I.
Ida rimase meditabonda in faccia a quella traduzione. Da due mesi viveva con Jela, la quale fedele alla propria promessa di fanciullina era corsa a cercarla nel villaggio. L'aveva trovata col vecchio abito nero oramai diafano, il viso spento dalle sofferenze di ogni sorta. Quindi, saltando a piè pari tutte le scuse e i ritardi, l'aveva condotta seco come un'amica o una maestra, che la perfezionasse negli studii; ma, caso o felice cortesia, non aveva pronunciato quel titolo abborrito, porgendo l'invito con una affettuosità così fresca, che Ida fu doppiamente lieta di accondiscendervi.
Il viaggio non fu lungo.
Appena giunte al palazzo le due fanciulle si ritirarono nell'appartamento di Jela, e allora, sola in faccia a questa educanda, che aveva appena il senno di un fiore e lo spirito di un frutto, Ida riconquistò sè medesima. Però fu guardinga, e non si lasciò sfuggire nessuna di quelle risposte filosofiche, capaci di arruffare quella testolina di angelo monello. Quindi le raccontò con arte di consumato romanziere la propria sciagura, mostrandole così nudo e gladiatoriamente atteggiato il proprio orgoglio, che Jela ebbe quasi rimorso di averle chiesto aiuto per gli studii. Ma Ida sorrise abbracciandola; poi la intrattenne del convento, facendole indovinare tanta esperienza di vita ed insieme tanta facilità d'indulgenza frizzante di spirito, che la contessina ne rimase addirittura entusiasmata.
Se non che lasciando la casa, dove le erano morti il padre e la madre, Ida non aveva letteralmente più un soldo. Il suo abito pareva anche più miserabile con quella schizzinosa mondezza; aveva le scarpe scalcagnate, un cappellino lagrimevole sulla testa. La miseria aveva abbracciato quel suo corpo, nato per le orgie di un sultano, come una gramigna lo stelo di un garofano. Jela e Ida se ne accorgevano col medesimo sentimento. Ma la contessina, che le aveva già disposto un appartamentino provvisorio attiguo al proprio, entrandole in camera il mattino seguente e sedendosele sulla sponda del letto, le riparlò di tutti i discorsi della sera coll'amabilità leggermente servile di chi sta per chiedere una grazia. Ma non ne fu niente; parlò ancora d'altro, scherzò, fu bambina, sguaiata come tutti i bambini, tornò seria, tornò servile, e dopo tutto questo armeggio:
—Oh! senti Ida, facciamo i conti.
L'altra spalancò gli occhi senza rispondere. Ed ella seguitò esponendole il bilancio del proprio spillatico, abbastanza grosso e nullameno troppo tenue per tutti i capricci. L'altro giorno da un orefice avea veduto un diadema brillantato di contessa, una follia di bellezza e di prezzo: Dio! come era carino! Jela aggiungeva sospirando:
—Peccato che noi ragazze non possiamo avere nè gioie, nè quattrini. Dunque senti: ci conviene aver giudizio. Il mio appartamento è orribile, papà ha poco gusto; andrebbe appena per una nonna. Non v'è che la stanza da letto accomodata dalla povera mamma. È un appartamento serio come Giovanni il cavallerizzo: hai visto le sue basette? Beh! dunque?... ma se non m'aiuti, non ne vengo più a capo,—guaì rabbiosamente con le lagrime agli occhi, gettandosi fra le braccia dell'amica.
—Come stavo bene piccina a casa tua; e tu?
—No.
—No? non vorrai star bene con me? Bel gusto di umiliarmi per farmi piangere. No, siamo intese: tu hai più giudizio di me e mi sgriderai, ma se non hai giudizio, io piango tanto che te lo faccio spuntare.
E la fanciulla, superba di averle fatto tutto accettare senza nulla offrirle, si diè a saltare per la camera come una matta, finendo per strapparsi la veste e cacciarsi sotto le lenzuola con Ida.
E Ida s'installò nel castello dei conti di Monteno. Jela era tutta un sorriso, occupata nella vita come una bambina ad una festa di ballo, che ammira i fiori ed intasca i confetti. Appena fuori del convento se lo era scordato, quantunque ne avesse, varcandola, bagnata la soglia di molte lagrime; ma la sua armoniosa natura si conformava a tutti gli ambienti, respirava con eguale facilità in tutte le atmosfere. Era bella perchè era felice, era felice perchè era bella. Le sue idee, lunghe come i suoi capelli del biondo più soave, avevano tutte il colore di viola de' suoi occhi; la sua coscienza aveva la bianca freschezza della sua pelle; era delicata e leggiera. Non aveva sedici anni. Non sapeva nulla, non ambiva nulla, desiderando tutto. Poteva interrogare, ma non era curiosa; conosceva poco, capiva meno, non indovinava affatto.
La nota della sua anima era il riso; rideva con tutto, coi dorati riverberi dei capelli, colle iridi inumidite degli occhi, colle labbra rosse, coi denti bianchi. Le parole le cadevano come i fiori del mandorlo, colorandosi al bel sole della sua giovinezza come tante bolle di sapone, che si sciolgono senza scoppio nè traccia. Le sue mani si tendevano involontariamente per fare una carezza, appena si presentasse qualcuno a riceverla, con una delicatezza di puerilità bionda, di follia profumata. Era bella come un'apparizione, ed infatti appariva allora nella vita, di quella bellezza che non ha nome nè durata, che non significa nulla e ricorda tutto, i desiderii più puri, le fantasie più liete, le insulsaggini più perfette; capolavoro di una doppia giovinezza di corpo e di spirito, bellezza di una natura assurda, che ha spogliato la donna e la fanciulla per creare la giovinetta. Era come una camelia che avesse ceduto a un diamante la spenta morbidezza del proprio candore, un diamante che avesse ceduto a una camelia la propria soavità di gemma.
Jela non poteva essere amata e non poteva amare, ma attirava e sentivasi attirata. Se i fiori si movessero liberamente, pochi vorrebbero restare nel loro vaso di terra concimata, e li vedremmo al pari di noi cercare i siti più espressivi. Molte rose si poserebbero a fiorire sul seno di una donna, più di una viola malinconica andrebbe ad insinuarsi fra la tastiera di un pianoforte, per apprendere forse dalla musica il secreto della propria malinconia. Così Jela andava verso tutti, amava tutti, Dio e il mondo, il passato, il presente e l'avvenire, di un uguale affetto. Adorava suo padre, adorava la mamma senza ricordarsela, adorava la vecchia cameriera, adorava la cagnina, il canarino, il suo abito cilestro, la veste da camera bianca, le pantofole turche, la fanciulletta giapponese in avorio, un regalo dello zio, e tutti l'amavano, perfino i domestici. Era un giocattolo di tutti, che apparteneva a tutti, dal palafreniere che le insegnava equitazione al calzolaio che le misurava ammirando i minimi piedini. Non potendo dormire col canarino, dormiva con Nelly la piccola danese; ma fra tutti questi affetti, susurranti come un cespo di erba odorosa e poco più alti, uno solo sorgeva dominando, l'amore per Ida. Si conoscevano da bambine, e sino da allora la piccola rosea scherzava nelle braccia dell'altra, seria, cogli occhioni spalancati e i moti imperiosi. Una glicine abbarbicata ad una quercia. Gli anni erano trascorsi, ma le due donnine erano ancora nello stesso atteggiamento.
Quindi trascorrendo insieme tutta la giornata in incessante chiacchierio, Jela non impegnava mai una questione, non poneva un problema, o se presentavasi da sè, Ida ne dava indifferentemente la soluzione, senza premesse nè conseguenze, là, come uno scoppio di tromba in un preludio di violini. Jela accettava, guardava l'amica tirando innanzi. Ma tutte quelle risposte alteravano la flora della sua testolina, mentre la sua coscienza, che dovea pure fortificarsi, si assimilava lo spirito della sorella di latte.
Jela imitava inconsciamente Ida perfino nella frase e nel gesto; adorabile scimmia, più donna della donna che copiava, appendice brillante di un libro poderoso.
Ella non si era mai chiesta come Ida fosse povera: Ida avrebbe potuto mai esserlo anche essendolo?! E nemmeno come stesse nel suo palazzo senza far parte della famiglia nè dei famigliari, se vi resterebbe sempre, perchè spendesse il suo denaro non avendo il suo nome, donde venisse e dove andrebbe un giorno a finire, poichè Jela sapeva finalmente che ella stessa non sarebbe sempre una ragazzina. Che cosa il mondo diceva già di questa amicizia? Anzi una volta la vecchia cameriera, adesso più vecchia e golosa della affezione della padroncina, avendo voluto arrischiare qualche osservazione, Jela si era vezzosamente inferocita.
—Ida,—aveva esclamato,—è Ida.
Non ne sapeva oltre.
Ma se la serietà pensosa dell'altra non le avesse imposto, chissà che cosa quella pazzerella non avrebbe detto o fatto, perchè in questa sua passione composta di minuzie e di grandezze Ida era tutto per lei, la madre morta, il padre vivo, le amiche del convento, la suora prediletta, l'amante incognito ed ancora lontano lontano, il mondo con tutti i suoi misteri, la vita con tutte le sue febbri, la poesia con tutti i suoi splendori, la musica con tutte le sue soavità. Ida ascoltava, gettava il raggio del pensiero dove l'altra vibrava appena il filo luminoso della sua pupilla, alzava il velo cui ella toccava incertamente: le riempiva tutti i vani del cuore, le occupava tutti gli spazi della vita, era la parola di tutte le sue idee mute, l'eco di tutte le sue voci indistinte, l'anima del suo spirito, l'artista del suo corpo.
Jela era troppo bella per non essere civetta, ma era troppo giovane per saperlo essere, quindi scappava dalle mani della cameriera appena compiuta la toeletta, come Cosimo il canarino dalla gabbia aperta, e correva dalla maestra (questa volta Ida aveva accettato il titolo) a farsi vedere. Allora era un esame minuzioso e profondo: le stoffe e i colori, le trine e le frappe, le foggie ed i tagli, i nastri e le pieghe, armonie ed antinomie, sfumature e risalti, audacie e timidezze, tutto era discusso. Da ogni particolare esalavano profumi, su ogni curva strisciava un appetito, in ogni ondulazione palpitava una scoperta. Jela afferrava: la bellezza aveva un avvenire, ogni bellezza uno scopo. Quindi le pareva che le pieghe le penetrassero come nelle carni e le rivelazioni le salissero lambendo i piedi per la tenebrosa bianchezza delle sottane, mentre Ida le girava intorno parlandole colla sua voce più velata, quasi nella solennità di un mistero, creandola improvvisamente donna fra un'umida nebbia di caldezze. Allora la fanciulla si ricordava tutti i riserbi delle suore e le allusioni delle cameriere; si sentiva le palpitazioni della voluttà nella testa e giù nel cuore le vertigini dell'ignoto, ancora più ignoto dopo averlo immaginato. L'ignoto era l'uomo.
Ma tali conversazioni non erano se non parole, che erravano intorno a quell'arcano come un nuvolo di farfalle intorno ad un arbusto fiorito. Il riso vibrava sonoro e si spegneva di un tratto; v'era una lotta di ombre e di bagliori, di modestie e d'impudenze, poi Jela ritornava bambina ai discorsi insignificanti, alle divagazioni semplicemente birichine, senza una memoria di quanto aveva imparato e le sonnecchiava nell'animo.
Le due fanciulle non si lasciavano.
La mattina si correvano subito incontro, ciarlavano, si vestivano; ma Ida, che non aveva voluto cameriera, seguitava a vestirsi sempre in nero, adattandosi gli abiti da per sè. Indi facevano colazione, poi ritornavano nel loro appartamento, e Jela le insegnava il pianoforte, nel quale era abilissima delle dita come tutte le sue pari. Ida imparava con una rapidità spaventevole. Quindi scendevano nel cortile delle scuderie, dove un vecchio palafreniere le metteva a cavallo, vestite di una lunga amazone nera, in capo un bonnettino capriccioso inventato da Ida, gli stivali lucidi al piede, il frustino col manico d'oro o di agata in mano. Jela aveva paura, Ida era temeraria. Invano il cavallerizzo voleva rattenerla, quando partiva troppo spesso di galoppo sfrenato, più invano una volta avea voluto spaventarla gridandole:
—Se non si ferma, le farò saltare la barriera.
Ida col viso animato dalla corsa aveva gettato un urlo di gioia.
Si dovette per forza portare la barriera: mentre il maestro si raccomandava, Jela rideva senza sapere il perchè, e Ida tormentava ferocemente il cavallo.
Galoppò in giro, evitò l'ostacolo per due volte, tanto che il maestro e Jela non respiravano, ma alla terza storse Febo, lo lanciò dritto, dandogli la strappata così presto che le gambe anteriori gli percossero nei travicelli, la barriera si rovesciò ed ella sbalzò lungi quattro passi rattrappita sulle ginocchia.
—Ah!—gridò, rizzandosi prontamente e riafferrando le briglie.
Jela era pallida come un cencio.
L'altra volle rimontare, volle saltare e saltò. Il conte, che sopravvenne a quel punto, le battè le mani, Ida si volse salutandolo del frustino con una civetteria da circo equestre, e fece spiccare due altri balzi al cavallo.
—Siete ben forte,—le disse il conte avvicinandosi a guardarla seduta coi fianchi classicamente evidenti.
—Eppure Giovanni mi complimenta sempre sulla mia mano leggiera.
—Per reggere i cavalli la mano più sicura è la mano leggiera.
—Come cogli uomini.
Il conte raccolse il frizzo.
—Avete saltato la barriera alla prima prova?
—Alla seconda. La prima volta sono caduta.
—Male,—rispose il conte, frenando sulle labbra una risposta meno castigata, perchè Jela ascoltava, ma che Ida indovinò benissimo.
—Sono caduta in piedi,—ribattè sul medesimo tono.
Il conte tornò a guardarla negli occhi, parlando d'altro.
Del resto la vita al castello di Valdiffusa era così noiosa, che Ida si pentiva sovente di averla raccomandata a Jela, sulla proposta del padre, nei primi mesi di mondo, per eludere l'incomodo di tutte le visite e prepararsi meglio all'inverno venturo. Allora erano nel mese di aprile.
Il castello, come lo chiamavano, grosso palazzo di stile cittadino, coi pilastri al portone ed un giardino nel cortile, sorgeva da un largo prato cinto di siepi tosate, ai piedi di un colle, sul quale la sua massa biancastra spiccava pesantemente. Vi si accedeva per un'enorme cancellata di ferro a sei battenti, separata da colonne di pietra culminate da una cimasa di granito, meno le due di mezzo abitate da due leoni, i quali nell'inverno riparavano entro un casotto di legno per eccellenti ragioni d'igiene della pelle. La gente non passava mai senza guardarli con ammirazione, e li chiamava i leoni del signor conte. Erano lo spauracchio di tutti i bambini e una fola per tutte le mamme. Un viale fiancheggiato di oleandri e di limoni, alto su basamenti di pietra, sboccava nel prato dirimpetto al portone, sormontato da una ringhiera a fiori, sui quali o per l'acqua o pel sole si poteva abbassare una tenda bianca, filettata di turchino. Alla facciata, e non v'era altro di ornato, colle finestre incorniciate e divise da magre colonne prese nel muro, cogli abbaini dei solai rotondi e tagliati a croce, il palazzo si sarebbe detto quadro; ma i suoi fianchi si prolungavano nudi, forati da una infinità di vani sino ad un altro muro, che chiudeva il cortile della cavallerizza, colle scuderie, le rimesse e gli alloggi dei servitori.
Dinanzi al castello il prato si rompeva in aiuole incassate da tegole rosse e turchine, piene di fiori e di pianticelle puntute e rotonde, dominate dal getto pretensioso di una fontana, nella cui vasca i soliti pesci variopinti aspettavano dopo pranzo le briciole di Jela di qualche visitatore impacciato del villaggio vicino. Ed erano un'altra meraviglia della villa, quei pesci che ricomparivano sempre come nei paragoni lirici della Bibbia.
Quest'ultima osservazione era del curato.
Il castello si alzava bianco, verniciato, fra quei monti bruni di boschetti cedui e di marroneti, pei quali si scorgevano a quando a quando le case verdognole coi tetti a lastre di fiume. Il paesaggio era ampio e severo. Anche nel mezzogiorno, quando il cielo era terso come uno specchio e il sole fulgente come solamente un sole può fulgere, la vallata non si facea mai allegra. Pochi campi si adagiavano sulla riva sinistra del fiume, le querce asserragliavano i campi, attorno alle querce, oltre le querce salivano i querciuoli, qualche pino, qualche elce, e lungi castagneti. Una frana gettava fra quel bruno il sorriso biancastro del suo galestro, remota remota una vetta si colorava di scialbo azzurro sopra i monti terrigni. Era il regno dei querciuoli denso ed oppressore, nel quale sembrava che le altre erbe ed i fiori non avessero mai potuto penetrare e l'uomo stesso vi fosse rifuggito. Molti armenti vi pascolavano invisibili nel fogliame, non si discernevano strade. La maggiore, la sola veramente degna di questo nome, lambiva il castello, allargandosi devotamente per buon tratto nel passargli davanti, e conduceva al villaggio nascosto dalle svolte, lontano circa tre miglia.
Per essa non transitavano che carbonai, o nell'autunno i carrettieri trasportando i marroni, la prima se non l'unica ricchezza del paese. Tutte le birocce dipinte di rosso avevano la sonagliera; i carbonai, radi conquistatori di quel regno dei querciuoli, erano ancora più neri e più foschi.
Ma fra quei monti troppo uniformi e quel castello troppo cittadino sorgeva un bosco di elci. Lo si vedeva dal portone, dietro il cortile, aprirsi in un immenso stradone a volta, coi forti rami intrecciati, sotto nudi di foglie. E la sua volta, capace come la navata di un tempio, si allungava mano mano più scura, abbassandosi senza cadere, così che lo stradone parea finire in un antro, e non finiva, e nelle sue ombre il pensiero si ombrava esso pure. Ma lungo l'enorme viale altri se ne staccavano, a portico, come larghe fessure per le quali rideva il cielo e l'anima si alzava un momento. I viali serpeggiavano senza scopo o disegno apparente, avvicinandosi, allontanandosi, incrociandosi come in un labirinto, moltiplicando il bosco con tutti i loro giri e le prospettive imprevedute, i gruppi bizzarri, le vacuità misteriose. Qua e là, fra due alberi, due arbusti improvvisavano una nicchia o una capanna; un sasso su due sassi apprestava un sedile, il suolo oppresso dall'ombra era bruno, nudo, e la poca erba distesavi pareva come calpestata da un piede invisibile. Dagli alberi rampollavano altri alberi, cespugli gigantescamente snaturati, ai quali l'edera si mesceva insinuando per tutti i fori, lungo i forti steli e i tronchi nodosi, su per le forcate muschiose sino alle cime arruffate, i suoi capelli famelici, piovra del bosco, parassita prudente, che non uccide quasi mai per non morire essa medesima. Ma l'edera sempre verde anneriva le bacche solo quando la neve pretendeva di tutto imbiancare. Quindi i viali, ondulando per la pianura, sembravano accerchiare il castello quasi fino sulla strada, o salivano le prime falde del monte assottigliandosi. Il viale diventava viottolo, il viottolo sentiero; le foglie morte lo ingombravano, i cespugli lo attraversavano violentemente coi rami interrompendolo tratto tratto, finchè più in alto, l'erta diventando più erta, il sentiero si stancava. Talvolta però più fortunato o più forte montava ancora, torcendosi a tutti i capricci delle macchiette, infilandosi per tutte le screpolature, sparendo tratto tratto sotto la pelle verde del muschio o spezzandosi in scalini, finchè toccava l'orlo scapigliato d'un largo spazio.
Allora la vista si abbassava sui boschi cedui, sull'altro più profondo, sul palazzo bianco, urtandosi alla ripa opposta del fiume e ripiegandosi per tutta la vallata lunga e stretta, sino alle elci dense come un prato, sotto al quale s'indovinava una vacuità piena di mistero, un silenzio avvolto nell'ombra, una moltitudine di ombre susurranti nel silenzio. Lo sguardo vi si sommergeva col pensiero come dentro un'incognita foresta sottomarina. I viali tendevano tuttavia le loro volte, le gramigne si stiravano nocchiolute ai piedi degli alberi, i rami secchi ingombravano qua e là il terreno, l'edera infittiva la oscurità e intristiva la cupezza, i viali erano muti come gli alberi. Quello era il bosco delle elci e del sonno, che il giorno non poteva interrompere, ma cui gli uccelli giungevano forse a far sorridere i sogni colla nota perlata del loro cinguettìo; un bosco invecchiato nell'ozio di un'inutile vegetazione, nel quale il vento non entrava più del sole, e la luna filtrava appena qualche fantasia notturna. Il sudore viscoso dell'umidità vi gocciolava a tutti i tronchi, mentre la terra arenosa strideva sempre ad ogni più piccola pressione, e gli uccelli folleggianti per quella solitudine di vegetazione, la popolavano di amori spensierati e canori.
Quel bosco era la passione di Ida, che vi si obliava lunghe ore.
Sempre alzata per tempo, faceva toeletta e si andava a chiudere in biblioteca, finchè Jela non venisse a distorla per gli ordinarii sollazzi. Allora traduceva l'Ahasvero di Hamerling, coll'ardore di altre volte, poichè quella vita signorile, veduta dappresso, le aveva già smentiti tutti i lunghi sogni. Il conte era gentile ma nullo, Jela carina ma nulla, il castello comodo ma nullo; il suo lusso era senza raffinatezza come la campagna d'intorno senza varietà.
Però della vita intima del castello, tranne il contatto delle due cameriere e di Giovanni il cavallerizzo, esse non sapevano altro. La vecchia faceva con loro da governante, ma in presenza di Ida non parlava quasi mai, scusandosi astiosamente del non saperlo fare: del che Jela la derideva contraffacendola e colmandola di carezze. Del resto volendole tiranneggiare finiva sempre coll'ubbidirle o per l'amore di Jela o per l'abilità di Ida.
In principio, la sera o la mattina presto, uscivano per lunghe trottate colla Nencia e Giovanni, poi Ida era riuscita a sopprimere la vecchia, a mutare il calesse in un phaeton, che guidava ella stessa sotto la sorveglianza di Giovanni, il quale avrebbe voluto insegnare inutilmente anche a Jela. Ida aveva un occhio e una mano da cocchiere inglese con una temerità da americano. Poi le trottate le annoiarono: l'ultima fu a tiro a quattro, una scommessa di Ida col conte, che ella vinse a stento, ma vinse. Quindi vennero le passeggiate a cavallo, che non finirono più, solamente si fecero più rade; qualche volta, a grande scandalo della Nencia, Ida osava uscire sola senza staffiere. A Jela non lo avrebbero permesso.
Ma le giornate erano lunghe. Jela si rifaceva sui romanzi della mamma di vent'anni fa, Ida studiando finchè suonasse l'ora solenne del pranzo, servito da domestici sempre gallonati, con un lusso principesco e una raffinatezza degna di Brillat Savarin. La sera arrivava il curato per la partita a scopa o al bigliardo. Ida vi si rifiutava quasi sempre, Jela potendolo, e divertendosi un quarto d'ora coll'invariabile imbarazzo del prete. Ma la partita restava spesso a mezzo, il conte parlava di campagna, d'insulsaggini dette le mille volte e che l'altro accettava sempre come nuove, rispondendovi alla sua maniera, così che il conte sapeva già prima la risposta. Una volta Jela glielo disse.
—È un imbecille,—le rispose col suo tono abituale d'indifferenza.
—Però i contadini lo credono un grand'uomo!
—Forse ciò è conciliabile.
—Perchè no?—interloquì Ida, soffiando col suo sarcasmo su quella leggera ironia;—la più goffa delle imbecillità è forse nell'essere un grand'uomo.
Ma le due giovinette si annoiavano: una smania latente cominciava ad irritarle di essere così fuori del mondo ancora per molti mesi, senza udirne nemmeno gli echi e vederne di notte i fuochi lontani. Jela pensava alle feste, alle toelette da teatro o da ballo, alle passeggiate tra la folla; e a certi momenti le pareva di mancare di tutto.
Entro quell'enorme cornice di verdura, che a forza di riposare la vista la stancava, e quella calma greve come un'afa, il castello diventava più noioso. Dal mattino si aprivano porte e finestre; il conte o partiva per la caccia o si chiudeva nel proprio appartamento al pian terreno; la famiglia non si riuniva se non la sera. Quegli appartamenti così vasti, aereati, colle tappezzerie non meno lucide dei mobili e le dorature ancora fresche, parevano non aver mai appartenuto ad alcuno, siccome negli alberghi, dei quali aveano il lusso impersonale senza la vita tumultuosa del continuo sgombero. Tutte le tende armonizzavano colle pareti, tutti i mobili fra loro e tutti i saloni. Il conte occupava il pian terreno, Jela e Ida due quartierini in una specie di casetta interna agglomerata nel palazzo. Il piano nobile, un rettangolo di saloni infilati, era vuoto dal giorno che la contessa, accortasi di essere mortalmente ammalata, l'avea finita colle feste e coi ricevimenti. Ma dopo la sua morte la Nencia ne aveva assunta specialmente la cura. Quindi nessuna mano vi aveva più turbato l'ordine minuzioso e la regolarità implacabile. Nessun sopramobile si era mosso, nessuna poltrona aveva scivolato sulle ruote, nessuna piega di cortinaggio si era distesa. Le candele dei lampadari, aspettando da vent'anni di essere accese, si erano annerite, il tempo aveva fermato sui caminetti di marmo tutte le pendole dorate. Quegli appartamenti deserti non servivano più che ai vecchi ritratti, immobili nelle pose convenzionali, imbruniti dagli anni in fondo alle loro ombre rapprese.
Dalle larghe finestre la campagna entrava confondendo l'inerte ampiezza del paesaggio alla vuota ampiezza delle stanze, nelle quali la luce sembrava perdere anch'essa la rutilante giovinezza, come la vita vi avea perduto la confusione e la sonorità.
E a poco a poco il pensiero subiva quella smorta influenza. Una noia di luogo abbandonato si addensava in tutto l'ambiente cadendo sull'anima delle fanciulle, coprendovi come sotto uno strato di polvere tutti i floridi desiderii e le bionde passioni. Ma era così lieve che non l'avvertivano, se non quando era già troppo alta.
Jela fuggiva quasi subito, Ida tentava di resistere, cacciandosi attraverso le ruine dei suoi mille mondi, sempre frantumati nel secondo momento della loro creazione: poi le fanciulle si trovavano giù nelle stanze abitate, e la conversazione del conte col curato ricadeva loro addosso come una polvere più grossa e più disgustosa.
—Come mai papà non si annoia?
—Mia cara, dovresti domandarglielo: è un problema, di cui la soluzione può interessarci seriamente.
—Non mi risponderebbe: dimmelo tu.
—Chiedilo piuttosto al curato. Egli ti dirà che la noia del mondo è l'eco della voce di Dio, che ci chiama dal paradiso.
—E papà?
—Forse è sordo.
—Ma io mi annoio,—gridò Jela ridendo:—e tu?
Ida s'alzò, e pigliandola per mano la condusse alla finestra. La notte era scura; grosse nuvole aspettavano nel cielo.
—Credi che quelle nuvole si annoino?
—Chissà! che cosa fanno lassù? si annoieranno anch'esse.
—Avrebbero torto, perchè hanno la tempesta nel seno.