V.
Ella passò in orgasmo tutto quel giorno, comandò la carrozza, uscì a cavallo, mutò due volte di abiti, ordinò il pranzo ad un'ora insolita e non potè mangiare, giacchè malgrado tutte le bravate della sua vanità, una paura profondamente femminile le faceva battere il cuore. A certi momenti le veniva di rivolgersi come se un incognito fantasma le fosse dietro e il suo alito le gelasse la nuca. Quindi si sforzava di non ci pensare, cacciandosi per tutti i ricordi della propria vita, intrattenendosi colle idee meno note. Ma a pranzo, quando la sartina le portò nella cesta il costume turco, al quale la maestra aveva cucito alcuni ornamenti di stile troppo europeo, ella parve uscire da quel concentrato mutismo.
—È orribile,—esclamò respingendolo brutalmente:—non entrerò mai lì dentro. Voi, Giustina, andrete al veglione per me.
Giustina, che non s'aspettava questo favore, lasciò sfuggire un'esclamazione di gioia.
—Speri dunque di divertirti?
—Ne ero sicura anche prima che non speravo d'andarci.
—Io no.
Ed entrò nel proprio appartamento; ma non si era ancora seduta al lavabo, guardandosi nello specchio, che Giustina sopravvenne con una lettera.
—Di Enrico!—ella proruppe, rompendone nervosamente il suggello.
—È Dio che la manda.
—Dio o il diavolo,—arrischiò famigliarmente Giustina, che aveva creduto di accorgersi altre volte delle intenzioni ostili di Ida verso il conte.
—Forse, ma è Dio egualmente.—Poi:—Salì dal cuoco e digli che prepari un altro pranzo per le sette, splendido, squisito. Ha tempo due ore, ne ha d'avanzo.
Quindi tornò a passeggiare febbrilmente per la camera: Giustina non era ancora all'uscio, che la richiamò.
—Metti fuori la veste coll'edera: non sono in casa per nessuno sino a domani.
—Se il signor duca...
—Nemmeno; vai, senti: fa scaldare il mio bagno, subito, ho fretta.
Giustina fuggì quasi a gambe. Ella seguitò a passeggiare osservando tratto tratto il letto, animata in viso da un rossore d'infermo, aprendosi l'abito come se il bagno fosse già pronto a quel solo cenno e volesse smorzarvi l'ardore divorante delle vene. Parlava a mezza voce, poi, fermandosi con un gesto convulso e guardandosi innanzi colla fissazione sonnambula di tante volte, sorrise. Non erano che le quattro: bisognava aspettare due ore. Improvvisamente le parvero troppe: due ore ad aspettarlo sola, contando tutti i minuti, ciurlando in quel pensiero... Almeno avesse avuto il duca per distrarsi. Dal biglietto capiva che la scena con Buondelmonti doveva già essere scoppiata e corsa la sfida, ma poichè ella l'aveva combinata per il teatro, questa piccola infrazione del proprio disegno la liberava da ogni complicità. Quindi colla volubilità della donna si mise in questa idea e la percorse tutta: le parve di non aver nulla pensato contro il conte, il quale le scriveva per chiederle da pranzo, avendo certamente scritto a Jela un altro qualunque pretesto. Quella scema lo crederebbe: imbecilli ed ubbriachi non erano i prediletti della provvidenza? Ma le dispiaceva che Jela cadesse in quella scusa. Perchè la contessa dovrebbe ignorare il dolore del tradimento? Non l'aveva forse Jela scacciata una volta dal castello di Valdiffusa, sperando che ne morrebbe di miseria o d'infamia, mentre ella sarebbe accolta in tutti i saloni cogli omaggi della ricchezza e del nome! Ma il calcolo della contessina non era tornato: Ida era risorta più bella, come una minaccia e un'invidia egualmente dolorosa per tutte le signore. Quindi il suo orgoglio perverso le si alzava come un'immenso nuvolone, chele gitta va un'ombra fosca sulla faccia. Si rivedeva al castello, fuggendo dalla camera nuziale di Jela, inseguita dal suo gesto imperioso; e Jela non sapeva ora che Enrico stava per venire da lei, da Ida, che vi resterebbe tutta la notte, che era innamorato pazzo, morto, di lei?
—Morto!—ripeteva.
Tutto era lotta nella vita. Ella credeva dunque, quella pupattola, che per essere onesta sarebbe più forte di lei? Scempiaggini! Il mondo, i saloni, la legge, erano per le donne oneste; ma ella aveva l'amore, aveva l'odio, e sopra tutto sè stessa. Tanto peggio per Jela. Perchè cominciare la lotta lei, la più debole? E lotta dunque, ma a tutti i momenti, sovra tutti i terreni, anche sul letto. Jela non sapeva dunque che si può uccidere un uomo con un bacio, strappare un marito ad una maglie, romperlo ed obliarlo, e che tutto il mondo riderebbe della vedova? Ma la vedova non riderebbe ella pure? Questo dubbio atrocemente depravato la ritenne, ma come la palla, che sfiorando un ostacolo rimbalza e sorvola, risalì alla astrazione del duello fra la donna onesta e la cortigiana, la fissazione di tutta la sua vita. Ella era il campione della propria classe, l'ultima rimasta nel circo fra i cadaveri delle compagne, cadute come tanti volgari gladiatori, per riparare la sconfitta di tutte e strappare la ghirlanda insanguinata dalle mani della vittoria. Non era già sicura? Non poteva come Otriade moribondo, sublime superstite, scrivere già col dito sanguinolento sullo scudo, come sulla propria lapide, la eroica iscrizione: «Ho vinto»? Cleopatra non faceva uccidere ogni mattina gli amanti d'ogni notte? Imperia non era stata la donna più adorata del suo secolo, e il popolo riconoscente non le aveva scritto sul sepolcro, a Roma, in Sant'Agostino, queste grandi parole: Imperia, cortisana romana? Atene non aveva votata una statua a Frine per ringraziarla di essersi mostrata nuda? Le cortigiane non avevano dunque sempre perduto. Che importa se oggi i trionfi sarebbero stati senza ovazioni e senza monumenti? a lei bastava di vincere: i veramente forti hanno l'indifferenza dell'applauso.
E come un maniaco ripreso dalla idea fissa, vi si ingolfava sempre più, accendendosi innanzi i razzi dei paradossi più colorati, cogliendosi fra i piedi i fiori più sinistri della poesia boema. Si era arrestata alla psiche, coll'abito rigettato sulle spalle e la camicia a mezzo il seno. Le maniche, ancora gonfie, sembravano abbracciarle le ginocchia nel dolore di un lungo gesto supplichevole, mentre ella si esaminava minutamente nell'acquea opacità della lastra.
—Com'è bella quest'oggi!—esclamò Giustina, colpita dal fulgore della sua fisonomia.—Il bagno è pronto.
—Hai aperto la finestra?
—Le pare? l'aria si raffredda a quest'ora.
—Aprila, e che il sole entri.
Giustina la credette ammattita.
—Ma il sole è già tramontato.
Ida rimase pensierosa, non aveva più fretta pel bagno. Si sedette sulla poltrona, e chiamando Giustina la fece parlare qualche tempo del conte. Giustina, che gli serbava rancore per l'alterigia delle sue maniere, lo diceva antipatico, brutto anche come donna, malgrado la bianchezza e la freschezza della sua pelle. Un uomo doveva essere un uomo.
—La sua superiorità consiste appunto nel non esserlo, ma allora non può essere amato se non da una donna, che sia un uomo.
—Perchè?
—Tu non puoi capirlo, gli ibridi non si riproducono. Questa condanna dipende forse dalla deformità delle loro nature, che si cercano per distruggersi. Poichè la vita è una continuità, ogni eccezione non è solubile che nella propria regola; due eccezioni, che s'incontrano, sono insolubili e devono frantumarsi.
Giustina, incapace di comprendere il filosofismo oscuro di quelle parole, la guardò stralunata, ma Ida si era già sprofondata nelle proprie riflessioni; poi si riscosse con queste parole:
—Viene!
—Sono oramai le cinque; badi, il bagno si agghiaccerà.
—Troppo tardi: hai pronta la veste? Allora prepara una di quelle camice rosse e profumala, a momenti sarà qui.—E, quasi per darle ragione, Giuseppe bussò in quel punto alla porta annunziando il conte Alidosi.
Ida scattò in piedi.
—Presto!—esclamò con Giustina, scomparendo nell'attiguo gabinetto:—introducetelo qui.
Il conte entrò: aveva inteso il fruscìo della veste di Ida, e rimase un istante cogli occhi sull'uscio, dietro il quale era scomparsa. La luce, che rasente i tetti opposti entrava per la finestra da un lontano lembo di cielo, dava una dolce pallidezza a quella camera già buia agli angoli e nobilmente severa. Le tappezzerie azzurre, piene di riverberi nel giorno, si erano spente e i mobili imbruniti: solo la psiche in un canto aveva ancora un chiarore vacuo ed abbagliante come di un abisso, nel quale si fosse perduta l'immagine di Ida. Egli si guardò attorno, poi venne a sedersi sulla poltrona rossa, appoggiata al letto facendovi come una larga macchia di sangue. La sua stanchezza, greve di un avvilimento malinconico, gli fece sembrare più bella la castigata sontuosità di quella camera, così poco adatta per una mantenuta; ma, arrovesciando la testa, si vide sopra una delle piccole scimmie del letto, arrampicata in atto di salvarsi al minimo cenno, con un sorriso così violentemente bianco sul suo grugnetto nero, che egli vi s'incantò. Il suo pensiero, eccitato dalla femminile birberia di quell'atteggiamento, le cercò un misterioso rapporto, una quantità di significati come profumi che evaporassero dal letto di Ida e dessero una voluttà di carni a quel sorriso di porcellana, una provocazione di più a quella lubrica selvatichezza. Perchè rideva quella scimmia? Rideva di Ida, o del duca? rideva di lui, che veniva in quel momento da Ida a provare l'ultima scena drammatica di un amore da commedia? Ma quel sorriso lo tentava in tale momento come un segreto; si alzò, alzò la mano per afferrare quella scimmietta ai piedi, quando Ida lo sorprese:
—La mia Mary!—esclamò avvicinandosi con una premura affettuosa, ed imprimendole un moto ondulatorio sopra la testa del conte.
—Di che razza è?—questi chiese ironicamente.
—Mirikina: sono gli Asra delle scimmie, quelle che muoiono d'amore.
Ma il conte se ne distolse, raccontandole subito con una leggerezza abbastanza coraggiosa come Buondelmonti al club, per una questione di cavalli l'avesse insultato, e si dovessero battere al mattino. Lo scontro sarebbe alla sciabola, nessun colpo escluso, ma a primo sangue.
—Ne uscirete quindi con una scalfittura.
—È probabile. Buondelmonti è una lama troppo celebre per potermi uccidere. Domani mattina faremo colazione insieme. Veramente ho avuto torto di trattargli così male Baiardo, ma egli non può aver sospettato le mie allusioni.
—Non avete dunque paura?
—Oh!
—Ne avreste il diritto... Allora venite a chiedermi da pranzo per non trovarvi colla contessa, la quale sapendo del duello vi farebbe forse una scena? Ma e dopo pranzo? Questa notte?
—C'è tempo ancora.
—Mio Dio! come siete pallido!—proruppe improvvisamente, appressandogli il volto.—Perchè negarlo? avete paura. Nelle donne il coraggio è sempre brutto, a meno che non sia tragico. Vorrei vedervi sul terreno contro quel Porthos di Buondelmonti.
—Ebbene! il duello è domattina alle dieci nel prato di S. Giacomo, venite;—ripetè piccato da quella insistenza.
Ma Ida gli volse le spalle e andò lentamente a guardare dalla finestra. La sua veste verdecipresso, ricamata a catenelle di edera, un prodigio d'imitazione, era così ampia che tutto il suo bel corpo vi scompariva come certe statue dei vecchi parchi in un lembo di verzura. Se non che i capelli, invece di starle attorcigliati col ciuffo classico sulla nuca, consentendo la soave mollezza del collo, erano distesi sulle tempia come quelli di una Madonna ed esalavano un odore lontano di fieno. Si era addossata ad uno scuro, colle braccia lente.
Il conte Enrico le si appressò.
—Avete dunque paura per me?—le chiese incoraggito dalla sua malinconia.
Ella non rispose.
—Vediamo,—seguitò appressandosi sino a toccarle col ginocchio la veste e chinandosi a parlare sul collo:—dubitate che io muoia? Ma Buondelmonti non sa che la contessa Ceri mi abbia mostrato quella lettera; d'altronde, se l'avesse saputo, è talmente sciocco che mi avrebbe provocato violentemente. Sono stato io a morderlo. Ieri sera foste ben cattiva con me: vi appoggiavate sulla spalla del duca niente altro che per farmi dispetto. Se volevate darmi lo spettacolo pungente di ciò che potete essere per un uomo, ci siete riuscita. Questa notte non mi è stato possibile dormire.
—A me pure.
—Mi amate dunque?
—No, forse vi desidero.
—È lo stesso.
—Fanciullo! l'amore può far morire di spasimo chi lo sente, mentre il desiderio può fare uccidere chi l'ispira. Perchè mi avete trattata così crudelmente quella notte al castello? Allora avrei potuto morire per voi: forse non vi amavo, ma la vostra mostruosa bellezza mi aveva sedotta a tal punto, odiavo così me stessa e la mia posizione, che sarei morta volentieri. Voi mi disprezzaste, vi montaste la testa di orgoglio credendo che sarei sempre ai vostri piedi a chiedere quell'elemosina di amore; ma v'ingannaste, v'ingannaste malamente, signor conte. Io ero infelice, odiavo. Nessuno al mondo aveva avuto una parola dolce per me, ero cresciuta come una tigre nella gabbia, ma una tigre che vedesse attraverso i ferri la bionda immensità del deserto colle sue abbrucianti seduzioni. Un uomo, una donna, che mi fossero venuti incontro, avrebbero potuto fare di me un altro essere, farmi credere e farmi sopportare. Oggi è troppo tardi: nel mondo non si è mai come la natura, ma bensì come la vita ci ha fatti.
—Siete dunque infelice?
—Non ve ne siete accorto e dite di amarmi! No, voi mi desiderate, come vi desidero io, noi non possiamo amarci. Io vi oltrepasso senza raggiungervi: siete inafferrabile, siete come un'ombra, che abbia tutti i toni della carne colla leggerezza di un odore. Voi non siete nè uomo nè donna; non siete qualcuno, che quando siete il conte Alidosi. Allora la superbia della vostra fortuna vi rende adorabile e perverso: diventate come l'upas, forse il fiore più bello e il più velenoso.
—Cosicchè mi odiate?—domandò, scosso suo malgrado dalla violenza di quelle parole, ma col suo accento educato d'ironia:—Confesso che se vi avessi conosciuta come...
—Non mi avreste amata più che non mi amiate adesso. E che importa?—seguitò con un gesto superbo e nullameno malinconico:—Dal primo giorno ci dichiarammo la guerra: voi vinceste contro di me una battaglia terribile, la vostra prima notte di matrimonio, e io dovetti abbandonare sul campo il mio onore di fanciulla e di donna. Sono diventata una mantenuta, un animale che costa più di un cavallo, ma si stima forse meno: e hanno torto. Napoleone ha detto che per vincere un nemico bisogna stimarlo. Io vi debbo tutto questo: perchè vi credeste il più bello e il più amato degli uomini ho dovuto perdere tutto; ma la guerra non è terminata, e la mia rivincita non sarà forse meno terribile della vostra vittoria.
Si arrestò. Una collera cupa le fumava in fondo all'anima, in faccia a quel tramonto di sole e a tutta quell'ombra, che dalle strade della città saliva come un fumo ad annebbiare le trasparenze aeree. La sua voce piena di sonorità lontane aveva degli stridori di vento e degli echi cavernosi, quando non guardandogli più in viso allungava gli sguardi davanti a sè stessa, come dentro ad un paesaggio fantasmagorico, sulle orme di una apparizione fuggente. In quel momento il suo passato la riafferrava con una stretta di cadavere risorto, ancora spaventato della morte.
—È un triste tramonto,—osservò mostrandoglielo con un'occhiata.
—Triste?
—Il tramonto lo è sempre, perchè nel tramonto non vi è mai la speranza del mattino. Ognuno pare l'ultimo: guardatelo.
—L'ultimo per me?
—Fors'anco: Buondelmonti può uccidervi, non fate l'eroe, Enrico. Voi siete un vile, giacchè avete sposato Jela per la sua dote, mi avete rifiutata una volta per la paura di Jela o di suo padre. Odiate vostro zio, che vi schernisce, e lo accarezzate per la speranza dell'eredità: odiate me, che ve la scemo, e mi fate la corte malgrado le mie insolenze, malgrado il mio odio, perchè io vi odio, Enrico. Voi avete paura di domani, e siete venuto da me, perchè vi siete detto: Ida è donna, si commuoverà al pericolo che corro, mi inviterà questa notte.
—È vero, ho sperato...
—Vi siete ingannato. Non ho paura, potrei assistere al duello e vedervi fracassare la testa senza impallidire. Jela avrebbe paura, ma più paura ancora che dolore. Ella non vi ama più, siete solo come me nella vita, voi mantenuto dalla moglie, io dal duca. La partita è pari. Il vostro duello non è con Buondelmonti, ma fra me e voi: ebbene...
—Ebbene!—proruppe finalmente,—ciò vuol dire, che voi avete detto a Buondelmonti come io vi abbia mostrato quella lettera.
—Potrebbe darsi,—replicò alteramente.
Il conte indietreggiò di un passo come davanti ad un nemico implacabile, che, avendolo tratto finalmente ad un agguato, si cavasse all'improvviso la maschera per vederlo meglio morire. Gli pareva di comprendere tutto, la sua ostinazione nell'innamorarlo, tutto quello studio di lusso e di seduzioni, la rovina del duca in pochi anni, gli scaldali con Jela, la rivelazione a Buondelmonti per avventarglielo contro ad un dato momento. Ida si era senza dubbio intesa con colui. Fu come una visione istantanea, una certezza mortale di una minaccia creduta fino allora romantica, la quale lo colpiva come una piattonata di sciabola sul petto pittandogli un gran freddo nelle carni. Egli non aveva taciuto fino allora se non credendo quella scena l'ultima resistenza di Ida, a secco di argomenti contro di lui e torturandolo col passato per sottrargli il proprio presente.
—Dunque,—ella riprese, alzando sprezzantemente le spalle e dando in una stridula risata,—vedete che vi ho fatto paura, mio bell'eroe. Via, non ve la farò più, ma,—proseguiva con una moina indescrivibile,—vi farò ammazzare egualmente, giacchè stanotte starete meco e domattina non avrete più la forza di una parata. Accettate? Accettate?—insistè, vedendo che stentava a rimettersi.—Povero Enrico! Come sono ingiusta con voi! Ma perchè far pompa di coraggio, quando è così semplice avere paura? Credete dunque che il coraggio sia una qualità di prim'ordine? Vi batterete, porterete il braccio al collo per otto giorni, e passerete per un'eroe dopo un duello con Buondelmonti.
—Ma se morirò?—la interruppe con una tristezza di paura finta eppure vera.
—Mio Dio! non sarete il primo; ma, Enrico, non vi avvilite a questo punto. Dimenticate dunque che discendete dalle crociate? Venite qui, mio povero bambino: per provarvi che è stato uno scherzo vi darò un bacio sulla fronte. Vi basta? Vi ripeterò che siete ancora più donna che bambino.
Ed accompagnando la parola col gesto gli aperse le braccia, sorridendogli invitevolmente come ad un fantolino.
—Provate dunque se sono una donna.
—Davvero?
—Sì.
—Pensateci, Enrico; la prova potrebb'essere al disopra delle vostre forze. Voi non siete un uomo.
Egli rispose con un sogghigno.
—Lo volete?—ripetè, ridivenendo torva nel viso a quella sua resistenza inaspettata.
Quindi parve titubare, cercando un pensiero sotto lo sprone di quel sorriso lubrico a un tempo e vanitoso. Lo trovò; e cacciandosi risolutamente sotto il baldacchino del letto, diè una forte strappata al campanello. Il conte, sorpreso di quanto accadrebbe e ancora commosso di tutte quelle minacce smentite e ripetute, si sentiva mano mano più mal sicuro in quella camera e con quella donna nascosta dietro il cortinaggio come per preparargli un tranello. Infatti ella ne uscì guardando alla porta del gabinetto: la porta si aperse, si presentò Giustina:
—Giustina, venite qui,—le ordinò seccamente: poi riavvicinandosi al conte, col volto illividito ancora più dal verde funereo della veste:
—Provate,—gli disse coll'accento di un supremo disprezzo, gettandogli quella donna con un'occhiata, come si gitta un soldo a un mendico.
—Oh!—egli mormorò spalancando gli occhi e vacillando dalla meraviglia.
—È una donna... le darò mille lire. Per la prova che invocate basta una cameriera. Giustina!—s'interruppe ripetendo quel gesto, mentre il conte la guardava ancora stupefatto.—Ma voi non avete nemmeno l'onnipotenza della brutalità, non siete un uomo, ve lo aveva pur detto che siete vile. I fiori di campo, perchè resistono al vento, si credono la forza di una quercia, e una zampa di pecora basta a schiacciarli. Bisogna avere il calore del simum nel sangue, le tempeste dell'oceano nel cuore e la serenità del cielo nel pensiero per essere un uomo: allora si affascina e si soggioga. Ogni uomo è un imperatore, ma gli imperatori si contano sulle dita. Andate, andate pure, Giustina,—le si rivolse, vedendola trattenuta nella curiosità di quel discorso e allontanandola con un'imperiosità, che finì di atterrare il conte.
Poi ella tornò a quello scuro della finestra, e vi si appoggiò.
L'ombra oscillava a onde sempre più dense sui tetti come un vapore che ne fumasse, oscurando la volta alta dell'azzurro. Sulle case di contro la gamma stridula dei colori, acquetatasi nel lividore della sera, era sparita sotto la scorie dei tetti, come sotto un immenso mantello lacerato ed imporrito disteso su tutta la città. La strada era stretta, il palazzo opposto bruno e screpolato. Ida taceva. Il suo cuore aveva ancora dei sussulti, dei rumori, che si andavano smorzando; poi quelle tenebre l'assopirono e vi si obliò. Tutta quella violenza di torrente si era calmata come nella vastità di una laguna. Allora, in quella solitudine bruna, l'immaginazione del deserto la riprese, una paura di perdervisi collo sguardo esterrefatto, coll'oppressione sempre più soffocante, che le grandi uniformità della natura aggravano sulla coscienza. Un arcano sentimento di piccolezza le veniva da quella sconfinata monotonia, nella quale non era nemmeno un punto. Quindi il ricordo dell'ultima agitazione le palpitò ancora dinanzi al pensiero immobile, come se in fondo a quel vuoto orizzonte un lembo superstite di nuvola compiesse di svaporare, mentre uno scoramento di naufrago che non lotta più, una tristezza di areonauta perduto per il rado azzurro del cielo le cadevano sull'anima. Ma a poco a poco il suo cuore tornò a battere. Qualche memoria si risollevava stancamente e ricadeva nell'ultima convulsione di una parola invano conservata, nella suprema amarezza di un dolore abbandonato e che non poteva morire di abbandono. Aveva un freddo di sonno nel corpo, un malessere di sogno nell'anima. La gelata resistenza del cristallo nella fronte le dava dei brividi quasi sonori, mentre l'ombra della strada, sempre più fitta, la respingeva dentro la camera. Stava ancora così appoggiata a quello scuro, colle lagrime negli occhi e nell'anima una trepidazione inesprimibile, alla quale sarebbe bastato forse il soffio di una parola o il moto di un pensiero per prorompere in singhiozzi.
Il conte le si avvicinò sommessamente, e, passandole un braccio alla cintura, le diè un bacio sui capelli.
—Mi perdonate?
Ella gli abbandonò la testa sulla testa. La strada buia non mandava più alla finestra che un incerto bagliore di gas ad illuminare la bianchezza delle loro fronti così giovani e così pure. Ida gli appoggiava tutta una gota sui capelli, premendo sulla loro finezza con una voluttà intenerita, mentre egli le aveva messo una spalla sotto la spalla sorreggendola, in modo da farle perdere l'equilibrio. L'ombra discreta e leggera li avvolgeva fino ai volti, annegati dentro quel barlume dei vetri.
—Ida...—egli sussurrò, sforzandosi di rivolgerle il capo per darle un altro bacio.
Ella si rizzò mollemente.
—Vai a letto.
—E tu?
—Pss,—fe' guardandolo con un'occhiata piena di crepuscoli, e respingendolo verso la poltrona diventata bruna in quell'ombra: poi si torse nuovamente alla finestra e vi restò in una fissazione sonnambula. Sentiva Enrico spogliarsi febbrilmente gittando gli abiti sul tappeto, mentre il pensiero le fuggiva invece sempre più lontano, ritirandosi da quella attesa voluttuosa come da una musica piena di frasi acute tra una irritante lentezza di accordi. Quel bacio del conte le stirava ancora i capelli con una carezzevole mordacità di spuma, e dagli ultimi ricci sotto la nuca le grondavano giù per il collo le gocce periate dei primi brividi. La notte incominciava. Il buio aveva una soavità indicibile, un silenzio di felicità; non si vedeva più nulla. Le catenelle dell'edera, abbarbicatelesi sul seno e intorno alle gambe con una tenacità egoistica di passione, la facevano vacillare; le trecce le si slacciavano sulla testa arrovesciandogliela, costringendola a guardare in alto, come dietro il sibilo di un'ora fuggiasca dal paradiso. Una tacita complicità saliva dalla strada deserta e, filtrando per i vetri opachi, si addensava nell'ombra della camera piena di un'aspettazione voluttuosa e discreta. I mobili parevano essersi ritirati nel buio, mentre il letto solo rimaneva dentro quella nuvola rischiarata insensibilmente nel mezzo dal candore divino dell'Apollo. Ella si rivolse, si sentiva il collo gonfio e battere i polsi.
—Ida...—chiamò il conte, scivolando sulla levigatezza delle lenzuola ed agitando la coperta con uno spasimo di felicità, mentre l'acre dolcezza di quel freddo gli entrava nelle carni.
Ella gli venne innanzi sotto il baldacchino; il conte le prese una mano, ma non trovò cosa dire:
—Come è buono il tuo letto!—esclamò finalmente, dandole un bacio e tirandola per un braccio per farla sedere. Poi intrecciandole le dita sulla cintura, appena fu seduta, ed appressandole la testa al grembo:
—Come sei grassa!—le diceva a piccoli stridi femminili;—avresti dovuto vestirti da turca: hai un seno da sultana.
Ella si scosse, e con voce trasognata rispose stranamente:
—Lo sai perchè i seni vi piacciono tanto così? perchè promettono molto latte al bambino, che nascerà. Tu non ci pensavi.
In quel punto la piccola pendola sul comodino suonò le sette.
—L'ora del mio pranzo,—egli proruppe.—Jela mi aspetterà.
—Ah!—gridò Ida scattando in piedi:—ora vengo,—e prendendo dal comodino un zolfanello l'accese, andò verso la piccola scansia all'altro lato, prese un foglio di carta, trovò una busta, una matita, e scrisse:
«Vostro marito si batte alle nove col capitano Buondelmonti, si farà ammazzare; io sola posso salvarlo.
Ida».
Piegò la lettera, la mise nella busta, l'ingommò. Nel mezzo della busta, invece di una cifra, il motto tedesco di Moltke: «pensare prima, osare poi» si arrotolava come un serpente dalle scaglie iridate. Il grosso zolfanello da notte si spense, Ida scrisse l'indirizzo al buio.
—Che cosa fai?
—Comincio.
—Che cosa?
—Mi spoglio.
—Ida...
Ma ebbe appena il tempo di ripetere il nome, che ella era già sul letto incollandogli le labbra colle labbra.
Poco dopo Giustina, che entrava dalla porta del gabinetto nero con un doppiere in mano per annunziare il pranzo, si fermò attonita sulla soglia vedendoli già a letto. Il conte Enrico levò la testa.
—La signora è servita—ella disse ad alta voce, imitando la voce di Giuseppe nel pronunciare quelle parole sacramentali. Ma Ida storse il capo, e col suo accento più calmo:
—Servirete la cena nel gabinetto, pigliate questa lettera, la farete recapitare domattina alle otto, nè più tardi, nè più presto. Urgentissima: andate.
Quando Giustina fu uscita, rimasero soli tutta la notte.
Alle otto circa del mattino, mentre il conte assopitosi un istante aveva chiuso gli occhi, Ida scivolò chetamente dal letto. Era smorta, cogli occhi gonfi, con quella camicia rossa, che la rendeva ancora più pallida. La notte era stata tempestosa. Infilò i piccoli sandali di corno, ma afferrava appunto la veste, ancora gonfia sul tappeto come vi era caduta, che al suo fruscìo il conte si riscosse.
—È dunque tardi!—esclamò con un gesto di spavento.
—Oramai le otto, puoi riposarti ancora: l'appuntamento coi padrini non è che alle nove.
Però egli si era levato sentoni. Era più abbattuto, ma molto più bello, colla pelle fresca e le labbra rosse come un melograno. Ella si ravviò i capelli, finì di abbottonarsi la veste facendo il giro del letto col suo passo più pigro, venne all'altra sponda e gli si sedette così vicino che con un gomito gli toccava il ginocchio. Il conte l'avvertì appena. Stava quasi seduto, colle mani sul ventre al disopra delle coperte, in uno sbalordimento, al quale la contrazione della bocca dava un significato di desolazione. Ella gli contemplò un istante il disordine dei capelli biondi, nei quali le tracce delle proprie dita erano ancora visibili, e le ammaccature della camicia inamidata, senza più un solo bottoncino d'oro, che gli scopriva un petto delicato quanto quello di una donna.
—Enrico,—mormorò finalmente, aspettando in una carezza l'ultima effusione di quella notte innamorata; ma il conte le volse appena lo sguardo con una meraviglia quasi di malcontento.
—Enrico! ella ripetè con voce ancora più soave e una sommissione piena di incertezze.
—E già tardi: dovrò alzarmi,—rispose oppresso dal ricordo di tutte quelle minacce della sera, che gli cadevano come una grandine di sassi sulle memorie palpitanti della notte.
—Se non avete altro pensiero, potete aspettare mezz'ora,—ribattè l'altra alzandosi e gittandogli un'ultima occhiata.
Il conte si accorse di averla offesa, ma troppo preoccupato di sè stesso e dal sentimento confuso che Ida entrasse per qualche cosa nel suo duello con Buondelmonti, sebbene percosso da quello sguardo non la richiamò. Ida cercò un ferruccio sul lavabo, ed uscì. Il letto era disordinato, ma la camera aveva la stessa fisonomia; solamente due o tre piatti sopra il comodino, dal canto suo e sulla cassa, ancora sucidi della cena, e due o tre bottiglie sturate tradivano il passaggio di un'orgia. Li osservò, si richiamò tutta quella notte, dovendosi confessare che era stata la più bella della sua vita. Senonchè, invece di gioirne, se ne rattristò. Nella spossatezza ancora sensuale di quell'ora non avrebbe mai voluto essersi incontrato con quella donna, cui la sera seguente avrebbe forse ridesiderato con una veemenza anche maggiore di passione, e che lo aveva amato in una notte più che tutte le altre donne della sua vita nei lunghi mesi dei loro capricci, ma non dandogli mai un bacio se non sulla cicatrice di un morso. Il suo carattere, il genere della sua bellezza, la stessa voluttuosità di Ida lo irritavano al punto, che finiva col negarla. Se non le si fosse ostinato dietro così scioccamente, non si sarebbe svegliato quel mattino sul suo letto per andare a un duello con Buondelmonti. Ma Buondelmonti non era un amante di Ida? Avrebbe quasi voluto crederlo per meglio disprezzarla, ma il pensiero che la notte seguente Buondelmonti potesse essere al suo posto, dopo averlo ucciso, gli dava un insopportabile raccapriccio. Perchè no ucciso? Il duello era a primo sangue, però nessun colpo escluso; e Buondelmonti insospettito poteva bene, abusando della propria abilità, passarlo fuor fuori. In questo caso egli giurava di morire vendicato, rivelando prima di morire l'abbiezione di quello spadaccino: ma il caso non perdeva con questa consolazione gran cosa della propria tristezza. E perchè tutto ciò? Perchè la contessa Ceri pagava Buondelmonti, lo zio pagava Ida, egli aveva sposato Jela? Perchè la contessa amava Buondelmonti e lo denunciava, Ida amava lui e gli tirava addosso un duello forse mortale? perchè il duca scapolo senza altri figli che quei due nipoti, i bastoni della sua vecchiaia, si spassava a torturarli, inebriandosi ai dolori della loro falsa posizione, da lui stesso creata? Perchè questa falsa e trista società? Quale equivalenza di nature, malgrado le differenze irreducibili di classe! Jela sola era pura, ma talmente insulsa, che la sua purezza aveva la volgarità del vetro fra quei falsi brillanti. Forse a questa ora era desta aspettandolo: forse qualcuno l'aveva messa in sospetto! Il duca n'era benissimo capace.
Ma alla sua volta egli lo scherniva da quel letto di seta.
Questo piccolo trionfo lo animò; poi la pendola suonò le otto e un quarto, e Ida riapparve alla porta del gabinetto. Aveva il viso più fresco e una calma glaciale: scostò il cortinaggio del letto, ed allungandogli le due mani sul collo lo fissò con uno sguardo inesprimibile.
—Addio!
Si raddrizzò, ed uscì per la porta del gabinetto nero. Giustina, ritornata allora dal veglione colle tracce del baccano sul volto, le si presentò all'istante.
—Introducetela,—Ida rispose con voce breve.
Il fuoco ardeva nel caminetto, Ida era in piedi. Jela, vestita di grigio, col velo del cappellino ancora abbassato, entrò precipitosamente. Tremava, non sapeva quello che fosse per dire o per fare; forse la vedeva appena. Ida non si mosse, aveva ritrovato la sua posa più scultoria, la testa indietro e le labbra strette; l'arruffio dei capelli e la veste male abbottonata, sotto la quale si travedeva quella camicia sanguinolenta, facevano credere chi si fosse alzata allora per riceverla. Jela non si accorse di nulla, del calore del caminetto, del colore della veste di Ida, del suo atteggiamento; sentì solamente il freddo della sua faccia, e con un gesto eccessivamente simpatico di timidezza:
—Enrico?!—le domandò, come se fossero ancora ai giorni della loro amicizia.
—Il conte Enrico!—ripetè l'altra con una vibrazione metallica.
—Dov'è?
Ida non rispose, lasciò che Jela la guardasse ancora supplicando, poi colla stessa rigidezza andò alla porta della camera e l'aperse in modo da restarvi riparata dietro il battente. Jela la seguì istintivamente, ma si arrestò, vedendo che ella si fermava contro il muro nella immobilità di una statua. Ebbe un fremito: vedeva già un lembo della camera, il tappeto turchino, sul quale posava la grande cassa intagliata, il lavabo nero a magnifiche forniture di argento, la poltrona di raso rosso, un angolo di lusso antico, più aristocratico ancora che quello del proprio palazzo. Un profumo insensibile di alcova usciva dalla porta, un tepore della notte, che l'aria del giorno non aveva ancora alterato: notò un piatto sulla cassa, una bottiglia col collo inargentato; sentì la ricchezza delle grandi tende, che cascavano sino sul tappeto, velando colla loro trasparenza la luce già velata da tutto quell'azzurro; fece ancora due passi e scorse un angolo della coperta, travide una figura della volta, un guerriero in sottanino rosso, colla sciabola dorata. Ma Ida, cui ella sfiorava colla veste, ebbe un tremito, e i loro volti si urtarono; Jela fu respinta, chinò il capo, avanzò l'ultimo passo gettando un piccolo grido.
Il conte Enrico, che si era risollevato sui cuscini, ne cacciò un altro riconoscendola.
—Voi qui...
—Uscite!—esclamò subito dopo:—bisogna essere ben imbecilli... Uscite: assolutamente lo voglio.
Ma in quel momento Ida si presentò nel vano della porta, colle braccia incrociate sul seno e un sorriso immobile sulle labbra, osservando la loro confusione. Egli sussultò, Jela si volse d'istinto, e allora finalmente comprese. Vacillò, mosse un passo verso la sorella, ma l'occhio le corse irresistibilmente ad Enrico, e vedendolo colla fronte ardente di rossore, la fisonomia vergognosa malgrado lo sdegno, s'intese mancare. Ida le aveva sedotto il marito, e per dargliene colla propria vendetta una prova umiliante, l'aveva con quel bugiardo biglietto attirata nella propria camera. Il suo cuore si rivoltò: poi subito dopo, sotto quella mano, che li piegava, i due sposi si toccarono, in quella camera di Ida, nella quale l'aria della notte aveva ancora la nausea leggiera di una voluttà digerita.
Ida non si muoveva.
—Ma uscite dunque!—urlò Enrico a Jela, dibattendosi sotto lo sguardo fermo di Ida e riaccovacciandosi nel letto quasi per sottrarvisi. Jela restò sola. La sua piccola anima troppo debole per quella scena si scombuiò. Non capì più bene perchè Enrico fosse in quel letto, perchè a due passi da lei, su quella cassa intagliata vi fossero gli avanzi di una cena, perchè ella medesima fosse venuta in quella camera sulla fede di un biglietto terribile ed oscuro, che la cameriera le aveva portato ad un'ora insolita; ma provò come una difficoltà di respiro, un bisogno subitaneo ed infrenabile di uscire e di essere fuori. In quella camera, che non aveva mai veduta, l'abito grigio le diventava nero, si sentiva soffocare; non respirava più l'aria solita. Ebbe uno sforzo inconscio per rimettersi, indietreggiò, rialzò il capo e, intontita, col suo passo elegante, venne verso la sorella.
Il conte le spiava stupefatto. Ida tremò: Jela sembrava non vederla, ma quando le fu addosso, poichè le sbarrava la porta, si guardarono. Tutto il duello si riassumeva in quell'attacco. Jela non camminava più e l'altra era ferma ancora. La veste di edera coll'ampio panneggiamento dava una fosca grandiosità al disordine della sua figura bianca di una pallidezza gessosa: ma Jela fece un passo addietro e, afferrandosi con un gesto risoluto le sottane in pugno, come per non lordarle col suo contatto, proseguì. Ida, che aveva vibrato quasi sotto una forte scossa elettrica a quel gesto, rinculò lentamente senza rivolgersi, si ripiegò sul battente aperto, colle pupille sempre premute nel suo volto, dilatate in uno sforzo di visione. Era orribile, era pazza. Jela aveva già dovuto abbassare le proprie, ed ebbe un gran brivido di paura; ma quando fu nel mezzo della porta, che il conte non scorgeva più Ida, questa le si chinò sulla faccia, e con voce che non aveva più nulla di umano:
—Salutatelo per l'ultima volta,—le disse.
Jela, spaventata ancor più dall'espressione di quel volto che dal suono di quelle parole, che non aveva comprese, allungò un passo per fuggire.
—Sarò più gentile di voi al castello di Valdiffusa,—esclamò Ida, chiudendo la porta della camera e passandole innanzi per aprire l'altra del gabinetto:—uscite, signora contessa Alidosi, ma ora siamo pari.
E in piedi, colla maniglia in mano, la fronte alta nella prepotenza del comando, le impose con un gesto di andarsene, mentre il seno le palpitava quasi voluttuosamente e i suoi denti di giovane lupo gittavano attraverso le labbra rosse le bianche minacce di una fame di belva.