IV.
Alla vigilia di compiere il lungo e feroce disegno Ida si sentiva come stanca. La notte non aveva dormito. Nella insonnia, che le rendeva aspro perfino il contatto levigato delle lenzuola, i suoi nervi avevano una sensibilità così sospettosa, che il duca si era affrettato ad andarsene senza nemmeno interrogarla su quello specioso appuntamento con Buondelmonti. D'altronde si proponeva di spiarlo. Ida, seduta al lavabo, lo aveva veduto partire, come chi si affretti sotto un uragano imminente. Una rilassatezza greve l'abbatteva sulla poltrona, dandole certi moti pigri, certi gesti prolungati, i quali stupivano Giustina, usa tutte le mattine ad una brevità piuttosto secca di comandi.
Si era appena attorcigliate le trecce sulla nuca, aveva infilata un'ampia veste da camera di lana col cappuccio, bianca come la tonaca di un domenicano, poi era passata nel gabinetto nero ordinandovi il fuoco. Fuori il mattino raggiava. Un enorme sorriso, vibrante, ostinato, inondava cielo e terra, ravvoltolandoli come in un velo immenso di una trasparenza abbagliante, colle pagliette accese e le pieghe in fiamme. Ida aveva detto a Giustina di abbassare una metà della tenda, di voltare il dosso della poltrona alla finestra, e vi si era allungata. Giustina indifferente a quella preoccupazione della padrona, era ritornata poco dopo colla macchinetta in argento per il caffè; ma Ida le aveva levato gli occhi in volto, rispondendo bruscamente:
—No.
—Allora mi ritiro.
L'altra non aveva replicato.
Teneva i piedi sulla piccola balaustra di bronzo, la testa sulla spalliera, la lunga veste ammassata sul tappeto come un veltro bianco. Le fiamme, lingueggiando sulla lastra nera, avevano una purità così diafana, che le illuminava i pensieri nella mente. Le pareva di vederli ondeggiare, storcersi ad ogni alito, risolversi nel guizzo di un colore e riapparire ancora avventando scintille come i fanciulli gettano un grido. Per qualche tempo quel giuoco l'interessò. Il casimiro della sua veste bianca scaldandosi al riverbero della fiamma si marezzava di bagliori metallici, che le salivano per le gambe e le si spegnevano sulla faccia. Ma in quel placarsi dei nervi un turbamento le si elevava dalla coscienza colla inesorabilità di un'ombra e la confusione di una tempesta. Era una melanconia, una scontentezza, un rimorso forse mille volte respinto, ricacciato nell'abisso, e che ne usciva sporgendo la testa di spettro. Ella lo conosceva. Sentiva questo rimescolamento della coscienza, la sua vita passata risalirle intorno, distendendosele sotto lo sguardo, dalla elegante veste bianca sino lontano, con una sconsolata miseria di landa. E la percorreva avanzando per quella vuota prospettiva, riconoscendone alcuni lembi, ritrovando molte orme, circondata da un silenzio, che sembrava accrescere la nettezza della visione. Rivedeva il suo villaggio in una vita spettrale, la gente che si muoveva, lavorava senza mai alzare la testa, senza barattare una parola, come tanti automi, che si spostassero adagio con una felicità meccanica. Lo rivedeva in una precisione di sogno, poi la città, l'istituto, la sua camera, il suo vestito nero, il lutto della sua giovinezza insanguinata dalla ecatombe di tanti desiderii, smorta dalla insonnia di tante notti; ella sempre sola in una pensierosità di prigioniero, e poi il villaggio ancora, ma in una luce più slavata, in un crepuscolo autunnale. La lebbra de' muri si era inverdita, l'orto più piccolo aveva una vacuità di deserto, mentre il villaggio si allontanava in un murmure lontano e il crepuscolo lasciava cadere una cenere fina ed intirizzente fino dentro alla camera, dalla quale ella guardava intontita attraverso i vetri, colla sensazione fissa di quella cenere, che pioveva sempre, lontano, in fondo all'orizzonte, da ogni lato, soffocando ogni rumore, annegando ogni forma, aumentando ciecamente, mutamente.
Quindi rivedeva il castello di Valdiffusa fra un anfiteatro di verzura, col bosco delle elci, umido e severo. Un uccello zufolava il ritornello di una canzone, i monti avevano una monotonia grandiosa, un silenzio pieno di fremiti e di sussurri. Ella era vestita ancora di nero, ma la coscienza le si era allargata come quella valle, colla forte tranquillità delle elci e la semplicità bruna e feconda del bosco. E una apparizione fantastica la investiva con un riso perlato, che batteva tutti gli echi, e tutti gli echi rispondevano sgranando le loro note cristalline fra uno stormire di alberi, un pigolìo di uccellini, un crepitare di bottoni, mentre Jela ancora bambina, le sottane e i capelli al vento, le correva incontro fra un raggio di sole, che l'ardeva sollevandola e gliela lasciava cadere sul petto con un abbandono di viola, che piega il capo.
Si amavano. Jela era tutta carezze, il castello prestava la sua vastità per i loro giuochi, la sua libertà, i suoi cavalli, Febo baio colla criniera che Ida aveva tante volte intrecciata di cordelle azzurre. Quindi correvano, folleggiavano; ma Ida si vedeva pur sempre innanzi una distesa, un deserto dietro quei monti, oltre tutto quel verde, che si perdeva in fondo, nel chiaro, nella nebbia e, avvicinandosele talvolta sino al petto del cavallo, svaniva poi all'improvviso.
Perchè mai odiava tanto il conte Enrico? Non lo aveva amato, o almeno ne dubitava, perchè quella passione le scendeva più dalla testa che non le salisse dal cuore. Le pareva bello, benchè non lo fosse; un grazioso biondo meschino, un marito per Jela. Ella se ne accorgeva, se ne era subito accorta, ma una segreta attrazione di battaglie la trascinava verso quel gracile aristocratico, che le veniva incontro dal mondo tanto sognato, con un sorriso di superiorità insuperabile sulle labbra. L'odio accumulato negli studi e nelle ultime miserie le si ridestava in fondo all'anima, mentre coi sensi ancora ammaliati e col più cinico scetticismo della ragione ella spremeva come una raffinatezza lasciva da quella sua mostruosa bellezza. Ella avrebbe voluto soggiogarlo come il povero Rocco, travolgerlo nella fiumana dei propri impeti, per abbandonarlo forse sdegnosamente sopra un greto sassoso; ma il conte le passava vicino senza sentire la sua eccellenza, giudicandola una povera maestra. Quindi ella così malata di orgoglio piegava sotto quella indifferenza di un aristocratico. Poi si ricordava come il conte l'avesse presa alla stessa pania che ella il duca: si ripeteva le parole, le risposte, i ripicchi delle loro conversazioni, nelle quali ella aveva quasi sempre la peggio; si rammentava quella osservazione di Stendhal su Rousseau, che la superbia del genio non è mai tanto forte da soffocare l'umiliazione della nascita, Rousseau piangente di orgoglio perchè un principe imbecille gli aveva offerto il braccio: osservazione, colla quale ella si era sferzata mille volte nella violenza dei propri dispetti.
Evidentemente ella non aveva nè spirito nè ingegno. L'albagia, colla quale credendosi una Sand trattava la gente, era ancora una ridicolezza di più nella sua vita già così falsa; la sua abilità nel maneggio degli uomini una pretenzione, che il fato aveva rudemente schiaffeggiata. E uno scoramento afflitto, quasi dolce, l'invadeva. Si era creduta un poeta, una scrittrice, odiata, ammirata, fischiata da tutto un popolo, e non era stato nulla: non aveva salito nemmeno il primo gradino della scala; era una ragazza uscita dall'istituto, come tanti ragazzi escono dal liceo, con qualche brandello di idee ed una deformità d'istruzione. S'era creduta una donna non bella, ma irresistibile, e il primo contino l'aveva battuta, e se il duca, un vecchio rimbecillito, non l'avesse raccolta, la raccoglieva forse la questura; si era creduta la elevatezza, la finezza di una dama, ed ecco che, contrariamente a tutti i suoi piani, era lo scandalo della città, tutti parlavano sprezzantemente di lei, che commetteva scene di una audacia sguaiata siccome l'ultima con Jela nel salone della lotteria, senza trovare nemmeno una risposta veramente spiritosa per demolire quel simulacro di donna.
Ella s'inabissava sempre più. Col corpo rilassato, depresso nella voluttà dei bambini, che si schiacciano sotto un gran peso, osservava le brace del camino bruciare con una soavità di piccole fiamme, piene di colori gemmei, sotto il velo della cenere, bruciato anch'esso e tagliuzzato sui tizzoni, che ne sembravano involuti. Diventando la mantenuta del duca di Rivola ella si era tracciato tutto un abile piano di vita; vendicarsi del conte innamorandolo, ma rimanere nascosta, invisibile, finchè avendo accumulato un piccolo patrimonio potesse partire quindi per Parigi o per Londra alla ricerca di un marito. Lo aveva seguito fedelmente nella parte finanziaria, malgrado la ricchezza dell'appartamento, nel quale erano passate tutte le sue economie, ma donde avrebbe sempre potuto ritirarle, aveva disteso in proprio nome le scritture di locazione; faceva ella stessa tutti i contratti, si ordinava le carrozze, si comprava i cavalli. Il cocchiere non conosceva che lei, e non avrebbe attaccato una carrozza ad un comando del duca. In quel disordine apparente di vita teneva la propria casa con una regolarità meticolosa, voleva sapere e conoscere tutto, pagava poco i servitori e li trattava alteramente. Sebbene prodiga per natura, si era fatta avara, rivendeva quasi tutti gli abiti vecchi, discuteva seco medesima la più piccola spesa. Una volta il duca, pregato dal prefetto, le aveva chiesto di presentarle Laura, la mantenuta fuggita poi con un impiegato; ma Ida era entrata in una collera così violenta che il duca, in fondo felice del rifiuto, le aveva regalato per placarla quel magnifico lavabo.
Viveva sempre sola: sulle prime non aveva voluto nemmeno la carrozza, poi il lusso l'aveva ubbriacata e si era mostrata qualche volta, più spesso, assiduamente, ai teatri e ai passeggi, cacciando Jela ed Enrico con una ostinazione demente. Così la grande città, che doveva ignorarla e che ella aveva scelto per il teatro della prima campagna, ripeteva per tutte le bocche il suo nome, interessandosi più a lei che non alle più ricche signore, alle mantenute più troneggianti. Ma nonostante tutta la cecità del suo odio e le lusinghe vanitose, quella impura celebrità l'angustiava per l'avvenire. Quindi un dispetto doloroso le peggiorava quella solitudine senza amici tranne il povero Savelli, non praticando che il duca, non ricevendo che il conte; molti signori le avevano fatto la corte, ma non aveva accettata se non quella di Buondelmonti. Ida pensava a tutto ciò, al nulla della vita, che si era figurata così splendida e rumorosa quando fanciulla all'istituto leggeva i primi romanzi ed osservava le piccole celebrità provinciali del vizio; quindi la sua anima, misantropa malgrado la bramosia insaziabile d'impero, si raggomitolava in sè medesima, divorando come un alimento la propria acerba malinconia. A che pro tanto armeggio? tanti sogni? tanti sacrifici? tante lotte? Il mondo le sfuggiva: appena qualche scioperato la conosceva e voltava la testa incontrandola; la gente passava oltre, forse anco la nominavano, ma come si legge un avviso sulla quarta pagina di un giornale. Allora avrebbe voluto essere un uomo. Poi il pensiero di Jela, della quale trovava spesso il nome nelle cronache dei giornali, le entrava nelle carni come un pungolo, quando la sera, d'inverno, accanto al fuoco, sola con un libro o un sigaro fra i denti, guardava tratto tratto la pendola avanzare con una lentezza disperante. A poco a poco l'isolamento la spaventava; ma quando entrava Savelli o il conte, come in faccia ad un avversario, col fioretto in pugno, rialzava la fronte e ritornava l'Ida eccentrica ma forte, con tutte le seduzioni della donna e le brutalità dell'uomo.
Fuori il mattino raggiava. Il cielo ampio e profondo aveva una limpidezza estiva, che lo dilatava. Malgrado la mezza tenda abbassata, il salotto se ne riempiva come di una sonorità, che scuoteva tutti i mobili ed animava di una vita tiepida quella tappezzeria a fondo marino, dove i colori sembravano dormire sopra una vegetazione naufragata. Dai mobili neri, che si squarciavano alla superficie sotto l'acuta pressione di un raggio, una polvere impalpabile, bionda, si sollevava sino ai vetri chiusi della finestra coll'apparenza di un muro diafano e tremulo, sul quale scendessero entrando i fantasmi del giorno. E il salotto perdeva in quella luce la espressione di tetraggine concentrata per una severità mondana ed elegante, che la veste bianca di Ida esilarava ancora colla sua stridente bianchezza, come un gran pizzo sul bruno castigato di una signora.
Ida era sempre in quella posa, domandandosi perchè odiasse tanto il conte Enrico. Nessuno al posto di lui avrebbe agito altrimenti, quindi ella, offendendosene, non era meno perversa che pazza. Era colpa del conte se ella odiava tutti i signori, ed egli era nato nella loro classe? Il conte era troppo piccino, troppo insulso, per sceglierlo a rappresentante espiatorio della propria gente. Perchè dunque sacrificare tutto a questa vendetta contro Jela, colla quale aveva dei debiti irredimibili di riconoscenza, e che ella sentiva così bambina e così buona? Ida non trovava la risposta. Aveva un tormento di febbre nelle vene, una malvagità fredda nella coscienza. E però un rimorso, nel quale si acuiva un rammarico di sconfitta, le penetrava sempre più innanzi, attraverso le barriere rovesciate di tutte quelle recriminazioni. Anche il povero Rocco era morto per lei; ella aveva ricevuta la notizia della morte del padre, aveva veduta morire la mamma senza la più lieve stretta di dolore, la più fuggevole incertezza di affetto. Chi era per sottrarsi così alle leggi della natura? E tutta la sua spavalda superiorità l'aveva condotta ad una prostituzione. Fango e sangue: il giorno, nel quale la rovina di quell'effimero edificio di vizi e di lusso le traesse il pianto dall'anima, la sua vita avrebbe trovato l'ultimo termine. Ella non aveva mai pianto, poichè le lagrime dell'ira sono come le gocce di sangue, che colano da una ferita.
E colla memoria vaneggiante nelle rappresentazioni del passato rivedeva Rocco, l'ingegnere, la mamma, che la guardavano con una spaventata attonitaggine, quasi aspettando di vederla piangere: e allora, irrigidendosi come tante altre volte, rispondeva alla desolata insistenza della loro attesa colla crudele caparbietà di una sfida:
—No.
Era iniqua, ma non importa: non voleva rimorsi, erano una viltà. Storici e poeti mentivano: Nerone non ne aveva provato, o se pure, tanto peggio per lui. Il rimorso è il dubbio de' ribelli, ma ella non si era mai ribellata, perchè non aveva mai servito, era nata libera, era ingenua. Il doppio senso di questa parola la fece sorridere. Andrebbe fino in fondo; poichè aveva torto e la sua vita si trascinava sopra una falsa strada, non le dispiaceva di schiacciare qualcuno nel proprio sbaraglio. Ma non voleva rimorsi. Se la notte aveva sofferto d'insonnia, ciò dipendeva forse da qualche disordine di stomaco: era troppo forte per queste debolezze, per deporre le armi a battaglia omai vinta. La notte seguente dormirebbe: le insonnie dei colpevoli non accadevano che in teatro, vecchia rettorica, buona per la plebe e per i pedanti. Nulla rassomiglia più al sonno di un galantuomo che il sonno di un delinquente: Despine l'aveva affermato giustamente. Quindi, colla esaltazione teatrale de' suoi momenti critici, si accovacciava nella reità di quell'agguato, assaporandone una squisitezza di ferocia. Rivedeva l'ingegnere negli ultimi giorni, la mamma negli ultimi momenti, Rocco nelle ultime notti, tutti questi vinti, e ripeteva come una provocazione la parola scritta sulla loro sola lapide: Forsan. La sua vita era infelice: perchè quella degli altri non lo sarebbe? Che importavano nel mondo la vita di Ida o quella del conte?
Ma ella l'avrebbe forse amato, se i loro due destini non si fossero urtati al primo incontro. Fuggendo dal castello di Valdiffusa Ida non era sicura di diventare la mantenuta del duca: e se questi l'avesse ospitata la notte per iscacciarla il mattino? In quel momento, con quella veste bianca, in quel gabinetto nero, Ida si diceva che sarebbe morta piuttosto. Ma non poteva perdonargli l'angoscia in quell'ora di fuga, mentre egli forse ne rideva asciugando coi baci le lagrime di Jela. A ciascuno la propria volta: vae victis! Era la sua divisa.
Ma il rimorso, malgrado tutte quelle iattanze, le si insinuava sempre più innanzi, al centro della vita, con una lenta inflessibilità, oltrepassandolo, al di là della vita, nella vacuità di un indomani eterno, in un silenzio spaventevolmente misterioso. La cenere aveva ricoperto tutte le brace del camino, mentre un alito di fumo si allungava ancora su per la lastra nera. Ella si levò. In quel tepore di stufa i mobili avevano una ilarità di sorrisi intorno alla sua veste bianca, sulla quale la polvere luminosa si alzava in nimbo, facendole un'aureola al capo. Il suo pallore aveva perduto lo splendore cereo della notte, gli occhi le si erano inumiditi. Ma era stanca, tornò a sedersi. Nel lungo attrito di tutta la notte e del mattino quei pensieri avevano oramai perduto ogni rilievo di fisonomia e le sparivano come nel letargo di un coma. Decisamente non andrebbe a quell'appuntamento di Buondelmonti.
Fu l'ultima idea improvvisa, socchiuse gli occhi. Nell'angolo del camino la punta di un sarmento respirava ancora un filo di fumo, che l'incantò. Il camino di marmo nero, pieno di un ondeggiamento luminoso, aveva ancora qualche vibrazione di tempesta, quando il raggio di sole posato sul davanzale della finestra sussultava. Ma ad un tratto Ida si ricordò di aver fame, e si allungò per tirare il cordone del campanello. Entrò Giuseppe.
—Dite a Giustina di portare il caffè.
Quindi tornò a guardare quel filo di fumo sottile, il quale pareva rompersi ad ogni istante, raggrinzandosi come in una spirale, poi si riattaccava, salendo fin sotto la cappa senza nè allargarsi nè attenuarsi, mentre la punta del sarmento non aveva più che una capocchia rossastra. Da quanto tempo quel fumo filava? La sua immaginazione, sedotta da quella continuità inesplicabile, vi si sospese.
Giuseppe rientrò con un biglietto sopra un bacile.
«Gualtiero Buondelmonti, capitano nel 2º cavalleggieri—prega di essere ricevuto». Queste ultime parole erano scritte colla matita.
—Fatelo passare.
Buondelmonti entrò.
Ida era in piedi presso il camino. Il capitano, piuttosto imbarazzato per quella prima visita, rimase ancora più perplesso all'aria eccessivamente contegnosa del suo viso. Ella ricevette il suo inchino, rispondendovi appena cogli occhi, senza invitarlo nemmeno a sedere. Vi fu qualche istante di silenzio. Sotto la negligente alterigia di quello sguardo il capitano ebbe un turbamento, ma si rimise e, considerando con ammirazione la bella posa evidentemente ostile di quella donna, le domandò in termini cortesi perdonò della visita importuna; ma poichè ella era mancata all'appuntamento, aveva temuto qualche disgrazia ed aveva osato salire.
Ma alle ultime parole s'intralciò, Ida lo guardava. Quella mattina il capitano era anche più bello, aveva una montura nuova, i capelli arricciati, forse di un biondo troppo dolce per la sua figura rossa e marziale. Colle lunghe punte dei baffi incerate, la persona leggermente inchina ad una eleganza di gentiluomo e di soldato, una mano sul pomo della sciabola e la cresta dell'elmo nell'altra, attendeva.
—Forse,—arrischiò con un sorriso,—l'appuntamento era troppo mattiniero?!
Ida non rispose.
—Me ne dispiace,—seguitò, piccato da quel silenzio, giacchè aveva supposto nell'appuntamento fallito un pretesto per riceverlo in casa:—Baiardo era di un'insolita vivacità stamane, non troverò più una mattina così propizia per venderlo. Non l'ho mai montato così bello.
—È bellissimo.
—Il più bel cavallo, che io abbia avuto. Sarei desolatissimo di non venderlo ad una signora, perchè non vi è al mondo cavaliere degno di Baiardo.
—Nemmeno voi! lo amate dunque?
—Come si può amare un cavallo.
Ida si rattenne ancora, poi sembrando fare uno sforzo:
—Vi costa davvero cinque mila lire, come mi avete scritto?
—Cinque mila lire.
—Voi mentite!—proruppe raddrizzandosi e scagliandogli in faccia un'occhiata formidabile, che lo fece retrocedere di un passo, meravigliato, attonito a quell'accento come di minaccia, dinanzi a quei due occhi sfolgoranti come due carbonchi. Ida aveva pronunziato quella parola con tale scoppio, che pareva irrompere dal silenzio di poco d'ora: lo guardò con violenza prolungata, poi, levando la mano ad un gesto di disprezzo, si mosse per voltargli le spalle.
—Signora...—mormorò fermandola, ancora più intontito che offeso.
Ella fece un mezzo passo per proseguire.
—Perdono, ma...
—Non è vero?!—l'interruppe con voce sorda e precipitata.
Quindi:
—Mi amate?
Egli voleva rispondere.
—No,—interruppe un'altra volta;—me lo avete scritto in molte lettere: menzogna! Voi non mi amate, non siete il capitano Buondelmonti, non siete un gentiluomo; Buondelmonti è un nome troppo bello per voi, Baiardo non è vostro.
—Non è mio?
—Ebbene, ditemelo in faccia, Baiardo è proprio vostro? L'avete pagato cinque mila lire, proprio voi?
Il capitano impallidì.
—Voi impallidite!
Ella si rivolse, si gettò sulla poltrona, l'attirò con un gesto sopra uno sgabello e, abbandonando la testa sopra la spalliera, con un moto convulso gli accennò di sedere. Ella stessa era smorta quanto lui, cogli occhi ardenti e una trepidazione di tutti i muscoli, che le dava una mobilità di fisonomia abbagliante ed irresistibile. Si era abbandonata stancamente sulla poltrona, ma vi si gittò; tutta la bianchezza della veste le era salita alla faccia, tutto il nero del gabinetto le si ammassava sulla testa. Allora, senza dargli il tempo di rinvenire, colla voce rotta, sibilante, spegnendo certe parole con un gesto, trascinando la voce come una lama di pugnale nel fodero, battendolo collo sguardo e col sorriso scomposti, a lampi, a contorsioni, gli disse tutto, che la contessa Ceri gli aveva pagato quel cavallo, che egli lo vendeva per un debito di giuoco, che la contessa ne era furibonda, ma non avendo altro denaro non poteva impedirglielo, giacchè aveva impegnato le proprie gioie per comprare Baiardo... che era una viltà, un'infamia...
—E allora,—proseguì, scuotendo la testa come una leonessa,—perchè non siete donna? Noi possiamo farlo, possiamo venderci: è il diritto dello schiavo. Noi non perdiamo nulla, la nostra bellezza è il nostro onore, finchè siamo belle possiamo essere amate. Ah! voi credete forse che una donna la si possegga, perchè la si sposa o la si paga? Lo credete sul serio, come tutti gli imbecilli? Ma voi... oh è vile! Se sapessi che siete un assassino, che siete un borsaiuolo, e che importa? Ogni eroe è omicida, ogni conquistatore è ladro: c'è ancora della forza, è una lotta.
Egli tentò un gesto.
—Volete le prove? volete che vi reciti la lettera della contessa il giorno del vostro duello con Villani? La so a memoria, sentite: «Voi siete un ingrato, un vile. Sapete benissimo che Villani non è mai stato il mio amante, e che non lo sarà mai, ma prendete questo odioso pretesto per sdebitarvi meco...»
E come spossata da questo impeto, si prese la fronte nelle mani e si rigettò sulla spalliera.
Buondelmonti immobile fra quella tempesta di parole e di passione, nemmeno sospettata da principio, guardava l'atteggiamento stravolto di quella donna, mentre nella incertezza scombussolata di tutto il suo spirito un'idea terribile sorgeva come una testa immane di capidoglio sopra un'onda, e gli ghiacciava il sangue. Era seduto goffamente sullo sgabello, quasi percossovi dal gesto di Ida, che si era rivolta al camino per evitare forzatamente di guardarlo.
Chi mai glielo aveva detto? Come aveva ella potuto sapere?... Perchè conosceva quella lettera? Egli non ne rinveniva: ma questa idea mostruosa gli si ingigantiva davanti, sulla veste bianca di quella donna, colla facilità di un'ombra e la immobilità di un fantasma. Eppure Ida l'aveva letta, e forse la possedeva. La realtà di questa impossibilità gli schiacciava la coscienza, annebbiandogli la ragione; non ardiva più nulla. La sua grossa faccia marziale esprimeva un'inazione di fantoccio, uno sbalordimento di soggezione, reso disgustoso dalla paura.
Ella levò ancora il viso, una lagrima sembrava brillarle sugli occhi.
—È stata una triste idea questa visita!—disse, rialzandolo dallo sgabello con un'occhiata di congedo e un suono lontano di malinconia nella voce.
Egli abbassò il capo.
—Addio, signore;—poi, come le parole le sfuggissero:—tutto è finito.
L'altro si scosse.
—Mi scacciate?...—mormorò umilmente, credendo di afferrare nella tristezza di quella frase una tavola di salvamento.
—Allora non vi avrei ricevuto: vi abbandono, signore. Una donna può scendere sempre... Forse questa teorica vi parrà ridicola in bocca mia,—seguitò con amaro sorriso:—non importa, una donna può essere venduta e pagata, poichè coloro, che la pagheranno, non la possederanno certamente. Vi è un angolo, una camera in fondo al cuore, nella quale bisogna essere amati per esservi ricevuti; la donna non è che lì dentro, il resto esteriorità, apparenza! Un uomo no.
—Ma siete ben sicura?...
—Non vi provate ad ingannarmi, signore; dovreste aver capito che è inutile. A voi non resta che una sola forza, il cinismo, per essere ancora un uomo. Io non userò contro di voi la mia arma; potrei mandare quella lettera al conte Ceri, e voi sareste perduto anche allora che aveste il coraggio di suicidarvi. Non lo farò.
Il capitano ebbe un respiro.
—Non mi ringraziate; sono io che vi ringrazio. Facendovi pagare,—ed ella sembrava sillabargli queste parole sulla faccia,—mi avete salvata da un grande pericolo. Vi avrei forse amato, ed amando un uomo più vile di me, avrei perduto l'ultima forza del mio carattere, l'ultima fede del mio cuore. Ma badate, il pericolo non è assolutamente scongiurato per voi: la persona, che involò la prima copia di quella lettera...
—Ah! vi è dunque qualcuno...!—gridò Buondelmonti con uno scoppio d'ira, sentendosi quasi libero in faccia a questo nuovo pericolo, che faceva una diversione nel loro dialogo chiamandovi un terzo, sul quale ruinare l'oppressione, di cui Ida lo soffocava.
Ella aspettò un istante.
—Ditemelo: dev'essere un vile.
—Oh! il giudizio potrebb'essere avventato.
Il capitano comprese l'allusione insolente, ma non piegò il capo. Quantunque ancora agitato, il suo occhio aveva ripresa la solita arditezza di bravata. Si raccolse, poi, mutando ad un tratto espressione e guardandola in faccia, quasi avesse penetrato il suo disegno:
—Voi odiate quell'uomo; dunque mi direte il suo nome.
—Forse.
—Siete ben sicura, che non abbia parlato con altri?
—Sicura.
—Oh!—esclamò, raddrizzandosi con orgoglio e quasi splendido nella prepotenza della propria forza:—avrà parlato per l'ultima volta.
Era ancora in piedi nello stesso atteggiamento, ma la facilità, colla quale s'intendevano, li abbassava allo stesso livello. Ida lo sentì troppo tardi. Allora una dimestichezza subitanea li strinse; Buondelmonti interrogava, ella rispondeva, a parole rapide, scontrandosi con occhiate di complicità. Ida immobile, cogli occhi ardenti, egli fremendo, trovando ancora qualche sorriso, qualche posa elegante, spiandola cautamente per non cadere in un agguato, e preparando già tutto un piano di guerra.
—E la lettera l'avete presso di voi?—le chiese ad un tratto.
—Sì.
Il capitano titubò.
—L'abbrucerò... dopo.
Questa parola li gelò. Ida si sentiva trascinata ed aveva paura, trovandosi finalmente in una delle situazioni tragiche tanto sognate nell'esilio dal mondo del suo odio e dei suoi desiderii. Ma improvvisamente un impeto di superbia la sollevò; Buondelmonti non era più nulla, lo sdegno realmente provato nel rinfacciargli la sua prostituzione era svanito per dar luogo ad un benessere feroce, nel quale il delitto si perdeva in una lirica astrazione, non conservando più che la fatalità della propria forza e uno splendore di eroismo. Quindi ella si alzava nella sua contemplazione come sopra un nembo freddo, all'altezza dell'areonauta, coll'occhio sbarrato dell'aquila e la limpida insensibilità di una stella.
Buondelmonti se ne accorse egli pure, ma, troppo preoccupato di sè stesso e troppo poco intelligente per comprendere certi fenomeni, attribuì ad un ritorno di debolezza la fissazione come spaventata del suo volto. Allora temette per il nome dell'incognito, il quale poteva perderlo con una sola parola, dinanzi alla paura supposta di quella donna, per lui non meno incognita che inesplicabile. Chi era colui? come aveva sorpreso quella lettera? Perchè l'aveva mostrata, data a Ida, una mantenuta? Qual dramma veniva a mischiarsi nella sua commedia, gaia, depravata, alla Molière, gettando lo scompiglio del terrore nel disordine allegro di un imbroglio? Il suo pensiero era corso per un momento al duca, ma deviandone tosto: non era possibile.
—Il suo nome?—ridomandò.
—Più tardi.
—Vi pentireste forse?
Un bianco sorriso sfiorò le labbra della fanciulla.
—Troppo tardi.
—Ditemelo.
—E quando l'avrò detto?
—Ci penso io.
—Sono io che ci penserò,—rispose sommessamente, appoggiando una mano sulla sedia con un gesto spossato. Buondelmonti fu pronto a farla girare e gliela offerse: ella sedette. Una lassitudine morbosa le intorpidiva i ginocchi, come se avesse ascesa frettolosamente e ridiscesa del pari la torre più alta. Poi allungò i piedi sino nel raggio di sole sdraiato sul tappeto, e tacquero. Nella commozione della fantasia quel raggio, che le saliva tiepidamente sugli stinchi, le parve un leone, che le si stirasse ai piedi. Riceveva sulle ginocchia il calore del suo alito, vedeva la polvere del deserto alzarglisi bionda dalla criniera, mentre in un luccichio del tappeto balenavano le chiazze dei suoi occhi di belva. Era la decorazione di quella scena.
—Che cos'è?—chiese di soprassalto, intendendo muoversi l'uscio.
Era Giustina, che al sopravvenire del capitano, malgrado l'ordine di Giuseppe, aveva giudicato di ritardare, ed entrava finalmente recando la colazione favorita di Ida. Al primo sguardo indovinò una scena violenta, ma infelice per il capitano: Ida era accigliata. Giustina depose il vassoio sopra un piccolo tavolo triangolare e glielo appressò. Conoscendo i gusti della padrona aveva già versato nella tazza di cristallo di rocca il latte, appena oscurato da poche gocce di caffè, e disposta sopra il piattino una piccola piramide di paste, appuntata da un confetto grosso come una susina. Il capitano si levò rispettosamente.
—Volete dividere la mia colazione, capitano, dopo una trottata su Baiardo?
—Mille grazie, l'ho già fatta al caffè.
—Non è una buona ragione: accetterete almeno un confetto.
—Come un ricordo.
Ella glielo porse, inghiottendo la punta di una pasta colla più delicata moina. Aveva appoggiato un gomito sul tavolo, colla fronte sopra un polso, come se mangiasse per compiacenza. In quella posizione la veste da camera le disegnava così squisitamente un contorno del seno, che il capitano dovette ammirarlo con rammarico, pensando che se non si fosse compromesso con la contessa Ceri, Ida lo avrebbe forse amato. Evidentemente la contessa non era che una signora corta a quattrini, poco bella, poco spiritosa, con gelosie da cameriera, che potevano un giorno o l'altro rovinare qualcuno. In quel momento egli la detestava, cominciando a sentire più vivamente l'eleganza di quel salottino senza dubbio immaginato da Ida. Ma se ella lo avesse amato davvero, esagerando per segno di gelosia il proprio disprezzo di poco d'ora? Le donne sono così strane; poi Ida era una mantenuta.
—Andate al veglione di questa notte?
—Sì.
—Pare che vi saranno molte signore in maschera. Ho saputo stamane che la baronessa De Angelis e la contessa Alidosi avevano concertato un costume di giapponesi, ma la contessina in ultimo non ha avuto il coraggio della pettinatura. Infatti i suoi capelli sono troppo belli per sciuparli così.
—Vi pare bella la contessa Alidosi?
—Tutti lo dicono, ma ve ne sono di più belle.
—La contessa Ce.....
Egli fece un gesto supplichevole.
—Ah! io forse? E del conte Alidosi che ve ne pare?
—Insopportabile.
—Tanto meglio!
Ma si fermò per bere un sorso, poi respinse la tazza.
—Dividete,—seguitò, porgendogli la punta di una pasta.
—Perchè tanto meglio?—ripetè, mentre pigliava gentilmente colla estremità del guanto la pasta.
Ida lo guardò negli occhi: egli tentennò, ebbe un lampo, alzò gli occhi al soffitto come per seguire l'idea e, riabbassandoli ancora con un dubbio supremo:
—È lui!
—Dividete dunque, capitano: rifiutereste?—E gli ruppe la pasta nella mano; poi aggrottando la fronte e con voce fredda:—Avete letto l'ultimo libro di Girardin: Le droit de punir? Vi è nell'appendice sull'antica penalità un particolare interessante: quando si condannava un reo a morte, due giudici rompevano una paglia... Dunque il veglione riuscirà bello; forse ci sarò anch'io. La contessa Alidosi verrà in palco: potrete trovarla meglio che sotto la maschera, ma il marito si annoierà con lei, perchè i mariti si annoiano sempre colle loro signore.
—Gli terrò compagnia.
—Ma lo divertirete?
Il capitano si era fatto pensieroso. La disinvoltura finale di Ida, che gli ordinava, rosicchiando una piccola pasta nera, di uccidere un uomo provocandolo in faccia alla moglie, nel tumulto folleggiante di un veglione, lo imbarazzava. Certo qualche gran cosa doveva essere fra di loro, oltre lo scandalo del castello di Valdiffusa secondo che il duca lo raccontava.
—Lo odiate dunque molto?—le si rivolse grossolanamente, stracciando tutto il velo da lei tessuto con un'arte così difficile su quella scena.
—Forse! forse lo amo.
—Ne dubito.
—Avete torto: non ho io forse bisogno di credere che voi amate la contessa Ceri?
Questa risposta lo persuase di non poter lottare: Ida respinse il tavolo, e fece un passo verso di lui come per accompagnarlo fino all'uscio, mentre egli si moveva colla sciabola in una mano e l'elmo dall'altra.
—Se per caso non fossi al veglione, manderò Giustina, la mia cameriera: le darete un biglietto per me,—disse chinando distrattamente gli occhi sopra una pantofola, che il sole le riscaldava in quel momento.
—Tutto non è dunque finito?
—Ma che cosa è incominciato?
—Se vi chiedessi di sperare per essere più forte?
—In che?
Buondelmonti si rattenne.
—Io sono sicuro,—disse poi risolutamente,—ma vorrei...
—Pss!—fe' troncandogli la parola, ma annuendo col gesto.
Ella stessa aperse l'uscio, il capitano congiunse i piedi per un inchino, urtando le rotelle degli speroni, sbozzò un ultimo sorriso e uscì. Ida tornò al camino; la punta del sarmento fumava ancora.
—Vi è dell'ostinazione,—mormorò, ricadendo nel sentimento di quella fissazione prima che entrasse Buondelmonti: ma allora il filo si ruppe e la capocchia, spegnendosi, cadde sulla cenere con un moto cadaverico.
—Così sia.