LA QUARTA GIORNATA

La mamma ascoltava distratta.

—Vedete,—diceva la signora Veronica,—Tina non era fatta per una simile vita: io l'ho sempre pensato.

L'altra, ricordando come i suoi suggerimenti fossero stati più efficaci dei propri, si volse nervosamente; ma la signora Veronica non sentì la meraviglia di quell'occhiata. Il suo volto grasso, che pareva sempre un po' sudicio, aveva la solita calma.

—Non si può nulla quando la vita è così; voi avevate delle buone intenzioni per vostra figlia, che non sapeva far nulla per guadagnarsi il pane: poi come guadagnarlo? Si ha un bel dire che una donna volendo può sostenersi; io lo so per pratica, ne ho viste tante. Fate la serva o andate a bottega ammazzandovi a lavorare, e non guadagnate abbastanza se la famiglia non vi aiuta: che cosa può guadagnare una ragazza per settimana? Bisogna che si vesta, che abbia delle scarpe, un po' di biancheria per potersi mostrare… E poi si è giovani, il sangue si riscalda, arriva qualcuno, che vi guarda; tant'è dunque farlo prima, cercando di cavarne una posizione.

—Ne siete persuasa anche voi.

—Sciaguratamente.

—Tina era bella, poteva fare fortuna.

—Non lo credo.

La mamma sospirò.

—Volete che ve lo dica? Ecco, Ella non era nata per questo: scommetto che non ha mai sentito come me e come voi. La piccina soffriva del vostro stesso male.

—Questa è stata la causa di tutte le mie disgrazie.

Una profonda compassione di se stessa la faceva tremare.

—Non ci pensate. Già non ho mai notato in lei quello che si vede in tutte le ragazze: non guardava mai in faccia un uomo, era un povero sorbetto la vostra Tina. Adesso non vuole il medico per paura che nell'esaminarla possa indovinare il resto. È una fantasia di educanda; conobbi una monaca, che volle morire così.

—Che cosa dovevo dunque fare nel mio caso?

La signora Veronica si strinse nelle spalle.

—Voi per Betta non vi troverete a questo.

—Non può vivere; non vedete com'è? Ma la signora Cesarina è una indegna: doveva almeno darvi tutti quegli otto franchi.

—Non ho osato insistere.

—Vi conosco. Qualche cosa caveremo dal curato; è un buon uomo, bisogna, chiamarlo.

—Ma è dunque la morte?

—Aspettate: io credo che sia tisica, ma egli potrebbe anche persuadere Tina, confessandola, perchè bisogna che si confessi. Voi non le avete insegnato nulla, ma sono sicura che Tina avrà piacere di morire nella religione.

Betta entrò.

—Ha sete,—disse,—vuole un bicchiere d'acqua.

—Andiamo di là.

Tina colla testa appoggiata al muro guardava nel vuoto.

La signora Veronica aveva ragione. Tina era tisica; forse la malattia covava da molto tempo, ma quell'olocausto era bastato a determinare l'esplosione con una peritonite rapida e violenta, che bruciava tutto quel corpo in una fiamma invisibile. Adesso il suo volto scarno pareva che se ne illuminasse internamente, perchè aveva acquistato un insolito splendore. Da tre giorni non mangiava più, bevendo appena qualche bicchiere d'acqua imbiancata col latte, e le sue parole si erano fatte più rare.

La morte compiva già l'ultimo desiderio della fanciulla, ricomponendole nel proprio incanto quella verginea bellezza quasi di fiore non colto.

—Ma perchè non vuoi il medico?!—esclamò la mamma.

—È un amico del curato, io lo conosco; cominciamo dal chiamare questo. Date retta a me,—soggiunse la signora Veronica:—è un bel vecchio, parla bene.

—Lo sanno i casigliani che sono ammalata?

—Sì. Anche stamane le Arrighi mi hanno fermata per chiedermi vostre notizie: siete simpatica a tutti. Siate sicura, nessuno ha ancora saputo nulla.

Un sorriso pallido passò sulle labbra dell'inferma, poi fece un gesto alla mamma:

—Dammi il vestito nuovo.

—Che cosa vuoi farne? Non ti alzerai già?

—Datemelo, datemelo.

Anche la signora Veronica si mosse. Quando l'ebbero disteso sul letto, aspettarono, il corsetto colle maniche gonfie stringeva al disopra della coperta il ventre di Tina, e la sottana aveva anch'essa uno strano, vivente abbandono sul suo corpo. Poi la fanciulla disse lentamente:

—Bisogna farne un bel vestone a Betta.

Questa battè le mani gioiosamente.

—Sarebbe meglio venderlo,—osservò la signora Veronica.

—No, no,—proruppe Betta.

Rimasero tutte un po' incerte guardandosi; finalmente la mamma disse con voce strozzata:

—Che cosa ti metterai, quando ti alzi?

Ma il volto di Tina si era oscurato; respinse l'abito con un gesto.

—Portatelo via, non voglio più vederlo.

Con una occhiata la mamma e la signora Veronica s'intesero: quella avrebbe ceduto secondo il solito, ma questa voleva aspettare per trarne un più ragionevole profitto. Quindi volgendosi a Tina, carezzevolmente disse:

—Ne riparleremo domani, perchè ci vorrà forse qualcuno che ci aiuti. Intanto io vi ringrazio, mia buona Tina; ma non volete proprio darmi retta? Domani faccio venire anche don Pietro, eh?

—Perchè non stasera, se deve venire?

—Allora vado subito.

Tina non rispose.

Betta era andata a sedersi presso la finestra; il suo viso gonfio e giallo esprimeva una collera intelligente, che non avrebbe così presto perdonato. Si sentiva derubata e se la pigliava anche con Tina perchè non sapeva assicurarle il dono dopo averglielo fatto: poi si voltò al muro per non mostrare di piangere. Ma qualche singhiozzo le stringeva le spalle.

Il silenzio durò lungamente; s'intese la signora Veronica chiudere a chiave la porta e discendere frettolosamente per le scale, qualche grido veniva dal vicolo, nel quale una biroccia si era fermata.

Le sonagliere tintinnavano.

Tina disse piano alla mamma:

—Nemmeno tu lo conosci?

—E un buonissimo uomo.

—Dovrò dirgli tutto?

—Si,—mormorò l'altra, mettendosi la mano sulla bocca per frenare il singulto.

Tina rimaneva perplessa dinanzi alla necessità di questa confessione, della quale non intendeva ancora il divino motivo, ma il suo cuore si commosse al dolore della mamma; poi si accorse che anche Betta piangeva, e allora chiuse gli occhi, pensando che in quel grande letto, così povero e sudicio, avrebbe fatto al vecchio prete una ben cattiva impressione.

* * *

Don Pietro non arrivò che al principio della notte. La porta era aperta, la signora Veronica, la mamma, Betta stavano nella cucina.

Il vecchio prete aveva bussato leggermente.

—Entri, entri,—rispose la signora Veronica, alzandosi precipitosamente per andargli incontro coi segni del più profondo rispetto; ma il prete pareva imbarazzato, la sua testa biancheggiava nell'ombra.

—Ecco la mamma,—disse subito la signora Veronica.

Questa lo guardava cogli occhi sgomenti; don Pietro chiese:

—Sta male?

—Al solito,—rispose la signora Veronica:—vuole entrare subito?

E prese dal tavolo la candela.

—Dorme,—disse la mamma.

—Pare, ma non lo credo,—ribattè la signora Veronica.

Nella camera passò anche Betta, Tina non dormiva.

Il vecchio si accostò al letto: adesso si vedeva la sua faccia scarna, illuminata da due occhi chiari, che parevano tristi; i suoi abiti erano trasandati, e due lunghe ciocche di capelli bianchi gli si arricciavano alle orecchie.

—Quanto tempo è che siete ammalata, ragazza mia?—cominciò con voce insinuante, mentre la signora Veronica gli metteva dietro la sedia, sulla quale per solito stava la candela; poi andò a porre questa sul comò.

Tina non provò alcun sbigottimento, ma i suoi occhi non lasciavano il viso del vecchio.

—Siete ben giovane!—questi disse.

—Ho diciassette anni.

—Bisogna sperare; il signore ci prova spesso prima di chiamarci; si deve però essere pronti ad accettare tutto ciò che egli vuole.

La signora Veronica e la mamma si consultarono con uno sguardo: questa stava per piangere, l'altra le fece cenno di ritirarsi.

—Vieni via, Betta,—si volse alla fanciulla, che appoggiata ai piedi del letto tirava per la coperta.

Tina avrebbe voluto dir loro di rimanere, ma una sensazione improvvisa glielo impedì: si strinse nella coperta riabbassando la testa sul cuscino senza nessuna vergogna che fosse così sudicio. Le griglie erano aperte e pei vetri si vedeva al di fuori il chiarore della notte. Poi intesero la voce della signora Veronica, che avrebbe voluto condurre la mamma nelle proprie stanze, ma questa rispondeva:

—No, no.

Non si udì più nulla; l'uscio della camera era chiuso.

Egli si era seduto a capo del letto, quasi aspettando a testa bassa; la barba non rasa da qualche giorno gli rendeva la faccia più vecchia, ma la sua figura e il suo atteggiamento esprimevano quella pazienza, che sa attendere per poter consolare.

—Che cosa mi dirà?—pensava Tina senza riuscire ad immaginarsi come gli avrebbe risposto.

—Ebbene, ragazza mia, non sono venuto subito perchè dovevo passare da un altro ammalato; eccomi qui da voi. Vi sentite molto male?

—No.

—Speriamo dunque, siete tanto giovane! So che avete sofferto.

—La signora Veronica le ha detto tutto?—esclamò precipitosamente Tina.

—Mi ha parlato della vostra disgrazia; non ve ne lagnate, ella non aveva che delle buone intenzioni.

—Lei! Me lo dica: che cosa le ha raccontato?

Il vecchio parve impacciato, la fanciulla seguitò smaniosa:

—La conosco: non avrà accusato che la mamma, mentre invece fu lei a spingermi, lei che fece venire a casa quella donna; poi mi accompagnarono là. Adesso per la paura che si sappia vuol dare la colpa a noi.

Un nodo di tosse le soffocò la parola, ma i suoi occhi brillavano di collera; poi un'ombra le cadde improvvisamente sul volto.

—Mi dica, mi dica; lei sa tutto.

—Perchè vi affliggete così?

—Morirò.

—Bisogna sperare; nè io nè voi conosciamo la volontà del Signore. Ho saputo la vostra disgrazia, e me ne sono addolorato: vi chiamate Tina, non è vero? Quello che vi è accaduto fu veramente doloroso, perchè non avreste voluto commetterlo, lo sento.

Tina ebbe un singulto.

—La mamma era ammalata: avevamo fame.

—Perchè non vi rivolgeste a me, povera fanciulla?

—A lei?

—Coll'aiuto di Dio, si può sempre sostenere quelli che pericolano. Io non lo sapevo, sono stato ammalato un pezzo. Dite, Tina, vi hanno cresimata?

—Sì, da bambina.

—E dopo?

—Nulla.

—Non andavate a messa colla mamma?

—Quasi mai.

—Però, potendo, vi sareste andata?

—Non lo so,—rispose Tina ingenuamente.

—Bisogna desiderarlo: senza la grazia di Dio e senza il sostegno delle pratiche religiose un'anima non può salvarsi: ma adesso voi volete, non è vero? compiere gli atti necessarî della nostra santa religione? Dopo vi sentirete meglio anche nel corpo; io sono qui per voi, vi saranno rimessi tutti i peccati, perchè avete molto sofferto, e forse non sapevate bene la loro importanza, Dio è buono.

Parlavano nella penombra agitata dalla fiamma della candela sul comò: a poco a poco le loro teste si erano avvicinate, il vecchio prete sempre colle grosse mani sui ginocchi si curvò sino quasi a toccare col mento la coperta.

—Dite con me: Dio è buono.

E attese.

—È buono, è buono. Egli ha sofferto per i nostri peccati, che avrebbe avuto il diritto di punire senza misericordia, e invece consentì a farsi uomo e a morire innocente sulla croce per insegnarci a sopportare anche quello che nella nostra misera vanità non ci parrebbe dovuto. Egli non fa differenza fra il ricco e il povero, è morto per tutti, ci ama tutti di eguale amore. Noi dobbiamo imitarlo da lontano nella misura delle nostre forze, senza ribellarci mai ai decreti misteriosi della sua volontà. Dite con me: Mio Dio, abbiate pietà di me, voi che siete buono.

—Buono?

—Sì.

—Ma che cosa avevo fatto io per essere trattata così?

Il vecchio rialzò la testa; sulla faccia gli apparve una improvvisa severità.

—Siete voi davvero innocente?

—No, io non volevo: è stato per non far patire la fame a mia madre.

—C'erano altri mezzi.

—Me lo dicono adesso.

Succedette una pausa: la fanciulla vide che alzava una mano per stringersi la fronte, la mano tremava. Ella sentiva soffrire quel vecchio, quantunque la sua ammonizione le fosse strisciata sull'anima senza entrarvi: era la prima volta che qualcuno le parlava così.

Che cosa doveva fare? Che si voleva ancora da lei?

—Ditemi,—riprese il vecchio,—non mi avete fatto chiamare per confessarvi?

—È stata la signora Veronica.

—Lei, ma e voi? Siete disposta a perdonare?

—A chi?

—A tutti, cominciando da vostra madre?

—Ma io le voglio bene.

—E anche a quell'altra donna?

—La signora Cesarina? No, no.

—Voi non siete innocente, perchè avevate capito quello che vi consigliavano di fare, e vi ci siete piegata,—egli disse severamente:—Alla vostra età è pur troppo quasi sempre troppo tardi per l'innocenza. Se aveste avuto meno di dieci anni…

—Ah!—proruppe Tina:—ho saputo dalla signora Cesarina che anche delle bambine erano state trattate così. Perchè Dio dunque lo permette?

—La sua giustizia è un mistero.

—Povere bambine! Che cosa avevano fatto?

—Voi vi ribellate, vorreste sapere quello che la nostra mente deve ignorare; Dio permette il male…

—Contro gli innocenti, i bambini? No, se io avessi un bambino non lo permetterei: bisogna essere cattivi per trattare così delle creature che non hanno fatto nulla.

—Non piangete, via, io sono venuto qui per consolarvi. Non sono che un vecchio, datemi retta, lasciate che vi riconduca al Signore: sentirete subito la pace nel cuore. Se siete innocente, vi sarà più facile perdonare ed essere perdonata; ecco, cercate di riordinare la vostra coscienza: la confessione bisogna farla in regola.

—Lei lo ha saputo dalla signora Veronica.

—Ma voi, voi dovete dire tutto sino da quando vi potete ricordare.

E successe un'altra pausa più lunga.

Tina non pensava che al racconto della signora Veronica per penetrarne il motivo. Evidentemente costei aveva avuto una paura che, imparando tutto da altri, don Pietro la credesse complice; ma perchè insistere tanto per chiamarlo, mentre nè la mamma nè lei ci pensavano? La sua testa dolente soccombeva un'altra volta sotto il peso di queste domande, poi la febbre la scrollava: un sudore caldo le invischiava la camicia sulla pelle, mettendole come una gomma sulle labbra.

Era sfinita.

Il vecchio se ne accorse.

—Datemi una mano che vi senta il polso: so che non avete voluto chiamare il medico.

—Non lo voglio.

Ma tese la mano sinistra fuori del lenzuolo.

—Avete una febbre alta; se io conoscessi un medico vecchio come me, veramente buono, lo accettereste?

—No.

—Vedete, Tina, io vi capisco bene; viene da un sentimento cristiano questa ripugnanza a lasciarvi vedere, non bisogna però esagerare nemmeno in questo.

Ma s'interruppe.

Lo sguardo ardente della fanciulla aveva una luce di astro lontano. Egli mormorò ancora alcune parole, poi inginocchiandosi appoggiò i gomiti sul letto e congiunse le mani: fuori dalle maniche le mani parevano più grandi, la sua faccia non si vedeva.

—Dite con me: Madonna santissima, aiutatemi perchè voglio tornare a voi come le vergini, che proteggete.

Tina ripetè anch'essa:

—Madonna santissima…

—Sì, Madonna santissima, io avrei voluto vivere pura come voi, ma se non ho saputo resistere alla tentazione del peccato, soffiate voi col vostro alito sulla mia anima, affinchè si rischiari e vegga le vie del Signore. Si, ripetete ancora con me: Ave Maria, Virgo virginum. Ella è la santa dei bambini e delle vergini, che sa tutti i segreti del dolore, lei sola può dire alla morte di cancellare dalla vostra carne la macchia del peccato. Ave, Maria degli innocenti e degli abbandonati; voi siete la grande stella dei naufraghi, che non veggono più la sponda, voi siete la stella dei moribondi, che chiudono gli occhi nel vostro sorriso per riaprirli alla verità eterna di Dio. Ave Maria!

Poi si rialzò faticosamente, le fece un segno di croce sulla testa e disse:

—Tornerò domani sera: pregate la Madonna, domani sera sono sicuro che vi confesserete.

Ma Tina vedendo che stava per partire, frenò a stento uno scoppio di lagrime: perchè se ne andava? Dopo sarebbe più sola. Egli aveva parlato con una tenerezza, che nemmeno la mamma le aveva mai mostrato nei più tristi abbandoni. Come s'interessava tanto di lei, che non aveva mai veduta? Improvvisamente le parve di tornare bambina e provò una soggezione piena di fiducia e di rammarico: qualunque cosa le avesse chiesto in quel momento l'avrebbe fatta.

—Riposate, figlia mia, il sonno vi farà bene; domani sera non mancherò.

—Venga, venga,—proruppe quasi la fanciulla.

Il vecchio le pose ancora una mano sulla fronte, e andò a prendere la candela per uscire.

—Buona notte, Tina.

—Buona notte,—rispose la fanciulla, lasciandosi finalmente cadere le lagrime dagli occhi dentro l'ombra della camera.

Don Pietro posò il candeliere sulla tavola della cucina e si rimise automaticamente il cappello; la cucina pareva vuota, ma la figura della mamma gli si parò innanzi dal sofà: egli vide la sua faccia emaciata, col gran naso di una fisonomia, che altra volta aveva dovuto essere bella ed altera, ma adesso l'umiltà ne aveva cancellata pressocchè ogni traccia.

Stava confusa.

Il prete mise la mano nella tasca della veste per trarne due lire di argento, che sapeva di avere, e gliele porse.

—Come ha trovato Tina? Morirà?—chiese l'altra tremando.

—Sta male certamente: tornerò domani sera, non credo ad un pericolo imminente, ma pregate anche voi perchè vostra figlia si confessi. La sua anima è rimasta buona senza gli insegnamenti della religione. Tornerò domani sera, andate di là.

E senza attendere risposta si avviò per l'altra stanzetta; la signora Adelaide non sapeva che fare, se ubbidire subito o accompagnarlo per le scale colla candela, ma intese il passo della signora Veronica sul pianerottolo.

Il vecchio era già all'uscio.

—Buona sera, signor don Pietro, aspetti,—disse la signora
Veronica:—ora scendo con lei per le scale col lume.

—No,—rispose bruscamente.

Appena la signora Adelaide entrò colla candela nella camera di Tina, questa esclamò:

—Non voglio vederla, sai!

—Chi?

—La signora Veronica. Va subito a chiudere la porta e vieni a letto.

Due ore dopo dormivano.

* * *

E le pareva che la signora Veronica l'accompagnasse per Lungarno verso la chiesa di don Pietro.

Il meriggio scottava, ma camminando a testa bassa Tina non si guardava che il ventre enorme sui fianchi dolenti: e la sua gravidanza era così inoltrata che ne sentiva a ogni momento le doglie in una agonia delirante di paura, mentre un freddo le gelava la schiena anche sotto quei raggi del sole. Ansante, cogli occhi gonfi, cercava di evitare le occhiate della gente, che si voltava a guardare dietro con quel sorriso così crudele per le fanciulle, quando non possono più nascondere la propria disgrazia. Ma la signora Veronica, affrettandosi silenziosamente, la tirava per mano come una bambina sorpresa in fallo e condotta al castigo. Giravano da un pezzo. Nella folla oscura la ressa aumentava, e ogni tanto ondeggiavano larghi barbagli di fiamme e voci lontane gridavano. Poi a una svolta vide improvvisamente il vecchio prete sulla soglia della chiesa, senza cappello in testa.

I suoi occhi dardeggiavano.

—Ah!—gridò con un gesto d'impazienza.

Allora Tina si era voltata per fuggire.

—Dove vorreste andare?—chiese don Pietro avanzandosi:—è un'ora che aspetto.

E Tina lo seguì senza capire come la signora Veronica fosse sparita. Poco dopo si accorse di essere in un corridoio basso, fra due muri umidi: l'aria si faceva sempre più fredda e l'oscurità aumentava. Benchè camminasse adagio, il vecchio batteva così duramente coi tacchi sulle lastre del pavimento che l'eco ne ripeteva ogni percossa, mentre un altro passo misterioso incalzava dietro le loro spalle. Chi era? Tina tentò di rivolgere il capo, ma non vi riuscì: una forza irresistibile la costringeva a seguire don Pietro sotto quel corridoio, che si perdeva in un'ombra senza fine. Un freddo le veniva dall'umidità dei muri rigati da lunghi goccioloni. Poi don Pietro si cacciò a sinistra sotto una porticina, ed entrarono nella chiesa. Era enorme; una lampada sospesa per una fune ardeva davanti all'altare maggiore, al di sopra della balaustra. Tina non conosceva quella chiesa; le parve vuota, solamente notò che nel primo pilastro a destra della grande navata era scavato un buco simile ad una nicchia; e intorno vi rimanevano ancora alcuni mucchi di mattoni e un cassetto da muratore pieno di calce molle.

—Inginocchiatevi lì dentro,—disse don Pietro.

Tina dovette scavalcare quei mattoni per entrare nella nicchia, ma si avvide subito che non era abbastanza profonda per tenervi dentro le gambe: però ubbidì. Volse la schiena al muro e piano piano piegò le ginocchia reggendosi con ambo le mani il ventre per diminuire il dolore del suo peso.

Vicino a lei don Pietro, colla fronte sul marmo della balaustra, mormorava a mezza voce una preghiera.

Passarono alcuni minuti.

Ella si ricordò dell'altra piccola chiesa, nella quale si era rifugiata fuggendo dalla casa della signora Cesarina col ventre ferito; ma un dolore anche più acuto, uno smarrimento più profondo, la facevano adesso guardare più disperatamente in quell'agonia di diventare madre da un momento all'altro. E il suo cuore si gonfiò. Lunghe fitte ghiacciate le salivano dalle ginocchia su per le reni, una fiamma sembrava bruciarle il ventre diventato così greve che le mani le tremavano indarno nello sforzo di sostenerlo. Estenuata, febbricitante, tentò di slacciarsi la sottana, come se il suo cordone troppo stretto dovesse far male anche al bambino, ma le dita non vi riuscirono e il bambino si agitò. Le parve di sentir battere le sue piccole mani smaniose. Mio Dio! come fare? Che cosa aspettava in quella nicchia vicino a don Pietro sempre così curvo sulla balaustra quasi nello sforzo di una preghiera?

Infatti egli percoteva tratto tratto la fronte sul marmo del davanzale.

—Signore, sia fatta la vostra volontà,—proruppe finalmente raddrizzandosi.

La sua faccia era ridivenuta mite e stanca come la sera innanzi, quando le stava al capezzale del letto.

—Volete confessarvi, ragazza mia?—disse lentamente.

Ma, come allora, Tina non seppe rispondere.

—Fra poco arriverà.

—Chi?

—Il muratore.

—Il muratore!—ripetè senza capire.

E udì nuovamente quei passi avvicinarsi dal fondo della chiesa. Le pareva che tutta l'ombra ne tremasse agitando il lucignolo della lampada dentro quella coppa rossa, come se un sangue la riempisse. Anche il vecchio prete si era rivoltato e i suoi occhi stavano fissi.

—Badate: i minuti vi sono contati,—disse ancora.

Ella invece ascoltava con crescente terrore le battute misteriose di quei passi avvicinarsi nell'ombra: la chiesa ne tremava. Colle mani strette convulsamente sul ventre, la fanciulla agitò la testa guardando il vecchio prete immobile come una statua; il suo volto era così triste che le fece male, poi lo intese ancora ripetere:

—Signore, sia fatta la vostra volontà.

Don Pietro si avanzò sino tra i mattoni e le stese ambo le mani sul capo.

Adesso anche ella aspettava coll'anima tesa delirantemente: un sudore gelato le colava dalla fronte, le tempie le battevano da spezzarsi. Con uno sforzo supremo, quasi attratta da quelle due mani aperte sulla sua testa, si alzò; ma per una sensazione improvvisa, inesplicabile, si accorse di essere mal vestita come stava per solito in casa. I piedi le tremavano dentro le vecchie scarpe, e la sottana, diventata più corta su quella rotondità del ventre, le lasciava scoperti gli stinchi.

Non aveva nemmeno le calze.

Vacillò, e dentro quella nicchia troppo stretta, nella quale le sue spalle stentavano ad entrare, appoggiò la testa al muro chiudendo gli occhi. Istantaneamente tutto disparve: il suo corpo lieve come la sua anima calava nell'ombra di un abisso con un ondulamento di nuvola nella notte; non si ricordava più di nulla, sentendo soltanto di essere ancora ritta, col capo inclinato sulla spalla, nell'ultimo atteggiamento. L'abisso era profondo. Lungamente ella vi discese senza che una curiosità si movesse nel suo pensiero o una immagine nella sua memoria; l'ombra le si stringeva intorno come un velo in pieghe tacite e molli, e un alito fresco vi passava attraverso sfiorandole il viso.

Quanto durò così?

Non avrebbe potuto dirlo, ma un urto violento l'arrestò, e si vide sulla soglia di una porta, nel mezzo della quale era inchiodata una croce bianca. Uno spasimo le contorse il ventre, rinnovandole tutti i terrori nella necessità di fuggire davanti al nuovo ostacolo, giacchè quei passi si avvicinavano nuovamente con una cadenza più lenta, spaventevole. Tese l'orecchio, poi con ambo le mani tentò di scrollare la porta gridando:

—Mamma! mamma!

Invece la voce le si spense in un soffio sulle labbra, e le mani le caddero intirizzite dal freddo, che fischiava fra i battenti della porta: tutto il suo volto n'era gelato.

E rivolgendosi scorse un uomo in ginocchio, che si allungava per prendere qualche cosa nell'ombra: erano quegli stessi mattoni e lo stesso cassetto pieno di calce, che aveva già veduto nella chiesa davanti alla nicchia. Le venne meno il respiro. Colla schiena appoggiata alla porta guardava immobile quel fantasma alzare silenziosamente uno ad uno i mattoni per allinearli ai suoi piedi chiudendo il vano della soglia. I mattoni erano rossi, enormi. Poi il fantasma piantò la cazzuola dentro la calce, e allora Tina sentì che la prima fila le toccava la punta dei piedi appoggiati col garretto alla porta.

Finalmente credette di comprendere.

Un altro grido lungo, disperato, le salì indarno dall'anima. Il muratore, annunziato da don Pietro, l'aveva raggiunta a quella porta chiusa da una croce bianca: ella aveva udito tremando i suoi passi dal fondo del corridoio, nell'ombra della chiesa, sempre più vicini, con una cadenza lenta ed immutabile. Invano, senza ricordarne il modo, era fuggita da quella nicchia giù per una tenebra molle come un fumo: era inutile, era tardi. Una seconda fila di mattoni le arrivava già al disopra degli stinchi; tratto tratto sentiva un colpo secco della cazzuola, che li allineava, mentre quella testa bassa si moveva silenziosamente nel lavoro. Chi dunque l'aveva condannata ad essere murata viva col bambino nel ventre? Malgrado il terrore, che la paralizzava, tentò di piegarsi innanzi per spiccare un salto, ma non le riuscì nemmeno di staccare la testa dalla croce.

Un altro freddo le saliva per gli stinchi già coperti dal muro.

E il muro cresceva.

Con una leggerezza meravigliosa il muratore stendeva colla cazzuola la calce sulle costole dei mattoni prima di alzarli sulla cortina, senza levare mai il capo quasi interamente calvo e che in quella oscurità aveva come un luccicore di teschio. Nullameno a Tina parve di riconoscerlo, ma incollata sulla porta guardava senza gridare e senza piangere. Il suo pensiero irrigidito dal freddo della morte era diventato lucido come un ghiaccio nell'ombra, i suoi occhi non tremavano più.

Poco dopo un contatto la fece trasalire; era il primo mattone, poi un altro, un altro ancora, rapidamente, e il loro spigolo s'imprimeva appena sulla convessità del ventre tirando su la sottana dagli stinchi. Mio Dio! Mio Dio! La fila non avrebbe potuto più alzarsi senza schiacciarlo nella poca profondità di quel vano. No, no, era impossibile, non potevano schiacciarle il ventre prima di seppellirla viva, perchè avrebbero schiacciato anche il suo bambino. Egli era più innocente di lei; perchè si voleva fare così? E Tina lo sentiva contorcersi disperatamente allungando le manine per arrivarle al cuore, mentre un pianto gli usciva dagli occhi chiusi e la bocca gli si raggrinziva nell'orrore della paura.

Ma dentro questa visione, che le sorgeva dalle viscere, Tina vedeva sempre quel fantasma curvo sul proprio lavoro affrettarsi silenziosamente.

A un suo moto rabbrividì.

Poi quella testa si alzò sfiorandole quasi il ventre per cominciare la nuova fila, e allora Tina riconobbe la faccia di colui, che pel primo l'aveva fatta gridare nella camera della signora Cesarina: erano gli stessi occhi freddi, quei baffi rossi, sotto i quali il sorriso aveva una piega così cattiva.

Tutto il sangue le rifluì al cuore in una convulsione suprema, che strappò un urlo anche al bambino.

Ella se lo intese nel cervello.

Lui, lui, era lui, il padre!

Ma nell'orrore ella non poteva nè gridare, nè muoversi. Una forza d'incubo la teneva immobile contro quella porta, della quale la croce bianca le entrava dolorosamente fra i capelli irti nel raccapriccio; quel freddo, fischiando sempre dalla fessura dei battenti, le aveva fatto diventare la pelle dura come un vetro. Con uno sforzo inesprimibile tentò di staccare una mano per respingere il mattone, che già stava per schiacciarle il ventre, ma una doglia più tremenda sembrò che glielo aprisse, poi un peso immane, qualche cosa le squarciò la carne e, penetrandole nelle viscere, spezzò anche il bambino.

—Mamma, mamma!—ella potè gridare veramente.

Questa si destò spaventata dall'accento delirante e dal soprassalto nervoso della fanciulla: con ambo le mani le toccò la testa. Scottava.

—Che hai, che hai, cuore mio?

Tina ansava ancora nella convulsione del lungo sogno, e allora la mamma cercò la candela per accenderla.

Finalmente vi riuscì.

La faccia di Tina era scomposta: un pallore cadaverico le si era diffuso per tutto il volto, aveva i capelli bagnati, le labbra scure, gli occhi vitrei, che pareva non dovessero chiudersi più.

—Che cosa hai? dimmelo: vuoi bere?

Ma la testa febbrile si riabbassò pesantemente sul cuscino.