IV.
—Me lo dici il segreto?—ricominciò Jela pigliandogliene un lembo dalle ginocchia e mostrandoglielo:—perchè questi colori? Quando te la metti?
—Forse la tua ultima notte. Non ti parrebbe ben immaginata per quella scena?—seguitò con voce sardonica.—Tu vi sei dentro nuda, più bianca di questa fodera stessa e con una commozione sul viso, alla quale il nero della veste dà quasi il tragico pallore del sacrifizio. Vedi, deve appena combaciare sul seno come nella Femme Fellah di Landelle; basta scostarla un momento, ed appari nuda nella nudità del raso, con una verginità di due candori, una morbidezza di due nudità.
—Senza camicia.
Ida alzò le spalle.
—La fai dunque per me, di raso nero foderata di raso bianco?
—No.
—Non capisco.
—Domandane la spiegazione ad Enrico.
Jela diè in una risata, poi discese a cercare lo zio, che doveva partire; questi le chiese di Ida.
—È nel suo appartamento,—rispose la fanciulla, rattenendo un sorriso malizioso.
Ma il duca non osò salirvi, invece entrò in biblioteca. Il ricordo di quell'assalto fallito lo perseguitava tristamente.
Si sedette sulla poltrona, sentendovi con ironico piacere l'impronta della fanciulla, guardò poi sulla tavola il libro aperto ancora alla stessa pagina enigmatica. Ora la comprendeva troppo bene. Per un istante pensò che Ida se la tenesse sempre agli occhi per difendersi dalla sua seduzione, ed un lampo d'orgoglio illuminò il vespero del suo capriccio.
In quel punto la fanciulla, che lo aveva spiato da una finestruola sullo scalone, aperse la porta e, scorgendolo al proprio posto, fece un gesto di meraviglia.
Il duca la guardò con melanconia.
—Ero tornato per il mio libro.
Ida sorrise.
—L'avete trovato?
Il duca si fermò; il sorriso della fanciulla era così insolente, che gli cadde ogni idea di lotta, ma nel medesimo tempo ella gli apparve così provocante nello splendore della propria superiorità, che si sentì vinto per sempre.
Si ricordò in un attimo tutto il breve tempo della loro relazione, illuminato qua e là da una frase, da un frammento di scena, nella quale ella si rivelava sempre più voluttuosa, tirando indietro tutte le soluzioni e gettandogliele poi sul capo come una rete infrangibile. Era vinto, ma la sua sconfitta poteva cominciare dalla resa di lei.
—Ancora?—rispose Ida a un richiamo di quella notte.
—Non ebbi già la disgrazia di offendervi?
—No, signor duca, ma con queste parole mi offendereste un'altra volta, se io fossi una piccola borghese come le mie pari. Voi credete di non avermi offesa, perchè voi siete duca ed io sono povera... Vi è abbastanza orgoglio in questo pensiero e mi piace; ma io pure ho il mio orgoglio.
—Signorina, non crediate...
—Non credo a nulla,—ribattè con accento nervoso:—ho l'orgoglio di sentirmi al disopra della mia vita ed, essendomi ben compresa, di potervi dire: signor duca, vi siete ingannato, posso ben perdonarvi un errore.
E, pronunciando queste ultime parole, la sua voce sempre soave avvolgeva quel perdono in una carezza di armonia.
—Mi perdonate?—egli domandò più meravigliato che commosso.
—Perchè no? Del resto il vostro errore non è forse senza mia colpa. Mi avrete creduta una delle tante ragazze, che cominciano ad arrendersi nei discorsi per cedere più facilmente dopo; la vostra esperienza avrà rafforzato questo errore. Ma a certe altezze, come diceva Madama di Staël, è sempre possibile intendersi: io non sono una fanciulla volgare e voi siete davvero un gentiluomo, che ha una maniera per la donna e un'altra per la dama. Dal momento, che v'accorgeste dell'equivoco, mutaste la vostra corte...
E si arrestò.
Il duca, che sapeva di non aver mai cangiato d'opinione verso di lei, dubitò di un complimento o di un sarcasmo, ma per timore di quest'ultimo:
—Però non la cessai,—soggiunse.
—La cesserete. Quando si fa la corte si spera, quando si spera...
Egli attese, e siccome ella sembrava invece aspettare da lui il resto della frase:
—Si ama,—continuò.
—Voi!—disse con quella irritante lentezza.
—Se arrivassi a persuadervene?
—Lo crederei.
—Allora?!
—L'amore è luce, ma il fosforo ha una luce fredda.
—Il fosforo non è amore.
Ma il duca, che sentiva divagare la conversazione, tornò a costringerla nella possibilità di una passione fra loro; quindi imbaldanzito della buona piega del dialogo parlò di un ricordo, di un pegno di pace; e siccome Ida senza rispondervi accennava a ritirarsi:
—Non mi lascerete baciare la vostra mano? Sarà il perdono di quell'altro bacio.
—Mi avete baciata!—esclamò con una indifferenza così perfetta, che lo ferì al cuore. Poi la fanciulla si rivolse leggiera, andò verso uno scaffale in fondo, vi si rizzò sulle punte dei piedi per leggere il nome dell'opera; ma non era quella, e dovette cercarla ancora, movendosi con una grazia così superba, che il duca stette lì lì per farle un altro complimento. Finalmente la rinvenne: era un grosso volume, vecchio; se lo mise sotto un braccio e, portando la mano più basso, a caso, sopra un altro volume, si sporse repentinamente verso il duca.
—Ecco!—esclamò:—era questo il vostro libro? George Sand, Le dernier Amour.
—Le dernier...
—Mais amour?
—Sia!—gridò facendole un passo incontro; ma ella agitò la mano ad un gesto di addio, di provocazione, di ripulsa, e fuggì per la porta. Il duca l'inseguì come un fanciullo, ma potè appena vedere le sue sottane svoltare all'uscio dell'appartamento. Ida proseguì; appena nel salotto s'incontrò nella Nencia, che la cercava da parte di Jela. La vecchia notò quell'aria trionfante della fanciulla e si morse le labbra per frenare una malignità irriflessiva, che l'altra fu pronta a coglierle nella contrazione della bocca.
—La signorina vorrebbe scrivere una lettera da consegnare al signor duca, che parte. Aspetta giù nel salone: il signor duca parte fra poco.
—Ritornerà.
—Quando si è amati in una casa ci si ritorna.
—Non sempre, buona Nencia; ma quando si ama sì.
Jela era già seduta al tavolo colla fronte aggrottata e la penna nelle mani. Voleva scrivere una lettera ad Enrico, ma con tutti gli sforzi non era riuscita ad andare oltre l'esordio, un periodo veramente orribile. Aveva quasi pianto di rabbia, poi si era dovuta decidere a mandare per Ida. Questa, già abbastanza informata dalle parole della Nencia, sorrise a quella confessione di una lettera segreta, cui il duca faceva da corriere. Quindi rispose subito:
—Scrivi.
Jela, ammirata di quel facile talento d'improvvisazione, la guardava ansiosamente.
—Scrivi pure; sarà una bella lettera, degna di voi due:—e mentre Jela si accomodava meglio al tavolo, Ida cominciò a passeggiarle dietro per la stanza. Era diventata pallida; la voce le tremò nel pronunziare il nome di Enrico. Colla sua prontezza agli espedienti aveva già traveduto tutto il partito, che poteva trarre da quella lettera.
Enrico!
«Quando m'imponesti di scriverti, non avevi certo pensato che per me sarebbe stata la prima volta e mi troverei qui ora, al tavolo, senza saperne più nulla. Ti amo, lo sai: ma dopo non so più cosa dirti, non lo so, non lo so. Mi pare che tu sia qui a vedermi scrivere, sorridendo del mio imbarazzo, mentre quello stesso rossore, sul quale hai tanto scherzato, m'infiamma orribilmente la faccia. Mi vuoi veramente bene, Enrico? Vedi, io non reggo teco a cinque minuti di conversazione, sono una bambina, ma ti amo tanto che consentirei anche a diventare brutta, se per uno strano capriccio tu dovessi chiedermelo un giorno».
—No, no,—interruppe Jela:—sei pazza.
—Scrivi,—ribattè l'altra con accento nervoso.
«Se non potrai ritornare prima di sabato, te lo dico apertamente, sei ben cattivo. Ma non lo sai, Enrico, che ho bisogno di vederti, che penso troppo a te quando sei lontano, che il tuo pensiero mi diviene un tormento, che ti ho sempre agli occhi e l'anima mi si sfinisce nello spasimo soave di questa illusione? La notte ti sogno, il giorno è un'altra notte, che mi ti fa più bello. Suono sempre quel valtzer, che hai composto per me, e ne ripeto le note per lunghe ore, perchè mi pare di sentirti così sotto le mie dita».
A questo punto Ida, che passeggiava innanzi al tavolo di Jela, dominandola di tutta la persona, vide schiudersi piano piano la porta ed apparire guardingamente la bionda testa dell'Alidosi. Impallidì. Egli entrò sulle punte dei piedi, vestito di bianco, leggiero, come un'ombra, sorridendo di quella scena indovinata all'ultime parole della lettera, e della quale la Nencia eragli corsa incontro ad avvisarlo. Le fe' un cenno scherzoso di seguitare, guardandosi attorno per sedersi in un angolo. Ma Ida si rimise prontamente, gli rispose con una occhiata, poi chinandosi su Jela si fe' ripetere l'ultimo periodo, quasi ne avesse perduto il filo, e lo pronunciò con voce vibrata.
—È troppo,—arrischiò timidamente Jela.
—Per il tuo amore? Se lo ami meno, possiamo smorzare le frasi.
—Ma infine non mi ha ancora sposata! Se lo sapesse papà mi sgriderebbe.
—Scrivi, la straccerai poi.
E Ida perfettamente sicura ricominciò a passeggiare verso il conte. Una indefinibile umidità le appannava la levigatezza della fronte, mettendole sulle gote un pallore di emaciazione; gli si appressò, sempre cogli occhi negli occhi, e con un gesto quasi grave gli tese la mano. Egli meravigliato, commosso, gliela strinse, avvolgendosi involontariamente nella luce del suo sguardo. In quel momento ella gli si chinava sovra i capelli biondi, divisi femminilmente sulla fronte, curvandogliela con una terribilità di atto amoroso, cui il pericolo di quel silenzio e lo stesso lividore del volto davano una solennità quasi tragica.
Quindi ripetè, staccando ad una ad una le parole:
«Io non lo so perchè ti ami, ma ti amo dal primo giorno che ti ho veduto, ti amo ancora, ti amerò sempre, anche se tu non mi amassi o, per una orribile brutalità del destino, dovessimo separarci per sempre prima di esserci uniti eternamente. Mi somigli quasi: sei bello come una donna».
—Questa poi è una insolenza:—disse Jela senza voltarsi.
Ida, piegata sul volto di Enrico, lo divorava cogli occhi dilatati:
—Aspetta,—susurrò con accento convulso.
«Sei bello, ti amo, ti voglio...».
—Ti voglio,—ripetè con voce strozzata, ed avventandoglisi colla furia dell'aquila, gli si posò fremente, feroce, ferita, sulla bocca. Egli, preso da quel bacio, ebbe appena la forza di resistere all'urto; non capì. Gli parve che un unghione gli si piantasse nel cuore, che gli bruciassero le labbra. Chiuse gli occhi, li riaprì, e vide Ida rivolgersi bruscamente col viso stravolto e dare in una risata stridente.
—Oh!—esclamò Jela, che si voltava in quel punto, e rimase tutta meravigliata di vedere Enrico ancora per mano di Ida. Egli non si poteva rimettere, ma l'altra, ridendo sempre più naturalmente gli diè una scossa disperata, mentre ubbriaca dal soverchio riso andava ad abbattersi sopra una poltrona.
Allora anche Enrico sorrise.
—Ma,—disse Jela, che stentava a comprendere.
—Sono entrato di nascosto.
—Non lo direte con alcuno?—intervenne Ida con gaio spavento.
—Che! è un segreto.
Quindi Ida si levò, venne intorno a Jela, e ridendo le chiesero perdono dello scherzo.
—Senti, se non ci perdoni, guai a te! Lo dirò a mia zia, che ti aspetta su nel salone con papà, e siccome è la donna più noiosa del mondo... Signorina,—si rivolse a Ida,—anche questo è un segreto... Ti renderà la vita impossibile. Mio Dio! ho dovuto portarla meco, ma ci aiuteremo a lasciarla sempre sola. È la mia unica parente.
—E il duca?
—È mio zio, ma lo considero come un amico. Eccolo là!—esclamò vedendolo passare pel cortile.
E corse alla finestra.
—Non parto per oggi: dov'è Ida?—chiese questi a bassa voce.
—Qui: l'ami?
—Come un pazzo.
—Lo sei.
L'indomani la marchesa di Renzuno, ancora indispettita col conte Alberto, il quale aveva rifiutato ogni ragione perchè il matrimonio accadesse pomposamente in città colla esposizione del corredo, i ricevimenti, le feste, il corteo dei parenti, la folla curiosa (un trionfo per la famiglia ed una vera entrata nel mondo dal gran portone aperto a due battenti), colla sua consueta febbrilità cercò subito del curato. Voleva intendersi seco per la cerimonia, preparando una festa campestre; ma poi non era contenta, e tornava sulla sconvenienza di questo matrimonio di sotterfugio, quasi Jela non fosse la contessa di Valdiffusa e il conte Enrico non portasse uno dei nomi più belli della provincia. Se non che il conte Alberto, il quale si vedeva innanzi tutta la schiera delle noie e delle contrarietà mascherate di cortesie, già ristufo del mondo ed inchine per pigrizia alla misantropia, non si lasciava punto smuovere e cercava di placarla, confessandole ripetutamente il proprio torto. Il duca lo sosteneva per sollazzo, il conte Enrico affettava una grande passività, piena di rispetto affettuoso per il suocero e di amore per Jela, cui il frastuono vagheggiato dalla zia spauriva. Ma ella si arrabattava ancora. La sua attività, diventata proverbiale nel vasto circolo delle sue relazioni, non aveva requie. Purchè ci fosse una causa, nella quale aver ragione a furia di dare torto agli altri, il titolo non importava; ella vi dava dentro soffiando, anfanando, girando sempre su sè medesima, e parendole così di fare il giro del mondo.
—Mio Dio!—aveva esclamato il conte Alberto dopo un assalto:—la vita deve sembrarvi ben breve.
—Ma l'ozio è orribile.
—Forse v'ingannate,—ribattè colla sua felice indolenza, allungandosi sulla poltrona e seguendo con occhio distratto il fumo azzurrino del proprio sigaro.
—Anche l'ozio deve essere stato calunniato: il destino di tutti i grandi!
Ida sorrise di approvazione.
—Ma come si fa a stare in ozio, pensando sempre?
—Non si pensa: non è vero, signorina Ida, voi che pensate sempre?
La fanciulla ripetè col conte il suo fine sorriso, e la marchesa non potè frenare un gesto d'impazienza.
Quella mattina, benchè il sole fosse già alto, volle partire per la parrocchia. Sarebbe stata una passeggiata.
—Andiamo a cavallo?—sclamò Ida guardando il conte Enrico.
—L'invito è a piedi,—ripetè secco secco la marchesa, e si volse al duca, perchè egli pure fosse della partita. Questi rispose con un inchino e, passando vicino alla fanciulla:
—Fate presto,—le disse:—la marchesa ha sempre fretta.
—Suo marito ne aveva anche più, giacchè è vedova.
—Ah!—gridò il duca, frenando a stento una risatina, e corse dal conte Alberto a ridirgli il motto.
Ida salì al proprio appartamento, si acconciò un velo nero sui capelli e prese il frustino invece dell'ombrello. Per le scale s'incontrò con Jela; la marchesa aspettava già sul portone col duca ed Enrico. Era un grazioso mattino. Traversarono il vecchio bosco, umido di nuova vita, cogliendo qualche viola serotina, la marchesa al braccio del duca, e Jela a quello della marchesa, Ida innanzi con Enrico. Benchè lo scopo della passeggiata fosse lieto e il cielo sorridente, parevano tutti malcontenti. Parlavano poco. Jela, col pensiero alla chiesa del suo matrimonio, seguiva coll'occhio i passi di Enrico, il duca ascoltava senza intenderle le parole di quei due davanti, che parevano camminare senza il solito brio. Il viale fu interminabile.
Ma Ida, cui la profonda serietà del bosco premeva la voglia di una risoluzione, avventò la prima frase; il conte si spinse oltre col solito tono di frivolezza, e il loro dialogo già difficilissimo s'impigliò nell'orgoglio di entrambi.
—Vi preferisco così,—ella proruppe nervosamente ad un silenzio:—sono io, che vi tento.
—Mi tentate?
—Volete un'altra parola? vi amo; siete bello, leggero... oh!—fe' mordendosi le labbra per trattenere un aggettivo più insultante ed egualmente vero:—Jela, non può comprendervi, perchè vi somiglia troppo. Ci vuole un poeta e non una rosa per capire un narciso.
E le parole le tremavano talmente sulle labbra, che egli vi sentì quel bacio delirante nel salotto. Le strinse il braccio.
—Lo so,—disse poi.
Ella attese.
—Mi amate?—ella domandò alzando la fronte.
—Sì.
—Questo sì è breve come un amore di uomo, potrebbe rispondervi Shakespeare. Ho torto; non avrei mai dovuto giungere con voi sino a questo punto, ma la vostra debolezza è stata più forte della mia forza.
Egli si scosse, e Ida proseguì frettolosamente:
—È la prima volta che ci parliamo liberamente, potrebbe esser l'ultima. Vi amo, ve lo ripeto umiliandomi. Sono parole avvelenate le mie. Se mi amate, che pensate di me? Fra un mese sarete il marito di Jela e partirete. Io...—Ma la fanciulla, che gli studiava attentamente nel volto, strozzò un urlo di sdegno.
—È orribile!—mormorò disperatamente fra i denti.
Il conte, che non capì, le si curvò precipitosamente sulla faccia, ma, sentendosi dietro il passo del duca, per timore di essere sospettato allungò imprudentemente il proprio.
—Che avete?—chiese con premura.
—Nulla! Lo volete sapere?... Adesso, in questo momento, mentre vi domandavo... ebbene avete supposto che cercassi presso di voi, nella nuova casa, un posto di maestra, come lo sono ora per voi e per tutti presso Jela. Non lo negate, lo avete pensato, signor conte. Ma voi non siete più una donna adesso, siete un uomo, perchè bisogna essere un uomo coll'abitudine di tutti i mercati per credere che volessi vendermi così abbiettamente per una simile carica.
—V'ingannate,—balbettò confuso dal tono ardente di quelle parole e dalla penetrazione di quel pensiero:—vi assicuro sul mio onore di gentiluomo...
—Non mentite, lo avete pensato. Chissà se non abbiate ragione, stimandovi così poco da non potere ispirare ad una donna un amore al disopra di ogni riguardo, e capace di farle perdere tutto senza nemmeno una speranza.
Questa volta il conte si morse le labbra.
—Più piano,—gridò loro dietro il duca, impigliato negli sterpi del sentiero e nei discorsi della marchesa.
Si arrestarono l'una in faccia all'altro, ma non parlarono più. Il duca li raggiunse, poi salirono la boscosa costiera per una piccola calagna, che menava alla parrocchia. La marchesa, vestita di un ricco abito da città, si lagnava incessantemente dei pruni e del terreno così sdrucciolevole e disuguale, che ad ogni passo si correva rischio di cadere.
—La strada del paradiso è malagevole,—disse Ida all'orecchio di Jela, ma così che il conte intendesse. La fanciulla ebbe un divino sorriso e non rispose. Si era separata dalla marchesa e camminava tutta raccolta, parendole di spingersi con quella passeggiata sul terreno del matrimonio, un mondo arcano, lungi sulle sponde dell'avvenire quando lo guardava dall'inferriata del convento, ed ora tanto presso che vi approdava. Il cuore le si apriva a tutte le sensazioni dell'ignoto, e tutte le ascensioni, che la poesia vi aveva deposto, si alzavano con un fremito sonoro di ali. Si sentiva così buona, che non camminava più, trasvolava; una misteriosa leggerezza la sollevava come un vento e, respingendole i capelli della fronte, gliela arrovesciava con una deliziosa espressione di fantasticaggine.
Ida se ne accorse e strinse i denti.
—Mi odiate dunque?—chiese il conte Enrico, avvicinandosele ad un mal passo per offrirle il braccio.
—Non ancora.
Ma accettò il braccio e, poichè toccavano la volta del monte, affrettarono il passo. I cespugli, più radi e più piccoli, non presentavano quasi più resistenza, sparsi qua e là come dalla mano di un abile giardiniere sopra una spianata arsiccia, aperta nel mezzo da una larga chierica arenosa. Una infinità di sassolini bianchi la smaltavano di piccoli sorrisi tra mille fiocchetti di erba rugosa e rattratta come un avanzo d'incendio. Ida si mirò attorno; il paesaggio si spiegava in tutta la pompa della sua verde serenità.
—Come è bella!—esclamò, voltandosi alla chiesa celata capricciosamente fra cinque o sei elci secolari sulla cresta del monte, ma troppo indietro perchè dal palazzo la si vedesse.
—Un nido!
—D'amore?
—No, di ozio, senza pensare, senza sentire, guardando da lontano la vita. Avete letto i Lotofagi di Tennyson? la sua migliore poesia!
—No.
—Tanto meglio: Tennyson ha torto. Fra il naufrago sbattuto dalle onde e l'altro spossato ignudo sulla riva, è ancora più felice il primo del secondo.
Il conte capì quella mobilità; ma la marchesa e il duca arrivavano con Jela sulla spianata, e fu uno scambio di esclamazioni sulla bellezza del luogo, che si prestava ad una vignetta da album.
—Come sarebbe carina! Tu sai disegnare, Jela?—disse la marchesa.
—Io no, Ida.
—È troppo bella, la disegnerete.
—Con noi sulla cima, per rendere intelligibile il paesaggio.
—Perchè no?—rispose piccata la marchesa.
—E colla chiesa sull'altra vetta, per esprimere lo scopo della nostra presenza. Se la vorrai, Jela, te la disegnerò: sarà uno schizzo poetico, giacchè siamo in alto, presso l'ideale. Solamente,—seguitò guardando la marchesa e il duca,—ti converrà prendere il braccio del conte Enrico, perchè si conosca bene il gruppo dei fidanzati.
A questa insolenza detta col miglior garbo tutti risero, ma la marchesa potè appena frenarne il dispetto, e condensò tutta la propria risposta in una di quelle occhiate di alterigia, che le grandi dame e gli uomini superiori trovano così spesso e così terribilmente. Ida non volle accorgersene e si mosse la prima verso la chiesa.
Camminavano per una strada abbastanza comoda sul ciglione del monte, chiusa in fondo da un'alta croce di legno, un centinaio di passi prima della parrocchia. A piedi della croce sopra una pagina di ferro era incisa un'iscrizione.
—Che cos'è?—dimandò appressandosi il conte Enrico.
—Un invito a pregare,—rispose Ida,—per una ragazza che si suicidò abbracciata alla croce; l'amante l'aveva abbandonata.
—Ed ella abbandonò l'amante,—ribattè il duca col solito spirito:—la partita è pari.
Ma tutti si volsero.
—Ah!—esclamò il duca nello scorgere una grossa figura di donna, nascosta presso un'elce facendo dei segni precipitosi a qualcuno invisibile dietro un'alta siepe di bossolo:—ecco la Perpetua!—Ed aveva appena finito l'esclamazione, che si vide sgattaiolare con una vanga in mano, curvo della persona, scamiciato, un uomo nero e, rivolgendo bassamente la testa, fuggire ancora con più impeto.
—Lo avevi detto!—proruppe il duca con Jela:—il tuo don Natale scappa.
Allora affrettarono il passo, ed arrivarono prontamente sul sagrato. La chiesa e la canonica addossate in un piccolo prato verde, sotto l'ombra delle elci, parevano due novità infantili nella loro pallida tinta rosea. La chiesa ancora più piccina, inquadrata da una lista turchina, colla porta gialla e due finestrelle rotonde, guernite esteriormente di due inginocchiatoi di sasso, finiva in un delta di pietre azzurre dentate, che le ricamavano l'ombra sotto il tetto. Una croce di legno, piantata sopra uno scalino ed inchiodata nel muro a destra, difendeva la porta; il campanile arrivava appena alla forcata delle elci, ed era roseo anch'esso colle campane brune. Un piccione casalingo vi tubava in quel momento sulla crocetta di ferro, mentre un altro passeggiava sul tetto muschioso della canonica, alta di un piano e larga di tre finestre, per due delle quali si vedeva una camera rosea, listata di azzurro. E quell'uniforme soavità di colori sotto la severità delle elci, su quella cima, fra quella immensa verdura dei monti, aveva una grazia di capriccio impreveduto, una amabilità piena di ingenua pretensione. Di fianco l'orto ed il cimitero, uniti dalla medesima siepe di bosso, ambedue senza cancello, compivano il quadro con una finitezza di più, e si aiutavano scambievolmente per quella vita grassa delle loro vegetazioni.
A sinistra della porta un ramerino, pieno di occhietti azzurri, era salito sulla finestra verso un bel vaso di rose bianche.
La comitiva si fermò, guardandosi maravigliati di trovare la porta chiusa.
—Che non ci voglia ricevere?—disse il duca, cominciando a divertirsi.
La marchesa strinse le ciglia.
—Favorite di bussare,—ordinò ad Enrico.
—Oh!
E la porta si aperse immantinente, e la stessa figura di donna riapparve rossa in viso come un gambero, con un'altra veste nera, a pieghe sbuffanti sulle anche, e un largo velo bianco sulle spalle. Aveva certo preparato qualche parola, che le cadde mutamente dalla bocca; quindi rimase in mezzo, incantata sulla porta, chiudendola quasi ermeticamente colla grossezza dei fianchi.
—Il signor curato?...—incominciò la marchesa.
—Si accomodino, aspettino che apro quest'altra mezza porta: sissignori, è in casa, adesso viene, se non hanno fretta.
—Grazie.
—L'ho già avvisato, li abbiamo visti venire, li ho visti io; si accomodino, adesso glielo vado a dire; ecco, si mettano a sedere. Compatiranno, vado e vengo subito; se hanno un po' di pazienza...—e, malgrado la disinvoltura di tutte queste parole, stentava a riaprire l'uscio del salottino a fianco della porta, nel quale li aveva introdotti. Il salottino era una stanzetta bianca, coi travicelli fiorati. La marchesa, che si era già seduta sull'unico sofà di paglia, fu la prima a sorridere dei sopramobili ordinati scrupolosamente sopra un piccolo tavolo da muro. Una Madonna e un Pio IX, entro due cornicette dorate, vi occhieggiavano fra molte linee di scatoline di zolfanelli di cera, rafforzate da due altre di sassi rari, pieni di asperità gemmee e di gobbe arabescate, come se dovessero segnare su quel tavolo i confini di due proprietà e mettere un ostacolo prudente nella solitudine di quei due. La Madonna era sola, colla bella faccia intenerita; Pio IX in ginocchio, le mani giunte, pregava con una compostezza elegante, tenendole gli occhi nel volto, dolci di affetto e di ispirazione. Ma le scatoline erano vecchie; Jela ne riconobbe molte alle figurine, già usate dal conte Alberto e che don Natale aveva intascate a una a una, nelle sere che veniva al castello. Anche Jela sorrise, poi tornò ad abbassare gli occhi; il conte Enrico osservava con Ida le rose della finestra. La finestra era senza tende.
Il duca, che aveva lasciato la marchesa sul sofà, si avvicinò loro.
—Rose bianche, amore pallido.
Ida si volse per rispondere, ma in quel punto si aperse l'uscio e don Natale si presentò tutto vestito di nero, colla sua faccia buona ed angolosa, così sbigottito dell'onore di tali ospiti, che la fanciulla commossa gli andò incontro come ad una vecchia conoscenza.
—Tocca a noi di cercarvi fino quassù: la nostra visita è di rimprovero.
—Signorina,—disse col suo più dolce sorriso, cavandosi solo allora la berretta nuova della domenica.
E il disgraziato non trovò altro; ma per colmo di sciagura, guardandosi le mani vi scoperse sul dosso una striatura del lucido dato or ora alle scarpe; e allora non capì più. Si trovò in mezzo a quel gruppo di gente mondana, tanto dissimili dal conte Alberto, col quale parlava di lepri come cogli altri parrocchiani, affabile, alla mano, che non pareva nemmeno un conte. Essi invece lo osservavano sorridendo sotto la loro educata serietà, perchè lo avevano veduto scappare scamiciato colla vanga, e trovavano ridicolo il suo salotto e lui peggio; indovinavano che si era mutato di veste per loro, si era lustrato le scarpe; poi ne avrebbero parlato scherzando al castello chissà quanti giorni, essendo venuti a trovarlo non sapeva perchè, forse solo per ridere. Quindi si girò gli occhi intorno senza vedere, in piedi fra le due fanciulle, come un prigioniero tra due gendarmi.
Il duca dovette ricordarsi di essere un gentiluomo per non dare in una risata, il conte Enrico si mordeva le labbra sotto i baffetti biondi. Ma la marchesa, che si era levata, gli andò incontro, lo fece sedere sul sofà accanto a lei e gli parlò del matrimonio di Jela, delle pubblicazioni, mentre egli rispondeva sempre di sì colle mani supine sui ginocchi, pensando che aveva il collare poco bianco, la barba vecchia di cinque giorni e le calze di un nero un po' rossiccio. Quando capì finalmente, alla terza volta, che il matrimonio della contessina si farebbe nella sua chiesa, si gettò indietro guardando la marchesa.
—Spero che non avrete difficoltà.
—Signora... ma la mia chiesa... troppo onore.
—Avete conosciuto Jela bambina.
—No, no, signora, non sono stato io, fu il mio predecessore.
La marchesa non finì la frase, e chiamò Jela.
—Abbiamo accomodato tutto, carina: don Natale,—e lo guardò in modo che ne fosse lusingato,—ti sposerà l'ultima domenica di quest'altro mese. Puoi ringraziarlo del regalo, sarà il maggiore che riceverai.
Jela arrossì leggermente.
—Verrà qualche volta da noi?—gli chiese colla sua grazia:—Papà lo ricorda spesso, lo ricordo anch'io.
—Adesso non lo dimenticherai più, non è vero?
Jela fece un atto grazioso colle spalle, e don Natale si sentì come sollevato da un gran peso.
Durante la conversazione la sua fisonomia si era andata schiarando, facendosi mano mano più simpatica, con quei capelli brizzolati, che gli davano un'aria rispettabile, e il sorriso della sua bocca grande a magnifici denti, che addolciva la durezza di tutte quelle angolosità già rugose e abbruciate dal sole. Si capiva che doveva essere un buon uomo, senza molta pietà, ma con abbastanza cuore, di un'umiltà più selvatica che servile, rimasto contadino malgrado gli studi fatti e le cure del sacerdozio. Ma un altro pensiero lo scombuiò improvvisamente, di non sapere come chiudere la visita con quegli ospiti insospettati, ai quali per consiglio della serva in cucina, mentre si lustrava le scarpe, aveva deciso di offrire una limonata.
Il conte Alberto gli aveva regalato l'anno prima un magnifico vaso di limone, diventato tutto il suo agrume e l'orgoglio del suo piccolo orto; e precisamente quella mattina ne aveva staccati tre frutti maturi.
Ma dopo quelle ultime parole della marchesa don Natale aspettò trepidando. Coi sensi resi più fini dalla paura, attraverso il muro della cucina, vedeva la faccia della Marianna preoccupata nel cercarsi inutilmente in testa un complimento, una frase da rivolgere alla marchesa o a Jela. Ida era tornata presso le rose bianche, il duca e il conte, malgrado la scioltezza di gente abituata a tutte le situazioni di una conversazione, avevano sotto il loro atteggiamento impenetrabile un impaccio sardonico. Il quale finì di centuplicare il suo. Quindi tentò un grande sforzo volgendosi alla marchesa; questa nel presentimento di una domanda annuì cogli occhi, egli mosse appena i propri invece delle labbra, poi li abbassò. La marchesa ne profittò per levarsi, e allora egli corse imprudentemente ad aprire l'uscio per farle onore.
—Manca un cucchiaino,—gli disse sordamente all'orecchio la Marianna in agguato dietro l'uscio.
Egli non potè rispondere, perchè la marchesa gli era addosso con un sorriso, Jela gli sorrideva, il duca ed il conte Enrico lo circondavano salutandolo. Il conte Enrico, che la marchesa gli aveva presentato parlando del matrimonio, gli strinse la mano con un complimento, tutti lo serravano con malizia indulgente, alla quale rispondeva con inchini, perdendosi in ringraziamenti inintelligibili, finchè tutti infilarono l'uscio, e ultima passò Ida, che gli aveva rubata una rosa.
—La conserverò, don Natale,—gli disse armoniosamente, tendendogli la mano.
Egli la strinse così così, e le si accodò, indeciso di accompagnarli alquanto sulla strada o di riverirli un'ultima volta sulla porta. La Marianna gli tirò una falda del soprabito; ma in quella il conte Enrico si ritraeva per lasciar passare Ida, poichè la marchesa era già sul prato a braccetto del duca.
—Al piacere di rivederla,—mormorò con un cenno del capo.
—Oh! grazie,—rispose don Natale appoggiato con una mano al becco del saliscendi, e piegandoglisi in faccia come davanti all'altare.
—Ma ci vada dunque dietro,—gli susurrò stizzita la Marianna da una spalla, mentre il conte discendeva i due scalini. Ma egli non si poteva risolvere, spaventato del come poi lasciarli a mezza la strada, e li guardava che si rivolgevano verso la porta, sospesi dalla sua stessa indecisione, intanto che la Marianna più coraggiosa seguitava a tirargli le falde, ripetendo:
—Sono signori, non istà bene.
—Arrivederla, don Natale, arrivederla,—gridò Jela.
—Buona passeggiata.
—Vada dunque,—insistè la serva.
Jela si voltò ancora.
—Vacci dunque tu,—replicò stizzosamente don Natale, umiliato della propria timidezza.—E il cucchiaino?
—Lo sa pure, che sono solamente quattro, d'argento. Sì, poi adesso mandarli via come cani: è una vergogna. Almeno ci fosse andato dietro, non morsicano già. Ma chiuda dunque la porta: sono cose da far pietà!
E la chiuse ella stessa, correndo subito alla finestra per tener loro dietro, nascosta dal vaso delle rose; don Natale riflettè un momento a testa china, poi la seguì. La Marianna, colla fronte contro il vaso e le reni grasse sporgenti, guardava per lo spiraglio fra il vaso ed il muro.
—Com'è che gli sposini non sono a braccetto? C'è la signorina Ida invece. Io poi ci vorrei stare, al mio posto.—Ma dopo un istante con un grosso riso di donna matura esclamò:—Non mi piace, è un coso bianco bianco come un pollo morto. Eh! sono in due, che se non s'insanguinano non diventano rossi.
—Sta zitta,—mormorò a bassa voce, quasi potessero udirla ancora, don Natale rattenendo una risata.
Ma la Marianna si rialzò dallo sforzo di quell'atteggiamento, che le aveva fatto diventare il viso purpureo. Era ancora bella; si passò una mano sugli occhi neri, poi mettendo un respiro, che le fe' tremare superbamente tutta la massa del seno:
—Non ce n'è nemmeno da cena con uno sposo così: dopo poi? Sì...
E ritta in tutto il vigore della sua sanguigna robustezza, lanciò loro dietro un gesto intraducibile, cogli occhi luccicanti, il seno grosso, la bocca commossa da un sorriso così formidabile, che don Natale ebbe una compiacenza nello sguardo, ammirandola, e sorrise.