VI.
Nei giorni seguenti la malata peggiorò, così che la Ghita, trattenuta da Ida a vegliarla, si aspettava ad ogni momento di vederla morire. Da quell'ultima scena nè Ida nè il medico si erano più mostrati al suo capezzale, quegli chiuso nel proprio dispetto d'essere la favola del paese ed assaporando nella cessazione di quelle visite inutili una specie di vendetta, questa avendo già da lungo tempo esaurito ogni pazienza di decoro e di amore.
La Ghita regnava sola in casa. Giù nella cucina i suoi bambini giuocavano e rubacchiavano, le vicine entravano ad ogni momento, e quindi erano lunghi discorsi e confidenze sul triste destino della mamma e della figlia, sole, senz'altro appoggio nel mondo che la Ghita. Le vicine la complimentavano sul suo buon cuore ed ella se ne schermiva appena, mentre in mezzo a tutti quei complimenti gli ultimi arnesi della cucina si andavano sempre più rarefacendo. Un giorno la fanciulla se ne accorse senza dire parola. Un altro giorno trovò la Giovanna giù al focolare in colloquio colla Ghita. Ida si arrestò sulla soglia. La Ghita, che parlava a bassa voce, trasalì, ma l'altra, venuta solo per conoscere la signorina e ringraziarla, chinò la larga faccia arrossendo. Ida capì.
Andò dritta alla Ghita e le diede un ordine con quel suo occhio penetrante ed altero. La Giovanna scambiò un'occhiata furtiva colla Ghita come per domandarle coraggio, e appena la fanciulla si mosse voltandole le spalle, coll'impeto di un cane le saltò all'abito ed afferrandogliene un lembo lo baciò. La immensa distanza, che le separava, era scomparsa. Ida rivolse la testa, guardò quella donna ginocchioni in atteggiamento di preghiera, e per la prima volta dopo molti anni la compiacenza della sua vanità fu senza acredine. La Giovanna singhiozzava. Ella si torse, la prese per mano e la rialzò; ma la donna abbassò gli occhi in faccia alla vergine.
La Ghita aveva due lagrime alle ciglia; poi la Giovanna giunse a baciarle una mano, mentre Ida si liberava sparendo dietro l'uscio. Allora le due donne si osservarono mutamente, poichè quella scena subitanea era stata un enigma per tutte e tre, incontratesi come a caso nel trivio soleggiato d'un affetto cristiano.
La Ghita fu la prima.
—Ma è matta!—disse guardando il soffitto, sopra al quale era la camera della fanciulla, e come rispondendo ad un lungo ragionamento.
—Proprio?—ribattè la Giovanna aprendo gli occhi, nei quali si spegneva già il baleno dell'ammirazione.
—Ghita!—chiamò con accento angoscioso la fanciulla dalla scala:—Ghita!
—Che?—e corse all'uscio. L'altra la seguì.
La fanciulla era sul pianerottolo, aveva il volto bianco e sconvolto.
Salirono, si precipitarono nella camera della ammalata. Così alla poca luce delle imposte socchiuse si distingueva appena, ma si udiva un rantolo fievole fievole.
La Giovanna corse a spalancare un'imposta, ed allora apparve la faccia della morente. Era deperita in un'ora più che in tutta la malattia.
—Muore!—balbettò la Ghita:—bisogna chiamare il dottore.
La Giovanna alzò la testa.
—Troppo tardi!—rispose Ida, fissa negli occhi velati della mamma e travolta nel suo rantolo.
L'altra non replicò. Ida pareva estatica, gli occhi sbarrati, le tempia ventilate da un freddo terrore. Le due donne si distrassero a guardarla; poi la Ghita mormorò una parola all'orecchio della Giovanna ed uscì frettolosamente. La fanciulla non se ne avvide. Non perdeva una contrazione di quell'aspetto, una fisonomia di quella morte, costretta da un fascino misterioso, nel quale il dolore perdeva ogni coscienza e lo spavento ogni nervosità.
Tratto tratto la moribonda muoveva insensibilmente la testa, percotendo le dita sulle lenzuola gialle. La camicia, chiusa al collo ed ai polsi, pareva aumentarle inesprimibilmente l'orrore della magrezza. Moriva. Aveva ancora l'anello nuziale e i bottoncini alle orecchie. Il raggio di quell'oro traversò la fissazione della fanciulla, che le si riunì immediatamente nello scavo angoloso delle gote, entro una delle quali si arricciava un ciuffo di capelli grigiastri. Quella faccia era di una piccolezza impossibile, senza espressione.
Infatti la Giovanna se n'era distolta per guardare sopra il canterano un magnifico Gesù bambino sotto un'urna di vetro, sdraiato fra i fiori, tutto roseo nella sua vestina di seta. Non pareva vivo, ma l'esagerazione della sua lucidezza attirava come una vivacità di vita. E a poco a poco gli si era appressata, passando dietro Ida; ma fa pronta a rivolgersi, vedendola come destarsi al rumore, che saliva per le scale.
La fanciulla corse all'uscio; in quel momento l'ammalata scosse il capo quasi per disapprovarla. Era l'arciprete col barattolo dell'olio santo in mano, seguito dalla Ghita con due candele accese e da altre due vicine accorse per assistere devotamente l'agonia. La Ghita le fe' un cenno di interrogazione, se era morta, che l'altra non colse.
—Siamo in tempo?—domandò l'arciprete, che non aveva osservato il viso della fanciulla.
Ma Ida sbarrava la soglia.
L'altro si fermò.
Lo sguardo della fanciulla era sfolgorante di disprezzo.
—Mi lasci passare.
—No; non vi ho fatto chiamare e non permetto che si turbi l'agonia di mia madre.
Il prete fu così meravigliato, che parve quasi non avere inteso; poi avanzò un passo. Ida stese la mano per respingerlo, ma l'altro gliela afferrò brutalmente.
—Siete matta! Quella disgraziata non si è voluta confessare credendo di guarire, e volete rubarle l'ultima grazia, che il Signore le concede! Vergognatevi; andiamo dunque, che mi faccio proprio imporre dalle vostre pari io...
E respingendola con forza da un lato passò oltre, verso il letto. Le tre donne, che avevano susurrato, lo seguirono, guardandola nel passarle davanti con un ribrezzo pieno di dileggio, e si inginocchiarono intorno alla sponda del letto. Alla prima occhiata il prete s'accorse che l'agonia era innanzi; quindi confidando il barattolo alla Ghita, profferì le preghiere d'introduzione, così belle di poesia:
—Asperges me, Domine, hyssopo et mundabor, lavabis me et super nivem dealbabor.
La sua voce nel pronunziare questo versetto aveva la solita cantilena rituale, mentre la Ghita rispondeva alla meglio da chierico. Poi egli aperse il barattolo, ma accorgendosi di avere dimenticata la bambagia:
—Come si fa? Ne avete in casa?
—Credo di sì; nel canterano.
—Spicciati.
L'ammalata rantolava sempre più fiocamente.
—Badi alla stola,—arrischiò confidenzialmente la Ghita, vedendolo schiacciarsi contro una macchia del letto.
—Hai ragione, ma sta attenta; mi hai assistito un'altra volta;—e composto il volto ad una espressione più grave, con un gesto quasi elegante intinse il pollice nell'olio; quindi mormorando l'analoga preghiera segnò una croce sugli occhi velati della moribonda, la terse, e dagli occhi, che avevano forse troppo veduto, seguì agli orecchi, che avevano forse troppo udito, poi alle narici ghiotte delle esalazioni voluttuose, poi alla bocca, comprimendone le labbra mal bianche, che avevano inghiottiti i baci della lussuria ed emesse le parole della mormorazione, poi alle mani, che unse sul dosso, poi ai piedi e si arrestò incerto sui lombi. L'ammalata non si poteva muovere. Allora pensò di omettere questa unzione purificatrice, forse la più importante, perchè sulla oasi del peccato.
La morente agitò le labbra.
—Prega...—pensò Ida fremendo, e cadde ginocchioni presso l'uscio, confusa in un dolore, del quale poco prima non si sarebbe creduta capace. Le orazioni proseguirono a bassa voce, quasi smorzandosi come quella vita, che imbalsamavano per la eternità; ma l'accento delle parole, talvolta sublimi, era così chioccio che ne scemava al suo spirito in gran parte l'effetto.
—Domine, exaudi orationem meam:
Et clamor meus ad te veniat.
A questo punto Ida rialzò il capo, e vide la mamma con un crocifisso sul collo muovere straziantemente la testa, mentre il prete s'interrompeva come per sorprenderle l'istante supremo. Scattò in piedi, tutti la guardarono.
Le aveva preso una mano già fredda e gliela stringeva interrogandola negli occhi; ma l'altra si quetò. Allora Ida sentì un fetore di sepolcro, come una protesta nauseabonda della materia contro l'immortalità dello spirito, passarle sulla faccia ed arrivarle sino all'anima. Resistè, anzi piegandosi sull'ammalata colle pupille piene di fulgoramenti notturni, l'attirò con tanta forza, che le fece volgere la testa. Aveva gli occhi appannati come un vetro dal freddo; poi abbassò lentamente le palpebre.
La testa della morta era abbandonata sulla spalla sinistra come nel sonno, colla medesima fisonomia e la bocca socchiusa. Il prete scambiò un'occhiata d'intelligenza colla Ghita. Allora le quattro donne allungarono il collo, e la Giovanna disse all'orecchio della vicina:
—È morta.
—Se non scappo muoio anch'io dal puzzo.
Il prete appressò un bicchiere alla bocca del cadavere, ve lo tenne qualche istante, poi scosse la testa e, posandolo sul comodino, mormorò:—Subvenite, Sancti Dei,—col solito accento, chiamando i santi del cielo incontro a quell'anima pellegrina per le pianure della eternità, intanto che nel mondo i viventi si scostavano inorriditi dal suo corpo.
Ida aveva lasciato cadere quella mano sul letto, stette ancora fissa nella madre non battendo palpebra, poscia volse lo sguardo in giro sulle donne, che lo evitarono, ed incontrò quello del prete. Questi si mosse come per dirle qualche parola di consolazione, ma la fanciulla alzò la mano ad un gesto imperativo di diniego, e con passo lento, quasi solenne nella tragica gravità di quel momento, entrò nella propria camera.
Appena uscita fu un bisbiglio. La Giovanna corse ad aprire la finestra, il prete ripiegava la stola ripetendo alla Ghita di bruciare la bambagia intinta di olio santo, rispondendo con un sorriso di bonomia alle altre donne, che ammiccavano con una smorfia verso l'uscio della fanciulla.
—Non volere l'Olio Santo!
—Sì, ma è rimasta male: vedremo come farà a vivere senza far nulla.
—Il Signore è giusto,—disse una, che non aveva aperto bocca.
—È giusto,—ripetè il prete.—Adesso, Ghita, vado via. A lei le dirai poi... cerca di consolarla, se ne ha bisogno,—aggiunse con un cattivo sorriso.—Oh! come sei tu qui?—si volse alla Giovanna:—bada...
—Adesso!—ribattè schernevolmente la Ghita.
L'arciprete si strinse nelle spalle biascicando un testo latino, quindi facendo alla colpevole, che non arrossì nemmeno, un gesto paterno d'indulgenza, si avviò veramente per uscire. La Ghita lo accompagnò insino alla porta e lo trattenne ciarlando. Quando tornò nella camera le donne erano ancora lì a chiacchierare, anzi una aveva tirato il cassetto della bambagia per provare di non avere mal veduto, in fondo, nell'angolo, vedendo una cassetta dorata.
—Cosa ci sarà mai lì dentro?—chiesero alla Ghita.
Ella non lo sapeva. Ma la Nunziata del muratore si esibì di fare la veglia.
—No, la faccio io,—ribattè la Ghita.
—Facciamola insieme, mangeremo un po' di costola di porco con un boccale di vino nuovo.
Allora tutte le altre si offrirono.
—Anzi figuriamoci... basta, vedrò per la Nunziata. Ora andate via; se torna fuori la signorina mi faccio strapazzare.
—Sì, va pur là, un buon capo.
Ma rimasero, poi la Giovanna uscì colle altre due, e restò la Nunziata. Discesero in cucina, era l'ora del pranzo.
—Come si fa,—domandò la Ghita,—a dirle se vuol mangiare?
—Credi che le dispiaccia della mamma?
Il sole era alto, la cucina abbastanza illuminata. Le due donne si occuparono dei preparativi del pranzo colla alacrità di chi prepara per sè medesimo, ciarlando del passato della morta, quando era balia e levatrice, quindi moglie dell'ingegnere e per un momento la signora più sfarzosa del villaggio. Le date, i particolari si affollavano; poi il pranzo le riattirava, e riflettevano alla condizione di Ida nell'inverno vicino, sempre terribile pei poveri. Anche esse non avrebbero nulla, sempre povere prima e dopo la gioventù. Almeno la balia aveva fatto la signora per una volta.
—Chi godè una volta non stentò sempre,—conchiuse la Nunziata col proverbio popolare.
Ma un pensiero attraversò la testa della Ghita.
—Aspetta, vado su.
La porta era chiusa; ella girò la chiave. Ida seduta al tavolo piangeva, ma le lagrime le dovevano uscire a stento, perchè aveva gli occhi troppo gonfi.
—Oh, è orribile!—esclamò, percossa da un brivido alla proposta della Ghita.
—Come vuole dunque fare? non ci si sta in casa.
Ida si levò convulsamente; il volto della Ghita era così calmo, che dovette comprendere di aver torto, e cedette con un gesto di raccapriccio. La Ghita discese e mandò la Nunziata dal marito, che lavorava in una casa vicina; senonchè gli era capitata un'altra incombenza ed era partito dicendo di tornare a notte. Allora la Nunziata era salita sino a casa propria ed aveva trovata una mezza grembiulata di gesso ed una cazzuola vecchia, la quale ciurlava nel manico. La Ghita si grattò la testa.
—Tonio è in casa?
—Ma no, non c'è nessuno. Gigetto è andato a zappare: pare proprio impossibile!
Si consigliarono ancora, finendo poi a canzonarsi scambievolmente del proprio ribrezzo, che in fin fine era una fanciullaggine da signorina. Ne avevano veduta morir tanta della gente. Era presto fatto.
—Non hai murato mai il buco di un topo? è lo stesso.
—Glieli muriamo tutti, tanto già non ci passa più nessuno a quest'ora. Tu ammorta il gesso nella casseruola, poi andiamo su.
Ma appena sull'uscio diventarono serie. Il cadavere immobile, rigido, guardava colle pupille vitree fra un puzzo veramente insopportabile. Si appressarono. La Nunziata rimestava il gesso nella casseruola, ma la Ghita fece evidentemente uno sforzo di coraggio per aprire la camicia della morta. Il letto male rifatto lì per lì, subito dopo la morte, dava una serietà di più a quel cadavere lungo disteso, le mani incrociate sul grembo, digrignante i denti bianchi di una bianchezza fantastica nell'ultima contorsione. Poi la Ghita le alzò la pezzuola infradiciata dal petto, e prendendo in fretta una cazzuolata di gesso, la tirò mal destramente sull'ulcere.
Ida apparve sulla soglia. I due strani muratori seguirono l'opera alla meglio sotto quello sguardo della fanciulla immobilmente severo ed attonito. Le pareva quasi di assistere in immaginazione ad una tetra fola, vedendo sua madre in quello stato ed in quelle mani. Quindi quel lembo aperto delle pupille, nel quale come in un gorgo opaco si era annegato lo sguardo della morta, le fece correre un brivido per le vene, e si avanzò per chiudere pianamente gli occhi a colei, che vent'anni fa glieli avea aperti alla luce.
—Dov'è l'anello?
—Ecco,—rispose la Ghita:—le ho cavati pure gli orecchini.
La fanciulla tese la mano, ma l'altra la guardò stupita, barattando un'occhiata colla Nunziata.
—Datemeli.
La Ghita spalancò la bocca.
—Debbo ripeterlo?—insistè con voce, nella quale fremeva già la collera.
—Ma sono miei; glieli ho tratti io!
—E per questo?
Allora la Ghita le spiegò il proprio diritto nel costume del paese, che i gioielli dei morti appartenevano a chi li cavava loro, invocando il testimonio della Nunziata e tutto il villaggio; lo dimandasse anche all'arciprete, al dottore, perchè non era già una ladra e non voleva portarle via nulla, ma questa volta era bene nel proprio diritto, perchè aveva sempre amata la povera signora e l'aveva servita sino in ultimo. Anche adesso serviva il suo cadavere; e qui le lacrime facendole groppo alla gola, non potè seguitare.
—Quanto volete di tutto?—la interruppe la fanciulla, niente commossa da quel dolore.
—Non lo so, bisognerebbe farli stimare.
—Stimateli.
—Vado fuori dallo schioppettaio, egli se ne intende: ha la pietra di paragone.
—No, stimateli subito.
La Ghita pensò un pezzetto. Intanto Ida si sentiva struggere di sdegno al solo guardarla, mentre il freddo del cadavere della mamma presente al mercato le saliva sottilmente per le reni. Finalmente la Ghita parve decidersi, ma doveva essere una grossa domanda.
—Andiamo,—fe' Ida collo sguardo.
—Il letto e la madia,—disse precipitosamente.
Ida allungò la mano.
—Il letto compito colle materasse.
La fanciulla annuì col capo e, prendendo i gioielli, andò verso la propria camera.
La Ghita si volse tutta ilare all'altra quasi imbronciata di quella sua buona fortuna, poi correndole dietro con voce melliflua:
—Bisognerà che prenda qualche cosa, è tardi; sono già le due. Ho uno stufato giù, che mi è proprio venuto bene, dia mente a me.
—Non ho fame.
—Che cosa vuol farci? le darà fastidio.
—Basta: mangiate voi per me,—rispose senza voltarsi.
Intanto fuori il sole d'autunno faceva le ultime carezze alla campagna, mentre i pettirossi cantavano, tutte le finestre del villaggio erano aperte e i tetti bruni parevano avvampare in un incendio di razzi e di scintille. Giù nella piazza i ragazzi, che non avevano forse pranzato, folleggiavano correndo, molti giovanotti passavano a gruppi, una lunga fila di donne novellavano filando lungo il muro dell'ospedale, a sinistra della parrocchia.
Per la finestra Ida partecipava a tutto ciò immersa in quell'onda placida di vita così repugnante al suo carattere e alla sciagura di quei momenti.
Un raggio di sole volato sul tavolo vi scherzava come un passero. E a poco a poco una quiete lenta s'insinuava nell'anima della fanciulla. Era sola, più sola dell'uccellino nel nido dopo che il cacciatore gli ha ucciso la madre, più sola del falco sulla rupe dopo una caccia inutile ed ostinata; ma non poteva pensare più a nulla, non soffriva più e non viveva. Sognava.
La sua coscienza somigliava alla campagna desolata nello squallore dell'autunno, in una luce bella ma inutile, nella quale rammarichi e speranze si perdevano abbacinati. Dal suo tavolo guardò lungamente al di fuori, cadendo di pensiero in pensiero come il pettirosso di ramo in ramo; fremè vagamente colle foglie secche, guizzò sulla rifrazione di un sorriso, fu quasi stupida e serena come quella gioia. Se non che la luce illanguidendosi divenne fredda. I passeri si rarefecero con pigolii più acuti, i sorrisi s'involarono come i passeri dai tetti e le voci si quetarono ad una ad una, mentre le foglie inaridite alzavano al vento della sera l'ironico canto dei morti. Gli alberi, rimasti nell'atteggiamento entusiasta di un saluto al sole, parvero immobili nella disperazione della loro secchezza scheletrale, il cielo si abbassò come un coperchio sempre più greve. Allora anche il sole, sdraiato sull'ultima montagna colla stanchezza fantasiosa del pellegrino, che ha tutto veduto e se lo ricorda, dovette levarsi lentamente per discendere la montagna. Si videro ancora i suoi capelli biondi come quelli di una donna agitarsi ad un moto della fronte, poi la testa era già scomparsa che si vedevano ancora; il pellegrino s'inabissò, e l'ombra si abbattè nella sua traccia.
La sera trionfava. Ida era nel buio, aveva buio.
Le tende di mussolina imbiancavano l'ombra della camera, un umidore frizzante arrivava sino alla fanciulla. I suoi occhi guardavano ancora senza vedere, il suo orecchio non ascoltava più nulla.
Quindi la solitudine le si restrinse intorno; non si poteva più muovere. Il mondo era dileguato.
Le tenebre atterrirono la sua immaginazione e la sua ragione allibì. Dov'era? Che cosa fare? Perchè? Intendeva indistintamente queste domande, come di gente che gliele profferisse intorno.
Il cadavere della mamma era nella camera vicina, ma per poco: e poi? Quel cadavere, la sola corda, cui si rattenesse ancora sul dirupo della vita, la morte l'aveva tagliata. Ida si sentiva precipitare giù in un buio freddo, senza voce e senz'aria. Non si ricordava più nessuno dei propri sogni prediletti, non trovava nessuna delle proprie energie. Era notte; nessuno la vedeva, nessuno poteva soccorrerla.
Ma inabissandosi si accorgeva solamente di avere vent'anni. Non era più malinconica; la disperazione aveva ucciso la malinconia, come l'ombra aveva spento la luce e il nulla inghiottito la vita.
La fanciulla pensava senza la forza di riflettere, soffocata da un peso, contro il quale non giungeva a rivoltarsi. Una biroccia, che scricchiolando sonoramente passò sotto la finestra, la riscosse da quel torpore. Le sembrò di destarsi, si strofinò gli occhi, si levò, passeggiò per la camera. Il primo risveglio alla realtà fu un vagito dell'egoismo: sola e miserabile! Quindi il cadavere vicino le attrasse il pensiero; e la triste fine di colei, che le era stata madre, la commosse profondamente come una lezione alla sua follia di volere che il mondo le gettasse fra i piedi la fortuna di un re, mentre ella non era nulla e non aveva fatto nulla per meritarla, se non gonfiare quotidianamente, ad ogni ora, ad ogni minuto un immenso desiderio, gonfiarlo come un pallone, che l'aveva trasportata nel cielo dei sogni senza nome, delle larve senza significato. Desiderare, nulla più che desiderare per vent'anni! Ella non sapeva altro della vita, malgrado le molteplici passioni e i lunghi studi. Il mondo avrebbe dovuto esistere per lei sola, la società per lei sola essere costituita, la civiltà per lei sola essere giunta a questo periodo. Desiderare, null'altro che desiderare, coll'ardore della febbre, coll'insistenza dell'ebetismo, colla fantasmagoria del delirio. Lei, sempre lei, unicamente lei, con un orgoglio ingigantito dalla vanità, con una raffinatezza ottenuta colla malattia, con un egoismo butterato di tutti i vizi e drappeggiato nella clamide dell'eroismo. Desiderare, null'altro che desiderare, spezzando la scala della vita, e dopo averla spezzata voler saltare a piè pari dal primo all'ultimo scalino, non poterlo, ed accusarne gli altri disprezzandoli, disprezzando sè stessa, eppure facendosi una superiorità della propria impotenza sovr'essi, che invece di saltare si contentavano di salire. In tutti quei vent'anni non aveva saputo che desiderare, aprirsi un abisso nell'anima, allargarlo con una ostinazione demente, gettarvi tutto dentro, Dio e la famiglia, la patria e l'amore, il passato e l'avvenire, per errare poi come uno spirito maledetto intorno all'abisso affamato e senza fondo. Sua madre era morta costeggiando senza vederle le rive del mondo, ma senza rammaricarsene; ella come vivrebbe?
Sola, in un villaggio, a vent'anni, con quattro mobili in casa, senza denaro, senza speranza! La solitudine si univa al freddo, e la pigliava ai ginocchi, alla gola. Dov'era? Che cosa fare? Perchè? Le domande si distinguevano meglio, ma erano come fumi, che si addensavano nelle tenebre, e non fiaccole, che le diradassero. Il passato le si destava confuso nella memoria, il presente era buio, l'avvenire era nulla. Provava rimorsi di non so che cosa, paure guizzanti; respirava e sospirava, era tuttavia stordita. Gli occhi non usi all'ombra stentavano a sorprendervi il profilo di un oggetto, il muoversi di una massa, mentre avrebbe avuto bisogno di misurare esattamente tutta la propria sciagura per impadronirsene. Vi si provò un istante senza riuscirvi.
Il turbine soffiava da ogni lato, la muraglia delle tenebre sembrava compatta come di ferro, Ida si era riseduta al tavolo, sostenendosi colle mani incrociate la fronte. Il freddo la sferzava con uno scudiscio, che pareva fatto di capelli; aveva le mani intorpidite e le si intirizzivano le gengive. Allora le parve che le si aprisse innanzi la landa de' suoi giorni umidi e neri come quella sera, immensa landa, che si rimpiccioliva di un tratto, così che la fanciulla non aveva più giorni da vivere. Vivere dove? con che? Si ricordava di aver ceduto per quegli ultimi gioielli il letto della morta e la madia della cucina, la metà delle proprie ricchezze; non ci volle pensare.
—Tanto è inutile!
Nullameno il pensiero vi ritornava fatalmente, sbattendovisi come un uccello nel vetro di un fanale. E tutte le follie della sua giovinezza l'assalsero dileggiandola, adesso che non vi era più scampo e per discendere dalla cima combattuta del suo orgoglio romantico doveva atteggiarsi così goffamente da provocare le risa di tutti gl'imbecilli. Ida era sempre sola, ma il mondo riappariva con tutto il corteo delle sue necessità e delle sue leggi inesorabili; il mondo immenso, infinito, nel quale gl'individui erano nulla e la massa appena qualche cosa, che non le farebbe nè un anticipo, nè un complimento, che non si rivolgerebbe nemmeno a guardarla, quando ella volesse chiudere con un suicidio la immaginaria ed infantile tragedia della sua vita! Bastava questa riflessione per disarmarle la mente e la mano. E non pertanto una risoluzione era fatale ed era egualmente impossibile.
Ma così sbattuta, invece d'impazzire la sua ragione si andava rischiarando. Una calma tetra, gelida come l'alba di un ghiacciaio, sorgeva da quella tempesta. Vedeva il suo villaggio senza un cuore simpatico, la sua casa fra poche ore deserta, sè stessa deserta in casa ad aspettare incredulamente una fantasia già morta. Ma vivrebbe; di che?
Dopo una lunga e lenta alternativa si trovò come prima, non avendo nulla deciso. Allora il vecchio orgoglio volle drizzarsi, ma il freddo l'aveva intorpidito come un serpente.
In quel punto la Ghita bussò discretamente all'uscio.
—L'abbiamo già vestita,—le disse,—domani mattina debbo andare dalla Virginia; così non ci pensiamo più. Le ho messo quell'ultimo vestito, che portava prima di allettarsi. Poi ho comprato un po' di carne dal lardarolo per la veglia di questa notte colla Nunziata, a credito. Non avevo quattrini.
Ida sembrava ascoltare attentamente.
—Anzi le debbo dire da parte dell'arciprete, che ho incontrato ora... Già lei forse non lo sa: i beccamorti verranno domani dopo mezzogiorno, e vogliono bere; dopo ci vuole un fiasco. Ecco: l'arciprete (noi in casa non ce n'è) lo darebbe: è nero, buono. Eppoi se lei vuole, le fa tutto un conto col mortorio. Il vino l'ho sentito. Adesso, sfido io, bisogna pensarci, tocca a lei.
Così parlando erano venute nella camera della morta, illuminata fiocamente da una candela di sego sul comodino. La morta riposava sul letto rifatto, sopra le coperte, vestita di un abito nero, con una cuffia nera in testa. Un crocifisso le dormiva sul petto.
—Guardi,—proseguì la Ghita, vedendola approssimarsi per una dolorosa attrazione al cadavere:—le ho dovuto mettere la mia corona in mano, la sua era di vetro, e non si può.
Ida considerava il cadavere con una stretta di cuore, poi lo studiò come avrebbe fatto di un proprio abbigliamento. L'abito abbastanza nuovo faceva una buona impressione, la cuffia, malamente stirata ma fresca, le incorniciava con una nobiltà malinconica la piccola testa macilenta, mentre la camicia, orlata al collo di un pizzo bianchissimo, dissipava con felice contrasto i ricordi della malattia. Ma sotto quelle ampie vesti il corpo si tradiva di una magrezza di spettro. La Ghita, che per una civetteria di brava donna aveva spinto la cura fino a pulirle le unghie, vi gettava tratto tratto uno sguardo di soddisfazione, quando la fanciulla le mostrò con un'occhiata fulminante le scarpe vecchie, scalcagnate, colle punte rosse.
La Ghita gliele aveva calzate per tenersi gli ultimi stivaletti.
—Per il viaggio che deve fare!—rispose in aria di scherzo per attenuare il furto.
Ida si sentì strozzare. E quella era la gente, fra la quale doveva vivere! Questa idea fu così greve, che non ebbe forza di sopportarla, e si tolse dal letto, mentre l'altra la tempestava di domande sul mortorio dell'indomani, al quale interverrebbe tutto il villaggio, e quindi non bisognava farsi guardar dietro, molto più che la gente era cattiva ed alcuni dicevano già che sarebbe senza preti.
Allora la fanciulla ebbe il pensiero di venderle tutte le mobilie, meno quelle della propria camera, perchè pensasse lei ad ogni spesa del funerale, parendole di morire a tutte quelle cure inevitabili, che le sorgevano innanzi come tanti pruni laceranti. Ma la Ghita si fece pregare un bel pezzo prima di acconsentire, e non cedette che sicura di aver tutto compreso nel contratto. Poi non voleva darle il denaro, pretendendo che per lei era una somma esorbitante quattrocento lire, duecento per il funerale, duecento per la signorina; la quale poteva bene aspettare, da lei, una povera donna con due bambini sulle braccia, adesso quasi nell'inverno. Ida sapeva benissimo di aver fatto un pessimo affare, ma quella somma così meschina le pareva una soluzione. Erano qualche mese di vita.
Ritornò nella propria camera alquanto sollevata, ma tosto pensò che la malattia aveva dovuto costare più d'un soldo, e che le duecento lire svanirebbero nei debiti della mamma. Fu un nuovo colpo che non la prostrò; la sua forte natura avea infine preso il sopravvento, scagliandosi nell'avvenire colla riottosa spavalderia della disperazione.
Non sapeva nulla e, peggio, non vi era nulla a sapere, ma la sua volontà, ritta nell'atteggiamento di Cambronne in faccia ai cannoni inglesi, eruttava contro il destino la parola sublimemente oscena di quell'invincibile vinto. Quindi il mondo ricomparve con tutta la magia de' suoi piaceri, le fronti s'inchinarono lontane, le gemme sorrisero il loro sorriso cortigiano, e la fanciulla si sentì grandeggiare nell'animo la implacabile ambizione del vizio. I forti non potevano fuggire la vita, perchè la volontà era la suprema delle forze: Balzac e Schopenhauer lo avevano provato.
Che importava, se la mamma era morta come aveva vissuto?
La vita degli individui come quella dei popoli ha il governo che si merita. Sua madre aveva nonpertanto accalappiato l'ingegnere, ella di valore più che decuplo accalappierebbe un principe e saprebbe imporsi al mondo legale, appena la ricchezza incorniciasse dei propri splendori il suo carattere ribelle e tirannico ad un tempo. Oramai la sua soluzione era presa: o maestra o cortigiana. Cortigiana dunque, perchè, almeno là capitavano i signori del mondo, e nel lupanare riuscivano le porticine secrete dei saloni. Il varcarle poteva essere difficile, ma non impossibile alla donna che si sentisse abbastanza forte per dominarvi. Ida aveva troppo studiato per credere alla morale ordinaria, ed avea troppa esperienza del mondo per non sapere che la vittoria è sempre una legittimità, quando il trionfatore sappia mentire le proprie origini. Quindi ruminava come gittarsi fra le perdute senza subirne le abbiette apparenze, ma non lo trovava per ora, abitando un villaggio e non avendo conoscenze per una capitale; però era fiduciosa in sè medesima come il viaggiatore, che parte per un mondo sconosciuto.
Invano la sua giovinezza e le idee della gente fra la quale era vissuta, si opposero all'empio progetto: una forza cieca ed inesorabile (i poeti greci l'avrebbero chiamata fato) la spingeva per quel viottolo forse più breve, sucido, forse dritto all'abisso infame della Tarpea. La sua miseria era per lei un'ingiustizia del mondo, il quale dovrebbe un giorno pagargliela, poichè soffriva da quattr'anni come i dannati dell'eternità, e non voleva più inutilmente soffrire. Adesso l'ora della battaglia suonava alla campana da morto di sua madre, coincidenza terribile che avrebbe spaventato un romano, mentre la fanciulla non avea finito d'indossare l'armatura ed erano quindi più probabili le ferite e difficile la vittoria. Ma ella si alzava bruna nelle tenebre, livida come quel cadavere, fredda forse altrettanto, non facendosi più un'illusione. Era sola e miserabile in faccia al mondo ricco e spietato, senza altre armi che il corpo, altra forza che la testa: tutti contro di lei, ed ella contro tutti. Non importa. Meno fanciulla di Annibale si ripeteva il suo giuramento, la mano stesa nell'ombra verso il cadavere della madre, giurando contro il mondo di essere un giorno bella, ricca, spietata come il mondo, scrollando gli ultimi rimasugli delle idee casalinghe, della fede religiosa, dei sentimenti giusti. Le passioni le suonavano nell'anima una fanfara piena di strilli e di scoppi, il vento di una corsa frenetica le fasciava la fronte, l'orgoglio delle sue ore più folli spiccava volate da stallone. Le narici palpitanti, l'occhio fulgido, coll'entusiasmo irresistibile della febbre, colla confidenza della disperazione, ella stracciava tutto il lembo della propria vita vissuta, per scagliarlo come un cencio in faccia al mondo dei lavoratori, al mondo degli onesti, al mondo dei borghesi, al mondo dei ragionevoli, ruggendo ancora una volta il vecchio urlo di battaglia, acuto, squillante, mordente, urlo di maniaco e di agonizzante, di suicida e di omicida:
—No.
PARTE SECONDA