LA QUINTA GIORNATA
Betta era corsa piangendo nella camera di Tina.
—La mamma non mi fa più il vestito.
—Vorrà tenerlo per sè,—disse la signora Adelaide, e il suo viso parve duro alla fanciulla, nel lungo sforzo che la povera donna faceva per rattenere i singhiozzi.
—Dille che venga qui,—mormorò Tina.
E mentre Betta se ne andava consolata, Tina richiuse gli occhi.
La mamma, seduta presso il capezzale, stette a guardarla in preda ad un profondo sbigottimento davanti a quella nuova trasformazione. La fanciulla diventava un'altra; il naso le si era affilato e un'ombra le aveva scavato le gote, mutando tutta la sua fisonomia; soltanto la fronte sotto quell'arruffio dei capelli rimaneva ancora pura.
Poi aprì gli occhi e disse quasi in sogno:
—Come sei lontana!
—Aspetta, aspetta,—rispose l'altra senza capire.
Tina tese la mano lucida, scheletrita.
—Che cosa vuoi?
—Andrai dalla signora Cesarina.
—A fare che?
Un bagliore brillò nelle pupille dell'ammalata.
—Mi ha promesso un regalo.
—Che cosa?
Tina rispose dopo una pausa:
—Ho freddo.
Allora la mamma, girando intorno al letto, le addoppiò addosso la coperta scoprendo mezzo il lenzuolo.
—Stai bene? Vuoi del latte?
—Chiama la signora Veronica.
Tina rimase sola.
In quel momento il sole dal comò veniva radiosamente verso il letto saltando sulla tavola, che la mamma e la signora Veronica avevano trasportata dalla cucina per poter mangiare non lontano dalla ammalata.
Ella pensava:
—Che cosa è la morte?
E non sapeva immaginarsela che quale un sonno più lungo, forse più freddo ma insensibile, come assopendosi per qualche ora ella non lo sentiva più salire così, adagio, dai piedi. Aveva pensato pure a che cosa le metterebbero indosso prima di adagiarla nella cassa, poichè aveva regalato a Betta l'unico abito veramente suo ma le restavano ancora due camice nuove e una sottana nel comò. Poi chi la vedrebbe? Chi lo saprebbe?
Pareva che una nebbia le fosse entrata nel cervello, stentava a ricordarsi: nessun rimpianto, nessuna immagine le saliva più dalla coscienza. Forse così muoiono i fiori sotto l'umidore delle rugiade, dopo che il sole li essiccò nella lunga giornata, Persino quella ultima, acuta voglia di una bianca corona virginale sulla bara non rimaneva più che come la estrema luce del suo olocausto.
L'aria della camera si era riscaldata, il sole copriva adesso la piccola tavola di una fiamma, salendo per il letto verso i piedi di Tina; ella lo guardava di sbieco senza muovere il capo. Era bello: ma le piante morte o morenti nei campi se ne accorgono forse?
Gli uccelli feriti invece si nascondono nell'intimità più scura della fratta per morire.
Betta entrò per la prima correndo al letto:
—Diglielo, diglielo,—sussurrò rapidamente.
Ma la signora Veronica, che teneva ripiegata la sottana sul braccio sinistro, con una grande forbice nella mano destra, non pareva alla faccia niente affatto contrariata. Prima di avvicinarsi al letto si fermò alla tavola per esaminare se vi fosse qualche macchia fresca.
Bettina chiamò:
—Vieni qui, mamma.
—Contentatela,—mormorò fiocamente l'ammalata.
Allora l'altra la scrutò acutamente senza che sul volto le apparisse alcuna emozione.
—Come volete: debbo tagliare qui sulla tavola davanti a voi?
La piccina battè le mani.
—Sarò bella anch'io una volta!
Tina ebbe ancora un sorriso negli occhi, ma la signora Veronica si volse alla signora Adelaide:
—Avete un cencio per sfregare la tavola? Meglio forse stendervi sopra qualche cosa di bianco; aspettate, vado io di là a prendere una tovaglia.
Andò e tornò subito.
—Sedete qui con me, signora Adelaide,—disse quasi imperiosamente, perchè non tornasse al letto.
Parlava con voce calma come al solito. Il sole le batteva sulla faccia grassa e lucida, accendendovi qua e là come dei riverberi; allora guardò alla finestra coll'idea subitanea di socchiuderla, ma capì che l'ammalata non ne avrebbe forse avuto piacere, e rigirandosi venne a voltargli contro la schiena.
Sulla tavola aveva disteso un mezzo telo di lenzuolo.
La signora Adelaide aveva dovuto sedersi a un angolo fuori del sole vicino a lei. Betta sempre con quel fazzolettone, che le fasciava la faccia gonfia e giallastra, stava in piedi all'altro capo, dentro l'ombra grande della mamma; le sue mani tremavano d'emozione, mentre cogli occhi spalancati seguiva lo spiegarsi della sottana così larga al disotto che cadeva dalla tavola e nella purezza del suo colore cilestrino pareva una qualche cosa straordinaria in quella camera.
La signora Veronica spianò colle mani l'ultime pieghe.
—A fare una cosetta per bene,—disse lentamente,—ci vorrebbe un modello. Il vestone, che Betta ha indosso, lo tagliai ad occhio e croce, ma questo, che dovrebbe servire per andare fuori qualche volta la domenica, bisognerebbe disegnarlo meglio, non vi pare, signora Adelaide? E poi, ecco perchè non avrei voluto sciupare così la sottana: al vestone occorre mettere qualche cosa di bianco al di sopra e al di sotto, una bavarina, una blonda increspata o a cannoncini, mi capite, non è vero? Ogni stoffa ha le proprie esigenze: lo sapete meglio di me.
—È vero,—mormorò l'altra—quasi quelle parole evocassero in lei ricordi lontani.
—Come vogliamo dunque fare?
—Prima scucire la cintura e i teli.
—Questo si sa.
La signora Veronica aspettava sempre colla forbice nella mano e una certa pensierosità sulla fronte.
—Levati il vestone, Betta; lo proveremo così sopra la sottana prima di sciupare qualche cosa.
La fanciulla con ambo le mani dietro la schiena si mise subito a sbottonarlo senza trarsi il fazzoletto; sulla bocca le tremava un riso silenzioso, che non si vedeva, perchè in quell'atteggiamento doveva tenere la testa bassa, ma non fu l'opera che di pochi secondi: improvvisamente la testa vi sparve dentro, tutto il suo corpo si agitò, e il vestone cadde sulla tavola.
—Bada,—gridò la mamma,—che non sia sudicio sotto il collo!—Ma lo scuoteva già colla mano in alto, fuori della tavola.
Betta era rimasta con quel fazzoletto nero e una camicetta scura, tutta rattoppata, attraverso la quale traspariva pietosamente la sua figura di scheletro. Quasi per una subita sensazione di freddo si scostò per entrare nel sole.
—Dammi una sedia, ma rimettiti al tuo posto; non ti voglio vicina, nè quando taglio nè quando cucio.
Pareva tranquillissima. Così seduta non poteva vedere Tina raggomitolata sotto la coperta, giacchè Betta silenziosa all'altro capo della tavola le toglieva mezza la vista del letto.
Ma col lembo inferiore della sottana fra le mani la signora Veronica non si decideva ancora.
—Guardate,—disse alla signora Adelaide:—è un vero peccato che le sottane usino adesso così sghembate: disfacendole, non se ne cava nulla…—E s'interruppe davanti al viso immobile dell'altra. Qualche cosa le passò in fondo agli occhi, come un tremito di pietà; quindi per toglierla da quella dolorosa atonia raddoppiò la chiacchiera.
—Quando siete venuta a chiamarmi ero risalita allora allora: giù la signora Giovanna aveva bisogno di vedermi. In fondo sono buona gente in quella casa; mi hanno parlato anche di voi, ma essi pure si trovano in grossi guai.
Così dicendo si decise finalmente a piantare la punta delle forbici nell'orlo della sottana per staccarne la sottile fodera inamidata.
—Figuratevi che il marito passa un cattivo quarto d'ora; pare che alla conceria si tratti quasi di mandarlo via; è una famiglia che potrebbe benissimo resistere anche a questa disgrazia, ma capirete che si va sossopra per molto meno. Invece la Gemma è sempre alla finestra per vedere il figlio della Nena; mi sono affacciata anch'io un momento, e ho visto che aveva messo sul davanzale un magnifico stivalino di pelle nera. Si facevano dei segni; allora Gemma si è ritirata, ma la mamma, credendo di aver indovinato tutto, le ha dato uno schiaffo. E tu, Betta, vuoi stare ferma invece di tirare per la sottana a rischio di farmi forare le dita? Male, signora Adelaide, battere così le figlie, quando sono grandi, davanti a terze persone: naturalmente soffrono troppo e fanno peggio.
L'altra sospirò.
Ma la signora Veronica, che voleva ad ogni costo attirarla nel dialogo, proseguì:
—Io lo so, vedete; quando la signora Giovanna esce di casa per restare fuori qualche tempo, Gemma fa un segno dalla finestra e lui sta attento, attraversa la strada in modo da farsi notare il meno possibile e viene su per le scale. Le altre due sorelle aiutano. Vedrete che cosa accadrà più avanti. La Nena ha detto già colla mercantessa da carbone nella bottega del Tombolino che suo figlio sposerà la Gemma perchè la cosa oramai è fatta.
—Fatta,—ripetè la signora Adelaide, presa poco a poco nell'onda lene di quelle parole.
—Mio Dio! ecco, non si vede molto ancora, ho guardato bene la Gemma, ma quanto al resto deve essere vero. Temo invece che la cosa non debba riuscire dal canto del padre. Quello è un osso duro; capacissimo di cacciarla via di casa senza un centesimo, e allora l'altro, lo conosco, non la sposa di sicuro. È svelto e niente affatto innamorato: lei, invece, la Gemma, ha la tarantola. A proposito: la signora Giovanna mi ha parlato anche di don Pietro.
—Sopra di che?
—Niente, che ha aiutato anche quella povera Maddalena, la lavandaia vedova con quel branco di figli, che si è rotta la gamba destra per le scale di casa. Egli verrà dentro oggi.
—Sì,—ripetè la signora Adelaide, e volse il capo; ma siccome Betta si era ancora spostata potè vedere Tina.
—Non vi muovete: adesso tenetemi questa falda: così non vien fatto nulla.
L'altra ubbidì, mentre la signora Veronica cogli occhi fissi sulla cucitura seguitava:
—Sapete dove bisognerebbe andare? Dalla signora Cesarina,—seguitò abbassando la voce.
—Tina mi ha detto che aspetta un regalo.
—Quale?
—Non si è spiegata.
—Quando si sveglierà, glielo dimanderemo. Non darà molto, perchè quella donna la conosco, ma nel vostro caso qualche cosa si può cavarne. Certa gente è soprattutto così: se vi debbono qualche cosa non vi danno nulla, invece se non si credono obbligati a niente, sono capaci di largheggiare. Sempre l'amor proprio! Che cosa avete mangiato stamattina?
—Ho bagnato mezza pagnottella nel caffè col latte.
—Io ho delle budelline di agnello e delle verze per fare un po' di riso: ne prenderete una tazza con me.
—Ma lei, che da tre giorni non vuole prendere nulla!
—Bisogna aspettare.
—Credete che si rimetterà?
—Colla gioventù non si sa mai: non è finita che quando è finita davvero. Se don Pietro non è ancora tornato, egli che ha un occhio da medico, vuol dire che nemmeno lui teme una disgrazia improvvisa.
Questa assicurazione parve quietarle tutte e due. Adesso parlavano a voce bassa come se si facessero delle confidenze; il discorso era tornato sulla Gemma, che si stringeva troppo alla vita per far sporgere il seno: anche la signora Adelaide sapeva della tresca, anzi risalendo le scale una volta li aveva sorpresi a baciarsi.
Se ne ricordò.
Betta, indifferente al discorso delle due donne, si era rivolta al letto: il sole arrivava sui capelli di Tina arruffati nel mezzo del cuscino, ma il viso dell'ammalata, più basso, rimaneva nell'ombra.
La fanciulla si accostò in punta di piedi.
Tina aveva la bocca aperta e gli occhi sbarrati, opachi come un vetro. Betta fece quel solito gesto, quando la chiamava per dirle qualche cosa, ma Tina non si mosse: la sua fronte era quasi verdognola, e il sole fra i capelli pareva accenderle delle fiammoline.
Un freddo sorprese Betta, che non osò chiamare: Tina! Istintivamente volse il capo alle due donne, ma vedendole chine sulla falda della sottana, tornò ancora a guardare Tina. Dormiva? Che cosa era? Betta ripetè il medesimo gesto, allungandole la mano verso gli occhi, e in tale atteggiamento scherzoso, con quel fazzolettone scuro che le fasciava il visetto giallastro, e la camiciuola dalla quale la deformità del suo corpicino appariva stranamente, si sentì anch'essa così ridicola che ne sorrise per la prima.
Ma evidentemente Tina non se ne accorgeva.
Allora Betta si accostò, evitando di guardarla negli occhi, che cominciavano a farle paura, poi colla mano destra le toccò la mano sporgente dal letto. Era fredda.
Un inesprimibile terrore la fece tremare tutta; quindi abbassando la testa, in punta di piedi, senza che le due donne se ne fossero accorte, tornò al tavolo. Anche lei era diventata pallidissima: girò intorno allo spigolo per avvicinarsi alla mamma, ma, involontariamente lo sguardo le tornava sempre a Tina.
Le due donne avevano smesso di parlare, curve sulla gonna cilestrina, già aperta sopra un fianco.
—Voltate il telo: così, bene!
Anche Betta guardava: adagio, silenziosamente, tirò la mamma per la sottana; questa si volse, e vedendo la fanciulla così sconvolta frenò il gesto d'impazienza, che già le sfuggiva.
—Che cosa è?—chiese cogli occhi.
Betta guardò il letto.
—Mio Dio!—gridò la signora Adelaide, che sorprese quell'occhiata; e levandosi nervosamente, si precipitò verso la morta.
—Tina, mio Dio, Tina!
Betta scoppiò in pianto.
Colla faccia su quella mano gelata la mamma non piangeva, non singhiozzava; si udiva solamente l'anelito faticoso del suo respiro simile a quello di un ferito. Le campane di una chiesa vicina suonarono mezzogiorno nell'aria vibrante del sole; Betta, appoggiata dietro la sedia della mamma, aveva nascosta la testa. Allora la signora Veronica si alzò per esaminare la morta: nessun dubbio, Tina era già spirata silenziosamente, e colla bocca ancora aperta nello sforzo di un grido, che non aveva potuto uscirne, guardava. A certuni pare che i morti abbiano ancora uno sguardo; la signora Veronica ebbe questa impressione, vedendo dietro l'azzurro delle pupille la stessa ombra mesta, come quando la fanciulla colla fronte sopra una mano s'incantava per ore intere.
La signora Veronica si commosse, guardò la mamma inginocchiata.
—Eh!—mormorò con un sospiro; poi risolutamente girò intorno al letto dall'altro lato, e vi salì per chiudere quegli occhi.
La signora Adelaide alzò la testa al fruscio del pagliericcio senza parlare.
—Aspettate,—disse l'altra prendendo fra le mani ambo i ginocchi della morta; li rivoltò, quindi con uno sforzo improvviso, violento, li distese. S'udì uno scricchiolio.
—È fatta: dopo, sarebbe stato impossibile allungare le gambe stecchite dal freddo; lo sapete pure.
Ma sembrava che avesse faticato, ansava; quando fu discesa dal letto, rimase alquanto immobile a guardarsi. Betta piangeva sempre.
—Va di là, tu,—le disse quasi severamente; poi accostandosi alla signora Adelaide le prese una mano.
—Venite con me: faremo tutto dopo.
L'altra si lasciò attirare.
—Venite, venite.
La trascinò così sino alla porta, le si mise dietro per impedirle di vedere un'altra volta la morta voltandosi.
Tina rimase sotto quella coperta cogli occhi chiusi nel sole, che adesso le avvolgeva in una fiamma d'oro la faccia bianca; ma quell'ombra dentro la bocca aperta era diventata quasi nera.