III.

Finalmente il duca di Rivola e il conte Alidosi tornarono che il matrimonio era già conchiuso, sebbene il cocchiere non si fosse punto ingannato sulla cattiva fortuna del conte. Ma era un capriccio del vecchio duca di favorire l'elegante dissoluto, rovinatosi in appena tre anni con molte perdite al giuoco ed un ultimo viaggio a Parigi. Proponendogli la ricca nipote, gli aveva anche promesso la propria eredità, per un giorno il più possibilmente remoto, come all'unico figlio di suo fratello già morto e suo erede legittimo, perchè egli non era zio di Jela se non per avere sposata la sorella del conte Alberto. Questi, felice di sgravarsi su qualcuno della propria responsabilità, avea acconsentito, ponendo per sola condizione l'assenso spontaneo di Jela; e la condizione essendosi avverata con una prontezza quasi miracolosa, non restava più che fissare il tempo delle nozze. La dote consisteva in due ricche tenute, delle quali una cadrebbe sotto l'autorità maritale e l'altra rimarrebbe per l'indipendenza dei capricci di Jela; così il conte Alidosi, giovane di appena venticinque anni, sposava la contessa di Valdiffusa, e siccome erano entrambi ricchi, belli e nobili, il loro matrimonio sarebbe dei più felici. Se non lo si pensava da tutti, almeno lo si diceva.

Ma Ida s'irritava di questa concordia di giudizi. Quella felicità, troppo insipida per il suo spirito, le pareva nullameno troppo grande per gente, che univa la nullità presuntuosa del padrone alla nullità bassa del servo. Il loro sorriso aveva per lei la mordacità di un ghigno dissimulato, e la loro calma come l'insolenza di una impunità secolare. Talora, mentre il cuore le si gonfiava di tutte le umiliazioni passate e presenti, avrebbe voluto irrompere ferocemente sovr'essi e disperderli, come aveva fatto Hugo nell'Olimpio colla ringhiosa mediocrità dei critici, in una lirica escandescenza di paradossi e di verità; ma invece le si riaprivano inutilmente tutte le piaghe e, nello sforzo di un singhiozzo, le pareva di sentirsi, come un tisico, la nausea del sangue un istante prima dello sbocco.

Ma Jela soprattutto le faceva male. Jela aveva tutto, era bella, era ricca, era giovane, era buona, era contessa, era amata, era stupida, la maggiore delle felicità. Perchè? Perchè questa differenza? Chi gettava dunque le corone di regina sulla testa delle pupattole per avvoltolare in un fazzoletto di cotone le fronti capaci di dominare le tempeste? E l'orgoglio le si drizzava nell'anima come un ferito, che l'odio, un altro ferito, destava sopra il campo di una sconfitta; si guardavano attorno nella luce mortuale del vespero e, piantandosi gli occhi negli occhi, gittavano fra un rantolo di sangue l'ultima delirante bestemmia dei vinti.

Ma la fanciulla si trovava pur sempre nel circolo di quei felici, accoltavi da una carità tanto più dolorosa che drammaticamente era bella al giudizio del mondo e dei domestici, i primi a giudicarsi suoi eguali in quel palazzo; quindi ritraendosi le saette dagli occhi doveva spesso rispondere con un compiacente sorriso alle loro più odiose pretensioni. Se Jela fosse stata brutta e perversa, le avrebbe perdonato; ma sentirla ammirata da tutti per il suo affetto alla sorella di latte, e doverlo riconoscere ella stessa, era il supremo di ogni spasimo. Nella frenesia di conquistare l'impero della propria forte natura su quella fragile bambola, magari frantumandola, perchè sarebbe stato ancora il miglior modo di conquistarlo, avrebbe rinunziato alle speranze più audaci; ed ecco invece che ella sposava il conte Alidosi, un uomo bello di quella ambigua bellezza, cara ai sogni pagani della sua giovinezza, quando scriveva il Nerone.

Ida lo avea spogliato venti volte collo sguardo.

—È bello!—si era detto,—un giocattolo per una imperatrice.

Una volta, punta da un sarcasmo, gli aveva risposto:

—La bellezza non ispira che il desiderio; bisogna essere grandi per ispirare una passione.

—Ispirare un desiderio è già essere più grandi di chi l'accoglie, perchè si può sempre rifiutarvisi.

—Sempre?!—avea ribattuto, portando ironicamente gli sguardi su Jela.

Però, caso o attrazione misteriosa, accostandosi nel dialogo si urtavano. Spesso gli sguardi della fanciulla si obliavano sopra di lui, seduto presso la fidanzata, avviluppandolo come di una grande fiamma voluttuosa, sebbene l'Alidosi fosse il primo giovane signore che l'umiliava. Infatti Ida non era per lui che la prima cameriera di Jela, e brutta per giunta. Ella lo sapeva, e nel pensiero di questo ingiusto giudizio rispondeva al duca, sempre occupato a farle la corte:

—No.

—Non si nasce sempre belli, ma si può diventarlo, almeno noi donne. Avete letto Mommsen, signor duca, nel ritratto di Giulio Cesare? La regolarità, egli dice, non è la bellezza, ma solamente l'assenza del difetto. Vi è tutta un'estetica in queste parole.

—Probabilmente!

—Togliete dai saloni quelle due o tre dame, che vi regnano; gettatele in una famiglia borghese, lasciatevele tanto che ne prendano le maniere, e nessuno di coloro, che sono pronti a fare delle pazzie per la gran dama, si volterà vedendola borghese passare per strada. Si può essere belli essendo brutti.

—Un bisticcio.

—Che voi avete troppo spirito per non comprendere, e forse troppa esperienza per non aver provato.

E la fanciulla guardò fuori dalla finestra. La luna usciva allora da un crocchio di nuvole, illuminandole di uno sprazzo di chiarore.

—Stimate dunque molto la mia esperienza,—egli disse, spingendo il capo dalla finestra per appressarlo a quello della fanciulla.

—Non direte già che avrei torto. L'esperienza impedisce tante follie!

—Quali?—chiese ferito dalla punta del sarcasmo.

—D'innamorarsi, per esempio.

—Solamente?

—O pretendere d'innamorare.

—Sentiamo: se mi innamorassi?

—Di chi? Vedete, v'imbarazzate per trovare una persona da decorare con un'ipotesi.

—Ebbene: supponiamo dunque, mi permettete? di voi.

Ella si voltò lentamente, e squadrandolo con una freddezza altrettanto insolente e nullameno carezzevole, tacque. In quel momento la luna, che la incorniciava nel pallore dei propri raggi, parve impallidire; il volto della fanciulla ebbe come un fulgore.

—Siete bella,—egli mormorò, dimenticandosi già del dialogo e sollevandosi verso quei grandi occhi.

—I complimenti sono come i fiori, signor duca, non bisogna ripeterli o odorarli troppo, perchè avvizziscono. Del resto so di poter essere bella: tutti al mondo lo possono colla mia teorica,—seguì smorzando il tono altero di quelle parole in un sibilo d'ironia,—non per tutti però. Ma quando si crede che solo gli scultori traggano dalla creta una bella donna, e voi forse signor duca... Ebbene,—lo interruppe:—quell'incognito conte G. della Dame aux Camélias, per citarvi un romanzo, che pare vi abbia divertito, il quale lanciò Margherita nel mondo, fu uno scultore.

—Di nuovo genere.

—Forse del migliore. Le statue di marmo durano, le statue di carne muoiono; la fragilità della propria opera deve aumentarne il prezzo e la passione.

Questa volta il duca fu scosso, e la conversazione languì. Secondo il solito egli finiva per imbrogliarsi con quella ragazza, alla quale nè la imprudenza di certi discorsi faceva alcun senso, nè egli poteva mai apparire favorevolmente sopra un terreno tutto proprio. Il duca, che non era veramente un uomo di spirito, aveva bisogno della superiorità nella lotta per non diventare uno sciocco.

Rimasero ancora alla finestra; Jela ed Enrico suonavano un valzer a quattro mani, mentre il conte Alberto, sdraiato sopra una poltrona, sfogliava un giornale di caccia ornato di stampe.

Ida, accorgendosi che quel silenzio opprimeva il duca, non volle romperlo, giacchè la passione nasce quasi sempre da un capriccio, e il capriccio da un momento d'imbarazzo presso una donna. Quindi si era appoggiata alla finestra, in una posa distratta ma di una sapiente provocazione, mentre il duca, per dissimulare la propria incertezza, fingeva di guardarle nella faccia con una attenzione incantata.

Ma, volendo pur trovare una risposta, non la trovò.

Ida si tolse adagio dalla finestra.

—Ci lasciate?—egli domandò, tanto per riafferrare il dialogo.

—Perdono,—seguitò:—la finestra della biblioteca risponde contro la mia, ed io, che stento ad addormentarmi, ci veggo ancora il lume tardissimo.

—Sono io.

—Studiate?

—Qualche volta.

—E quando non studiate?

Ella gli gettò un sorriso.

—Forse sogno.

—Non vi pare un luogo triste per sognare, una biblioteca?

—E chi vi dice che i miei sogni non siano tristi? Ma almeno in biblioteca si è liberi, la libertà della solitudine.

Il valzer era finito, ella volle ritirarsi.

Salì in biblioteca e sedette al tavolone. La notte era così tiepida, che aperse uno dei larghi finestroni. Ascoltò il rumore sommesso del bosco come un murmure di onde che si ripiegassero ad una scogliera, e vi trovò una strana rassomiglianza col sentimento, che la faceva ondeggiare in quel momento, senza sforzo, dentro un'altra ombra, in un silenzio, pel quale anche la memoria perdeva tutte le proprie voci. Una quiete tremula si spandeva sotto gli sguardi delle stelle raggruppate lassù quasi in una immobilità di bivacco, e per la campagna piena di sogni e di brividi giungeva sino alla fanciulla. Ascoltò il bisbiglio delle elci, osservò sul pavimento la trepidazione del raggio lunare, che pareva fremere al vento della finestra come un mantello caduto ad un fantasma invisibile, poi tutte quelle ombre, ondeggianti più cupamente agli angoli e sotto la volta della biblioteca, diedero al suo pensiero una fluttuazione anche più leggiera. Gli scaffali, prolungandosi nella tenebra, allineavano sui vecchi libri di cartapecora una fila di sorrisi cadaverici, mentre in un angolo il busto di un filosofo pareva drizzarsi in un'immobilità di evocazione e, in alto, sopra la porta, la cerea salma del crocifisso saliva per la notte con una ascensione miracolosa di apoteosi. La sua immaginazione vibrò; le sembrò di essere nel mezzo di un gran quadro, come un capolavoro di Gherardo delle Notti, di una bellezza universale e di un prestigio irresistibile. Era seduta sulla poltrona di cuoio, le gambe nascoste dentro il tavolone, il seno illuminato dalla palla a petrolio riparata da un cappello verde, che le lasciava la faccia come dentro un'ombra piena di trasparenze marine. Allora pensò al duca, quasi ad una conquista già stabilita. Era secco, vecchio, ritinto, affettato come un commediante, insolente come un giudice, ma con quella indefinibile e morbosa eleganza, che è ancora l'ultima fisonomia della nobiltà oligarchica di un tempo. Invano colle riottosità vanitose del libertino, che vorrebbe servirsi di tutto e poi riderne, egli cercava di resisterle e di impacciarla; Ida lo aveva già arretato, e senza librare oltre la decisione fatale, si abbandonava a questo nuovo senso di intimo appagamento. Aveva l'anima sospesa, i sensi vibranti. D'improvviso le parve intendere un rumore soffocato di passi alla porta; palpitò, ebbe un lampo.

—È lui!—esclamò in sè stessa, prima ancora che il battente girasse; e riabbassando gli occhi sul libro finse di studiare.

Il duca entrò bussando leggermente, senza candeliere; si fermò un istante sulla porta in punta di piedi.

—Oh!—fe' Ida, respingendo appena la poltrona e levandosi come nel timore di qualche grave notizia.

—Perdono... prego... sono venuto per un libro.

—Una ispirazione improvvisa! Temevo quasi di una disgrazia, così, al buio. Un libro! Quale, signor duca?—E scostando maggiormente la poltrona si mosse per venirgli incontro.

Un solo lume a petrolio sul tavolo illuminava lo stanzone. Il duca si guardò attorno, poi la guardò. La fanciulla finse di non comprendere quell'occhiata.

—Non lo so il suo titolo.

—Allora lo cerchi,—e ripassando dietro il tavolo si risedette tranquillamente.

—Non mi aiutereste?

—È troppo difficile: benchè abiti da due mesi la biblioteca, conosco poco gli scaffali, non sono nemmeno ordinati.

Il pretesto cadde e il duca si fermò; ma siccome aveva già disposto in testa la scena non si perdette.

Con una disinvoltura di gran gentiluomo si raddrizzò, compose il volto ad un sorriso e, insinuandosi fra il muro e la poltrona, venne ad appoggiare i gomiti al disopra della fronte di Ida, nella posa favorita dei galanti nei saloni.

—Ebbene?—ella chiese con voce velata.

—Mi negate il libro, datemi mezz'ora di conversazione.

—Parlate.

—Mi ascolterete?

—Certo, perchè non siete venuto se non per questo.

—Avete troppo spirito e...

La fanciulla attese la fine della frase col volto in alto, e la più amabile ironia sulle labbra; ma il duca, sul punto d'imbrogliarsi ancora, chiuse un istante gli occhi ed abbassò il capo.

Le sue parole passavano sui capelli della fanciulla.

—Siete bella.

—Grazie.

—Vorrei potervi io pure ringraziare. Che cosa vi pare di noi due in questo momento? Un pittore potrebbe comporre un quadretto di genere.

—Situazione vecchia, soggetto trito. Ho veduto in molte stampe scene come questa, e mi hanno sempre fatto ridere.

—Ridete ancora?

—No, aspetto, sono curiosa: l'altra stampa potrebbe far pensare. Per esempio supponete,—e la fanciulla non mutava la languida attitudine,—che in questo stesso momento il conte Alberto o il conte Enrico subissero la vostra ispirazione di un libro incognito, e salissero senza candeliere nella biblioteca. V'è da scommettere, che non trovando il libro, direbbero per rivincita di aver trovato il signor duca facendo all'amore colla signorina Ida.

Il duca aveva guardato involontariamente la porta.

—E sapete che cosa ne nascerebbe per me?

Egli fe' un gesto.

—Ebbene, signor duca,—esclamò con gaiezza,—allora aspetto: non dovete parlarmi, non avevate cominciato?

—Dicendovi che siete bella: volete che finisca?

Ella replicò con una smorfia, ma il duca, chinandosi quasi per mormorarle una parola all'orecchio, le lasciò cadere un bacio sulla fronte. La fanciulla non ebbe che un battito negli occhi.

—Ida,—egli susurrò, di già in ginocchioni presso il braccio sinistro della poltrona, alzando una mano per posargliela sulla fronte, ma si fermò. La fanciulla avea un tale fulgore negli occhi e una serenità così dura nella faccia, che pareva di marmo. Ne fremette, poi cedendo ancora alla eccitazione nervosa, le si allungò un'altra volta sino alla bocca socchiusa e vi gettò dentro la fiamma di questa parola:

—Vi amo.

Ida non si mosse.

—Vi amo, vi amo,—ripetè con un gesto, che le trasse un baleno dalle pupille.

—Voi?—rispose lentamente.

—Non mi credete?

—Spiegatevi.

All'urto di questa parola il duca vacillò, n'ebbe quasi un risveglio, poi l'incomodo di quella posa drammatica gli diè il dubbio improvviso di una ridicolezza. Istantaneamente avrebbe voluto ritrarsi, ma la reazione dell'urto lo risospinse verso la fanciulla. Ella aveva il corpo abbandonato, la testa ritta, la bocca semiaperta, che parea fremere di un immenso sforzo rattenuto. Il duca, che vi si era già curvato, fu attratto ancora. Una forza arcana sembrava premerlo contro quella poltrona e su quella donna, bianca in volto come un fantasma, e alla quale la notte pareva aver prestato tutto il romantico prestigio della propria oscurità, e il silenzio la vertigine de' suoi mille significati.

Una confusione di novità stravaganti gli salse alla testa; poi si voltò quasi per vedere chi lo urtasse. Le tenebre si erano ancora più infittite contro il cerchio raggiante, che il cappello del lume a petrolio segnava sul tavolo e nella volta, quasi alle estremità ineguali di un tronco di luce, sotto il quale quella donna si adagiava senza illuminarsene. Un senso di paura puerile lo spinse ancora verso di lei, ma dalla bruna indolente figura della fanciulla un'altra ombra si alzava, macchiata dal suo volto bianco di un lascivo pallore e, ventandogli sulla faccia, gliela inumidiva.

Il duca ebbe un gesto fremente, che il baluardo della poltrona trattenne.

—Ida!—susurrò ginocchioni, tentando di insinuarle un braccio dietro le reni.

—No.

—Che cosa vuoi?

—Che cosa avete da offrire?

—Domanda.

—Offrite.

—Domanda: sono pronto a tutto.

—No.

—Per Dio!—gli sfuggì,—sarà l'ultima follia, ma la più rumorosa.

—Voi?—ripetè colla lentezza opprimente di poco prima.

La Dame...—e credendo che la fortezza avesse abbassato la bandiera, gettò un oh! soffocato di vittoria; ma Ida staccò così fieramente la testa dalla spalliera, che lo arrestò a mezzo. Quindi si rivolse, e pigliando sul tavolo un libro aperto, senza nemmeno gittarvi gli occhi sulla pagina, lenta, quasi solenne in quel momento, glielo porse.

Il duca accettò senza interrogarla.

—Qui,—gli disse mutamente, indicandogli col dito il periodo.

«Si deux hommes s'avisaient de jouer tout leur avoir (supposez le même avec les mêmes risques), quel serait l'effet de cette convention? L'un ne ferait que doubler sa fortune et l'autre reduirait la sienne a zero: or quelle proportion y a-t-il entre le perte et le gain? La même que entre tout et rien; le gain de l'un n'est égal que à une somme assez modique et la perte de l'autre est numeriquement infinie et moralement si grande, que le travail de toute sa vie ne suffirait peut-être pas pour regagner son bien

Durante la lettura Ida non aveva nemmeno respirato; leggeva seco, leggendogli contemporaneamente negli occhi e nel cervello, ma la fronte del duca, prima leggermente contratta, si spianò illuminandosi di uno sbiadito sorriso.

—Eh!—domandò, guardando il titolo del libro: Physique sociale. Adolphe Quetelet.

Ida concentrò tutta l'energia dei propri occhi in un raggio, e scagliandoglielo sul volto come una scudisciata:

—Non credo che in biblioteca si trovi il vostro libro.

—Ida...

—Signor duca; sono oramai le due dopo mezzanotte: è forse la prima volta, che vegliate così tardi in una biblioteca, e i principianti non debbono commettere eccessi.

—Ma voi...

—Io non sono una principiante: studio da cinque o sei anni, e studierò finchè non mi accorga di non capire ciò che studio.

Egli si alzò ancora più stordito che confuso, giacchè si era spinto così ciecamente avanti, che non avea veduto e non poteva ancora riconoscere quale ostacolo gli sbarrasse il passo. Quindi rimase qualche secondo fissandola ingenuamente. Il sangue gli batteva tuttavia a grosse ondate il cuore, mentre la sensuale poesia di quella scena, rarefacendoglisi intorno, gli bagnava le radici dei capelli come dentro una nebbia mordace. D'improvviso volle scuotersi come da un triste sogno e, tendendo amabilmente la mano alla fanciulla, stava per mormorare un complimento, che ella interruppe.

—Troppo tardi!

—Come?

—Troppo presto!

—Ma non capisco.

Ella si adagiò più mollemente sulla poltrona e, guardando la porta colla irresistibile indifferenza di una sovrana, che tronca un ricevimento:

—Forse risponderete quando avrete capito.

Il duca fe' un atto inesprimibile di mille irritazioni in una sola, ristette e, riassumendo tutto il fascino di quella donna dalla sua ultima posa, disordinato, quasi grottesco, egli da tanti anni abituato a tutte le iattanze della galanteria e alle bravate della disinvoltura, uscì dalla biblioteca colle tenebre non meno dense agli occhi che al cuore. Ida non si mosse, ma appena fu sola si libò sulle labbra un sorriso e, stringendosi addosso tutta l'ombra di quello stanzone, parve voler farsene un velo, nel quale avvolgere il mistero di quella scena e tutta sè stessa.

Quella notte il duca dormì male, la mattina le mandò per il proprio cameriere di confidenza questo biglietto.

«Un giorno Puskin mandò all'Imperatore un volume delle proprie poesie con questa dedica: Opere di Puskin a Nicolò. L'Imperatore fece legare in marocchino molti boni di banca e glieli spedì: Opere di Nicolò a Puskin. Il poeta ebbe lo spirito di rispondere: Maestà, ho letto il primo volume, un capolavoro; aspetto il secondo.

Nicolò non trovò la risposta.

Io l'avrei trovata inviandogli la chiave del mio scrigno come la chiave della biblioteca.»

—Il duca mi ha detto d'aspettare la risposta,—le disse il cameriere colla dissimulata finezza di un uomo uso a simili incombenze.

Ida, che aveva letto indifferentemente quel biglietto, andò al tavolo e scrisse:

«Filippo di Macedonia si vantava di pigliare ogni fortezza nella quale potesse introdurre un asino carico d'oro; vanto di mediocre capitano, uso ad assaltare villaggi troppo poveri per scapitare in una resa».

Il duca, che attendeva la risposta facendo toeletta, ne fu dolorosamente punto. Quel giorno Ida non comparve che a pranzo e fu insensibile a tutte le sue allusioni, anche le più trasparenti. Dal proprio canto il duca sempre più irritato cominciava a smarrirsi, parendogli quasi un sogno di essere tanto trascorso con quella ragazza e che ella non se ne fosse offesa. Ma se da provetto conoscitore egli le aveva riconosciuta fino dal primo giorno la stoffa di una gran signora, capace ancora più d'ispirare follie che di commetterne, e si era incapricciato per la vanità di creare un ultimo scandaloso capolavoro, la fanciulla, che aveva troppa forza d'esperienza per cadere nel primo tranello, tratto tratto gli ricompariva ancora giovinetta, col fascino leggero della propria età e le provocazioni delle primizie.

Così le difficoltà, che avevano salvato il conte Alberto, finirono di perdere il duca. Egli non volle confessarsi inferiore ad una maestra, dopo essere stato battuto come uno scolaro. Questa amara parola gli era rimasta nella strozza e pareva soffocarlo, quando ella lo guardava placidamente senza abusare della vittoria.

—Dunque?—gli domandò il conte Alberto, sorprendendolo a contemplare la fanciulla, che si allontanava al braccio di Jela coll'Alidosi verso il bosco.

Il duca alzò una spalla colla più suprema indifferenza, ma il conte Alberto, che aveva saputo dalla Nencia la visita notturna in biblioteca e ne indovinava il risultato, ripetè il suo primo sorriso di sarcasmo.

Il duca corse sulle loro tracce per il bosco, ma Ida non c'era più. Raggiunse i fidanzati, passeggiarono per il gran viale; poi i due uomini, che s'intendevano a meraviglia, vollero ritornare.

Jela era triste, la sera passò male. Ida non scese dalla propria camera, Jela suonò, cantò inutilmente, mentre Enrico e il duca parlavano in un canto della maestra, la quale dopo il matrimonio della sorella di latte si troverebbe a mal partito.

—Cederà.

—Ne dubito,—ribatteva il duca, che, esagerando la iattanza col conte Alberto, esagerava la diffidenza con Enrico, un giovane, che poteva facilmente scavalcarlo:—tu non la conosci, è una di quelle donne alla Dumas, che calcolano sempre ed hanno troppa testa per avere molti sensi o abbastanza cuore.

—Ma se è quasi brutta!

—Tanto meglio.

Così passarono vari giorni, poi Enrico partì e non rimase che il duca, del quale il capriccio nascente era omai noto a tutti grazie alla Nencia. Ida durava la solita manovra e gli parlava spesso dell'Alidosi, del suo matrimonio con Jela, della felicità di quest'ultima sposando un uomo così raramente bello. E a poco a poco quella ammirazione della forma le si riscaldava suo malgrado nell'anima, con quella incessante preoccupazione di eccitare la voluttà negli altri.

Adesso la sua fantasia di poeta offriva tutto un carnevale di orgie al suo cuore di vergine e ai suoi sensi di donna; non desiderava più, chiedeva: non saliva alla lussuria, vi discendeva colla famelica ostinazione di una abitudine irritata dall'impotenza stessa. Era sempre la fanciulla dalle immaginazioni sultaniche, la quale voleva essere amata invece di amare, avere un uomo piuttosto che una passione, ma con un egoismo più cosciente ed una raffinatezza più corrotta. La sua lussuria aveva l'acrimonia dell'odio sotto tutta quella pompa di pensiero, ed era come il crocicchio di tutte le strade della sua anima, il vertice di tutta la sua vita. Ella, che non poteva essere un giorno se non per la lascivia, se n'era fatta come una mazza medievale dalle punte dentate; se non che, tenendola sempre in mano o fra le ginocchia, vi si pungeva soventi ella medesima.

Innamorare Enrico schiacciando Jela, suo padre, il duca di Rivola ed Enrico stesso, qual sogno!

Lo aveva fatto, poi lo aveva ripetuto.


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