LA TERZA GIORNATA
Il sole entrava per la finestra spalancata.
Tina, desta sino dall'alba, ne sentiva ancora il fresco sotto la pelle, e si era raggomitolata nella coperta agitando il capo sul cuscino. Un sudore le imperlava la fronte livida sotto l'ombra dei capelli arruffati.
Con ambo le mani si tastò il ventre gonfio.
Dovevano essere le dieci: qualche rumore saliva dal vicolo, qualche rondine nera passava davanti alla finestra stridendo come i pensieri che le attraversavano la mente. La camera aveva sempre lo stesso squallore, ma un profumo di muschio la riempiva: infatti tre o quattro boccette dalle forme bizzarre lucevano dinanzi allo specchietto nel mezzo del comò. Una candela di stearica rosa, bruciata a metà, era ancora sulla sedia accanto al letto e, nell'angolo, da un chiodo pendeva un abito cilestrino, con una fascia pieghettata all'orlo della sottana. Era il primo, che la sarta della signora Cesarina le avesse fatto, ma non se lo era ancora messo.
Tina si volse a guardarlo, poi udendo un piccolo passo all'uscio si levò sentoni.
—Sei tu, Betta?
Invece di rispondere, la fanciulla sporse dalla porta il capo ravvolto nel solito fazzolettone.
—Vieni, vieni.
Ma Tina si strinse con atto freddoloso la camicia sul petto dimagrato, cercando di sorridere alla piccola visitatrice incerta sulla porta.
Betta aveva sempre quel vestoncino rosso, largo, al disopra del quale il suo viso gonfio sembrava anche più ammalato: appena fu al letto, vi si arrampicò.
—Non mi toccare!—gridò Tina.
—Ti fa sempre male la pancia?
—Si.
—E io qui,—rispose premendo il fazzoletto sotto l'orecchio destro.
Erano sole. Le due mamme, uscite dalla mattina, non dovevano ritornare che a mezzogiorno se pure ritornerebbero, perchè quell'affare dei materassi non era ancora ben preciso. La signora Veronica ne aveva parlato parecchi giorni come di una piccola fortuna, nella quale avrebbe potuto mostrare la propria abilità e sperare forse qualche cosa altro. Ella affermava di sapere imbottire un materasso meglio di qualunque tappezziere; poi nessun lavoro era più divertente: si chiacchierava, si girava intorno. Invece non avrebbe accettato per tutto l'oro del mondo la fatica di battere la lana, che attossica colla polvere.
La signora Adelaide doveva aiutarla; la casa ove andavano era di gente ricca, una famiglia di beccai.
—Ti sei alzata ora?—chiese Tina.
—Sì, ma non ho voglia di star su.
—Sdraiati accanto a me.
Betta le passò una mano sul viso:
—Sudi.
—Ho la febbre.
La fanciulla non parve sorpresa; anch'ella di notte si sentiva spesso ardere e sudare, ma allora si assopiva invece di piangere.
Aveva però qualche cosa da dire.
—Ieri la mamma mi ha dato uno scappellotto.
—Ti ha fatto male?
Alla fanciulla si gonfiarono gli occhi.
—Voglio andar via, conducimi con te.
—Ma dove vuoi che andiamo?
—Non lo so: tu hai dei danari adesso, ti fai dei vestiti.
—Quello lì,—rispose Tina con lieve sorriso,—è il primo, l'altro non era mio.
—Cosa importa? prendimi con te.
—Tu sogni. Betta; io non ho che un luogo dove andare.
—Prendimi.
—Non sta a me.
—Neanche tu mi vuoi bene.
E Betta, che a forza di raggomitolarsi era salita tutta sul cuscino, sedette drizzandosi colla testa sulla testa dell'altra, e la guardava nei grandi occhi melanconici; Tina era veramente ammalata, aveva le labbra scure, riarse, e una lucentezza vitrea nell'ombra delle occhiaie.
—Non mi toccare la testa; piuttosto se hai fame va nella cucina e tira il cassetto della tavola; vi sono rimaste tre o quattro frittelle dolci. Ti piace pure il fritto di crema!
Invece nessuna delle due parlò più.
Quantunque il freddo della febbre le scemasse, Tina tremava dentro la camicia molle dal lungo sudore. E quel pensiero fisso, ostinato, che sino dall'alba le si era piantato nel mezzo della fronte, senza che potesse distogliersene, le mostrava sempre la stessa immagine: si vedeva morta sul letto, nella camera abbandonata: era sola, fredda per sempre. Poi guardò Betta, e pensò che la fanciulla, malgrado il viso gonfio, guastato dalla scrofola, vivrebbe chissà quanto. Perchè dunque aveva insistito così: «Prendimi con te?».
Improvvisamente Tina le rispose:
—Debbo uscire.
—Non resterai fuori molto?
—Non lo so.
Bettina era già scesa dal letto.
—Aiutami, non ho forza,—mormorò Tina barcollando.
Ma invece di spiccare dal muro l'abito cilestrino, prese dalla sedia quello solito: si vestiva adagio, con una stanchezza in ogni atto, che impressionò la piccina abbastanza svelta non ostante tutti i suoi mali; Tina aveva un imbambolamento quasi pauroso sulla faccia. Per pettinarsi mise lo specchietto sul davanzale della finestra sedendovi innanzi sopra una scranna spagliata, nel mezzo del sole. Allora, così in camicia, senza busto, col petto seminudo parve anche più ammalata; ella stessa n'ebbe un brivido. Betta appoggiata al telaio della finestra giocarellava con una bottiglietta di acqua profumata.
Poi disse:
—Dammela.
—Sì, non avrei tempo di adoperarla.
Ma un impeto le salì al cuore, quasi uno sgomento davanti a quella minaccia di diventare brutta.
—Come ti sembro?
—Non sei più tu.
—Adesso mi lavo, vedrai che muto colore.
Invece rimase così. Betta l'osservava colla fiala in mano pensando già come nasconderla alla mamma, che vorrebbe portargliela via.
Tina era vestita: rimise lo specchio al solito posto, si abbassò ancora sulle ginocchia per rimirarvisi, versò da un'altra bottiglia qualche goccia di odore nel fazzoletto; ma Bettina gridò tendendo le palme:
—Anche a me, anche a me.
Tina si sentì mancare sotto le gambe. Nuovamente il sudore l'inondava, ricadde sulla sedia col fazzoletto fra i denti, orribilmente pallida. Per un istante credette di doversi rimettere a letto.
—Se non tornassi più…—disse dopo alcuni minuti con voce tremante.
—Dove vai?
—Tanto deve accadere presto!
—Vuoi piangere?—l'interruppe Bettina.
—No, no, mangia le frittelle: sono nel cassetto.
—Torna presto.
—Forse.
—Va pure.
A Tina la parola parve avere un altro significato: uscì barcollando. Ma nel vicolo inondato dal sole meridiano fu peggio: un velo le si abbassò sugli occhi fasciandole tutta la testa, sulla quale le radici dei capelli tiravano dolorosamente, mentre nel ventre così teso quella cosa sembrava crescere mostruosamente. Il vicolo era quasi deserto.
Siccome non aveva l'ombrellino, sul quale appoggiarsi, si accostò istintivamente al muro: capiva che la febbre le era cresciuta, ma che avrebbe potuto egualmente arrivare alla casa della signora Cesarina. Dopo? Non lo sapeva.
I piedi invece le faceano male sull'asperità delle lastre.
Sempre tremando dal freddo si accorse di essere diventata diversa da tutti quelli che incontrava, mentre una inesprimibile stanchezza le faceva provare un senso anche più misterioso di lontananza, come se la sua casa in quel vicolo fosse già infinitamente distante. Era uscita per chiedere alla signora Cesarina quel supremo favore, poi sarebbe tornata subito a letto; ma tale pensiero era così fisso e profondo che nulla gli contrastava dentro: Perchè? Che cosa era stato? Tossiva, aveva il ventre gonfio, dolente di uno spasimo sottile, che si acuiva sotto l'anca sinistra, dacchè la febbre le era cominciata una sera sul letto assopendola. La mattina dopo seguitava ancora: e non l'aveva più lasciata.
Siccome eran sopravvenuti altri dolori di ventre, la mamma, incolpandone prima il vino poi la frutta, le aveva fatto inghiottire un'oncia di olio di ricino, ma era stato peggio: quei sintomi avevano aumentato fra i sorrisi della signora Veronica e gli scherzi di Betta.
Adesso per la strada era ripresa dalla stessa paura: dove? In qual casa volterebbe?
Una vergogna, un avvilimento anticipato, le curvava già la testa. Eppure quel sole le faceva bene riscaldandole un po' il sangue; era proprio un sole di maggio splendente nel cielo di un azzurro vivido, che sembrava palpitare; l'oro di tutta quella luce inondava l'aria, aveva dei soffi simili a quelli del vento passandole sui capelli come una carezza, mentre ella camminava sempre così piano, collo stento dei malati che debbono andarsene davvero. Tuttavia sentiva intorno il fremito dell'immensa gioia primaverile piena di scoppi, di colori, di profumi: le case parevano nuove, la gente parlava a voce più alta, con una fiamma di promesse negli occhi. Ella beveva avidamente il calore del meriggio, che le scendeva nelle vene fredde avviluppandola tutta come in un velo luminoso e leggiero. Era l'ultima volta che starebbe così nel sole, in mezzo alla folla rumoreggiante coll'impeto di una fiumana; il suo strepito l'assordava senza affaticarla, aveva delle onde e delle raffiche; improvvisamente diventava come un tuono lontano, e allora qualche strido, uno schiocco di frusta vi squillavano, le carrozze rotolavano, un fischio fuggiva rapido e un sorriso sprizzava come un lampo dagli occhi di una donna.
Ma ella non invidiava più.
La sua debolezza era così profonda che non avrebbe potuto fare un moto per mescersi a quel tumulto.
Simile alle foglie invernali, che cadendo a primavera da un tetto vagolano adagio nell'aria e sembrano anche più morte, ella andava colla veste leggiera, la testa barcollante ad ogni passo. Soltanto gli occhi cilestri le brillavano ancora di una luce acquea, come di gorgo, nel quale il cielo si rispecchiasse attenuando l'ardore del proprio azzurro. Da lungi vide il fiume biancheggiare, e più lungi ancora i colli le si confusero in un'ampia visione verde, raggiante di oro in alto. Poi una stanchezza la vinceva nuovamente, e allora guardando gli scalini delle soglie avrebbe voluto sedervisi colla testa al muro, per rimanere lì senza parlare, sul margine di quella fiumana, sotto il sole.
Quando giunse nella strada della signora Cesarina allentò ancora il passo come destandosi alla improvvisa difficoltà di quello che stava per fare. Forse ella non le avrebbe risposto che ridendo senza credere alle sue parole, ma oramai era impossibile tornare addietro. Però tremava di non trovarla sola. Vide le griglie dell'appartamento socchiuse secondo il solito: salì a stento le scale, fermandosi più volte. La porta era semiaperta.
—Ah! voi, come mai?—disse la signora Cesarina apparendo sull'uscio della cucina:—Aspettate, c'è gente. Entrate qui.
La medesima serva stava al focolare cucinando: appena furono sole, vedendola così smorta nel viso, si accostò:
—Che cosa avete, Tina?
—Sto male.
—Veggo.
La sua faccia scialba non tradiva alcuna commozione. Un grembiule bianco colle fasce sul petto e sulla schiena le copriva a mezzo quel solito abito scuro: tornò al focolare, poi disse:
—Volete una tazza di brodo? La padrona non se ne accorgerà.
—No, grazie.
—Che cosa siete dunque venuta a fare?
Ma ella credeva di averlo indovinato sapendo la miseria della fanciulla;
Tina non volle dirlo. L'altra seguitò colla stessa voce:
—C'è di là un'altra ragazza, non come voi: sarebbe bella, ma è troppo grossa. È nata apposta lei per questa vita.
Tina sentì il complimento, che la serva voleva farle, ma vedendole quella faccia di un bianco freddo come il grembiule, daccapo non potè rispondere. Nella cucina pulitissima, colle finestre socchiuse, un odore di rosolii vagava. La fanciulla aveva sete.
—Dovete curarvi,—disse l'altra.
—È impossibile.
Tina aveva abbandonato la testa sopra una mano, la serva si chinò sul fornello senza insistere davanti alla segreta tragedia della fanciulla. Nella casa silenziosa l'agiatezza regnava dappertutto: la cucina bianca aveva i mobili rossastri; a una parete brillavano di un azzurro marino le casseruole e i tegami di ferro smaltato, il focolare in mattoni rossi aveva parecchi fornelli cogli usciuoli di ferro a catenacci borchiati di ottone. Tina non fece alcun confronto colla propria condizione e quella della signora Cesarina arrivata, speculando sulla gioventù e sulla miseria di tante fanciulle, alla ricchezza, senza che mai nelle parole o negli atti le apparisse un rimorso.
Alcune voci si udirono, una di uomo, all'usciuolo, che da quella camera dava sul corridoio dirimpetto alla porta del pianerottolo; distinse un bacio fra uno scoppio di risa, poi la porta si rinchiuse e subito dopo una figura grossa e bianca, tutta bianca, in una leggera vestaglia, si precipitò saltellando nella cucina. Aveva dei magnifici capelli neri, graziosamente spettinati: un viso rosso tondo, e nel salto che fece incontro alla serva, la massa del seno le ondeggiò sotto le crespe sbuffanti della veste.
Ma vedendo Tina si arrestò.
—Hai fatto la crema?
—No.
—Via, spicciati.
La signora Cesarina entrò.
—Siete ancora qui!—disse a Tina, come se l'avesse già dimenticata; e il suo occhio esaminava le due ragazze così dissimili.
Tina si alzò: allora l'altra, vedendola in piedi, n'ebbe una trista impressione e cessò di ridere.
—Avrei da dirle una parola,—si volse Tina timidamente.
—Venite pure.
Ma Tina si fermò nel corridoio.
Adesso non sapeva più come dire: un turbamento, quasi un impeto di pianto, le salì agli occhi; il corridoio era buio, la signora Cesarina vestita di nero, dinanzi a lei, pareva un'ombra.
—Vorrei…—cominciò, e s'interruppe, come se avesse paura di essere intesa dalla cucina.
—Che cosa?
—Una corona di fiori bianchi…
L'altra la guardò stupefatta.
—Fra due o tre giorni…—si affrettò Tina:—me lo prometta.
—Ma che cosa avete?
—Sarò morta.
Poi la fanciulla disse ancora:
—La mamma non avrebbe i quattrini.
La voce dell'ammalata aveva un suono così insolito che l'altra esitò a rispondere.
—Vi sentite dunque male?
—Me lo promette?—insistè Tina pregandola cogli occhi.
L'altra ragazza bianca venne all'uscio della cucina: Tina sentì un brivido.
—Signora…—mormorò.
—Sì, sì,—rispose la signora Cesarina senza capire bene perchè acconsentisse, ma vinta da una emozione inesprimibile.
—Grazie.
—Ve ne andate così?
—Torno a letto.
Fuori, nella strada, si sentì più sollevata e si mosse lungo il muro a testa bassa, ma il dolore del ventre le diventava più acuto. Per un momento si ricordò la prima volta che delirante, ferita, era discesa a precipizio le scale della signora Cesarina vagando per le vie insino a quella chiesa silenziosa. La sua vita si era spezzata quel giorno senza che ella avesse potuto piangere; ma adesso il suo ultimo desiderio era di allungarsi nel letto per chiudere gli occhi.
—Starò meglio,—si ripeteva tratto tratto, quasi per rianimare il proprio coraggio nella lunga traversata che le rimaneva da compiere.
La folla era cresciuta: carrozze, figure, voci, tutto passava sfiorandola, senza che nel sangue le si destasse una sola vibrazione. Se avesse potuto vedersi, ne avrebbe provato una strana meraviglia, tanto era pallida e debole; le sue sottane diventavano sempre più pesanti, e il piede urtandovi le dava la sensazione di un ostacolo.
Tuttavia non aveva paura di morire.
Lo sapeva, ma non le era mai sembrato diverso dall'addormentarsi nella febbre, con una nebbia sugli occhi e una stanchezza più greve al capo. Invece, quando si destava, era sempre sorpresa dalla sensazione di un inutile ripetersi delle stesse cose. Ma non desiderava più nulla, non trovava a che pensare, a che attendere. La mamma ricominciava a lagnarsi perchè niente era ancora mutato davvero nella loro condizione; mangiavano tutti i giorni, avevano comprato qualche poco di biancheria, dei tegami, dei piatti; la mamma si era ordinato un vestito, ma la loro vita, la casa, quella camera, erano le stesse. La miseria seguitava come pel passato, senza che nessuno avesse ancora concepito sulle due donne cattivi sospetti.
Poi era venuto quel male segreto ed improvviso, che sembrava averla vuotata dentro; da parecchi giorni tossiva, e la voce le si era abbreviata.
Così camminando piano piano, con quel passo di ombra, era giunta sul ponte Santa Trinità. Laggiù una barchetta carica di donne discendeva mollemente: ella sentì un desiderio di partire per un qualche luogo ignoto, senza ritorno, portata sul silenzio argenteo del fiume, che si ripiegava senza un murmure alle sponde, mentre il sole distendeva larghe fiamme diafane sulle acque. Il suo pensiero seguì la barchetta sulla corrente muta e luminosa, che di notte fra i campi assopiti doveva parere una strada anche più misteriosa verso il mare. Tina non aveva mai visto il mare, ma le era stato detto: acqua, acqua, ancora acqua sotto il cielo, e tutto vi sparisce.
La fanciulla aveva appoggiato il gomito al parapetto del ponte, colla testa sulla mano, obliandosi, come le accadeva spesso in casa per lunghe ore sulla tavola della cucina cogli occhi fissi nel muro della casa opposta. L'acqua passava come un velo, del quale le crespe si distendessero tacitamente: ma era opaca. Che cosa vi si nascondeva sotto? Tina non aveva mai fatto un bagno, non sapeva la voluttà di sentirsi sorretta dall'acqua, quell'inesprimibile senso di qualche cosa che vi avvolge e passa mormorando lieve come il vento.
Eppure il fiume fra quei due muri di macigno non era bello.
—Andiamo,—disse senza staccarsi dal parapetto, sebbene la gente cominciasse ad osservarla.
Qualcuno, rasentandola, si era già voltato, tocco da un sospetto per quella posa di abbandono desolato. Ella invece non pensava a nulla, solamente quell'allontanarsi tacito dell'acqua sotto il ponte portava via il suo pensiero simile ad una barca vuota. Infatti non le restava quasi più niente del passato così triste e così breve. Era stata una fanciulletta malinconica, che aveva sempre ceduto come la mamma, ma in quell'ultimo olocausto, come attraverso una sanguigna lacerazione, la vita le era apparsa improvvisamente. Che cosa era? Perchè? Perchè uno sconosciuto poteva così diventare il suo padrone, tuffandole le mani nelle carni tremanti per cercarvi un piacere? Ella non faceva che soffrire, e dopo piangeva silenziosamente.
Ma un istinto l'avvertiva di tale suprema ingiustizia, sebbene il rimorso della propria debolezza le salisse dall'anima come un pianto di bambino abbandonato nella notte. La sua più insopportabile paura era appunto di sentirsi così in balìa di chiunque lo volesse, senza un rifugio, dopo che tutti se n'erano andati sorridendo. E a certi momenti, sotto il vellico di una carezza, anche le sue mani si erano tese e le sue labbra avevano tremato di un bacio, che non poteva dare, mentre il cuore, simile ad un lago percosso dal vento, le si gonfiava di una collera piena di murmuri. Quindi la sua volontà di bambina faceva ogni sforzo per mostrarsi fredda, quasi sperando così di evitare qualche cosa nella violenza, che la prostrava, e finendo invece ad accettarla coll'umile scoramento dei poveri incapaci di pensare più se stessi diversamente. Soltanto certe parole e certi atti le facevano ancora troppo male, come una ingiuria che la ferisse fin dove l'anima si nasconde; e allora aveva delle rivolte di novizia, che vorrebbe sottrarsi, mentre gli altri non capivano, o capendo troppo si precipitavano sulla sua ripugnanza come sopra un nuovo piacere coll'acre orgoglio di chi si crede sicuro per averlo pagato. Ella guardava, tremava, con un ribrezzo freddo sotto la pelle, come se quelle dita scorrendovi sopra avessero l'orribile agilità delle bisce nel sogno, quando ci pare sentirle strisciare sotto gli abiti e non possiamo gridare. E neppure la sua bocca gridava, ma tutti i suoi nervi si tendevano in uno sforzo sovrumano per resistere allo spasimo delle fitte sottili, che dal ventre le salivano sino agli occhi col guizzo di un ago, lasciandovi dentro un tremolo bagliore.
Più spesso ancora vedeva una fiammella di bragia accendersi nel fondo degli occhi e le mani tremare più convulse nell'allentarsi della stretta, come in una dolcezza di contemplazione improvvisa; qualche parola, qualche bacio le cadevano sulla bocca lenti come un fiore, una carezza s'indugiava quasi immobile e non era invece che l'agguato muto, breve, dell'ultimo impeto, senza amore, senza pietà, quasi in una frenesia omicida sul suo rantolo di agonizzante.
Ah! la morte non le pareva allora molto lontana.
Era dunque questo per lei l'unico modo di guadagnarsi la vita?
La fanciulla sospirò. Si ricordava di essersi subito ammalata diventando quasi brutta, colla paura di essere scacciata; già questa minaccia gliel'avevano fatta. Anche la signora Cesarina non voleva capire, quantunque un giorno Tina le avesse a mezze parole, piangendo, confessato di non poter resistere a simile tortura; ma la sua faccia fredda e dura aveva avuto uno strano sorriso, che tolse alla fanciulla il coraggio di seguitare. Non le credevano: ella sentiva questa spaventevole mostruosità senza intenderne il perchè. Persino la mamma adesso pareva evitarne il discorso.
Ma Tina aveva finalmente compreso tutto il suo carattere.
Ella l'aveva venduta per debolezza di donna povera, vissuta sempre senza lavorare e atterrita dall'idea di non sapere più come andare innanzi. In fondo, non era mai stata nè donna, nè madre. Le donne vere non erano certamente così, stavano più in alto: quelle come lei e la mamma dovevano invece essere ciò che gli altri vorrebbero. Eppure qualche cosa l'avvertiva che non era vero; una donna poteva sempre salvarsi anche nella più estrema miseria, quando il freddo vi piglia allo stomaco; però adesso era troppo tardi. Tutto finiva sempre nella stessa delusione per lei; nuove umiliazioni le cadevano sopra, qualche parola la feriva, mentre a testa bassa ella non pensava che al momento di tornare a casa per gittarsi sul letto fingendo di dormire.
Poi non sapeva chiedere: se le offrivano qualche cosa, accettava senza diventarne lieta, perchè non aveva nemmeno quei facili desiderii di tutte le fanciulle povere appena arrivano a possedere del danaro.
Tuttavia la dicevano buona per la sua immutabile indifferenza anche coi vecchi. Era sempre la stessa fanciulla, pallida, ubbidiente, che sarebbe stata incantevole se una qualunque gioia della vita avesse rianimata quella sua grazia primaticcia. Ma ella non s'interessava di nulla e di nessuno, non avendo mai ricevuto una buona parola da quella sera che egli, il primo, era fuggito gridando: Sàlvati. Come si chiamava? Che cosa poteva essere l'amore, del quale tutte le donne parlavano? Perchè non le era mai apparso? Qualche volta, come in un sogno di favola, ella pure aveva pensato che un bel giovinetto venisse a portarla via, per una qualche verde campagna, senza chiederle quello che tutta la gente esigeva così dolorosamente; silenziosa, tremante, la fanciulla se ne sarebbe accontentata, riamandolo con una devozione di bambina. Altre volte invece la coglieva repentino e convulso il pensiero di avere già nel ventre gonfio e doloroso una piccola creatura destinata a soffrire come lei insino a che non fosse morta. Ma di questo dubbio troppo atroce ella trionfava subito sapendo di morire.
N'era certa; da tre o quattro giorni non mangiava più.
Un monello la tirò per la gonna, fuggendo con un largo sorriso sulla faccia sporca di fuliggine.
Tina si raddrizzò sul parapetto collo sguardo incantato nella lontananza del fiume: era dunque passato molto tempo dacchè contemplava distrattamente l'acqua fuggire sotto l'arco del ponte?
Con un gesto vago si mise una mano sugli occhi, e il cuore le si strinse in una emozione di addio. Al di là di tutti i ponti, oltre i muraglioni del Lungarno, i colli erano diventati cilestri nelle cime sotto il sole alto in uno splendore di fornace, che le abbagliava le pupille.
Ma ella si sentiva già fuori del paesaggio; quel parapetto le diede una sensazione di confine.
Salutò.
La sua casa non era molto lontana. Col cuore che le batteva spaventosamente per la fatica di fare le scale, si trovò fra le due porte aperte sul pianerottolo: Betta era di là, nella propria camera. Come un'ombra passò dalla cucina nell'altra stanza, si spogliò e si mise a letto; porte e finestre rimanevano aperte. Alcune mosche ronzavano nel sole, qualche rondine passava come un baleno nero davanti alla finestra.
Distesa sotto la coperta, col volto mezzo nascosto, Tina aveva chiuso gli occhi. La febbre, cresciuta nello sforzo del viaggio, le faceva battere le tempia e girare il letto colla sensazione che tratto tratto si capovolgesse, e allora per tentare di dormire sprofondò tutta la faccia nel cuscino, cercando di rimanere immobile.
L'ore passavano. Betta tornò col medesimo passo silenziosa a sporgere la testa dalla porta, attese qualche minuto, poi la sua faccia si fece grave.
Poco dopo il sole si ritirò dalla camera: i suoi ultimi raggi sul pavimento parvero come una larga pezza di damasco giallo, che una mano invisibile ritraesse lentamente su pel davanzale della finestra, mentre in alto il sereno, attenuando il proprio splendore, diventava più puro. Un'ombra lieve usciva dagli angoli della camera e d'intorno ai vecchi mobili, il colore del soffitto si oscurava. L'aria si fece fredda.
Le mosche non ronzavano più, e fuori le rondini nella malinconia del tramonto imminente gittavano stridi più acuti.
Molte finestre sbatterono, il murmure dei passi cresceva nel vicolo.
—Perchè ti sei coricata?—chiese la mamma.
Tina aprì gli occhi.
—Bettina mi ha detto che sei andata dalla signora Cesarina; le hai chiesto gli ultimi otto franchi, che ancora ci deve?
Tina ebbe un atto come di chi improvvisamente ricordi.
—Ah! dovevo immaginarmelo,—l'altra esclamò con un tremito di collera nella voce:—sempre così colle tue delicatezze! Eppure ti avevo detto più volte che in casa non ci restava più danaro.
Allora la fanciulla mormorò:
—Mi sento male.
—Che cosa hai?
E levandosi dalla sedia piegò la faccia a contemplare la figlia. Evidentemente Tina era ammalata: una febbre fredda le gelava la pelle bagnata di un sudore simile alla umidità di certi tronchi alla fine d'autunno.
—Ma tu hai la febbre; mio Dio! come si fa adesso?
—Non importa.
—No, aspetta: non è la prima volta che te la senti.
—Non mi lascerà più.
E l'accento aveva una così funebre certezza, che un medesimo freddo soffiò per le vene delle due donne: infatti il volto di Tina aveva già sotto quel sudore l'indefinibile aridezza delle piante che si essiccano.
Subitamente la mamma gridò:
—Bisogna chiamare il medico!
Tina ebbe un brusco sobbalzo.
—Senti, adesso vado io dalla signora Cesarina a farmi dare quegli otto franchi che ci deve: me li darà: sono così esse, ma bisogna farsi pagare. Tu cerca di stare tranquilla, non sarà nulla, un po' di strapazzo, che ti sei buscato negli ultimi giorni, ma che ti passerà presto. Chiameremo anche la signora Veronica, c'ingegneremo; se non abbiamo quattrini si farà alla meglio, non aver paura. Forse la signora Cesarina ci aiuterà.
—Sono tutta ammalata.
—Dimmi, dimmi.
—Il ventre mi tira come se nel mezzo vi fosse una corda tesa; ma non è solo questo. Ho freddo dentro.
—Sfido io, non mangi. Chiameremo il medico.
—No!—proruppe Tina violentemente.
—Mio Dio! Ecco come tu fai sempre. Dimmi il perchè.
Sembrò che Tina esitasse, poi un impeto febbrile le fece sollevare la testa: gli occhi cilestri si erano accesi.
—Siete voi che mi avete ridotta così: non voglio che nessuno mi vegga.
—Che cosa dici?
—Non mi capite dunque?—gridò scoppiando finalmente in singhiozzi; poi si tirò il lenzuolo sul capo.
La mamma rimaneva lì a guardarla sotto quel cencio poco bianco come se fosse morta; poi mormorò dogliosamente:
—Tina!
L'altra scosse la testa sotto il lenzuolo.