V.

—Pigliami teco a letto la prima notte: lo ameremo insieme.

—Che? Enrico è tutto mio, non te ne do neanche un capello.

—Bada, gli piglierò la testa.

—La testa?—rispose Jela, arrestandosi un momento all'energia feroce di questo scherzo; quindi buttandosele contro il viso ed arruffandone i capelli:—Il bel guerriero indiano! Te la metterai agli arcioni di Febo. Senti, ti suono il suo valzer: lo ha composto per me.

—E tu lo credi: lo ha rubato a Schubert.

—Bello! bello!... come sei bello, Enrico!—Jela seguitava a gridare scorrendo colle agili dita sulla tastiera, e traendone una danza di note calde e folleggianti, che pareano battere come tanti cuori e fremere come tante labbra, mentre la sua testina si agitava in una smania lasciva e scimmiesca.

—Ida, vuoi venire a letto con noi? Appena arriva glielo domando.

Ma Ida, che riceveva gli aculei di quelle celie nell'anima, come il toro la punta delle bandieruole rattenendo tutti gl'impeti dello spasimo per un salto inaspettato, era tornata collo sguardo sulla strada; quando all'urto di una massa bruna, che si avanzava verso il castello fra un nuvolo di polvere, esclamò:

—Arrivano.

Jela balzò alla finestra, poi fuggì. Ma Ida, che non voleva perdere il vantaggio di essere cercata, colse il loro doppio saluto, mentre entravano sotto il portone; il conte le parve anche più bello. Quindi ritornò sulla poltrona e riflettè lungamente prima di scendere in giardino. Nell'atrio incontrò il duca, che la cercava. Il sole curvo sulla cima del bosco allungava l'ombra del palazzo fin oltre la vasca dei pesci, mentre la moltitudine dei verdi sul monte impallidiva malinconicamente. L'aria era ancora calda e piena di profumi campestri. Essi rimasero in piedi, appoggiati colle ginocchia contro l'orlo levigato della vasca, ascoltando l'inesauribile soliloquio delle fontanelle. Ma il duca, che smaniava di offrirle il regalo, si trasse di tasca un astuccio e, presentandoglielo aperto con un garbo quasi di orefice, le domandò che cosa ne pensasse. Era un filo di perle piccole, brune ed uguali. Ida le considerò sbadatamente, e gliele restituì.

—Ma sono per voi, se avrò la fortuna che le accettiate,—disse con una certa crudezza.

La fanciulla lo guardò.

Egli fu impacciato.

—Quanto vi costano? signor duca?—chiese colla sua voce più limpida, giocarellando col filo delle perle nel mignolo.

Egli fu impacciato.

—Quanto vi costano? Spero che il loro prezzo non sarà un segreto.

—Duemila lire.

Ida trovò uno de' suoi potenti sorrisi.

—Al mio villaggio conoscevo un ragazzo falegname, che un giorno per una lite col padre dovette uscire di casa, e sostituì un signore nella coscrizione. È morto nella Sila contro i briganti. Povero ragazzo! vendette per tremila franchi la sua vita!

—Signorina,—rispose il duca colla fronte ardente di rossore:—vi assicuro che questa volta avete torto. Il duca di Rivola non è nè abbastanza ricco, nè abbastanza pazzo, per voler comprare con un filo di perle un brillante più grosso del Reggente.

—Ah!—fe' rattenendo una risata a questo complimento rettorico, ma guardandolo con aria lusinghiera:—siete voi, signor duca, che avete torto. Perchè mi fate la corte a questo modo? Perchè non mi avete presentato un fiore, un libro, una perla sola? In una perla piccina può capire un mondo di ricordi o un mondo di speranze.

—Vi ho offesa?—mormorò ammaliato dalla dolcezza di quella voce.

—Offesa! ve l'ho detto un'altra volta: non mi offendo per non darvi il vantaggio di una superiorità. Offritele a Jela queste perle: ne sarà tutta contenta.

—E se vi pregassi di accettarle come un rosario, col quale preghereste per me? Prendetene una almeno.

Ella ruppe con una strappata il filo delle perle e, raccogliendole tutte nel cavo della mano, gliele presentò sorridendo.

—Mettetemela nei capelli,—disse poi, abbassandogli il capo sul petto colla eleganza vezzosa, ma forte, di una capra.

Il duca si guardò attorno come per darle un bacio sulla nuca profumata di un sottile odor di fieno; ma l'abbattimento di quella nuova sconfitta fu più grave della tentazione, e il desiderio gli si affondò nella coscienza. La fanciulla, che in quell'atteggiamento gli porgeva la mano colle perle più alto della propria testa, sforzando voluttuosamente un contorno del seno, cominciava a tremare d'impazienza. Egli prese quindi una perla e, sollevandole un riccio sulla fronte, ve la nascose in modo che non cadesse.

—Avete finito?—sussurrava la fanciulla con un riso soffocato, accorgendosi che il duca le si perdeva cogli sguardi giù per il collo.—E queste? fate la mano.

—Accettatele, ve ne prego.

—Lo volete?

—Ve ne scongiuro.

—Ecco; grazie, signor duca!—e lanciò improvvisamente tutte le perle in aria, sulla vasca, che caddero in una pioggia minuta, attirando i pesci di Jela, mentre ella si curvava ad osservare le loro disillusioni colla stessa grazia, che se vi avesse gettato della sabbia. Ma il duca, sopraffatto da un sordo rammarico, era rimasto colla bocca aperta.

—Come mi esaminate!—ella sclamò ad un tratto.—Ecco che mi trovate straordinaria, perchè distruggo duemila lire senza possederne altrettante. Via, signor duca, dovreste esser più gentile.

—Vi ammiro.

—E mi amate un poco per questo?

—Vi amo troppo.

—Troppo! avaro! Ebbene, fatevi amare, diventate bello come il conte Alidosi: la bellezza è sempre la prima virtù.

—Siete innamorata di lui?—proruppe morsicato dalla gelosia.

—Io...

Poscia si fece seria e gli tese la mano.

—Signor duca, vi credo: forse un giorno avrò bisogno di voi e dovrò cercarvi, se mi amerete ancora o piuttosto non mi avrete dimenticata come tante altre donne, che v'ispirarono dei capricci.

—Mai.

—Conto su di voi. Adesso parliamo d'altro, perchè ecco appunto che vengono a cercarci il conte Alberto e i due sposini: vedete, parlano di noi, dicono già che mi state seducendo. Ma, signor duca, se non affettate un contegno più indifferente, crederanno di arrivare a tempo per salvarmi: siete quasi drammatico.

Il duca ebbe appena il tempo di rimettersi sotto questa nuova sferzata, che gli altri erano già loro sopra, e tutti insieme andarono nel bosco ad aspettare l'ora di pranzo. Jela raggiante pei regali ricevuti, e non ne era arrivata se non l'avanguardia, sotto la pressione di quella gioia, che le traboccava dal cuore, dovette appoggiarsi al braccio della sorella. Ella non capiva in sè, parlava, rideva, guardando Ida ed Enrico a vicenda, quasi per rifrangere sul loro viso la propria felicità e raddoppiarla.

—No,—rispose Ida al conte con uno sguardo fiammeggiante.

Egli le fece un cenno inutile, Jela non si era accorta di nulla, e l'altra era già tornata verso il duca.

Passeggiarono ancora qualche tempo per il bosco, poi la campanella li chiamò a pranzo. Ida era presso il conte Enrico.

—Ho bisogno di parlarvi: questa notte verrò nel vostro appartamento,—sussurrò offrendole una salsa.

—Non siete abbastanza forte per farvi un giocattolo di me.

—Allora non mi amate.

—Vi amo più di Jela, ma se non posso disputarvi, non voglio pregustarvi come un cuoco.

—Non le piace questa salsa?—le chiese il duca insospettito di quel dialogo a bassa voce.

—No.

Finalmente venne il giorno delle nozze. La funzione avrebbe dovuto essere per il mattino, ma Jela si era sentita così male, che sul consiglio del dottor Torquemasi, invitato dal villaggio, si era rimandato il tutto per l'indomani. La fanciulla non era più uscita dal proprio appartamento, sola tutto il giorno colla Nencia; poi la sera aveva pregato ella stessa lo zio, perchè il matrimonio si celebrasse subito, senza nemmeno quella poca solennità consentita dall'indolenza del padre. Ella aveva come paura e vergogna; se lo avesse potuto, sarebbe andata di notte, sola con Enrico e la Nencia, a bussare alla porta di don Natale, perchè li sposasse.

Ma tutte queste contraddizioni, che facevano mormorare i domestici ed i pochi invitati, finivano di esasperare il duca, già irritato per non aver veduto Ida da due giorni. Il conte Enrico cominciava a sentirsi ridicolo. Solo il conte Alberto conservava la propria indifferenza, quasi estraneo a tutto quel moto, con una piccola contentezza d'ironia nel vedere tutta quella gente trattenuta dalle fanciullaggini di Jela, ma la marchesa più d'ogni altro lo divertiva. Tuttavia Jela cominciava a vestirsi, girando fra le mani della Nencia come un fantoccio, coi brividi di un imminente naufragio per le ossa e la testa in preda ad un'allucinazione. La sua vita di bambina in casa di Ida, al convento, quegli ultimi mesi al castello, la chiesa di don Natale, il salottino delle rose bianche; Enrico dal primo giorno che lo vide, che lo amò, il primo bacio non mai confessato nemmeno con Ida; l'abito semplice, che indossava in quel punto, e l'altro bianco nella cesta di nozze, i regali ricevuti, i gioielli, le rarità; quel gabinetto tanto abitato, del quale ogni fiore della tappezzeria si ricordava una sua scappata, ogni piega del cortinaggio conservava le perle sgranate di un suo riso; lo specchio, i barattoli, le teche, i profumi, i nonnulla; poi la Nencia che le era inginocchiata ai piedi, poi tutto il castello, la valle, il mondo, l'infinito: ella sentiva tutto ciò con una confusione e una intensità così viva, che non poteva sopportarla, e alla quale non poteva sottrarsi. Quindi un senso strano di paura faceva oscillare tutta questa fantasmagoria, una paura di esservi dentro e che svanisse ad ogni istante; poi capiva, non capiva più, si accorgeva di aver fretta; e l'ultimo bottone era chiuso mentre la Nencia le drappeggiava ancora una piega sui tacchi balbettando:

—Come è bella!

—Aspettano, bisogna far presto... il conte Enrico...

Ma a questo solo nome, gettato nel mezzo della sua commozione e della sua vita come un raggio fra due nuvole scintillanti di bianchezza, una vibrazione di luce la percoteva; rinveniva, ascoltava le parole borbottate dalla Nencia, avvertiva l'errore di un riccio o di una trina, correggendolo con un gesto spossato.

Erano le sette e mezzo: l'ultimo raggio del sole strisciava sulla cima delle colline.

—Oramai verranno,—ripetè per la centesima volta la vecchia, affacciandosi alla finestra per vedere le carrozze allinearsi nel cortile.

—È impossibile: ho paura.

—E dopo poi?

Ma Jela tremava davvero. La sua testina spiritata si volgeva da ogni lato, con moti da uccello in gabbia, e il seno le pulsava, mentre negli occhi le passava fra mille baleni di terrore una frotta di sorrisi, e la poesia e la malizia le morsicavano il cuore col vezzo di due cagnuoli.

Quindi scordandosi ogni preoccupazione del vestito si gettò sulla poltrona, improvvisamente, tirandosi quasi la Nencia addosso.

—Starai nella mia camera.

—Finchè non verrà.

—E se non verrà?

Ella stessa non lo credeva; la vecchia si contentò di sorridere, poi aspettò. Jela aspettò anch'essa, e non ebbe altro da dire.

—Ho paura,—ripetè ancora quando, terminata finalmente la toeletta, la Nencia volle spingerla verso la porta; se non che parve anche a lei così sublime, che le sbarrò il passo indietreggiando per meglio guardarla colle lagrime agli occhi. Quindi inginocchiandosele ai piedi, le prese un lembo della veste. La povera vecchia piangeva adagio a monosillabi incomprensibili, frammenti della sua anima di zitellona e di madre, che si spezzava nel convulso di quel trionfo della sua bambina, cadendole ai piedi coi fiori bianchi della sua corona virginale e le cortine lacerate dell'amore. Ma Jela, coll'anima intenta a quella meta rosea come i fuochi del vespero, spossata dalla lunga emozione, cominciava già a provare il bisogno di contenersi; quindi la ringraziò con un'occhiata, la respinse dolcemente per tornare allo specchio, perchè le pareva di essersi scordata quasi tutto e di non essere vestita che a mezzo. Poi se ne accorse, udì lo scalpito dei cavalli, la voce del conte Alberto, ebbe un'ultima sommossa di ripugnanze, di ricordi, di violenze; si fermò e, lasciandosi spingere lenemente dalla Nencia, come dalla mano invisibile del destino, discese.

Giù nel salone l'aspettavano da venti minuti. La marchesa, quasi ringiovanita dal lusso severo dell'abito, era evidentemente inquieta.

—Pare una commedia il matrimonio di un Alidosi!—mormorava un invitato.

—Ho conosciuto fino da ragazzo il conte Alberto: è sempre stato così. La povera contessa ne è morta.

—E la signorina Ida?

—La signorina Ida?—ripetè la marchesa con tono secco alla Nencia.

Il duca, l'Alidosi e Jela si voltarono.

—Favorite di dirle che aspettiamo.

—Non viene!—mormorò seco stesso il duca, seguendo col pensiero la Nencia attraverso l'appartamento della fanciulla.

La vecchia traversò con passo vivace l'anticamera, il salottino da studio, ed entrò senza bussare nell'altra camera. Aveva fretta anche per sè medesima. Ida distesa sul letto, la faccia contro il muro, non l'intese.

—Aspettano—disse, osservandola malignamente per indovinare il suo pensiero di quel momento.

Ma Ida era distesa sovra un fianco, con ambe le mani al volto, i capelli in disordine, sul letto ancora più disordinato. Le coperte erano attorcigliate colle lenzuola, la fodera di un cuscino aveva lacerato mezzo un merletto.

Ella lo notò.

—Signorina,—ripetè:—giù aspettano. Jela è già al braccio dello sposo, non aspettano che lei, mi hanno mandata.

—Grazie.

—Non viene?

Ida frenò uno scoppio di pianto.

—Non viene? Jela ha fretta. Non viene?

—No.

—Si sente male?—domandò a bassa voce con melata ironia.

—Alla testa.

La Nencia, che voleva guardarla in faccia, fece un passo verso il letto, ma l'altra si strinse ancora più alla parete, rannicchiandosi come i malati per dormire, e si sottrasse.

—Dunque non viene?

—No.

Allora la vecchia scrollò sprezzantemente le spalle, senza offrirle nemmeno di chiudere la finestra.

Il conte Alberto era svanito. Tutti s'impazientavano, s'imbarazzavano. La marchesa stentò a frenare un: tanto meglio! alla risposta della Nencia; ma il dottore, che si credeva in dovere di essere quel giorno eccessivamente cortese con tutti, parlò di salire dall'ammalata.

—Dottore!—lo arrestò la marchesa con un'occhiata: poi ordinò a Jela di discendere e diè il moto al corteo.

—Si sente male?—domandò il duca, rimasto abilmente l'ultimo, alla Nencia nel passarle vicino, e la sua voce era commossa.

—Alla testa.

Ma la Nencia si sbagliava: Ida aveva male al cuore.

Rattrappita sul letto udì le voci del corteo, che saliva nelle carrozze, lo scalpito dei cavalli, il rotolare delle ruote, i parlari dei servitori, che si sparpagliarono per il palazzo; poi il palazzo tornò silenzioso, avvolgendosi nel tenebrore della sera. La sua camera s'abbuiava mano mano come la sua anima. Ida ricominciò a singhiozzare disperatamente contro il muro, premendovi il volto colla rabbia insensata dell'impotenza. Il suo cuore, la sua volontà, la ragione stessa, sempre in lei così limpida e fredda, erano sopraffatte come da una bufera, che le schiantava avventandone le schegge giù nell'abisso, tra una furia di vortici pazzi e sibilanti.

Era tutto uno schianto. Non sentiva più altro che la propria rovina, collo spavento di tutte le frane e lo strazio di tutte le lacerazioni. Il muro, sul quale gocciolava mutamente qualche lagrima, le insinuava dei brividi di freddo fra l'arsura della febbre. Stava immobile, smaniando al di dentro, abbandonata allo straripamento di tutte le passioni. Colle mani raggrinzite sulle coperte, i denti stretti, ruggiva, mordeva, fischiava. Vedeva cogli occhi fra le tenebre a distanze impossibili, udiva cogli orecchi fra quel fracasso della tempesta voci remote e sommesse. La fronte, infiammata dalla febbre e dal convulsivo strofinamento delle mani, le ardeva con una infinità di piccoli dolori a tutte le radici dei capelli, e le ardevano le gote, sulle quali si scioglieva il sale delle lagrime, mentre la voce le si agglutinava nella gola nauseata da un'amaritudine, che non poteva nè discendere nè salire. Nessuna idea le emergeva fra quella negra commozione di idee, nessun sentimento le stava fermo nel cuore. Era uno sfacelo, nel quale tutto andava rotto, anche la coscienza, sminuzzandosi in tanti frantumi come una coda di serpe, animati da un dolore, che sopravviveva alla morte. In quell'assidua ruina Ida si sentiva grandinare sull'anima le macerie di tutta la sua esistenza così giovane: gli anni dell'infanzia e della fanciullezza, quelli tanto dotti dell'istituto, quando cominciò la fecondazione del sole, poi tutti i sogni, i desiderii più giganteschi delle piramidi, le passioni più ardenti del deserto, le fantasie più tempestose del mare, le gracili creazioni d'un giorno e le effimere efflorescenze di un'ora, che le si ammassavano sopra, in una montagna informe, vibrante di rantoli, di feriti sopra un ferito, di moribondi sopra un moribondo.

Ma ella resisteva ancora per l'istinto disperato della vita, stracciandosi nella inutile resistenza tutte le piaghe, aggrappandosi alle schegge taglienti di tutti i dolori e nullameno avvallando sempre più profondamente. E allora una stanchezza l'avviluppava come una coltrice funerea, ed ella s'abbandonava senza piangere come distesa contro il muro nel sonno, se il frequente singulto e il gorgoglio d'un sospiro non avessero provato anche troppo che non dormiva.

La sera mandava fuori tutte le stelle, e l'avemaria era suonata alla parrocchia di don Natale senza che la fanciulla l'intendesse.

Poi rinvenne. Si vide dinanzi tutte le figure del suo odio, il padre, la madre, la famigliuola del sarto. Jela con tutti i parenti signorili, più felici nella ricchezza della loro vita ora che gavazzavano nella solennità di un matrimonio senza un pensiero per lei, estranea nella casa e straniera alla loro vita. Era dunque una fatalità? Sarebbe morta anch'essa sul margine della società, fra la beffarda indifferenza del mondo, come il povero Rocco? Ormai lo credeva, ma invece di spaventarsene si scagliava più ferocemente contro quei fortunati e li dilaniava. Si era rizzata sentoni sul letto, guardando per le tenebre fuori della finestra.

Forse a quest'ora Jela ed Enrico si erano sposati. Che le importava di tale amore sciocco come la loro unione? Ma non poteva tollerare la fortuna del loro destino! Qualcuno doveva ben pagarle quell'ineffabile umiliazione di sè medesima e tutte quelle lagrime, che le avevano bruciata la faccia. La sua vita era perduta, inevitabilmente perduta per sempre. Malgrado il turbamento della passione, sentiva di non poter durare lungamente in quella silenziosa agonia di disegni e di seduzioni, pensando sempre di sedurre qualcuno che le fuggiva, stancando il futuro coi sogni più assurdi, torturandosi in una dissimulazione dolorosa come una maschera di ferro rovente sul volto. Dopo tanta serietà di propositi era forse tempo di cedere alla follia e di puntare la vita all'ultima posta: infine la perdita sarebbe sempre inferiore al guadagno. Che valeva un'esistenza di affamato. In quel momento ella avrebbe arrischiato tutta una vita di trionfi per un'ora sola di vendetta scandalosa ed atroce.

Si fisse in questo pensiero, lo ingigantì, lo arroventò con tutti i bagliori della propria immaginazione in fiamme, ma questa volta era ben decisa. Se Jela ed Enrico erano uniti, ella passerebbe loro immezzo come una folgore, dovesse poi svanire nella luce del baleno o nel fracasso del tuono. Quindi sorrideva, respingendosi i ricci sulla fronte ed avanzando il volto quasi per contemplare di già lo spettacolo di quella ruina. Non era amore, non era gelosia, nemmeno invidia, ma odio, solamente odio, composto di tutti i dolori e di tutti i veleni. Non sapeva più di aver torto e non se ne sarebbe curata, ma ripigliava tutta la sua vita passata, l'appuntava in un cuneo, la scagliava. Era superba, spietatamente paga di aver vissuto. Non era sempre stato il suo sogno aprire un largo solco nella vita? Il torrente, che squarcia, lascia una traccia più profonda del fiume che irriga; rovinare sì, ma sopra qualcuno, a questo patto consentiva.

Se non che la disperazione, calmata momentaneamente, tornò a singhiozzare, e la fanciulla, troppo debole ancora per l'energia di quella risoluzione, vacillò. Invano colla schiuma della rabbia alla bocca e il lampo del delitto negli occhi, giurava a sè medesima di vendicarsi di tutti su Jela ed Enrico. Essi erano al coperto da ogni danno e così lungi da ogni pericolo, che non avrebbero nemmeno per stravaganza di fantasia potuto pensarvi; mentre ella povera e derelitta non poteva nulla contro di loro. Se il duca fosse stato giovane ed altro uomo, ed ella una duchessa, forse sarebbe riuscita a scagliarlo contro il conte in un duello mortale, gettando forse quella sera stessa o l'indomani sul letto primaverile di quella sposina un cadavere biondo ed insanguinato; ma il duca era vecchio a queste tragiche follie, nè forse abbastanza innamorato per accettarle, quando se ne fosse trovato il coraggio. La vita era ancora piena di drammi, ma gli eroi da romanzo non esistevano più. Oggi le pazzie non si fanno più che di denaro, e le donne si disputano coi boni di banca e non con le lame di Toledo. Ida, che lo sapeva, sogghignava colla sanguinolenta alterigia del disprezzo. Tutti erano piccini intorno a lei, donna sopravvissuta colle passioni spavalde e crudeli di altri secoli in un mondo di capricci.

—Vili!—mormorò guardandosi attorno.

Aver paura della morte le parve la suprema delle codardie, ma non pensò di compiere ella stessa il delitto. Non vi aveva ripugnanza di moralità, ma di orgoglio, poichè assassinando il conte Enrico perderebbe la partita invece di vincerla; Jela vedova si consolerebbe con un altro amore, mentre ella finirebbe in galera. Non erano più i bei tempi quando due o quattro gentiluomini si battevano ad oltranza e il vincitore si allontanava spensierato del cadavere del vinto, quando le principesse avvelenavano gli amanti infedeli e andavano dopo ad una festa di corte col più gaio sorriso sulle labbra. Bei tempi passati! Oggi tutto si era imbruttito, anche il delitto, giudicato nella corte di assise da una dozzina di pizzicagnoli e di affittaiuoli.

Pure, un bisogno di morte la urgeva. Profondere lo squallore nell'anima di Jela le pareva la più sublime delle felicità. In quelle tigrine immaginazioni era discesa dal letto, appressandosi alla finestra. La notte era bella, ma fosca come nel presentimento pauroso di un acquazzone; le stelle si erano abbassate sul volto un volo di un azzurro anche più denso e non osavano sorridersi, gli alberi secolari del bosco non mormoravano più. Il suo spirito esaltato provò una strana delizia in quella calma sinistra della natura. Appoggiò i gomiti sul davanzale e stette guardando.

Gli occhi infiammati dalle lagrime le bruciavano dolorosamente, le gote le si stiravano, i capelli le pesavano sulla nuca, mentre la frescura notturna, ventilandole il volto, arrivava alla sua passione come una carezza.

A poco a poco si calmò, irrigidendosi nel tetro disegno. Non ammetteva nè dubbio, nè discussione: voleva vendicarsi, strapparsi dall'anima il proprio dolore e sbatterlo sulla faccia di qualcuno come un cencio insanguinato. Pensò, divagò, seguì le tracce di mille idee, in fondo ad ognuna imbattendosi sempre nella figura di Enrico; quindi i sensi, freddi in quell'uragano dello spirito, sorsero e vibrarono. Si ricordò giorno per giorno la vita del suo lascivo desiderio di quel bel giovine, le ultime notti col povero Rocco, quando seminuda sul letto col mostricciuolo sul seno si dibatteva in un'empia agonia di voluttà. Alcuni versi di Hamerling le passarono mormorando all'orecchio.

Dovette soffocare un urlo.

Poi si tolse smaniando dalla finestra, traversò il salottino, l'altro gabinetto fino all'anticamera, si affacciò alla finestra sul cortile. Le carrozze erano ritornate da un pezzo, il matrimonio era stato celebrato. Questa prova preveduta, ma purtroppo irrefragabile, del proprio disastro, la rese più calma. Era decisa, non sapendo bene a che.

—Sono giù nel salone!—esclamò, vedendo un servo passare con un immenso vassoio.

Quindi riflettè amaramente che non la cercavano. Rientrò nella camera, erano appena le dieci.

Prima di mezzanotte nessuno andrebbe a letto. Questa insolente dimenticanza al ritorno dalla chiesa, mentre tutti si stringevano affettuosamente intorno alla sua sorella di latte (ella sottolineava nel pensiero questa parola) adesso la punse. Jela si staccava per sempre da lei: posdomani l'avrebbe scacciata. Tutti, tutti uguali. Ma il duca, ella lo sapeva, doveva essere partito immediatamente per la città; egli non l'avrebbe certo dimenticata.

—Oh il terremoto adesso!—brontolò, entrando coll'immaginazione giù nella gran sala illuminata.

Ma invano si sferzava i fianchi per eccitarsi alla ferocia, ora che il matrimonio di Jela con Enrico stava per compiersi davvero nella camera di Jela, assestata appositamente dalla Nencia, e verso la quale si sentiva suo malgrado attirata da un fascino voluttuoso. Quindi dal suo appartamento passò in quello di Jela. Un letto di quercia intagliato, annerito dagli anni, si allargava sul posto del lettino di Jela, attendendo gli sposi. Ella ignorava questo capriccio di Jela, nato all'ultima ora, di ricevere lo sposo nella camera verginale contro le disposizioni già prese dalla Nencia.

Ida indovinò quell'infantile delicatezza e, pure apprezzandola, provò la smania di rispondervi con un sarcasmo.

—Vuole evitare l'errore di Waterloo, cadere sul proprio terreno. Imbecille! non è il campo, ma il genio che dà la vittoria.

Quella camera era forse la più bella di tutto il palazzo, perchè la morta contessa nella malinconica gioia della propria gravidanza pensando, malgrado tutti i desiderii, che partorirebbe una bambina, aveva voluto arredarla essa medesima, e le aveva data un'aria di bellezza pura ed effimera, che stringeva il cuore. Non era più grande di un salottino comune, nè più alta; aveva una sola finestra, con due piccoli usci nascosti, un lettino bianco ed un tavolo di madreperla. Le pareti tappezzate di un damasco roseo sotto una tenda di trine bianche, fresche come la corolla di un gran fiore, che avrebbe dovuto avvizzire ad ogni raggio di sole e palpitare ad ogni alito di respiro, le sfumavano gli angoli colla leggerezza di un vapore rosato ed immobile. La volta rappresentava un tramonto con una nube in un canto, dietro la quale il sole era scomparso diffondendo per la smorta purezza dell'azzurro una blandizie di oro. Un tappeto a fondo lattiginoso con filamenti rosei aumentava tutta quella bianchezza, mentre un divano, così basso e piccino che entrando lo si distingueva poco dal pavimento e dalle pareti, si drizzava presso uno degli usci di ebano rosa, che la tappezzeria celava quasi a mezzo sotto alcune pieghe leggere.

Quantunque conoscesse quella camera di lunga mano, l'aspra gravezza del letto di quercia glie ne fece ora sentire meglio la soavità. Poi i lenzuoli l'attirarono colla loro freschezza bianca e levigata. Li toccò leggermente, sollevandoli per vedere dove si affonderebbero quei due felici.

Erano già trascorsi dieci minuti.

D'un tratto, accorgendosi di commettere una stravaganza, si fermò, ma nulla poteva più spaventarla; anzi per sfidare maggiormente il pericolo di essere scoperta, andò a sedersi sul divano, atteggiandosi sfrontatamente.

—Tertulliano ha ragione,—pensò colla solita perversità di erudizione:—l'amore è sempre una prostituzione. O uno o tutti, il fatto non muta... Non sono che in un postribolo qui!

E la sua immaginazione esacerbata afferrò Jela, le gittò sopra il conte Enrico, e rimase ad osservarli sghignazzando come una pazza. Poi un'idea l'abbagliò; quindi passando prestamente nel gabinetto della toeletta, da questo all'altro da bagno, si esaminò attentamente intorno. L'ultimo uscio dava sull'appartamento, che divideva i due sposi, e per il quale il conte Enrico doveva inevitabilmente passare. Il salottino pareva quello di uno stabilimento, colla tinozza incastrata nel muro, le pareti verniciate di bianco, a olio, e un breve tappeto scuro dinanzi alla tinozza. Ma un enorme specchio colla cornice di noce, sostenuto da due zampe di leone, si alzava in un angolo per una altezza di persona gigantesca.

Ida notò come la cornice toccasse il pavimento; rientrò nella camera di Jela, quindi nella propria. La finestra era aperta, la notte anche più buia. Si rigettò l'abito dalle spalle, slacciò il busto, le sottane, la camicia, si chinò a sfibbiare le giarrettiere, si trasse le calze, dritta, coi piedi, pestandoseli febbrilmente, traballando come d'ubbriachezza, cogli occhi pieni di lampi e la bocca di parole. Poi raddrizzandosi in faccia a sè medesima, si riaffermò con un sorriso. I capelli arruffati dalle convulsioni sul letto le coprivano mezza la fronte e gli orecchi, ma non li ravviò. Il dolore li aveva scomposti come il volto in un'altra bellezza più formidabile; quindi si rimirò dentro allo specchio nell'impudore della propria nudità, colla fronte solcata da una ruga profonda. Nei momenti supremi la fanciulla subiva sempre il prestigio di una posa.

Aveva steso sul letto l'ampia veste di raso nero, dentro di raso bianco, colle maniche ad imbuto, enormi, che consentivano tutta la nudità del braccio fino alla spalla: l'infilò, vi disparve. A quel lume delle candele il raso aveva delle ondulazioni di baleni. Poi cacciò i piedi in due pianelline di raso nero, e fece per muoversi udendo rumore nel gabinetto. La Nencia veniva ad informarsi della sua salute da parte del conte Alberto, se le doleva il capo.

—Ancora, ma passerà, grazie.

—Dove va?—chiese la vecchia, stupita di quell'abbigliamento.

—Nella biblioteca.

Infatti le passò innanzi senza nemmeno guardarla. La vecchia, che già preparava una malignità, la seguì suo malgrado fremendo alla molle superbia di quel portamento da palco scenico, che pareva passare fra gli applausi ed i fiori. La vide chiudere il pesante portone della biblioteca e sparire.

—È matta,—pensò fra sè medesima, ridiscendendo nel salone, dove la conversazione stava per sciogliersi.

Ma Ida mise il catenaccio al portone, depose il lume sul tavolo e da un usciuolo, nascosto fra gli scaffali, sicura di sè medesima, si diresse al bagno di Jela.

Jela ed Enrico, che dalle loro camere potevano vedere i finestroni illuminati della biblioteca, la crederebbero là dentro.


[c220]