DOPO
—Buona notte, fatevi coraggio,—ripetè ancora la signora Giovanna, mentre le tre figlie dietro di lei guardavano.
—Grazie.
—Volete che vi facciamo lume per le scale?
—No, no.
Poco dopo la porta si richiuse e la signora Adelaide rimase al buio.
Si sentiva la testa pesante forse per quello stufato di agnello, che le avevano fatto mangiare quasi a forza, perchè aveva dovuto mettersi a tavola colla famiglia della signora Giovanna, la quale, tutta compresa della propria buona azione, voleva assolutamente essere obbedita. Quel pomeriggio era stato lungo. La signora Giovanna, salita solamente colla Gemma a vedere la morta prima che la mettessero nella cassa, aveva poi forzato la mamma a discendere con lei per sottrarla almeno allo strazio dell'ultimo distacco.
Adesso tutto era finito.
Il trasporto di Tina aveva avuto luogo verso le sei abbastanza decentemente; i casigliani si erano prestati ad una colletta, don Pietro aveva aggiunto il resto, ma nel viso melanconico pareva anche più severo. La signora Adelaide, annientata da tutta quella novità, non sentiva più che un gran freddo nell'ossa e qualche cosa come un velo intorno alla faccia, che le annebbiava la vista. Solamente le era rimasto un tremito nelle mani dopo quello sforzo di aiutare la signora Veronica a mettere Tina nella cassa, mentre il sole riempiva tutta la stanza della propria fiamma.
Adesso invece le scale erano buie.
Ella saliva adagio, aiutandosi colla mano nel muro quando un piede mal fermo le si spostava sui mattoni slabbrati degli scalini e la faceva traballare nella paura improvvisa di cadere.
—Non ci deve essere in casa nemmeno un mozzicone di candela,—mormorò.
Era la prima idea; pel resto sapeva che avrebbe trovato la casa in ordine; che cosa poteva infatti esservi sossopra? Ma la signora Veronica aveva spazzato persino il pavimento e spolverati i mobili per quella sua smania della pulizia e per rispetto della morta.
—Vedete, io tengo tutto pulito in casa mia,—aveva ripetuto parecchie volte:—questa volta però è un'altra cosa. I morti non ci appartengono più; la gente, che viene a vederli, è come se entrasse in chiesa, ci vuole molto rispetto, molto rispetto.
L'altra non aveva capito bene.
Invece la morte le accresceva senza misura quello sbigottimento di abbandono da tant'anni così profondo nella sua vita. Colle mani ciondoloni, le gambe che le mancavano sotto, stava a guardare ritta, o si muoveva sempre troppo tardi per aiutare in qualche cosa. E il suo gesto era così stanco che la signora Veronica le ripeteva:
—Lasciate, lasciate.
Era vero, se ne accorgeva anch'essa. Aveva pure sentito con nuova amarezza di non soffrire come se lo era immaginato; i suoi occhi non si gonfiavano di quelle lagrime che sembrano forarli, il suo cuore non aveva urlato nello spasimo della disperazione, che non vuole essere consolata e si consuma nella propria impotenza.
Quindi cedendo alla violenza della signora Giovanna, che nel trarla di lì tornava a spiegarne il motivo con tutti, era sembrata quasi una delle tante madri incapaci persino di fingere il dolore della propria maternità perita forse nella miseria da troppo tempo. La signora Giovanna stessa ne aveva ricevuta una cattiva impressione, mentre le figlie sorridevano talvolta con quel sorriso involontario della gioventù dinanzi a coloro, che non sono più niente nella vita; ed è quasi la stessa ironia, come all'apparire di un cane randagio, spaurito, in una qualche strada popolosa: la gente gli urla subito dietro, i monelli l'inseguono, finchè un cane più forte gli si avventa, e allora tutti ridono. Perchè? È cattiveria? È così. Ma davanti a certe tragedie, coloro che non sono affatto disposti ad entrarvi, vogliono vederne il dolore, altrimenti si fanno più duri.
Ella taceva. Seduta colla signora Giovanna sul canapè della stanza coniugale, aveva udito benissimo il tramestio dei becchini nelle scale troppo strette per la cassa, e tutte le porte si aprivano sui pianerottoli, la gente discendeva; poi il tonfo cupo dello sportello, quando la cassa sospinta da cinque o sei mani scivolò dentro il cassettone della carrozza nera, aveva per un istante coperto il vocìo della strada, e poco dopo il cavallo si era allontanato battendo sonoramente i ferri sulle lastre.
Pallida, si era alzata per andare alla finestra: ma la signora Giovanna lo aveva impedito.
—No, no, non istà bene: i vicini ne riderebbero.
Nelle scale il silenzio era profondo. Sempre colla mano al muro giunse sull'ultimo pianerottolo, e si fermò tastando guardingamente l'uscio della signora Veronica; ma era chiuso.
Intese parlare al di dietro, poi le voci tacquero. Improvvisamente si ricordò quanto quella donna egoista, così abile a vivere della propria miseria, aveva fatto per lei in quel giorno occupandosi di tutto, della colletta, della cassa, uscendo per andare da don Pietro e dalla signora Cesarina, che aveva mandato dieci lire e una corona bianca di narcisi. Era questo il regalo chiesto da Tina per la propria bara. Ma capì che adesso era finita ogni intimità, d'ora innanzi la signora Veronica non avrebbe più alcun motivo d'interessarsi a lei come pel passato quando Tina poteva da un giorno all'altro fare fortuna ripagandole il beneficio. Era così, non doveva essere altrimenti: finchè si ha qualche cosa nella vita, gli altri aiutano, poi si allontanano avendo bisogno, specialmente i poveri, di pensare prima a se stessi.
Lentamente sospinse il proprio uscio.
Per la finestra aperta una luce pallida rischiarava la stanza. La tavola stava nella cucina davanti al focolare, presso quel sofà sgangherato: al di fuori si vedeva un lembo di cielo pieno di stelle in un sereno scuro, e qualche riverbero dei fanali a gas saliva pei muri languidamente. Nel silenzio un passo d'uomo echeggiò dal vicolo allontanandosi: doveva essere poco più che un'ora di notte. Girò per la stanza tastando qualche cosa, quasi a riconoscere gli oggetti, ma una paura e un'ombra le crescevano dentro. Che cosa fare? Sapeva di non avere candela e che non le sarebbe possibile discendere per battere all'uscio di qualcuno: oramai tutti avevano fatto per lei più di quanto dovevano, e domani, sempre, a ogni ritorno, sarebbe così, la stessa sensazione di freddo e di abbandono. Una voce, quasi un grido le salì alla gola, ma lo soffocò con ambo le mani, come tremando che potesse prolungarsi indefinitamente in quel silenzio.
Dov'era Tina?
Nel cimitero lassù, non sapeva altro. Certamente avevano calata la cassa in una fossa comune, fra cadaveri ignoti l'uno all'altro, e se n'erano andati senza nemmeno voltarsi per stendere sulla terra smossa quella corona di narcisi bianchi. Eppure Tina non avrebbe chiesto di più: tutta la sua primavera non aveva avuto altri fiori.
Infatti la fanciulla non amava il lusso e non sentiva quei desiderii voraci, pei quali ella si ricordava di aver sofferto sino in ultimo. Tina ignorava tutto: in altra condizione sarebbe forse vissuta a lungo felice, senza accorgersi che gli uomini esistessero, e invece era morta a sedici anni per colpa loro. Improvvisamente un rancore simile ad una fiamma le montò dall'anima contro quella illusione di fare fortuna essendo più buone o avendo sofferto più delle altre; il sangue le si accese, poi un pensiero anche più triste lo spense tosto: perchè lagnarsi? Non era inutile?
Se in quel momento avesse potuto gridare all'uomo, che pel primo gliela aveva presa: «Mia figlia è morta, sei tu, sei tu che l'hai uccisa!» non le avrebbe egli, già immemore di quel mattino lontano, risposto con un sorriso? Non erano così tutti gli uomini? Non pensano tutti che le donne, rassegnandosi a certe cose, esercitano un mestiere, il quale ha naturalmente i rischi di ogni altro?
Talvolta anche se ne muore, ma la colpa non è di nessuno.
—Ecco tutto!—disse con un amaro sorriso.
La gola le bruciava: quindi si alzò dal canapè per cercare nella madia quel resto di latte, che Tina non aveva voluto bere: non lo trovò.
Anche il secchio era vuoto.
Una sete l'ardeva; pur sapendo che non vi potevano essere, cercò dappertutto dei fiammiferi e un mozzicone di candela per sottrarsi al buio, nel quale si sentiva troppo sola. Uno per uno i ricordi della vita si erano allontanati nell'ombra della notte, poi la debolezza tornava a fiaccarle le gambe, mettendole nelle reni uno spasimo di arrembatura. Tina era lassù.
Anche nei giorni buoni, quando capiterebbe ancora di cuocere qualche cosa, ella non potrebbe più voltarsi per chiamare sorridendo la fanciulla a mangiare nel medesimo piatto, adesso che erano tutte due egualmente sole. Eppure sotto l'onda di quella tristezza non piangeva. La sua testa smarrita nella nuova solitudine tremava timidamente senza collera, senza nemmeno quel tragico abbacinamento dei grandi dolori, che a poco a poco si obliano nella propria contemplazione, quasi il mondo cessi loro d'intorno. Ella invece ne soffriva ritraendosi dinanzi alle immutabili necessità, che si sarebbero rinnovate domani. L'egoismo della sua natura sofferente da tanti anni si rannicchiava, come d'inverno certi vecchi poveri sotto il vento di tramontana si stringono nei cenci alle porte delle chiese, sentendo l'ultimo calore del sangue risalire verso il cuore; e allora non hanno più la forza di chiedere, mentre qualche cosa si mette a singhiozzare nel fondo delle loro anime. Anche Tina era stata così: la sua giovinezza muta, la sua obbedienza passiva nascondevano una di quelle tragedie incomunicabili, davanti alle quali i cuori più sensibili rimangono sordi.
La fanciulla infatti non aveva mai voluto raccontare che cosa avesse sofferto la prima volta in quella camera della signora Cesarina.
Ma questo pensiero la ricondusse alla necessità di entrare nell'altra stanza.
Che cosa faceva nella cucina? Per guadagnare tempo cercò di passare in rivista le persone, alle quali avrebbe potuto presentarsi l'indomani per chiedere aiuto; e la prima fu la signora Cesarina.
—No, no,—proruppe a bassa voce:—mi farebbe dire senza dubbio di non essere in casa.
Quella donna non aveva cuore, le si vedeva in faccia.
Ma era già all'uscio, rabbrividendo per tutti i nervi come dinanzi a qualche terribile cosa, che dovesse accaderle. Si ricordò che Tina era rimasta per sempre colla bocca spalancata nello sforzo dell'ultimo grido, perchè la signora Veronica chiudendole gli occhi si era dimenticata di stringerle sotto il mento il solito fazzoletto. E al suo cuore di madre questa sensazione si era rinnovata poi dolorosamente, quando dovette accorgersi che le mascelle irrigidite dal freddo della morte non si sarebbero più chiuse.
Una paura inesprimibile le aveva agghiacciato l'anima. La fanciulla, così sottomessa a tutte le violazioni della propria vita, aveva forse tentato di gridare nell'ultimo momento, cogli occhi già pieni di un'ombra immobile.
Ella stessa si sentiva riprendere dallo spavento della tenebra. Quell'altra finestra sarebbe aperta? Non sapeva spiegarsene il perchè, ma credeva di sì per un senso di misterioso rispetto alla morta. Aspettò coll'orecchio teso nel silenzio ascoltando i battiti del proprio cuore.
Un sudore freddo le bagnava la fronte.
Entrò.
La finestra era aperta, nella camera illuminata dal chiarore della notte niente era mutato: rapidamente si diresse al letto dal suo solito canto e cominciò a spogliarsi colle mani tremanti.
Raggomitolata sotto le coperte, come se avesse freddo davvero, si teneva con ambo le mani un lembo del lenzuolo sulla faccia, ma il cuore invece di calmarsi le batteva sempre più precipitosamente. Allora le lagrime cominciarono a caderle per le guance, e un singhiozzo lungo la scosse per tutti i nervi. Qualche cosa le si scioglieva dentro, liberando finalmente la sua anima dal peso ineffabile del silenzio. Ah! come era sola adesso che Tina non le stava più accanto riscaldandola col suo corpo giovane, che d'inverno le si stringeva sempre più presso, talvolta abbracciandola anche nel sogno! Il letto era sempre così. La signora Veronica invece di rifarlo si era contentata di spianarvi sopra quei lenzuoli saturi ancora di tutto il sudore triste dell'ammalata. Ella ne raccapricciò, malgrado l'abitudine oramai vecchia ai sudiciumi della miseria, e seguitò a piangere in un dolore quasi dolce. Tutta la sua tenerezza si effondeva in quel pianto silenzioso, mormorando appena il nome della figlia: Tina, Tina! Non avrebbe voluto altro. Non pensava più all'indomani, non si ricordava più nulla. Invece sentiva sul fianco la sua buca scavata nel pagliericcio, più grande forse di quella lassù nel cimitero. Ella non voleva che Tina, la sola creatura, dalla quale fosse stata amata per sedici anni, anche nei giorni peggiori, quando ella stessa si accorgeva di diventare bisbetica e di trattarla male. Era lei, la mamma, che faceva così, Tina no: la guardava negli occhi abbassando la testa, e poco dopo veniva a tirarla per la sottana con un sorriso. Eppure la povera fanciulla avrebbe avuto il diritto di essere cattiva in quella vita di miseria, senza mai una consolazione. Per quanto adesso ella si credesse infelice, qualche bel giorno lo aveva avuto; ma Tina mai, nè da bimba nè da fanciulla, nemmeno quelle gioie della infanzia che trova dappertutto un sorriso, nemmeno quelle speranze della giovinezza, nelle quali ogni donna sale come dentro un incanto. Ed era morta per darle da mangiare, non c'era più.
—Tina, Tina!—ripeteva colle mani tese nell'ombra della notte primaverile.
Poi si volse disperatamente ed afferrò il cuscino, sul quale era spirata; lo strinse, lo baciò in una smania, che la fece cadere dentro la buca stessa della morta. Diè un balzo d'orrore, e si trovò dall'altro lato, inginocchiata per terra, col cuscino fra le braccia.
—Sono stata io! Tina, Tina, perdonami di averti messa al mondo, perdonami, perdonami!
E questo grido le saliva finalmente dalle labbra con tutta la sua anima di madre, che nello spasimo dell'amore si pentiva di avere dato una creatura al tragico mistero della vita.