si avvicinava all'oasi e cadeva tramortita alla vista di una tigre, mentre la belva l'aveva già traversata senza traccia, lenta sì ma fuggiasca verso il deserto ignorato dalla carovana e dai ruscelli.

Aveva i capelli rabbuffati come una criniera, la bocca aperta. Si cacciò nel buio delle altre stanze, oltrepassandolo come aveva oltrepassato quella nuvola rosea illuminata dentro da un raggio prigioniero in un'urna. Non urtava nei mobili o non se ne accorgeva; spalancava le porte, sbattendovi il raso della veste, frantumandovene i sibili.

Poi rientrò nella sua camera ed accese il lume.

Si spogliò precipitosamente, si rimise le calze, la camicia, il busto, in un batter d'occhio come chi sfugge ad un disastro. Aveva sempre più fretta; tornò all'armadio per prendere il frustino e il cappello a cilindro. Non furono cinque minuti, era già vestita. Si adattò il cappello allo specchio, guardandosi colle labbra tremanti, ed uscì a furia.

Scese lo scalone, traversò il cortile d'onore, l'altro fino all'usciolo delle scuderie; era socchiuso, lo spalancò. Una lanterna sospesa ad una colonna bruciava, rischiarando le schiene lucenti di otto cavalli. L'odore di stalla la fermò sulla porta. Tutti i cavalli erano desti, alcuni si volsero al rumore e s'incantarono nella notturna visitatrice. Ella ebbe un sussulto. Una calma grassa sorgeva dal terreno imbevuto di concime, addensandosi nell'aria colla nebbia di tutti quegli aliti poderosi, che velavano quasi il chiarore della lanterna. I raggi separati dalla porosità del vetro vi aprivano come dei solchi, i quali si rompevano sulla noce levigata delle colonne e sulle culatte dei cavalli, rimbalzando da un ciottolo, scheggiandosi sopra una piastra di metallo, quasi senza vibrazioni sopra tutte quelle untuosità di sudore, che lo studio della pulizia non aveva se non aumentato. Bagliori di specchi parevano ondulare alle pareti, mentre la volta si oscurava in una tenebra di antro, e dinanzi ai cavalli il davanzale marmoreo della mangiatoia s'allungava in una striscia di un bianco stridente sotto le rastrelliere separate, ricurve, come tante piccole inferriate di prigione.

Ida si rattenne un istante, ma non potendo in quella frenesia aver modo di riflettere, si raccolse l'abito nella mano ed avanzò. Lo stalliere dormiva in un angolo sopra una branda, la faccia contro il cuscino, vestito, i piedi senza scarpe. Gli percosse le spalle col frustino.

—Ohe!—esclamò di soprassalto, alzando due occhi grossi, che non vedevano.

—Sellami Febo.

Alla sua voce il cavallo nitrì, Ida si rivolse. Era il quinto a destra. Ma lo stalliere seguitava a strofinarsi gli occhi per accertarsi di non sognare, ginocchioni sul letto, cercando macchinalmente coi piedi gli zoccoli.

—Sellami Febo,—ella insistè seccamente.

—Adesso?!

—Sì.

Egli si mosse.

—Febo?

Ida non rispose nemmeno, mentre l'altro, che aveva finalmente infilato gli zoccoli, ricomponendosi man mano, apriva una porta interna a fianco della branda, che dava nella selleria; ma si fermò ancora.

—Vuole montare?—tornò a ripetere con una confidenza mezza giustificata dalla stranezza dell'ordine.

—Non lo vuoi?

—Io...—e un sorriso gli compì sulle labbra quella confessione della propria nullità.

La fanciulla aveva un'aria così imperiosa che l'altro non aggiunse verbo; quindi entrò nella posta di Febo, mentre Ida abbassava gli occhi sopra un sasso, piegandovi nervosamente il frustino. Quell'odore di stalla la calmava. I cavalli non scalpitavano nemmeno, voltandosi ad osservarla con atti pigri, la lucerna aveva uno splendore oleoso, una misteriosità stupida per quella sonnolenza di bruti, in quel silenzio grave di un raccoglimento animale. Ma Febo fu presto sellato. Tratto tratto Matteo sbirciava la fanciulla evidentemente in preda ad una grande passione, e più bella in quell'amazone, che le guantava il busto. Dove andrebbe a quest'ora così sola? Che cosa era successo? Gli venne quasi in mente di destare Giovanni, per non essere strapazzato l'indomani, se lasciava di notte il cavallo alla signorina, ma non ebbe il coraggio di trovare una scusa, colla quale uscire cinque minuti di stalla.

—Le domando dove va,—conchiuse, forzando per il barbazzale il cavallo ad indietreggiare dalla posta. Ida si appressò.

—Fallo uscire: monto nel cortile,—e si mise dietro a Febo, che batteva sonoramente i ferri sul selciato, quasi spingendolo col proprio passo, mentre gli altri cavalli allungavano curiosamente la testa. Due nitrirono. Matteo si era fermato innanzi all'uscio.

—Prendimi,—gli disse, impugnando le redini ed offerendoglisi, perchè la salisse in sella.

—Va proprio via?

—Sì.

Egli l'afferrò timidamente alla cintura, piegò il ginocchio, perchè vi si poggiasse; ma Ida aveva già spiccato lo slancio e si adattava la coscia nel corno, cercando coll'altro piede la staffa. La notte era serena, Febo fremeva.

—Il cancello è chiuso: debbo aspettarla?—le si rivolse aprendo un battente.

—No.

—Non ritorna?

—No.

Matteo si stupì, ma Febo aveva già infilato il collo nell'apertura, cacciandosi innanzi così furiosamente, che egli dovette spalancare tutto l'altro battente per non lasciarvisi schiacciare.

—Ohep!—gridò Ida appena all'aria aperta, lanciandolo al galoppo lungo il muro, per svoltare all'angolo e correre manifestamente al cancello in fondo dello stradone.

—È chiuso! è chiuso!—egli urlò, trascinato da quella furia, che finalmente scoppiava, e balzandole dietro a corsa; ma Febo correva come un cavallo fantastico. Quando egli giunse all'angolo lo vide che aveva già traversato il giardino e si precipitava contro le stagge nere di ferro, a capo del viale fiancheggiato di limoni, sui quali passava come un'ombra la bruna figura della fanciulla curva sulla sua criniera.

Il cavallo era già troppo lontano; ma egli si spinse ancora correndo con tutta la forza di un ripicco e della paura per l'imminente pericolo della fanciulla, urlando, movendo più le braccia che le gambe; e la vide già in fondo, dieci passi prima di rompersi la fronte nel cancello, storcersi, deviare verso il pilastro destro, urtare nella siepe, sorvolarla di un salto e prorompere un'altra volta sulla strada maestra in un galoppo sonoro. Ida fuggiva, incitando Febo col morso e collo sprone.

La strada bianca e silenziosa nella notte si perdeva lontanamente, sempre sulla riva sinistra del fiume, lambendo le case dei contadini e dei carrettieri. Era secca e senza polvere. I monti, alti e ripidi sulle sponde del fiume, le davano l'apparenza di un altro canale morto, cui il bruno notturno degli opposti boschetti cedui accresceva l'opaca chiarezza e quella malinconia di abbandono. Ella fuggiva sfrenatamente sul cavallo disteso ad una carriera, che le toglieva quasi il respiro, colle redini rilassate, la testa bassa come chi ruini contro un ostacolo. Per limitarsi la strada non vedendola, guardava innanzi alle orecchie di Febo dieci passi, l'occhio fiso su quell'immobile candore, mentre la lena precipitante dell'animale la trascinava. Colle sottane sbattute dal vento come una piccola vela sulla groppa del cavallo, mentre le premevano il grembo con una sensazione di violenza voluttuosa, e i capelli, ricacciati a ciocche dalle tempia, che le pizzicavano le orecchie di carezze, ella non pensava, non sentiva più che lo sbaraglio trionfale di quel moto. Corse sempre a quella carriera svoltando a tutte le curve, precipitando per le discese, ansando alle salite, poi irruendo ad ogni distesa della strada come se vi caricasse guerrescamente tutte le difficoltà della sua vita, aprendovi un solco di rantoli e di urli, in mezzo ai quali passava col viso smorto come il chiarore di quella strada, l'occhio vitreo e le labbra tremanti. Respirava a stento, aveva il seno gonfio.

Il generoso cavallo era tutto bianco di schiuma, col ventre insanguinato. Benchè corresse da quattro miglia, non allentava l'impeto della corsa, invasato dallo spirito della fanciulla, battendo faticosamente i fianchi con un orgoglio demente, che non gli lasciava provare la stanchezza nella sonorità del proprio galoppo. Le orecchie basse, il collo teso, si respingeva la strada sotto le zampe come una larga tela, facendo uno sforzo supremo ad ogni nervosità della fanciulla, inchiodata robustamente sulla sella, ma percossa tratto tratto da un sussulto. Fortunatamente incontrarono poche birocce. I carrettieri, desti da quel rumore rovinoso, avevano appena il tempo di scansarsi e di guardare, interrompendo a mezzo la bestemmia dalla maraviglia; e vedevano una leggiera veste bruna fluttuare sulla groppa di un cavallo spaventato, e allontanarsi sonoramente attraverso la mitezza della notte e il sonno della campagna.

Ma il cavallo era già invisibile, e la veste svolazzava davanti alla loro fantasia eccitata, all'ultimo lembo della strada con una leggerezza sinistra. Ida non si era neppure accorta di loro. Due volte fu ventura se Febo non si spaccò il petto nei rotelloni delle ruote; un'altra volta strisciò contro un carro di fieno, e le raschiature alla faccia destarono la fanciulla. I contadini, che non avevano avuto il tempo di evitarla, le gettarono dietro un urlo stupefatto. Febo ansava come un mantice, e, malgrado la frenesia di quell'impeto, cominciava a rimettere della prima irruenza.

Adesso la strada spesseggiava di case.

Qualche villa vi avanzava i cancelli fino sul margine, qualche siepe tosata e qualche balaustra di ferro coi fanali spenti sorgeva sul fosso, qua e là irto di spini scapigliati. Più avanti un camino gigantesco forava il cielo sopra un gruppo di tettoie lucenti e prolungate; poi le case si addossavano a crocchi, molte con una leggenda commerciale a caratteri enormi fra i due piani, colle porte contigue quanto le finestre, mentre dalle griglie e dagli ornati di alcune altre s'indovinava il sobborgo. E la porta della città apparve davanti alla mole dei palazzi, delle case, delle casipole immobili nel proprio disordine; attraverso la barriera chiusa si vedeva una lunga strada punteggiata di fanali, per la quale qualche carrozza coi lampioni veniva verso il sobborgo, che aveva spento i propri, troppo povero o troppo rozzo per tale lusso di città. Lo sguardo della fanciulla entrò per la barriera, posandosi sopra un fiacchero lontano, come un uccello stracco sopra un albero. Febo s'inoltrava a mezzo galoppo, il sobborgo era deserto. Ella si gettò attorno un'occhiata: doveva essere tardi. Una calma silenziosa avvolgeva quella specie di villaggio, che aveva chiuse tutte le sue porte e le sue finestre, e nel quale non vegliava un lume, non si alzava una voce, non si moveva una figura. Tutti dormivano. I due caffè, quasi dirimpetto, si erano serrati gli usci in faccia, ed obliavano nel sonno le loro rivalità. I fondachi e le botteghe così sonore di lavoro nel giorno, si affondavano nell'ombra, mentre il catino d'ottone sulla porta del barbiere coll'incorreggibile pettegolezzo del mestiere gettava tratto tratto un riso stridulo, come la nota acuta di una maldicenza. Il galoppo di Febo tuonò. I doganieri di guardia uscirono e si fermarono contro il cancello meravigliati di quella signora sola a quell'ora; ma poichè si dirigeva evidentemente su di loro, apersero con abbastanza prontezza. La fanciulla provò una grande sensazione di quiete entrando dalla rozza barriera di legno sotto l'arco della porta spalancata. Era in città. Poi ebbe un brivido, e frenò il cavallo quasi colla circospezione del soldato, che sente l'agguato. Un orologio suonò le due e mezzo. Ella percepì nettamente gli squilli della campana, svegliandosi alla realtà di quella fuga romantica nel mezzo della strada lunga, gremita di palazzi, che avevano l'aria di chiedere curiosamente dove scenderebbe questa zingara senza casa, la quale sembrava arrivare dalla steppa sul cavallo morto di fatica. E allora, in quell'eleganza di toeletta e di cavalcatura, si sentì orribilmente sprovveduta ed abbandonata. Febo si era messo al passo, scotendo il collo con un tinnìo argentino del filone nel morso e sbuffando; la criniera gli rabbrividiva. Quindi Ida lo toccò collo sprone per sottrarsi colla fuga all'avvilimento, che le pioveva addosso da quei palazzi signorili, ma raddrizzandosi nella sua più bella posa di cavallerizza sotto gli occhi chiusi delle finestre e fra tutti gli echi di quel trotto ferrato, che le rimbalzavano intorno come inseguendola. Le poche persone attardate lungo la strada si voltavano attonitamente a guardarle dietro: ne intese alcuni dimandarsi ad alta voce il suo nome.

Sempre al trotto discese la strada, svoltò a sinistra; una carrozza l'obbligò a rattenersi, vide la signora cacciare il volto dagli sportelli per esaminarla. Proseguì. Passando dinanzi ad un caffè, un crocchio di scioperati allungarono il collo, un acquavitaro colla cesta posata sopra un pilastro all'angolo di una via esclamò: ohe!, un cane le corse dietro abbaiando. Persino una finestra, che si chiudeva, tornò ad aprirsi, ed una testa si sporse a guardare. Ma la città era deserta come il sobborgo. Quei pochi rimasugli del giorno, vagolanti al lume dei fanali, raggruppati ad una porta, incerti, fantastici, pronti a scomparire col mattino, le davano ancora più un'aria di città morta. L'ombra colava pei muri, giù dalle gronde, stracciata ad intervalli dai raggi di un lampione, addensandosi nelle porte, sotto i loggiati, e si mesceva col silenzio. Nelle stazioni i fiaccheri guardavano con due grandi occhi di fiamma, rimanendo invisibili; le strade partivano dalle strade, vuote, restringendosi in una taciturnità di mal augurio e piena di attrazioni. Ida vi guardava pensando a volta a volta che avrebbe potuto cacciarvisi inutilmente ed assurdamente. Poi si sentiva più strana in quel mondo notturno, che tutti avevano abbandonato, ella che fuggiva pure da un altro mondo. Un istante ebbe paura del proprio rumore. Finalmente infilò l'ultima via e guardò il cielo: era sereno, ma anche le stelle cominciavano a ritirarsi. Febo allungò spontaneamente il trotto; la strada tortuosa e stretta era chiusa ad un cento passi dalla massa bruna di un palazzo. In un baleno vi arrivò, entrò il portone col cuore e la testa in fiamme, non accorgendosi nemmeno della stravaganza, forse dovuta alla sonnolenza del portiere, che la metà del ricco cancello a dorature fosse aperta. Il becco di un fanale antico, in ferro intagliato e a piccoli vetri ottagoni, spandeva una luce quieta; il portinaio non c'era. Il passo di Febo echeggiò sotto la volta.

Ella discese precipitosamente e si cacciò per lo scalone, fermandosi sul vasto pianerottolo pieno di vasi, dinanzi a una gran porta, dalla quale pendeva un cordone rosso di seta a fiocco, e suonò. Poco dopo le fu aperto; il cameriere del duca indietreggiò stupefatto.

—Il signor duca?—ella chiese appoggiandosi all'uscio.

L'altro tardò a rispondere, esaminandole la faccia stravolta come da una fissazione.

—Si è coricato in questo punto.

—Introducetemi.

Il cameriere era titubante.

—Perdoni,—arrischiò,—è forse accaduto...—ma vedendo che la fanciulla si avviava già senza rispondergli:

—Il signor duca è a letto.

—Introducetemi.

—Nella camera?

Traversarono molte stanze in fretta, perchè Ida correva quasi, poi due salotti stupendamente ricchi, che ella non vide nemmeno, e il cameriere si fermò discretamente ad una porta per bussare; ma ella lo respinse con una mano, e fermandolo con un'occhiata irresistibile, aprì e se la chiuse dietro. La camera di una magnificenza principesca, lenemente illuminata, aveva un odore sottile. Rimase addossata alla porta, invisibile nello spessore del muro, rattenuta ancora da una suprema incertezza; ma la sensazione di quell'odore fu per lei la sola ben distinta. Poi si avanzò.

Il duca, già in letto, aveva alzato il capo, parendogli d'intendere rumore; quindi mise un grido.

—Voi?

La fanciulla si fermò nel mezzo della camera, lo guardò come inebetita e cadde sopra una poltrona. La poltrona, un mobile di fantasia, era di raso bianco di un candore virginale.

—Ida!—le chiese affannosamente, sedendosi sul letto senza poter rinvenire dalla meraviglia:—che cos'è?

—Sono stanca.

—Di dove venite?

Ella chiuse gli occhi.

Il duca ebbe una forte tentazione di scendere dal letto, ma non se ne fidò. Aveva solamente una camicia di seta, elegantissima. Era fuori di sè ed osservava stupidamente la fanciulla abbandonata su di una poltrona in una posa naturale di stanchezza. Ma d'improvviso ella scattò in piedi e gli si appressò.

—Venite da Valdiffusa?—egli ripetè.

Il duca era seduto sul letto, colla coperta di seta azzurro-cupo sul ventre e il busto dritto entro la camicia di seta paglina, legata al collo da un cordoncino, la quale gli disegnava i grugni delle spalle come una camicia da bagno inzuppata. Era gialla, e pareva ingiallita dal riverbero della sua faccia quasi irriconoscibile, così lavata da tutti gli impiastricciamenti del giorno. Aveva gli occhi sbarrati, il viso più smunto; i pochi capelli grigiastri, disordinati sulle tempia, senza quel solito riccio diplomatico ed elegante, non gli coprivano più la irradiazione delle piccole crespe dagli occhi. E le sorrideva inconsciamente, chinandosele incontro nella sua posa consueta di galanteria, senza pensare che la camicia di seta gli scopriva i peli bianchi del petto.

Il cuore della fanciulla si gonfiò; le parve che tutto si squarciasse, di vedere Enrico e Jela abbracciati.

—Ida!

Ella gli abbassò gli occhi sul petto, ve li trattenne, poi abbassandoli ancora scorse il Fanfulla mezzo spiegato sul letto.

—Vi annoiavate?—gli domandò accennandoglielo con un amaro sorriso.

—Ida...

Ella si sedette lassamente sulla sponda del letto e mormorò:

—Annoiatemi.


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PARTE TERZA