II.

Una mattina Jela corse mezzo spettinata nella camera della sorella, non la trovò; era nella biblioteca.

—Indovina,—esclamò subito, spingendo il grosso portone colla spalla.—Stasera arriva lo zio col conte Alidosi: me lo ha detto ora la Nencia,—e si fermò come soffocata dall'emozione.

—Ho indovinato,—rispose Ida pensierosa.

L'altra pure si fe' grave.

—Lo vedremo.

—L'ho già veduto,—disse a precipizio, togliendosi di saccoccia una fotografia, e porgendogliela e ritirandogliela col vezzo dei bambini.—È bello?!

—I ritratti mentono più degli originali.

Ma con grande meraviglia di Jela, sfuggita di sotto il pettine della cameriera per confidare tosto alla sorella l'enorme segreto, la conversazione cadde. Ida guardò le pagine del libro, la fanciulla non seppe più che cosa dire. Fece una smorfia.

—Lo vedremo,—riprese Ida con accento quasi annoiato.

—E mi dirai poi che cosa ne pensi?

—Senza dubbio.

Quella mattina al castello ci fu moto specialmente del cuoco e della Nencia. Il conte provò alcuni cavalli nel cortile della cavallerizza, e, ricordandosi improvvisamente del salto di Ida alla barriera, si sentì come il bisogno di parlarle. Sapeva di trovarla in biblioteca.

—Studiate davvero come una maestra,—le disse colla sua gentilezza un po' stordita.

Ella ebbe un sussulto, ma non trovò risposta.

—Sarebbe indiscrezione domandarvi il titolo del libro?

—Un libro antico: Leone Ebreo, Filosofia dell'amore.

—Lo studiate per voi?

—Per me!—rispose con un gesto di elegante pessimismo,—per Jela.

Il conte, che conobbe il proprio secreto già propalato, se ne imbarazzò; poi gli balenò nella mente la posizione della fanciulla dopo il probabile matrimonio di Jela, ed osservandole le gote allividite dall'ombra di quelle due grandi pupille nere, n'ebbe quasi pietà. Conosceva già le sue stravaganti superbie di maestra, e vi si interessava a quando a quando come ad uno dei pochi romanzi letti nella vita.

La biblioteca, uno stanzone oblungo, colle pareti nascoste fino al cornicione della volta dagli scaffali e due grandi finestre, che la riempivano di una luce taciturna, aveva una specie di nudità conventuale polverosa e severa. Le finestre alte, riparate da tende scolorate dal sole e striate dalle pioggie, non lasciavano vedere della scena ebraica dipinta nella volta se non qualche vistosità di abiti dietro il profilo sfuggente di una palma. Una umidità di sotterraneo appannava i lastroni quadrati del pavimento, ed annerendo gli scaffali di quercia, cogli sportelli a rete di filo di ferro, agghiacciava ancora quello stanzone, nel quale la vita del pensiero sembrava non essere entrata che per morirvi mutamente. Alcuni busti di filosofi, affondati dietro le cimase degli scaffali, gettavano tratto tratto bianchi bagliori di teschi, mentre una vecchia lucerna in fondo, sopra al tavolo di Ida, spenta chissà da quanti anni, sembrava accrescere ancora quell'ombra. Il conte, che non vi entrava quasi mai, si guardò attorno.

—Osservi,—gli disse la fanciulla, vedendo il suo sguardo fermarsi sul Cristo gigantesco, inchiodato sulla porta dominando quel cimitero di pensieri con la propria figura cadaverica.

Il conte si rivolse invece a guardare lei, e fu colpito dalla strana rassomiglianza di quei due pallori, ai quali il nero della croce e il nero dell'abito davano un funebre risalto.

—Osservi,—ella ripetè dopo una pausa, con accento velato:—quel Cristo non ha la corona di spine.

—Gli sarà forse caduta.

—Nella biblioteca... e qualcuno l'avrà raccolta. Ma la fanciulla, evidentemente pentita della malinconia delle proprie parole, gli lanciò un sorriso vivace, riconducendo il discorso su Jela e i cavalli provati la mattina. Era forse la prima volta che il conte si trovasse in colloquio così libero e stretto con lei, dopo averla concessa a Jela come la distrazione più adatta appena fuori del convento e prevedendo bene che un giorno o l'altro se ne sarebbe stancata. Solamente, nella sua generosità di gran signore, egli si riserbava di fornire alla maestra un collocamento o una dote per pagarle così l'ultimo debito della educazione di Jela. E poichè nell'andare a riprenderla con Jela al villaggio, si era ingannato immaginandola di costumi e di apparenza volgari, dopo non aveva più analizzato il proprio disinganno su quella grande fanciulla dal portamento altero e dalla conversazione di una mobilità così intelligente. Invece vi si compiaceva inconsciamente, perchè le armonie si avvertono meno quanto sono più perfette.

Ma a volta a volta gli occhi gli si posavano sul bel corpo della fanciulla, che pareva offrirgli nel sorriso di una parola la chiave di una rivelazione. Allora un desiderio alzava la testa fra molti dubbi, agitandosi in un guizzo di fiamma; ma la fanciulla aveva già abbassato gli occhi parlando ingenuamente con Jela, e il desiderio del conte si riaddormiva come uno svegliato innanzi tempo o per errore. Egli era un gentiluomo di modi squisiti, profondamente convinto della propria nobiltà, troppo ricco per avere mai lavorato, e troppo corto d'ingegno per essersi mai annoiato nell'ozio. Un tempo aveva amato le cacce e i cavalli, ma col cadere della gioventù anche queste passioni se ne erano andate, lasciandolo in una calma d'inerzia, che aveva come la voluttà di un riposo e gli dava nel mondo la superiorità di un uomo molto addentro nella vita. Allora non amava più nulla e non si ricordava d'altro.

Da qualche anno si ritirava lunghi tratti in campagna fra quei monti pieni di selvaggina, vivendovi da solo una vita da gran signore. Di donne vi si occupava più poco, come di lepri alle quali somigliavano fin troppo nella timidezza selvatica e nell'agro del sapore.

Possedeva quattro belle tenute e una figlia ancora più bella: aveva poco oltre quarant'anni, era solo, eppure non molto tenero di quella bambina, capolavoro della sua gioventù, più incantevole della mamma, perchè più sana e con altrettanta delicatezza. Gli piaceva, l'amava, le dava in dote le due più belle tenute, qualche cosa come due milioni, le permetteva qualunque capriccio, non l'aveva mai sgridata e non la sgriderebbe; era contento insomma di vederla bella e felice e che la fortuna le stendesse lungo la strada della vita i morbidi tappeti della ricchezza, ma non si chinava mai a respirare il profumo di quel fiorellino o a percuotere quella piccola anima, adorabile appunto perchè piccola, per trarne un suono, che fosse l'eco dei suoni della sua anima di uomo e di padre.

Era uno di quei fortunati, pei quali la vita non ha problemi, e ai quali una salute di ferro metallizzando l'egoismo, non si può dire che siano cattivi, perchè non possono nemmeno esser buoni. La robustezza della sua costituzione lo aveva salvato dalla cancrena de' vizi, l'abitudine della caccia e della vita campestre lo preservava dalle morbosità vanitose delle piccole cariche. Gran signore, che sentiva parlare volentieri del medio evo, coll'istinto della prepotenza impedito dalla indolenza del carattere, aveva una muta ed educata ironia per le manìe progressiste e le borie democratiche del proprio tempo. Non era nè religioso nè empio, o più italiano che straniero; accettava egualmente la repubblica e la monarchia, ma era ancora un gran signore, nel quale la grandezza, diventata natura, pareva semplice e l'ozio meritato da servigi inconoscibili. E Jela, gracile pianta alimentata dal succo della madre sul terreno paterno, ne risentiva l'aridezza, affrettandosi ad esaurire tutta la propria vitalità in una festa mattinale di bottoni e di fiori.

Ida, che avendo compreso subito il conte non vi aveva fatto nessun calcolo, al vederlo entrare in biblioteca ne fu piuttosto meravigliata.

Il conte era sempre in piedi, colle mani appoggiate al tavolone, gustando la buona impressione, che gli faceva la maestra quel mattino, abbandonata sopra un braccio della vecchia poltrona di cuoio a spalliera dritta, alta come una cattedra.

—Come potete mai passare tante ore in questo tetro camerone, sempre sola?

—Forse che in due sarebbe più facile?

—Forse.

—Allora provi. Jela avrà troppo da fare colla toeletta e non verrà a cercarmi che fra due ore.

—Non sono uomo di studio,—replicò col suo tono leggiero, cercando cogli occhi una seggiola.

—Piccolo guaio! in due non studiano che i ragazzi preparandosi all'esame.

—Ma è dunque un invito!

—A che cosa, signor conte?—ribattè con un sorriso così fine, che egli comprese d'aver a fronte una donna, contro la quale le sorprese non erano possibili, e colla quale la commedia avrebbe dovuto essere di una grande perfezione. Si fermò, poi avvolgendola in un'occhiata di gentiluomo uso a comprare le donne e i cavalli, la squadrò, l'ammirò e ridivenne l'uomo amabile del salone, che ha sempre una spiegazione per ogni audacia e una ritirata per ogni sconfitta.

—È un invito per una trottata. Mentre Jela aspetta, noi che non abbiamo nulla d'aspettare andremo loro incontro. Oggi è una stupenda giornata.

—Ma così interromperò la Filosofia dell'amore.

—Sarà forse meglio per entrambi...—e fece sorridendo una sospensione,—che non possono andare uniti.

Ida si levò accettando l'invito con atto grazioso ed uscì dalla biblioteca, mentre il conte scendeva lo scalone agitando il frustino in una maniera, che per lui indicava molto buon umore. Fe' sellare il suo cavallo favorito, bel sauro dalle forme pesanti ma di una rara eleganza, gli mutò egli stesso la testiera di cuoio in un'altra di seta, costume mezzo orientale e mezzo di fantasia, esaminò coll'occhio dell'intelligente la bardatura di Febo, ed attese la fanciulla nel mezzo del cortile schioccando il frustone, intanto che i cavalli saltavano come per strapparsi alle mani degli stallieri.

—Febo!—esclamò Ida arrivando colla lunga veste sul braccio, che le si vedevano gli stivali di pelle lucida. Il cavallo si volse nitrendo.

Il conte gettò il frustone e le si appressò.

—Febo, Febo!—ripeteva la fanciulla, accarezzando il collo del vivace animale:—Ha lo stesso nome ed è bello come il sole.

—Avete dunque una vera passione per i cavalli?

—Anche.

Il conte piegò un ginocchio; ella si lasciò prendere con tale atto di sapiente civetteria, che persino gli stallieri se ne accorsero. Quindi egli la sollevò fra le braccia, lambendole quasi colla fronte il seno sotto al suo viso pallido, che lo dominava con una moina inimitabile, dall'alto, senza una preoccupazione del cavallo.

—Ida!—s'intese chiamare Jela da una finestra del primo piano:—senza dire nulla... mi rubi papà.

Questo scherzo innocente capitava così a proposito, che il conte sentì dietro le spalle fremere gli stallieri. Si slanciò sul suo sauro.

—Ida!—tornò a chiamare la fanciulla più forte, mentre l'altra si era voltata a vedere il conte inforcare il proprio cavallo impennatosi appena libero dal cocchiere. Vi fu una lotta, ma il conte perfetto cavallerizzo la vinse e, spingendosi innanzi ad Ida con tre salti, fe' un cenno alla figlia. Ida gli cacciò dietro Febo di un balzo temerario, e salutò Jela col frustino.

All'uscire dal portone i due cavalli già quieti caracollavano col collo arcuato e il passo sospeso. Il conte era fermo in sella come una statua, Ida invece acconsentiva ad ogni moto di Febo colla più graziosa morbidezza di flessioni.

—Cavalca pur bene!—esclamò Jela dalla finestra.

Ma la vecchia cameriera, che la spiava accigliata, mormorò:

—Gli vanno incontro... anche lei!

—Davvero!—gridò Jela tornando a guardarli, che erano già sulla cancellata. Il conte si ritraeva per lasciarla passare, e Ida innanzi gli si rivolgeva scherzando col frustino nel fiocco nero sulla fronte del suo sauro, con uno scorcio, che anche da lontano era di una audace bellezza.

—Civetta!—balbettò la Nencia, togliendosi dalla finestra.

Jela rimase impensierita.

Dopo circa due ore una elegante victoria entrava con un forte tintinnìo di sonagli il gran cancello del palazzo, seguita da Ida e dal conte sui cavalli bianchi di schiuma. Tutti i servitori erano accorsi, ma il duca, gettandosi prestamente dal predellino, volle aiutare la fanciulla a discendere, e le offerse il braccio per lo scalone.

In cima Jela, che fingeva di accorrere incontro al padre, si fermò percossa sulla soglia del proprio appartamento.

—Jela!—esclamò gaiamente il vecchio duca, chiamandola con un gesto:—sei proprio decisa a non darmi più un bacio?

La fanciulla, che aveva già guardato il conte Alidosi, rossa come una rosa corse allo zio per nascondergli il proprio turbamento sul petto. Egli le cinse col braccio libero la testa e, sfiorandogliela colle labbra, le presentò l'amico, così quasi nascosto, mentre ella tentava un piccolo inchino comico abbassando gli occhi. Poi entrarono nel salone. Allora il duca scherzò con Jela, disse qualche amabilità a Ida, intanto che il conte Alidosi s'insinuava elegantemente nella conversazione, mescendo la propria voce quasi femminile al concerto di quelle due voci tremule ed armoniose. Ma nonostante l'abilità degli attori la scena languiva, Jela non trovava più che dei monosillabi, l'altro con tutta l'apparenza di un giovane perfettamente alla moda, poco uso a simili convegni, perdeva la prima spigliatezza.

—È un tipo dunque?—rispondeva il duca al conte, sbirciando Ida.—Mi pare interessante. E tu?—seguì con fatuo sorriso di corruttela.

Il conte Alberto alzò le spalle.

—Troppo difficile...

—Bah!

E il duca si appressò galantemente per ripeterle un complimento sulla sua abilità di cavallerizza e il buon gusto della sua amazone.

—Ida veste sempre di nero,—disse Jela, che si sentiva opprimere dal silenzio del bel forastiere.

—Come Mazzini,—questi interloquì ironicamente, alludendo alla morte recentissima del grande rivoluzionario.

—Mazzini portava il lutto della patria, che non aveva,—ribattè Jela.

—E che poi creò?—seguì il duca sul tono dell'Alidosi.

—Forse no, perchè vestì di nero fino alla morte. Il conte Alberto, fiutando una lotta, si era avvicinato, ma a questa risposta più scettica delle loro domande sorrise. Poi Jela dovette mettersi al piano con dietro il conte Enrico, che le voltava le pagine, chinandosele tratto tratto a guardarla sulla fronte con un garbo più cortese che galante, mentre ella tanto sicura delle proprie dita se le sentiva tremare sui tasti e le note le svolazzavano intorno alle orecchie come tanti frantumi di un secreto spezzato.

—Non è forse un bel gruppo?—rispondeva Ida al duca, che le domandava perchè li guardasse tanto. Ma in quel punto Jela agli estremi chiamò Ida, perchè suonasse ella pure, denunciandola allo zio come una principiante portentosa.

—Una volta era anch'io un principiante mostruoso, per fortuna sono rimasto sempre tale.

—Allora suoneremo un pezzo a quattro mani.

—Così le mani possono sbagliare più facilmente.

—Gli è per questo che il signor duca ricusa?

—Oh!—rispose, offrendole il braccio e sedendosele accanto al piano.—Mettiti laggiù, Jela: certa musica ha bisogno di prospettiva. Che cosa suoniamo, signorina?

—Per me è tutt'uno, non so nessun pezzo.

—Allora suoniamo senza musica.

—Sia.

Disposero le dita, poi si guardarono ridendo. Pareva si conoscessero da lungo tempo.

—Zio, aspetto,—disse Jela.

—Eccomi,—ed alzandosi porse la mano a Ida.

—Permettete: oggi si sono incontrati, domani si scontreranno.

—Un duello sulla tastiera?

—Un duello.

—All'ultimo sangue?

—Con una donna... val meglio il primo.

Ida dissimulò la lubrica impertinenza dello scherzo susurrato a bassa voce e, chinando il capo quasi ad un complimento, mutò discorso. Quella giornata passò rapidamente. Il conte Alberto, che conosceva intimamente l'Alidosi, non fece cerimonie e si ritirò. Lo zio propose una passeggiata pel bosco, la magnificenza della villa. Jela era al braccio di Enrico, Ida a quello del duca, ma intanto che la coppia dei fidanzati s'impacciava ogni tanto nel silenzio, egli già tutto allegro di essere il corruttore di una civettuola, doveva tratto tratto indietreggiare ad una risposta, che gli si accendeva dinanzi come un razzo. Naturalmente il duca parlava di donne, di Parigi, donde arrivava da poco, delle grandi signore, della vita facile; se non che provandosi a trascinare il dialogo troppo in basso, la fanciulla, che aveva ascoltato sino allora ridendo, dava una forte strappata, e risaliva anche più in alto.

—È proprio un tipo!—egli ripeteva, colto nel fascino di quella originalità.

Ma cicaleggiando Ida l'interrogò a più riprese sul conte Alidosi. Girarono lungamente pel bosco tutto imbalsamato di viole; quindi il duca parlò della Patti a Parigi nella parte di Violetta, la Dame aux Camélias; aveva pure conosciuto Dumas in un salone.

—Ma Violette non ne ho mai trovato, non ne esistono.

—È una fortuna: sarebbero le donne più ridicole della nostra civiltà.

—Una donna, che muore d'amore, è ridicola?

—Forse, ma l'amore di Margherita era ridicolo con tutti quegli scrupoli sentimentali e quelle timidezze borghesi. Una donna, che muore, non si lascia rapire l'amante. E perchè? per una sorella di lui, che non conosce nemmeno. La passione è egoista come tutti i forti.

—Ecco un'opinione singolare.

Ida gli gittò un'occhiata di superiorità.

—Singolare!—riprese, come tenendo a quell'oggetto di conversazione.

—Quali sono dunque le donne forti?

—Quelle che si fanno amare.

—Non amando?

—Fors'anco.

—Ed avete detto questo con Jela?

—Jela è una bambina.

Quindi discorsero del bosco, della vita campestre, del mondo, che Ida non conosceva se non per fantasia, e del quale il duca era un indigeno. Ida ascoltava a quattro orecchie, sollevando il cortinaggio di ogni parola per scoprirvi sotto un secreto. Si accorgeva della strambezza della loro conversazione, specialmente per lei damigella di compagnia e non già la sorella di Jela agli occhi del mondo; ma esasperata dal lungo attendere della sua vita, si avventava nella battaglia, considerando il duca come un araldo, che il mondo le mandasse colla sfida.

Aveva un'urgenza febbrile di torsi la maschera e, aprendo gli scrigni del proprio spirito, gettarne a pugni le perle nel viso della gente. D'altronde Jela non l'abbandonava ella pure? Al braccio di Enrico, leggera, sospesa come una sciarpa, il viso in alto, ella non pensava più certo all'amica, trascinata da quel cavaliere ancora incognito verso il mondo lontano, al quale Ida era condannata a non avvicinarsi mai, e dal quale rivolgendosi a un ricordo improvviso e passeggero Jela avrebbe appena potuto travederla. Questo pensiero l'attristò.

—A che pensate?—le disse il duca in francese arrestandosi, mentre ella camminava a testa china.

Ida sollevò la fronte e, vedendo i due fidanzati che retrocedevano loro incontro, biondi e leggeri sotto quelle volte massicce di verdura, s'incantò, quasi non avesse udita la domanda. Il suo sguardo, urtandosi in quella coppia, si divise su Jela e sul conte e li sentì entrambi così simili, che dovette indietreggiare per meglio comprenderli; ma la gracile eleganza di Enrico le parve allora come la forza della delicatezza di Jela. Si distinguevano più alle vesti che alla figura, se non che egli, più alto, la dominava colla fronte bianca come quella di Jela. Quindi ricordandosi su nel salone il suo primo sguardo frizzante di ironia come un zaffiro di azzurro, vi sentì tutta una fisonomia di perversità adorabile e di stupenda ambiguità.

—Pensavo,—fe' scuotendosi,—ad un difficile problema: Jela due ore fa non amava.

—Adesso credete che ami?

—Sono sicura del fatto, ma non giungo a comprenderlo. Sapreste aiutarmi voi, signor duca, voi che sapete la vita?

—V'interessano dunque molto i casi dell'amore?

—Molto! curiosità di viaggiatore che domanda, vedendola, il nome di una pianta a lui sconosciuta.

Ma il duca, che non si era mai proposto simili quesiti, non potendo trovarne subito la soluzione, ebbe lo spirito di non cercarla.

—E così?—gli chiese il conte Alberto, quando furono di ritorno per il pranzo.

—Aspetta: ti dirò domani mattina la mia opinione.

—La notte porta consiglio.

—Mio caro, questa volta per aiutarmi davvero dovrebbe portarmi la ragazza.

Il pranzo fu allegro. Ida non era mai stata più nobile e più spiritosa. Alla galanteria piena di spirito, colla quale trattava gli ospiti, si sarebbe quasi detta la padrona di casa, così non dimenticava un sorriso e non lasciava cadere una frase. Il duca di Rivola e il conte Alidosi, sebbene arrivati da poco, s'accorgevano già della novità; mentre Jela, dimenticata nel fondo di quella brillante conversazione, spiava prima curiosa, poi indispettita, l'amica, che le rubava persino l'attenzione di Enrico, rivelandosi in una insolita bellezza quasi prestigiosa come una nudità.

Quindi dalla sala da pranzo passarono nel salone, si fece ancora un po' di musica, Jela cantò una romanza di Gluck, fresca di una primavera immortale, si rise, vi fu ancora una discussione, dalla quale Ida uscì trionfante, e la compagnia si sciolse. Le fanciulle si ritirarono prime. Jela era imbronciata. Traversarono l'appartamento di Ida, e l'altra passava già nel proprio, che non si erano ancora detta una parola.

—Jela!

Ella si volse.

—Ma te lo dirà, non dubitare.

—Quando?

—Forse posdomani, forse pure domani.

Un rossore di fiamma le tinse la fronte, Ida aperse le braccia e Jela vi si precipitò con un groppo di singhiozzi alla gola. Stettero abbracciate. Jela le baciava il collo, ma nel calore di quel bacio il groppo dei singhiozzi le si sciolse in una risata.

—È bello!

—Tu non dovresti accorgertene. Gli uomini lo diranno brutto.

—E le donne?

—Lo ripeteranno.

Jela si grattò la testina.

—Ma ne parleremo: adesso va' a letto, e non aprire la finestra.

—La sua è di contro,—esclamò sorridendo.

Ida ebbe un sorriso di sprezzo a quella furberia della Nencia di mettere i fidanzati in faccia per farli più presto innamorare, guardandosi la notte nel chiaro mistero della luna; accompagnò Jela fino nel salottino e dandole un bacio ritornò nella propria camera. Ma invece di coricarsi entrò in biblioteca.

L'indomani passò senza nota. I due ospiti, partiti di buon mattino per una partita di caccia, non ritornarono che a vespro carichi di lepri e di fango. Jela era malinconica, Ida tornata all'ordinaria indifferenza per tenere in iscacco il duca, che affettava una certa noncuranza di galante già inoltrato. Ma Jela, incapace di capire un simile gioco, coll'anima piena del nuovo sentimento, si avviluppava nelle odorose mestizie del romanticismo, rifabbricandosi nella testina i lirici mondi di tutti i primi amori. Il conte Enrico le pareva tanto bello, che l'avea sempre amato; e questa sola parola era un oceano, nel quale navigava perdendosi per tutta la lene vastità delle acque sino alle vaporose incertezze dell'orizzonte. Era felice e soffriva. Con tutta la sua malizia di educanda, il pensiero di essere un giorno o una notte sola con Enrico in una camera, le sconcertava perfino i desiderii, mentre non avrebbe osato per cosa al mondo confessargli nemmeno la propria passione. Però si lusingava di essere compresa e che egli parlerebbe per il primo. Non glielo aveva assicurato anche Ida? Ida, ecco chi era disimpacciata. Ella ne provava quasi un rancore.

Quella inferiorità di spirito alla presenza dell'uomo adorato (e la fanciulla credeva già di adorarlo) in un circolo formato unicamente per lei, giacchè nè lo zio nè il conte erano certamente venuti al castello per altri, la umiliava troppo nella vanità, perchè istintivamente non si cercasse attorno una rivincita. Per la prima volta, pensando all'amica si accorse di essere contessa e milionaria. Fu una rivelazione, ne gioì, poi se ne afflisse. Infine se Ida aveva ingegno, aveva anche bisogno di averne! Quindi ricordandosi una per una tutte le pungenti osservazioni della Nencia, le parve di comprenderle solamente allora; ma poi non volle pensarci altrimenti, e presa da una più dolce mestizia, perdonò a Ida lo splendore della intelligenza, promettendosi di esserle sempre, per tutta la vita, l'amica più devota.

Questa vittoria la calmò. Le parve di essere tanto buona, che ne trasse la sicurezza di essere amata. Si era ritirata nel gabinetto lilla e vi aveva abbassato tutte le tende, sedendosi sopra una poltrona da un'ora colla persuasione di non essere già più la Jela degli altri giorni, ma così cangiata, che tutti se ne dovevano accorgere della povera Jela, la quale amava ed era tanto infelice. Per fortuna Ida stette chiusa tutta il giorno nella biblioteca, non comparendo nemmeno a colazione, giacchè avrebbe indubbiamente sorriso di quella idilliaca disperazione e l'altra se ne sarebbe adontata, ritornando alle cattiverie del sapersi contessa.

Ma Ida dal canto proprio aveva ricevuto dal duca una rivelazione del mondo reale, vedendo risolversi in fumo tutti i vecchi disegni. Quell'uomo, che parlava con tanta facilità delle donne, doveva dar loro ben poca importanza in quella abitudine di trovarsele sempre fra i piedi, offrentisi per un tozzo di pane o per un braccio di velluto. Ella, così superba di un'eccezione, e talora inorgogliendosene come di un'aristocrazia, si avvide di essere nella regola e che migliaia e migliaia di donne correvano la sua strada alla sua meta, scinte come le baccanti degli antichi bassorilievi, affaticandosi a spiccare con un gesto fra la moltitudine perchè qualcuno le chiamasse da un balcone, forse a dispetto delle dame oneste appoggiate col gomito sulla finestra a guardare nella strada con sprezzante curiosità.

Ma ella non aveva altra superiorità che la intellettuale, inadatta alla vita libertina moderna. Da molti secoli le Aspasie erano passate di moda e non si trovavano più Pericli per farle regine, o Socrati per divertirle immortalandole. Oggi l'arma più tremenda stava nell'eccentricità, impossibile senza una certa ricchezza. Invece le sue abitudini intellettuali la trascinavano quasi sempre a conversazioni troppo concettose per divertire persone di un dialogo leggero come la loro vita, ed esclusivamente sensibili alla finezza delle maniere. Quindi si accorgeva che le proprie conservavano ancora nell'acre profumo dell'originalità un piccolo sito triviale.

La sera fu amabile senza sforzo, suonò il pezzo a quattro mani col duca, tenendolo a distanza cogli scherzi, ma non potè malgrado ogni premeditazione permettere a Jela di brillare. Così passò anche il giorno seguente, e nell'altro avvenne il colloquio di Jela con Enrico. Questi, che lo aveva preparato di lunga mano, lo condusse secondo le vecchie regole dei romanzi, inebriando la fanciulla così, che appena potè corse nella camera di Ida, la cercò dappertutto, finchè scese nel bosco e se la vide venire incontro al braccio del duca. Allora raccontò tutto. Il duca l'ammonì sorridendo, ma lasciandosi strappare la promessa di trattare egli col conte Alberto.

—Ama ed è felice,—disse il duca con Ida dopo una pausa, mostrandole Jela, che si allontanava;—ecco una risposta alla vostra teoria dell'altro ieri.

—Ma sarà amata?

Questa fu l'ultima parola del loro dialogo. Il giorno seguente gli ospiti partirono, tre giorni dopo Jela sapeva dalla Nencia che era stata chiesta la sua mano e che il conte Alberto aveva dichiarato di rimettersi perfettamente al suo arbitrio. La fanciulla spiccò un salto.

Giù in cucina si parlò molto del matrimonio criticandolo, perchè il cocchiere sapeva sicuramente dell'Alidosi che era mezzo rovinato e si serviva del favore del signor duca per rimettere l'equipaggio con quella dote, non vergognandosi nemmeno di venire a fare all'amore in quello di un altro. I pareri oscillavano, ma Giovanni, innamorato come un babbo della padroncina, si lasciava sfuggire qualche bestemmia, sintomo di una profonda collera.

—Si vede bene che è un pitocco: non sa nemmeno cavalcare! Le ginocchia gli ballano sulla sella, non stringe.

—Abitudine!—lo interruppe con un ghigno il cocchiere:—le donne...

—Le donne?—ripetè Giovanni, percotendosi gli stivali coll'inseparabile frustino.

—Donne e cavalli, tutta la differenza è nella sella: sarà avvezzo senza, ecco perchè non stringe.

Il cocchiere superbo del frizzo diè in un'enorme risata, alla quale tutti fecero coro con un fracasso così schietto, che Giovanni rosso dal dispetto non seppe trovare una risposta. Ma quando l'ilarità fu calmata:

—Sai chi gli darei io a quel biondino, che ha paura?—rispose colla sua tagliente serietà:—Gli darei la signorina Ida. T'assicuro che te lo farebbe ballare sul pomo del frustino; ma Jela!—egli solo ardiva chiamarla per nome.—Già i biondi sono tutti vigliacchi, ne ho conosciuti tanti, e i vigliacchi sono tutti cattivi.

Il cocchiere, che era biondo, si morse le labbra, ma non ardì rispondere a Giovanni, secco come il ferro e fermo altrettanto; gli altri ghignarono ed il vecchio cavallerizzo uscì. Per le scale s'incontrò colla Nencia.

Una volta si diceva che s'erano voluti bene.

—Jela è proprio contenta?—le domandò con voce strozzata.

La Nencia trovò così strano il dubbio, che alzò le spalle in aria di compassione.

—Allora poi...

Ma Jela non fu contenta che otto giorni dopo.


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