LA SECONDA GIORNATA
Doveva essere per l'indomani.
Quando Tina si risvegliò, la mamma già alzata da un pezzo lavorava nella cucina; la fanciulla si sentiva affranta, con la bocca pastosa e la testa greve. Come al solito il risveglio nella luce di quella camera, sempre con le griglie aperte, le diede la sensazione confusa di un male, che tornava a ripetersi con la immutabile monotonia di una giornata vuota. Infatti ella non aveva niente da fare. La loro casa in quel vicolo molto illuminato era delle più quiete: gli uomini ne partivano presto e le donne, chiuse nelle proprie stanze, non ne uscivano spesso, perchè mancava il cortile e le scale rimanevano sempre buie. Ella s'alzava dopo la mamma, che le aveva già preparata l'acqua nel catino, ma dopo restava lì incantata senza sapere come ammazzare il tempo.
Da piccina se ne ricordava però uno meno triste.
Allora la mamma teneva in casa una vecchia serva dai capelli bianchi, con gli occhi che parevano vuoti come quelli delle statue. La sua taciturnità era così ostinata che non si riusciva a farla chiacchierare nemmeno nei momenti di festa, quando la mamma, tornando a casa contenta, si metteva a giocare con la bambina. La vecchia invece teneva le camere con una pulizia ammirabile. Tina non sapeva niente di lei, sebbene con la grazia dell'innocenza fosse riuscita a farsi amare: solamente la vecchia confessava di non avere più nessuno al mondo dopo che sua figlia era morta improvvisamente nella vigilia delle nozze. La figlia si chiamava Marietta, ma la vecchia evitava di parlarne, come se a quel ricordo una cicatrice le si riaprisse dentro rendendole più penoso il silenzio lungo di tutti i giorni. Con la mamma andavano abbastanza d'accordo. Infatti questa comandava così poco nella casa che ne lasciava all'altra tutta la cura: altre volte stava fuori l'intera giornata non avendovi fatto che colazione, perchè era pigra e si alzava sempre dopo le dieci. Però in casa non mancava nulla. La vecchia preparava sempre il solito pranzetto; la mamma mangiava indifferentemente di tutto, ella invece così piccina era già piena di voglie e di bizze, che spesso la facevano piangere. In fondo amava però quella vecchia almeno quanto la mamma, sebbene non potesse con quella soddisfare tutte le tirannie della sua piccola volontà.
La faccia della vecchia non era bella. Le mancavano quasi tutti i denti davanti e i capelli si erano tanto diradati sulla fronte, che vi portava sempre un fazzoletto a quadroni turchini, anche d'estate. Ma quel velo di silenzio dava alla sua faccia giallognola una gravità ben diversa dall'altra della mamma, allorchè questa voleva con accento di padrona rivolgerle qualche rimprovero, o si metteva a fare delle considerazioni dolenti sulle difficoltà di andare innanzi senza avere una posizione assicurata. La fanciulla ascoltava il dialogo delle due donne, vedendo sempre la mamma cedere con un gesto scoraggiato alle parole della serva, che dovevano essere ben tristi, quantunque ella non potesse comprenderne il senso. Ma la vecchia non si scomponeva mai, parlava adagio, con accenti secchi, mentre la mamma invece scattava, si agitava, e talvolta piangeva.
Spesso venivano in casa uomini ignoti, ben vestiti, ma la vecchia allora non lasciava più la cucina e chiudeva l'uscio a chiave, dicendo a Tina di non fare rumore, o mettendola sopra una sedia le dava qualche cosa da mangiare, un frutto, una chicca, con certe carezze insolite, che irritavano la fanciulletta.
Però queste visite non erano lunghe.
Una volta la mamma rientrò in cucina pallida, cogli occhi gonfi. Si vedeva che soffriva. Aveva quella vestaglia bianca, inamidata, che non portava quasi mai, colle frappe dritte intorno al collo, ma la metà dei capelli le cadeva in disordine sopra una spalla e dai bottoni mal chiusi le si vedeva sotto la camicia, anch'essa aperta.
Il signore se n'era andato.
La madre cadde sopra una sedia vacillando.
Un dolore le contrasse la bocca facendole mordere il fazzoletto, che teneva fra le mani: disse qualche parola sottovoce alla vecchia, che mise subito al fuoco un pentolino d'acqua e andò a cercarle nella credenza la bottiglia del marsala. Tina guardava spaurita, poi la mamma la vide e la chiamò con un gesto smanioso per darle un bacio. Allora si misero tutte due a singhiozzare.
La vecchia tornò silenziosamente verso di loro.
—Non ci posso durare,—esclamò la mamma, alzandole gli occhi in faccia quasi ad invocarla come testimonio:—è già una settimana, oggi poi…
—Che cosa hai, mammina?—domandò Tina con un altro scoppio di pianto.
—Mi sento male, cuore mio.
—Dove, mamma, dove?
—Tu non puoi capire. Oh!—si rivolse all'altra:—c'è stato un momento che credevo di morire.
Gli occhi opachi della serva si appannarono di una nuova ombra; si lasciò prendere la mano dalla padrona e con l'altra accarezzò la testa della piccina.
—Bisognerà che per qualche tempo vi abbiate riguardo,—disse lentamente.
—Come vuoi fare?
—Che cosa hai, mamma?
—Cuore mio, è per te, per te, sai, che soffro; per me sola non lo farei.
Ma la serva scosse la testa.
Tina, non potendo capire, aveva smesso di piangere e guardava or l'una or l'altra, presa nella curiosità di quel segreto doloroso, dentro il quale le parole suonavano come i ciottolini, che qualche volta si era divertita a gettare nella profondità del pozzo.
Ma la mamma, appena stava bene, non si ricordava di quei dolori improvvisi.
* * *
Tina aveva conosciuto anche un vecchio signore.
Era piccolo, dal viso rubizzo, e sempre allegro. Quando veniva in casa a pranzo, ed accadeva spesso, aveva sempre nelle tasche qualche cartoccio, un giocattolo o una ghiottoneria, che si divertiva a mostrarle, affermando sempre che era per un'altra bambina. Allora cominciava la solita lotta di carezze e di repulse: Tina gli saliva sulle ginocchia, gli cacciava la mano nelle tasche, l'inondava di baci strillando, ridendo, coll'irresistibile grazia dell'infanzia, finchè la mamma non le veniva in aiuto, ed egli cedeva vinto dalla tenerezza. In casa lo chiamavano il signor Gennaro. Ma la bambina si era accorta che tutto aveva cangiato dal giorno che egli era venuto. La mamma vestiva da signora, a pranzo non si levava più come prima qualche cosa per la cena: poi avevano cangiato appartamento, e vicino alla camera della mamma piena di mobili nuovi, c'era un salottino con un sofà rosso e dei quadri alle pareti.
Tina se ne ricordava ancora uno: dentro un grande paesaggio giallo un grande uomo nero, vestito d'un corsetto bianco, con dei calzoni larghi come una sottana, fuggiva sopra un cavallo nero, e il cavallo invece delle briglie aveva due larghe strisce ricamate di fiori. Ella tornava spesso a contemplarlo dentro quella cornice dorata nella penombra del salotto pieno di poltroncine coperte di piccoli tovaglioli merlettati. Ma invece di mangiare nella cucina, quando c'era lui, desinavano in un'altra saletta a una tavola rotonda, con due credenziere al muro colme di piatti e di vasi. Allora Tina era andata anche a scuola. La mattina sulle otto la vestivano bene, le mettevano qualche cosa nel panierino per la colazione e la conducevano da due signore, che tenevano presso di sè altre fanciulle. Era stata quella l'epoca migliore della sua vita. Tina non aveva voglia di studiare, ma quelle due maestre non insistevano troppo per costringerla: invece le avevano insegnato la dottrina cristiana e l'avevano condotta alla cresima con un bel nastro annodato dietro la fronte.
La domenica, uscendo a spasso con la mamma, le pareva che la gente si voltasse a guardarle, ma anche la mamma era bella, e la piccina ne insuperbiva come se tutte quelle occhiate fossero di ammirazione. Però non capiva come quel signore non solo ricusasse sempre di accompagnarle, ma ad ogni incontro fingesse di non riconoscerle: anzi sfuggendo alla mano della mamma, ella una volta gli era corsa incontro per dargli un bacio.
Tutto il gruppo dei signori vicino a lui aveva riso, mentre egli invece si faceva scuro, e la mamma pallida, imbarazzata, non sapeva come richiamarla. Tornarono subito a casa: la mamma pianse nello sgridarla, pareva avvilita, spaventata.
—Perchè mai facesti così?—seguitava ad esclamare guardando la vecchia serva, che questa volta divideva le apprensioni della padrona.
Tina non lo sapeva, ma finalmente potè comprendere che le altre due temevano di restare sole, senza le solite visite di quel signore. Invece non ne fu nulla: quel signore tornò la sera dopo e non si lagnò dell'incontro: la piccina si sentiva trionfante, benchè non osasse dimostrarlo vedendo sotto l'allegria della mamma lo stesso sgomento di prima.
Poi la mamma era troppo buona con lei.
In quel tempo ella non si lagnava più di quei dolori: era rifiorita, aveva un sorriso dolce, che rallegrava la bambina. Senza pensare a nulla, con un cassetto pieno di giocattoli, Tina cresceva dentro la gioia di un capriccio: non le insegnavano nulla, la mamma la conduceva raramente in chiesa, non le parlava mai del babbo o dell'avvenire. Le tristezze di altre volte erano dissipate: certi giorni la mamma insisteva perchè si facesse venire qualche voglia, soltanto per il piacere di soddisfarla. Adesso la casa era piena di roba: vi erano molti armadi, dei comò, in cucina tutto era aumentato: si beveva sempre del vino buono, e a pranzo raramente mancava il dolce.
Un'estate la mamma andò con lei e la vecchia serva ai bagni di San
Casciano.
Ma questa felicità non aveva durato.
Tina aveva veduto entrare in casa un bel soldato con una sciabola lunga e gli speroni, che gli tinnivano ai tacchi: e veniva sempre di sera, e la mamma e la serva si raccomandavano che ella non dicesse niente con alcuno, specialmente col vecchio signore. Ma la serva riceveva male il soldato, se capitava quando la mamma era fuori: Tina stessa, così piccola, sentiva per lui una ripugnanza invincibile. La vita in casa era mutata: fra la mamma e la serva si tenevano sempre il broncio, ma era la mamma che non osava rivoltarsi alle parole e ai gesti quasi sprezzanti dell'altra: entrambe vivevano in una continua agitazione. Tina se ne accorgeva a certi segni, alle dispute della mamma per la mancanza di danaro, o alla sua aspettazione febbrile per le visite di quell'altro signore vecchio, al quale adesso correva incontro senza alcun riguardo di essere veduta, quando egli la baciava.
Una volta la mamma invitò a cena il soldato, malgrado l'ostinata opposizione della serva. Tina aveva udita tutta la loro lunga lite nel giorno, e aveva capito che la mamma voleva più bene al soldato che al vecchio signore: la serva aveva persino minacciato di andarsene, perchè non si poteva, secondo lei, tirare innanzi così: era una pazzia, una stupidaggine.
—Vi farete mangiare viva da quel cialtrone di sergente.
—Non dire così.
—Pensate piuttosto alla vostra bambina.
La mamma era scoppiata a piangere e Tina aveva fatto altrettanto, correndo ad abbracciarla.
Le due deboli creature strettamente allacciate confondevano le lagrime sotto lo sguardo vuoto della serva, che finì anch'essa col commuoversi. Pareva un giudice: anche la piccina lo sentiva, e con l'istinto seduttore della natura femminile lasciò la mamma per farle una carezza.
—Tu sei cattiva,—disse col suo fare importante, mentre invece le pigliava una mano per condurla alla mamma.
—Cuore mio, cuore mio!
La pace fu conclusa. Tina aveva trionfato ottenendo persino, contro ogni opposizione della serva, che voleva metterla a letto più presto, di cenare fra la mamma e il bel soldato con la promessa di non parlarne ad alcuno.
Ma invece di divertirsi si era annoiata, perchè nè l'uno nè l'altra le badavano: parevano assorti in un segreto, che si comunicavano a parole sommesse; qualche volta Tina vedeva la mamma stringere sotto la tovaglia la mano al soldato, il quale sorrideva arricciandosi i baffi neri.
Ella preferiva il vecchio, che la prendeva sulle ginocchia e dandole un bacio diceva con un sorriso buono:
—Portalo alla mamma.
* * *
Ma quella volta che tornando a casa trovò la mamma con un occhio pesto, sul letto, in preda a violente convulsioni, era stato il primo grande dolore della sua vita.
Allora non potè sapere che cosa fosse accaduto, perchè la vecchia serva accigliata non disse nulla e la mamma dopo non si lagnò della propria disgrazia che con frasi tronche, piangendo come una bambina sotto i rimproveri freddi dell'altra. Dai loro alterchi ella comprese soltanto che la mamma era stata bastonata dal soldato e che quel vecchio signore non tornerebbe più: ma siccome il soldato tornò, la serva volle andarsene.
Anche Tina le si raccomandava.
La vecchia rimase dura.
—Che cosa posso più fare qui?—ripeteva.—Voi non avete giudizio, vi siete rovinata per quel cialtrone di sergente, che un giorno o l'altro bastonerà anche me e la piccina.
—No,—singhiozzava la mamma,—non è cattivo come credi.
—Allora tenetevelo, ma farete finire male anche quella lì.
Questa volta Tina vide il terrore dipinto sul viso della mamma.
La sua piccola anima si sentiva crollare qualche cosa d'intorno, la mamma disfatta nel proprio dolore si dimenticava già di lei, la vecchia se ne andava, quel signore non verrebbe più.
E solamente il soldato era la causa di tutto: adesso si ricordava che quella sera a cena egli da solo si era mangiato quasi tutto, ordinando dell'altro vino, anche la mamma aveva paura di lui, che non fosse contento: lo spiava negli occhi con un sorriso incerto.
La vecchia consentì ancora a rimanere nella casa per otto giorni.
Quella fu una triste settimana: il soldato fu buono, perchè nell'accompagnarlo alla porta la mamma sembrava felice, ma la serva non volle vederlo, nè udirne parlare; insisteva sempre sulla stessa cosa, che bisognava vendere i mobili, mentre la mamma diceva di no.
Tina smise di andare a scuola: la mamma stava chiusa nella propria camera, la serva in cucina, quando si riunivano per mangiare la mamma si metteva a piangere.
L'ultimo giorno la vecchia disse:
—Se volesse smettere, resto con voi.
—Sì mamma!—esclamò Tina.
Ma l'altra ostinata rispondeva:
—Perchè mi vuoi affliggere così? Senza di te non potrò andare avanti.
—Non ci andreste ugualmente, egli vi mangerà tutto. Le cose bisogna capirle: con quell'altro avreste fatto sempre la signora.
Poi le si mise a sedere in faccia; e accennando a Tina seguitò:
—Che cosa farete di lei?
—Vedrai che riuscirò a tirarla su.
—Niente: la bambina sarebbe invece fortunata se morisse. Voi siete di quelle che finiscono nemmeno si sa come.
—Credi tu che non le voglia bene?
Tina vide la faccia della vecchia incresparsi.
—Io non avrei fatto così con mia figlia.
Quindi andò per l'ultima volta in cucina a lavare i piatti.
* * *
Anche adesso Tina vedeva limpidamente nella memoria la figura secca e taciturna della vecchia, che aveva protetto per qualche tempo la sua infanzia. Era ancora viva? Era morta? Nel disordine e nella miseria sempre più triste della loro vita nè ella nè la mamma avevano più cercato d'incontrarla: erano passate per altre case, vissute fra altre donne in una intimità stretta o lacerata da nuovi bisogni, abituandosi a tutto con quella indifferenza, che cresce dall'abbandono delle speranze e dalla rinunzia ad ogni proposito fisso.
Eppure non erano state molto infelici.
La mamma, così facilmente eccitabile al riso e alle lagrime, dimenticava presto per sognare ancora dietro qualche nuova combinazione: la sua gioia era effimera come la sua disperazione, mentre discendendo nel tramonto degli anni e della bellezza vi si rassegnava con una crescente passione pel benessere fisico, il mangiare, il bere, lo stare caldi, senza preoccupazione di vanità o di avvenire. Ma poi quel suo male si era aggravato. Da principio non erano che spasimi acuti e intermittenti, poi vennero le convulsioni, l'insonnia, i disturbi di stomaco, il male di testa continuo, accanito, e un indebolimento di tutta la persona, che le impediva quasi del pari il camminare e lo stare seduta. I medici parlarono di un guasto all'utero e di una operazione chirurgica, gravissima ed indispensabile; ella spaventata ricusò, e nella lusinga di guarire altrimenti cessò a poco a poco di essere donna. Quindi ebbe ancora qualche rifioritura, mesi, nei quali pareva risorgere più bella: la sua fisonomia si era spiritualizzata e il suo carattere fatto più buono. Quel sergente, tramutato di guarnigione, era disparso per sempre senza che ella se ne accorgesse, ma quel vecchio signore non volle più ritornare.
D'allora il problema della vita non aveva più mutato, ripetendosi ogni mattina con le crudeli difficoltà di una miseria senza parenti e senza mestiere: ella non sapeva lavorare, e pur non odiando il lavoro stentava a concepirne uno, che potesse dar loro da mangiare. A chi rivolgersi? Che fare? Non sapeva che resistere nella miseria senza nè rassegnazioni, nè ribellioni; la sua vanità di bella donna, mantenuta nell'agiatezza da una qualche passione di uomo, al quale mostrava sinceramente una tenera gratitudine, era già perita in quella pronta rovina, non lasciandole che una felicità timida e servizievole verso chiunque le soprastasse. Ma prediligeva istintivamente le donne giovani, che si avviavano al lusso, quasi dalla loro vita le ritornassero quei giorni felici quando si abbandonava anch'essa all'incanto di un sogno, come i fanciulli fanno nei primi bagni sulle correntie dei ruscelli.
* * *
Tina aveva frequentato anche i teatri.
La mamma v'era entrata dietro una sarta a prestare sul palco scenico una infinità di servizi senza titolo alle attrici, che prediligevano la garbatezza de' suoi modi: poi una di loro, salita improvvisamente all'onore della carrozza per la passione di un marchese, aveva voluto prendere Tina a compagna, vestendola come una pupattola. Ma l'attrice, un bel giorno, era tornata sul palco scenico. Un'altra aveva offerto alla signora Adelaide di portarla seco come cameriera, purchè mettesse la fanciulla in qualche orfanotrofio, ove l'avrebbero educata meglio che in quel vagabondaggio di teatro in teatro, attraverso i casi di tutte le miserie e di tutti i vizi. Era un'attrice ancora giovane, che faceva da madre nobile, donna di buon cuore, al sicuro in una certa agiatezza. Sciaguratamente un'avventura venne a troncare anche questa speranza. Una sera mancò di sopra ad una cassa una spilla d'oro depostavi da un attore nel momento di entrare in scena: più d'uno aveva veduto, v'erano donne, uomini, inservienti e visitatori, che andavano e venivano; la spilla non fu più trovata, i sospetti fioccarono, il pettegolezzo dilagò, e la signora Adelaide ingiustamente fu creduta colpevole, quindi, licenziata dal servizio. Questa prima caduta ne determinò altre: un avvilimento non mai prima sentito peggiorò la nuova miseria, quei dolori d'utero si fecero più frequenti ed atroci, compiendo di fiaccarle la volontà di vivere, che nei poveri è la sola forza. Anche Tina, già grandicella, somigliava in questo difetto alla mamma: era buona, faceva tutto quanto le si domandava, ma da sola non sarebbe arrivata a nulla: fors'anche per questa debolezza si amavano maggiormente, sorreggendosi l'una l'altra senza lasciarsi mai.
Ed erano uno strano spettacolo queste due donne, che uscivano, rientravano, facevano tutto insieme: quando la mamma era ammalata, siccome non avevano quattrini per chiamare i medici, che d'altronde sarebbero stati inutili, Tina si metteva al suo capezzale finchè non si fosse nuovamente alzata: mangiavano se lo potevano, ma essendo simpatiche, capitava loro sempre un qualche aiuto inatteso.
In quella apparente indifferenza di tutto sognavano però con una ingenuità di bambine, illuminata dai ricordi della loro bella vita tramontata.
Ed era sempre lo stesso sogno, che discendeva sulle loro anime dall'alto, come nella luce di un nuovo mattino. La mamma, oramai senza speranze per se stessa, riportava nella vita appena sbocciata della figlia tutti i fantasmi di fortuna, che avevano attraversato la propria. Nella oscurità morale della sua coscienza ella non credeva di aver vissuto troppo male, nè di essere una cattiva madre, giacchè la regola della vita era per lei nella vita stessa, la quale trionfa di tutte le resistenze nel mistero del caso favorevole agli uni e avverso agli altri. Ovunque e sempre aveva visto le medesime cose e le stesse donne: quelle che riuscivano a conquistare una posizione nel mondo non erano le migliori, ma le più astute, e le grandi signore commettevano gli stessi falli abbandonandosi alle medesime tentazioni delle più povere operaie. Tutta la differenza fra loro derivava dal grado sociale. Vi era fors'anco una virtù vera, di alcune persone, che non sentivano e non avrebbero potuto sentire ciò che faceva per gli altri la bellezza e la felicità della vita.
Ella non credeva e non sapeva più in là di questo, giudicandosi buona per non avere mai voluto gratuitamente il male di nessuno, ed accusando il destino di tutto quanto aveva dovuto fare nel disordine della propria esistenza.
Quindi sognava una vincita al lotto o un altro vecchio buono come quel signore, che le accogliesse nella propria casa; ella, la mamma, sarebbe diventata la sua governante, e Tina avrebbe potuto educarsi meglio. Quasi sempre il sogno si fermava lì, perchè Tina toccava appena i dodici anni. Infatti alla fanciulla mancava ogni istruzione, benchè avesse imparato quasi misteriosamente a leggere e a scrivere fra quella gente così varia, povera e cupida, che rinnovava ogni giorno gli stessi espedienti per la conquista della fortuna o della sua illusione. Una esperienza breve ma singolarmente ricca la rendeva già una fanciulletta simpatica e servizievole, capace d'intendere a volo le difficoltà di un caso, nel quale bisognava tacere o ritirarsi, pronta a cogliere qualunque simpatia, come soltanto i ragazzi poveri sanno. Ma anche questa non era in lei che una abilità istintiva, affinata dal bisogno, senza che il suo cuore se ne rendesse ben conto.
La fanciulla cresciuta in quei bassi fondi, così pericolosi alla innocenza, serbava ancora il proprio incanto mattinale, benchè sapesse tutto quanto si cerca indarno di nascondere alle prime curiosità dell'anima come una malattia vergognosa. E invece accade spesso che i fanciulli passano da contrabbandieri i confini abbandonandosi a scorrerie, dalle quali tornano con la febbre nel sangue: hanno imparato senza provare, sognato invece di vedere; quindi la loro coscienza si appanna e il pensiero si perverte; diventano cinici essendo ancora vergini, finchè, sfioriti per sempre, non si ubbriachino all'olezzo del primo fiore raccolto sulla via, già sgualcito chissà da quante mani.
* * *
Tina aveva appreso le miserie e le colpe della vita dallo spettacolo continuo al quale doveva assistere per trarre i mezzi di vivere.
Fra quella gente gittata nell'equivoco di tutte le avventure o appiattata pazientemente nell'agguato di una continua frode, le parole erano spesso più sincere dei fatti, e i bambini partecipavano ad ogni scena, come piccoli attori già soggetti alle necessità del teatro, ricevendo più busse che baci, soffrendo talvolta la fame anche nelle gozzoviglie, ove gli altri si ubbriacavano.
Tina stessa aveva dovuto provarlo, prima di essere accolta come apprendista da quella bustaia.
Poichè alla mamma era capitato per un'estate di villeggiare presso una famiglia di signori, Tina entrò come servetta presso due vecchie zitellone, che vivevano di una piccola rendita fabbricando fiori di tela per le chiese. Il servizio non sarebbe stato troppo greve, ma l'umore delle padrone era così tristo che la fanciulletta ne sofferse fino ad ammalarsi. Le pareva di essere prigioniera in quella casa silenziosa, ove nessuno entrava mai a portare dal di fuori una parola, e le due vecchie, invece d'insegnarle, si guardavano l'una l'altra quasi con muto stupore, rifacendo tutto quanto ella aveva fatto.
Quindi si nascondeva disperatamente negli angoli a piangere col cuore gonfio. Mattina e sera, le due vecchie prima di uscire per andare in chiesa chiudevano tutte le imposte, tutti gli usci e, girando a doppia mandata la chiave nella toppa, le ordinavano severamente di non aprire le finestre, di non fare rumore. Allora la fanciulletta, invasa da una strana paura, avrebbe voluto gridare al soccorso, gittandosi nelle braccia di qualcuno che venisse a liberarla. Ma la casa era tutta chiusa. Ella restava quindi nella saletta d'ingresso sopra una panca a pensare nel proprio abbandono, finchè si metteva a piangere nuovamente, con l'orecchio teso ai rumori della scala, come se dei fantasmi salissero spaventosamente insino alla sua porta. La sua immaginazione esasperata dal lungo patimento tremava dinanzi a misteriose figure, sotto certi soffi freddi, che le gelavano tutto il sangue, mentre quella saletta a poco a poco si mutava in un sotterraneo di prigione, dalla quale non sarebbe più uscita.
La mamma non le aveva ancora scritto. Dov'era? Che cosa le era accaduto?
Un mattino volle andarsene senza sapere dove si sarebbe rifugiata, ma esse non lo permisero, avendo promesso di custodirla sino al ritorno della mamma nel mese di ottobre; e siccome Tina insisteva, la più vecchia la colpì sulla testa col regolo di ferro, che serviva a tagliare la carta dei fiori.
La fanciulla soffocata dallo spavento tacque.
Fortunatamente la mamma tornò prima, ma più ammalata; quando venne a riprenderla, Tina non era più che un'ombra.
—Che cosa hai?—chiese commossa:—Sei stata male?
Le due vecchie guardavano aspettando la risposta.
—Non ti hanno nemmeno dato da mangiare? dimmelo.
La fanciulla tacque ancora.
* * *
Seduta sul letto, coi capelli mezzo disciolti, Tina pensava.
La mamma rientrò nella camera; aveva già preparato il caffè col latte.
—La signora Veronica mi ha chiesto due lire in prestito: ho fatto male a dargliele? I danari sono tuoi.
—No, mamma.
Tina era ancora più pallida: quel riposo tormentato della notte, anzichè rifarle le forze, aveva finito col mettere nella sua debolezza un'ultima prostrazione: vedendola un'altra volta allungarsi sul letto la mamma disse:
—Non ti alzi?
—Mi alzerò.
—Io avevo pensato che avresti bisogno di un paio di camice, di un abito, delle scarpe, ma non ci restano più che dodici lire. Ne ho dato due per acconto anche al fornaio: che cosa ne pensi?
—Come vuoi comprare tanta roba con così poco?
—Capisco anch'io.
E la ragazza sentì che l'attacco ricominciava. Quel piccolo dramma della notte non le si era ancora appannato nella coscienza, che già la vita glielo ripresentava con la solita inesorabile insistenza. Si guardarono. La ragazza conosceva troppo bene la mamma per credere a tutto quello che diceva: probabilmente non le rimanevano nemmeno quelle dodici lire, perchè doveva averle spese in altro che nel pranzo della giornata. Poi era golosa: non lo negava nemmeno, ma cercava una scusa a questa ultima debolezza nell'esaurimento cagionatole da quel lungo male.
La signora Veronica sopraggiunse per dire di aver parlato nelle scale con le Arrighi, e che nessuno si era accorto di nulla la sera innanzi.
—Si vede che è un signore intelligente: un altro forse nell'andarsene non avrebbe badato più che tanto, perchè gli uomini dopo sono tutti così. Ho alzato Bettina, sapete…
—Portatemela!—esclamò Tina.
—Alzatevi voi piuttosto e venite da me. Abbiamo combinato con la mamma di cucinare insieme: ho trovato degli asparagi nella bottega della Carlotta, li faremo col burro, una delizia che ci costerà poco: e per voi, Tina, c'è una sorpresa. Alzatevi dunque: debbono essere le nove, abbiamo una magnifica giornata di sole.
—Ma come si fa ad uscire di giorno così vestite?…
—Aspettate, aspettate, tutto verrà poi: che diavolo! Credete che la possa durare così, quando si è giovani?
Appena Tina fu alzata, ridivenne più melanconica. Nella casa c'era un po' di tramestìo; le due vecchie si davano da fare per il pranzo, perchè volevano averlo pronto a mezzogiorno. Le porte dei due appartamenti rimanevano aperte. Tina prese il caffè col latte bagnandovi dentro una pagnottella, poi tornò nella camera per ravviarsi i capelli con un mozzicone di pettine. Siccome la mammella le doleva ancora lievemente, si ricordò il sogno della rosa, che quell'uomo giovane le aveva piantato con tutto il gambo dentro il capezzolo facendone uscire goccia a goccia il sangue e la vita. Era ancora così pallida, cogli occhi stanchi, cerchiati dalla stessa ombra turchiniccia. E il sogno la riprendeva. Lentamente si sbottonò il corsetto come per cercare la ferita, mentre le pareva di essere un'altra volta seduta sulla porta di quella chiesa, nella quale la gente entrava a fiotti. Infatti quel giorno era domenica. Così seduta, con la mano sulla mammella, quasi nell'atto di arrestarne il sangue, guardava la propria immagine con un sorriso simile ad un brivido. Qualunque cosa potesse ancora accaderle, ella era già ferita: ma perchè quell'uomo le aveva piantato una rosa rossa nella mammella?
Invano Tina cercava di comprendere il significato di questo sogno non ancora dissipato nel mattino: tuttavia non pensò di parlarne colla mamma per una ripugnanza, che le era subito venuta appena uscito quel signore.
Una paura aveva sconvolto la sua piccola anima, passandole come un vento freddo le carni.
Ma Tina riconobbe il passo della signora Veronica nella cucina:
—Ho di già bollito gli asparagi,—questa disse dall'uscio:—Ebbene, Tina, è meglio parlarne subito, perchè la cosa riesca. Io e la mamma avevamo pensato a fare un piatto dolce: volete scegliere quello che so fare benissimo, un timballo con le bucce dei piselli cotte e passate allo staccio? I piselli li abbiamo già per la minestra: la mamma invece sarebbe per un latte alla portoghese. Ditemi voi, Tina, che cosa gradite meglio?
La sua voce era carezzevole, ma i suoi occhi la scrutavano. La fanciulla ebbe daccapo un imbarazzo sotto quello sguardo.
—Come volete, come volete,—disse in fretta:—ma perchè tanta roba?
—Eh! mia cara, se non si mangia nei giorni buoni, non si mangia mai più. Che cosa fate qui sola? Venite di qua.
* * *
Quel pranzo non era poi gran cosa; una minestra asciutta coi piselli, gli asparagi al burro e quattro costolette di agnello con un uguale contorno di piselli, finalmente il timballo colle bucce, un trionfo della signora Veronica, la quale non contribuiva al pranzo se non con l'opera. Ma prestava ancora tutto il servizio da cucina e da tavola.
Le due vecchie avevano discusso lungamente sul vino. La signora Veronica pretendeva di conoscere una cantina, nella quale si comprava un trebbiano dolce, color d'oro, una vera grazia di Dio, per otto soldi al litro; l'altra stava per il Ruffina rosso, frizzante.
Quando Tina e la signora Veronica entrarono, la mamma finiva di appannare nel pane grattugiato le costolette di agnello, attardandosi con atti pigri e delicati.
Tina andò dritta nell'altra camera della piccola Betta, che avendola riconosciuta si era messa a gridare.
—Eccomi, eccomi, Bettina.
Ma questa invece di essere alzata, come aveva detto la mamma, era solamente seduta sul letticciuolo, affagottata in quel vestone rosso, che faceva sembrare anche più pallida la sua faccia gonfia e sformata dalla scrofola. Soltanto gli occhi erano belli, grandi e neri, con le sopracciglia lunghe. In quel momento giocava con un vecchio fazzoletto scuro rivoltandolo ed annodandolo per farne un topo.
—Chi è venuto da te ieri sera?
—Nessuno,—rispose Tina sorridendo.
Bettina aveva quasi nove anni, ma non ne mostrava che sei: la sua fronte sporgente sotto i ciuffi dei capelli, era stranamente pensierosa su quel viso di bimba.
Diede a Tina il topo da tenere, e dopo una pausa, senza guardarla in viso, ricominciò:
—Perchè non sei venuta dopo che quell'uomo se n'è andato?
—Anch'io stavo male: venni pure a portarti il cioccolatino prima di andare a letto.
E per mutare discorso le propose di alzarsi.
—Levati, altrimenti per stare troppo a letto perderai le gambe: non vedi,—seguitava tirandole su il vestone,—come sei diventata? Dà retta: alzati e vieni di là, nella mia camera, intanto che preparano il pranzo.
—Chi ti ha dato i quattrini? L'uomo di questa notte?
—Quale uomo vai sognando?—E la voce le tremava nella menzogna, come se quella bambina potesse avere tutto capito nel dramma appena incominciato la sera innanzi:—Le tue scarpette debbono essere dentro al comodino della mamma; ecco le calze, mettile da te.
—Che cosa mi fai fare nella tua camera?
—Quello che vuoi.
—Ma se non abbiamo niente.
—Ci metteremo al sole.
—Mi fa male: lasciami qui, non ho più voglia di alzarmi.
—Hai ancora mangiato?
—Si.
—Che cosa?
—Chi era?—l'altra rispose bruscamente.
—Un conoscente della mamma,
—Allora me lo avresti detto subito; non è vero…—E gli occhi le si empirono di lagrime; poi un brivido la scosse e con un gesto convulso portò la mano sinistra all'orecchio ammalato.
Tina la guardava senza sapere che fare, ma la bimba, sforzandosi a non piangere, seguitò con accento corrucciato:
—Anche tu mi dici la bugia come la mamma, quando va fuori e mi lascia sola per delle mezze giornate. Ho udito bene la tua mamma ritornare su per le scale con quell'altro, un uomo, che camminava anche lui in punta di piedi. Io riconosco il passo della gente per le scale; la mia mamma si era messa all'uscio. Chi era? dimmelo.
—Che cosa può importartene?
—Anche tu andrai via.
—Sei gelosa di me?—disse Tina sorridendo,
—No, no,—stridè stizzosamente:—non lo sono più, perchè non mi vuoi più bene.
—Come non me lo hai detto subito, ieri sera, quando sono venuta a portarti il cioccolatino?
Questa domanda imbarazzò la bambina.
Una ruga le si disegnò nel mezzo della fronte, riprese il topo dalle mani di Tina e tacque, stringendo la bocca come per non parlare più. Tina rimaneva perplessa davanti a questa curiosità ostinata.
—Fra poco ti alzerai; almeno per mangiare con noi.
L'altra non rispose.
—Non vuoi nemmeno mangiare con me? Che cosa ti ho fatto? Sono venuta anche ieri sera subito,—le sfuggì imprudentemente:—io non mi dimentico mai di te, che invece fai sempre la capricciosa. Stamane non mi hai ancora dato un bacio: se è così, vuol dire che me ne vado.
Infatti si era alzata, ma due grosse lagrime si staccavano silenziosamente dalle lunghe palpebre di Bettina.
L'altra le si gettò sopra, prendendole con circospezione la testa e coprendole di baci la fronte:
—Cattiva, cattiva!—seguitava,—che mi vuole mandare via e mi nega un bacio, mentre io penso sempre a lei. Quest'oggi comando io, voglio che ti alzi per pranzare con noi.
—A un patto.
—Quale?
—Chi era?
—L'orco,—ribattè Tina, ferita al cuore da questa insistenza assurda; e rientrò nella cucina.
* * *
Avevano quasi finito di pranzare.
Per la finestra aperta della cucina entrava un bel raggio di sole primaverile, mentre nell'altra camera quasi buia la piccola Betta biascicava ancora la poca porzione di timballo, che la mamma le aveva recato dentro al piatto stesso degli asparagi per fare un solo viaggio. Ella diceva così, e grassa, pesante com'era, quella minima distanza le sembrava un vero viaggio.
Ma Betta aveva ricevuto queste insolite leccornie senza fiatare, dispettosa in cuor suo di capire che fossero dovute a qualche fortuna di Tina, la quale anch'essa l'aveva abbandonata con quell'ultima cattiva risposta.
Invece nella cucina la conversazione finiva facendosi più lenta in quella prima beata soddisfazione di un pranzo cucinato senza i soliti risparmi. La sorpresa preparata dalla signora Veronica per Tina non aveva però avuto il trionfo, che si poteva sperarne, giacchè la ragazza, davanti alla novità di una frittata alla confettura, se n'era sentita anticipatamente disgustata.
—Capisco,—diceva la signora Veronica col suo fare importante,—la vostra impressione: vi pare che con l'olio lo zucchero e i pochi canditi non leghino. Anzitutto i canditi vanno sempre bene, come i baci.
—I baci,—ripetè Tina sorridendo.
—Già. Alla vostra età, fresca come siete, volendo, attirereste i baci come l'aleatico attira le vespe: basta lasciarseli dare da coloro, che avendone maggiore voglia, sono nel caso di cavarsela anche se un po' caruccia, perchè da povera ragazza stracciata si diventi presto una signora di quelle alle quali gli uomini corrono dietro, quando si sono ben seccati con le altre. Come mai i signori si divertirebbero con le loro dame, che hanno da pensare ognuna alla propria famiglia o farsi riguardo di cento cose prima di concedere un appuntamento?
Tina e la mamma ascoltavano sorprese da quel tono professorale, che sembrava compiere il trionfo della signora Veronica sulla fine di quel pranzo, realmente da lei sola voluto e preparato. Con un gomito sulla tavola, gli occhi accesi, il mento sul dosso della mano sinistra, ella parlava assaporando quasi le parole. La superiorità era così palese, che le altre due non tentarono nemmeno di resistere.
—Non volete prendere il caffè? Andrei io giù a farmene riempire una mezza cocoma al Leoncino d'oro,—disse la mamma.
—No, bisogna saper resistere: oggi abbiamo fatto abbastanza baldoria da pari nostre: aspettiamo qualche altra occasione vicina. Perchè non vicina? Io lo credo. E poi, vedete, quando si è veramente mangiato, come oggi, mentre gli altri giorni facciamo le finte di mangiare tanto per mantenerci vive, il caffè solo non basta. Ci vorrebbe anche il bicchierino di cognac. Se sommate tutto questo, ne vien fuori un orrore. Ma era proprio così brutto, Tina, quel signore?—le si rivolse improvvisamente.
La fanciulla trasalì.
—No,—intervenne la mamma:—non era una bellezza, ma nemmeno un brutto uomo.
—Voi non siete competente in questo caso, perchè la prima volta l'uomo fa una impressione assolutamente diversa da ogni altra. Lo domandavo appunto a Tina. Ma quando l'uomo non piace, ecco. Non vi piaceva, Tina?
—No.
—Vedete!—esclamò trionfalmente.
Ma la mamma, che temeva questa piega del discorso, si affrettò a rispondere, con quel suo accento strascicato:
—Non si può sempre avere quello che piace…—ma si corresse subito:—specialmente quando si comincia. Negli uomini io ho sempre preferito le maniere alla faccia: non è forse vero? Alla faccia, se non è di mostro, ci si abitua, ma ai cattivi modi no. Ci vuole della educazione e del buon cuore; quindi i giovani non sono sempre i migliori per una ragazza che abbia bisogno.
—I giovani ci sciupano e generalmente hanno poco cuore.
—Ve n'è anche fra essi qualcuno: quello di ieri sera non lo avevo scelto male. E badate che Tina non si era decisa che all'ultimo momento, perchè aveva fame anche lei come me. Non mi pesa più il confessarlo. Quel signore mi parve d'indovinarlo al modo di camminare, poi avevo visto i suoi occhi alla luce di un lampione.
—Infine ha agito bene: se tornerà…
—Certamente.
—Avete ragione. Gli uomini vogliono sempre rivedere la ragazza dopo una simile scena, e spesso finiscono con l'innamorarsi. Ma bisogna stare attente a non perdersi: i protettori sono più difficili a scegliersi dei mariti. E quando si hanno,—disse alla signora Adelaide con accento lieve di rimprovero,—tutto sta a tenerli.
La mamma sobbalzò sotto la puntura, ma la signora Veronica, come se già avesse studiata la propria parte, si piegò verso Tina e, fissandola con una certa singolarità, riprese:
—Ragazza mia…
A questo attacco Tina volse la testa alla porta dell'altra camera, nella quale Betta curiosissima, come tutti i solitari abbandonati, doveva ascoltare; ma non ebbe il coraggio di alzarsi per chiuderla; poi si sentiva riprendere dalla stessa lassitudine della sera innanzi, quando aveva finalmente ceduto alle istanze della mamma.
—Se vi andate a guardare nello specchio, vedrete come state bene adesso. Siete rifiorita; quel signore di ieri sera non vi riconoscerebbe più. Ecco come dovreste essere sempre per avere tutta la vostra forza, perchè, credetemelo bene, è inutile essere bella e giovane se tutto questo non deve servire a cavarci la fame. Date retta: si campa una volta sola, e la gioventù passa presto; dopo, vedete come si resta quando non si è saputo profittare del tempo buono. Guardate noi due. Io fui veramente disgraziata sposando quell'uomo, ma adesso non giova lagnarsene. Vi pare che discorro nel vostro interesse? perchè io, per me, non ci ho troppo sugo in tutto questo.
—Quello che ti ho sempre detto io, figlia mia!
—Ma è il modo di dirlo,—interruppe l'altra:—Io non pretendo di convincere nessuno, espongo solamente quello che ho visto e che so. Ecco, del resto, ognuno fa come vuole. Tina è libera anche lei, ma siccome le vogliamo bene, bisogna mostrarle i pericoli. Io ve lo dico subito, ragazza mia, che una donna giovine, anche se non molto bella, riesce a tutto: l'abilità consiste nello scegliere la strada, anzi nel sapervi camminare, giacchè tutte conducono egualmente a Roma. Vi sposate, pigliate marito, magari un buon diavolo quando vi volete bene reciprocamente: che cos'è? Date retta, vi hanno insegnato da ragazza che la sola via vera è il matrimonio, la famiglia, i figli… Domine Iddio! non è vero niente: invece avete dato una zuccata nel muro, tutto vi va a rovescio, arrivano la miseria, la malattia, egli muore e se non avete presa la sua malattia, è un bell'affare, ma vi restano i figli ammalati. Il mio caso. Avete visto eh? Vostra madre era più bella di me, non importa, è finita egualmente. Ci vuole testa al mondo, ragazza mia, il resto sono chiacchiere.
—Ma se tutto riesce sempre male a ogni modo…—obbiettò Tina, trascinata a poco a poco nella confidenza di quella conversazione.
—Quando manca la testa: la differenza è lì. Noi abbiamo un tesoro, almeno gli uomini, non so perchè, gli danno tale importanza; io per conto mio,—aggiunse con un sorriso,—non ho mai trovato in loro nessun altro tesoro. Quindi bisogna giovarsene, ragazza mia. C'è stata chi diventò perfino imperatrice; invece lo si butta facilmente come se non valesse nulla.
—Allora,—scattò Tina con un impeto subitaneo d'irritazione,—perchè andar cercando nella strada a chi darlo?
—Se il bisogno ci lasciasse scegliere…—mormorò umilmente la mamma, che la fatica della digestione cominciava a rendere melanconica.
—Non è questo, lasciate dire a me. La fortuna non si decide mai la prima volta, ecco perchè se avete dovuto cedere, avete ceduto male.
—Cedere no!—proruppe la fanciulla.
La signora Veronica finse di non badare a queste parole.
—Anche questo non significherebbe nulla. La mamma ha ragione, non si può sempre scegliere, specialmente quando si è arrivati a un certo punto. L'importante viene dopo, nella scelta dell'uomo, che può fare la nostra fortuna. C'è sempre, credetemelo, costui: siamo noi donne, che abbiamo torto; il minchione, al quale far credere tutto, càpita a ogni donna. Sappiatelo prendere secondo giudizio, e la fortuna è fatta.
—Come?
—Come vorrete: potete diventare moglie o magari non volerlo diventare, secondo i casi.
—Non vedi, figlia mia,—disse la mamma con umiltà anche più bassa,—che se io avessi saputo fare, adesso non ci troveremmo così?
Ma Tina si sentiva salire dentro la rivolta. Senza intendere bene le varie tonalità di quella suggestione, una ripugnanza istintiva gliene svelava il tristo segreto. Si voleva daccapo trascinarla, travolgerla con tutta la sua giovinezza in un sacrificio, del quale non provava che l'oscuro orrore. Ella non aveva una nozione esatta del proprio valore come fanciulla ancora intatta, nè alcuna altra delle idealità così frequenti nelle vergini cresciute fra le pareti domestiche, e tuttavia qualche cosa si ribellava in lei a certe parole, come se un contatto doloroso le facesse sobbalzare tutti i nervi. Attese, le due donne si consultarono con una occhiata.
La signora Veronica si versò dalla boccia un mezzo bicchiere di vino.
—Lasciate stare: perchè Tina non avrebbe ragione? Essa aspetta nella confidenza della propria età, non è vero, ragazza? Voi attendete uno che vi ami per voi stessa e vi sposi, giacchè non vi siete ancora voi stessa innamorata: solamente la cosa è un po' difficile.
—Difficile!—esclamò la mamma dolorosamente:—dite impossibile. Chi volete che venga a cercarvi in questa miseria?
—Infatti bisogna essere in vista: capisco, siete ad un punto tremendo, dal quale non si può andare avanti. Gli uomini rifuggono dalla miseria, questo è certo. Se voi, Tina, foste ben vestita e poteste fare un giro in via Calzaioli, molti signori vi verrebbero dietro, invece se ci passate così, nessuno vi guarderà. Quante ragazze povere finiscono male solamente per questo!
—Io lo dico a voi, signora Veronica,—seguitò l'altra,—perchè oramai siete vecchia come me e potete capire: che cosa volete che ci capiti più se duriamo così? Io sono sempre ammalata: dovrò andare all'ospedale per morirci, se si degneranno di accogliermi; lei resterà sola. Non ho potuto insegnarle niente, un mestiere, metterla per una strada qualunque: adesso come fare? Supponete tutto; che la bustaia la ripigli; non abbiamo un vestito da metterle indosso, è senza scarpe, in due possediamo tre camice rotte sbrandellate. Anche oggi Tina non ha che il corsetto.
La ragazza arrossì.
—E ieri sera?—chiese ironicamente la signora Veronica.
—Lo vedi, figlia mia, che te ne vergogni, mentre non ne hai colpa. Ti accadrebbe altrettanto se ti trovassero una casa, ove fare la serva; non avresti gli abiti per presentarti e non sai fare nulla. Non stiri, tieni a mala pena l'ago fra le dita, non sai cucinare, e come avresti potuto impararlo a casa mia? Che cosa speri dunque, bellina come sei? Che qualcuno s'innamori e ti sposi? Certamente può accadere, ma chi? Un signore, che ti dia da mangiare, no certo: come potresti conoscerlo, tu che non esci di casa? Sarà invece un altro povero diavolo come te, uno di coloro che pigliano moglie non avendo nemmeno il letto. Ce ne sono tanti, e dopo non si sa come mangiare; poi vengono i figli, e allora bisogna fare per loro quello che non si è voluto fare per se stessi.
—Questo mi pare giusto, ma allora è troppo tardi. Una donna, che ha marito, trova più difficilmente di una ragazza il protettore: che volete? I mariti sono spesso bestiali, e gli altri non vogliono averci briga.
—Ammettete pure tutto, ma adesso come se ne esce? ne avete visto poche delle donne a far fortuna. Avete il marito, i figli, vi siete già messa a posto da voi stessa, ed è quasi impossibile mutare: invece da ragazze tutto vi deve ancora accadere.
—Se fossimo ragazze adesso io e voi,—concluse la signora Veronica sorridendo,—eh! vi dico io che faremmo presto fortuna colla nostra esperienza.
Tina si alzò perchè il dialogo pareva finito. Il suo volto era tornato pallido. Betta dall'altra camera non aveva ancora fatto il più piccolo rumore. La piccina aveva ascoltato e capito tutto? Tina se lo chiese con un inquieto sentimento di vergogna come dianzi, quando voleva chiudere la porta. La brutalità di quelle spiegazioni l'aveva quasi soffocata, ma nella miseria avviene sempre così: non si può essere delicati.
Era andata alla finestra.
Qualcuno passava già vestito a festa, il cielo era vibrante di serenità, un sole di primavera accendeva sorrisi dappertutto, sui tetti, sulle gronde, sui muri, sulle selci. Altre donne stavano alla finestra; incontrò i loro sguardi e le parve che la scrutassero.
—Vedete che bella giornata oggi, bisognerebbe poter uscire,—le disse la signora Veronica dietro la schiena.
—Perchè pensarci? non si può.
—Io ho un abito ancora in buono stato, ma a voi non istà bene, non potrei prestarvi che la camicia, il meno necessario, perchè non si vede. Invece sono le scarpe, i vestiti, che più occorrono. Bisognerà pure decidersi a qualche cosa.
—Che volete?
—Io… niente. È per la vostra mamma che ve lo dico: ma io avrei una idea per aiutarvi.
—Non potevate dirmelo prima?
—A che prò se dipende da voi?
—L'idea della signora Veronica è buona,—disse la mamma,—ma sta a te accettarla. Se dovessi farlo io, non ci penserei, tu però sei libera: per me invece sono vecchia e morirò presto. Non ho più bisogno di gran cosa.
—Ecco!—esclamò la signora Veronica, mostrando loro collo sguardo una donna, che appariva alla finestra d'un secondo piano nella casa quasi di fronte:—quella è felice col suo piccolo impiegato delle ferrovie. Prima in casa il marito e i figli crepavano di fame.
Tina si volse a guardarla. Nel vano della finestra si vedeva la sua testa china sotto un grande mazzo di capelli neri, che le lasciavano scoperta una riga bianca sul collo; e il marito, un omaccione rosso, le stava dietro; tutte le donne affacciate sul vicolo la fissavano con occhiate malevole ma invidiose.
—Prima io andavo qualche volta da lei e lei veniva da me; ma da quando le è capitata la fortuna non mi saluta più,—disse la signora Veronica con accento dispettoso:—Voi non fareste così, Tina; ne sono sicura.
—Ma che volete da me?
—Niente.
E le volse le spalle tornando alla tavola per sparecchiare.
Mamma e figlia rimasero alla finestra; non parlavano, ma la gente cominciando ad uscire da ogni porta del vicolo in abito da festa, dopo il pranzo, le rendeva sempre più malinconiche.
Tutti parevano contenti, qualcuno si voltava dalla strada a parlare colle finestre: si udivano saluti, qualche frase di convegni pel pomeriggio.
La mamma aveva cinto d'un braccio la vita di Tina, premendola con lenta carezza.
—Ti ricordi quella volta che uscimmo a far merenda fuori di porta San Gallo colle Tugnoli? Fu l'anno passato, di primavera come adesso: tu avevi ancora l'abito giallo, io stavo quasi bene. Che bella giornata!
—Quanto danaro avete ancora?—chiese bruscamente la ragazza.
—Uno scudo; dopo, io non so più nulla.
—Volete che io dica di sì?
—Tina mia!
—Ebbene… ma adesso non parlatemene più.
* * *
Verso sera la signora Veronica uscì sul pianerottolo ad incontrare una signora, che saliva abbastanza lesta per le scale: si salutarono entrando senz'altro dalla porta di Tina. Anche la mamma, in agguato da parecchie ore, accorse; Tina invece era tornata presso Betta.
—È la signora Cesarina,—disse la signora Veronica cominciando la presentazione:—e questa è la mamma.
La signora era magra, con tutti i capelli neri e due occhietti rotondi, vividi: vestiva modestamente e mostrava una franchezza, che rendeva anche più dura l'espressione della sua fisonomia. Quindi, senza attendere l'invito, si gettò sul pagliericcio del canapè ed allentò i nastri scuri del cappellino, che la stringevano sotto il mento.
Con una occhiata rapida e sicura aveva già valutato quanto era nella cucina: le altre due rimanevano imbarazzate.
—Le scale sono un po' erte,—disse quasi scusandosi la Veronica.
—Il peggio è che sono lisce, e non conoscendole c'è da sentirsi mancare sotto un piede.
—Noi ci siamo avvezze.
—Lo credo.
Successe una pausa.
La signora Cesarina sembrava cercare con lo sguardo.
—La ragazza è di là, nella mia camera, da Bettina,—disse la signora
Veronica: vado a chiamarla.
—Aspettate: ma perchè non vi accomodate anche voi altre?
Quando furono sedute, la signora Veronica sbirciando la mamma di Tina come per incoraggiarla mormorò:
—Sì, è meglio parlare prima.
Una certa difficoltà rimaneva tuttavia fra di loro: la signora Cesarina più pratica si rivolse alla mamma con un sorriso:
—Avevo detto che sarei venuta prima, ma ho trovato qualcuno per strada, che mi ha fatto deviare; non è però molto tardi, ci si vede ancora benissimo, abbiamo tutto il tempo per discorrere. E così, che cosa volevate dirmi?
A questa domanda quasi brusca l'altra ebbe come uno smarrimento, ma la signora Veronica la sovvenne:
—Lo sapete bene, signora Cesarina.
—Sì, sì, mi ricordo tutte le vostre parole, ma io non posso quasi nulla, ciò dipenderà dalla ragazza quando l'avrò vista. Non siamo in tempi fortunati per nessuno, veggo che anche voi altre avete avuto delle disgrazie; mi avete detto che la ragazza si chiama Tina.
—Sì.
—Ed è ben disposta, non è vero?
La signora Veronica guardò l'amica.
—Sì,—balbettò questa.
—Badate, noi dobbiamo spiegarci chiaro,—si rivolse alla signora Veronica, ma evidentemente parlando coll'altra:—mi avete detto che la ragazza è minorenne e che venivate da parte sua, ma ho potuto capire dalle vostre parole che eravate mandata piuttosto dalla mamma. Io sono franca, e specialmente in certi casi bisogna spiegarsi bene per non avere a pentirsi poi. Sapete benissimo che vi è la legge, dentro la quale è facile cascare: si busca un anno per lo meno e si è rovinati per sempre: dunque la ragazza ne è contenta?
—Con me ha detto così,—rispose la signora Veronica:—potrete interrogarla voi stessa.
—C'è tempo. Ho voluto avvisarvi dei pericoli, perchè non sarei sola a correrli. Càpitano spesso di questi casi per corruzione di minorenni, e quasi sempre per la colpa della ragazza, ma allora va di mezzo anche la mamma. Lo sapete eh?
—Lo so, lo so; ma non è il caso; io e Tina ci vogliamo bene. Se non fosse…
—Lasciate, è sempre così e non c'è nulla da fare. Volevo solamente farvi capire che, se consento ad aiutarvi, non vorrei ricevere per contraccambio un cattivo servigio. Ditemi, la ragazza ha davvero solamente sedici anni?
—Sedici compiti il ventidue dello scorso febbraio.
—È bella?
—Sì, sì, bellina, la vedrete,—intervenne la signora Veronica:—un po' magrolina, ma questo in lei può piacere di più.
La signora Cesarina fece una smorfia.
—Credetemi, adesso vado di là a chiamarla.
—Aspettate: e per il resto, è davvero,—si volse alla mamma,—come la signora Veronica mi disse?
—Sì, ve lo posso giurare.
—La vedrò io stessa, mi fido del mio occhio,—aggiunse alteramente.—Poi è impossibile ingannare noi donne su questo, mentre gli uomini ci cascano invece facilmente.
La signora Veronica sorrise.
—Non crediate però che accada sempre così. Nel matrimonio è facilissimo, la passione stessa impedisce di accorgersene, ma quando gli uomini sono a sangue freddo e intendono comprarsi questa originalità, diventano schizzinosi. È un puntiglio, sapete: vogliono dopo poter dire a se medesimi di esservi riusciti, e più sono vecchi più sono esigenti.
Uno strano sorriso le passò sulle labbra, poi disse:
—Volete chiamare la ragazza?
—Per carità non la spaventate!—esclamò la mamma; e il suo grido fu così sincero che l'altra si volse a guardarla.
—Ma sì.
—Volevo dirvi,—quella seguitò umilmente:—siamo in miseria: la povera ragazza è appena vestita.
—A questo ci penso io: bisogna presentarsi benino.
—No: intendevo dire che foste indulgente: la ragazza soffre e diviene facilmente ombrosa.
—Devo andarla a chiamare?—chiese la signora Veronica.
La mamma rimaneva perplessa: si vedeva che una domanda difficile le si presentava allo spirito senza che ella trovasse la forza o il modo di esprimerla. Nel volto scarno, pallido, gli occhi chiari tremavano d'inquietudine.
—Che cosa volete dire?—intervenne per aiutarla la signora Veronica.
—Dite francamente, oramai io so tutto… perchè ella mi ha raccontato i vostri casi.
—Ecco…
E si fermò: un pudore orgoglioso le impediva di andare avanti. Non l'azione, ma il suo motivo la facevano vergognare, impedendole di sostenere lo sguardo fisso e duro dell'altra, che naturalmente aveva già capito. Ma appunto per questo le lasciò crescere l'imbarazzo.
—Spiegatevi dunque.
—Veda, se non fossimo così povere, capisce anche lei che non si farebbero certe cose. Io ho acconsentito per l'interesse di mia figlia, perchè così come viviamo non si può andare avanti. Ma non vorrei, ella mi capisce, che Tina si rovinasse per niente.
Non aveva ancora finito di parlare che la stonatura di quelle parole la fece daccapo soffrire; provava anche un certo freddo come di qualche cosa, che le si distaccasse dentro.
—Non temete…—l'altra ribattè con un sorriso di autorità:—bisogna però che io la vegga prima, e dopo discuteremo insieme. Intanto vi avviso che non dovrete sognare troppo: il vostro caso non è raro adesso che ci arrivano tante ragazze dalla campagna. Andate pure a chiamarla.
—Siate buona!—non seppe tenersi dall'esclamare la mamma, mentre la signora Veronica usciva.
La signora Cesarina si era ricomposta sul canapè, e in quella luce che cominciava ad oscurarsi, la sua figura e la sua faccia raddoppiavano sull'altra la vaga impressione di terrore provata sino dal principio della scena. Confusamente, in uno spasimo segreto, ella rivedeva i momenti migliori della propria vita, come certi infermi alla vigilia di subire una operazione chirurgica tremano di un freddo spirituale e fuggono nel passato, dove già la loro anima si esaltò nel fervore della speranza. Adesso quella donna magra, dalla faccia arida e dura, quasi di uomo, forse molto ricca sotto quegli abiti modesti, le incuteva ancora più rispetto che paura; e doveva essere senza dubbio il rovescio di lei stessa così molle in ogni volontà e cedevole a tutte le influenze. Come mai aveva potuto decidersi a un simile mestiere, giacchè anche quello era un mestiere? Chissà quante povere madri, quante povere ragazze aveva veduto piangere senza commuoversi! Ella invece non lo avrebbe potuto, il dolore degli altri le faceva male quanto il proprio.
Almeno lo credeva.
La signora Veronica comparve con Tina: la madre guardò subito a questa, meravigliandosi di vederla entrare a testa alta.
Ma si udiva piangere Betta nella stanza lontana.
—Mi hanno detto che volete vedermi,—disse Tina con un certo tremito nella voce.
—Sì, ragazza mia, lo desideravo anch'io, perchè la signora Veronica è venuta a parlarmi da parte vostra.
Tina si lasciò sfuggire un atto di diniego.
—Sono venuta ad intendermi con voi e la vostra mamma, per fare le cose benino e… state ben dritta che vi vegga, ecco… Eh! non c'è male, potete diventare una bella ragazza, se vi nutrirete meglio e sopratutto se avrete giudizio. Ma adesso non voglio dirvi tutto; io non sono come le altre,—e abbassò involontariamente la voce:—vorrei essere utile alle ragazze che ricorrono a me, ma esse non hanno mai quasi giudizio, mentre io procuro loro relazioni eccellenti. Voi mi sembrate franca.
Tina sorrise a questo complimento inaspettato, ma alzando gli occhi non potè sostenere lo sguardo dell'altra, che già la dominava. Erano bastate poche parole a stabilire il patto segreto ed infrangibile: oramai non si apparteneva più. Allora, in un impeto improvviso quasi di rivolta, volle interrogarla brutalmente, chiederle tutto, discutere a testa alta, mentre la mamma e la signora Veronica invece parevano soggiogate dal rispetto dei poveri in faccia ai padroni; ma si accorse che le parole non le sarebbero mai uscite dalla bocca.
Una nube le passò sugli occhi e qualche cosa le pesò dietro la nuca come una mano, che la tirasse pei capelli verso terra: ed era quasi la stessa sensazione della sera innanzi, quando quel signore l'aveva bruscamente afferrata alzandola sul proprio petto per gittarsi sul canapè. Le parve di diventare fredda, scura; forse i morti sono così nel sepolcro. Quelle tre donne le erano già egualmente estranee, ma aspettavano la sua parola come ella aveva veduto molte volte i gatti attendere silenziosamente sulla tavola una buccia di formaggio.
—Ho pure detto di sì!—avrebbe voluto gridare per sottrarsi a quella oppressione, che le chiudeva la gola.
Si alzò.
—Dove andate?
—Bettina piange.
Infatti le strida della piccina si erano fatte più rare e sottili: si sarebbe detto che anche a lei, in quella camera lontana, una nuova lenta paura soffocasse il dolore di un ultimo abbandono.
—Non volete dunque ascoltarmi? Abbiamo appena cominciato a parlarci,—disse la signora Cesarina con accento severo.
—Ma Tina!
Questa si rivolse alla mamma, che aveva quasi gridato, e vide nei suoi occhi lo stesso suo smarrimento.
—Sì, sì,—rispose con una ultima stretta, rivolgendosi dall'uscio.
Quando fu uscita, la signora Veronica si affrettò a dire:
—È lei che mi quieta sempre la piccina.
* * *
La mamma le aveva detto:
—Ci daranno cento franchi, sei contenta?
Questa cifra, che a Tina parve grossa, non le aveva però prodotta alcuna eccitazione; invece la sua fantasia era rimasta sbigottita da un'altra domanda:
—Chi sarà dunque?
Chi era l'uomo, che senza averla mai vista, potrebbe entrare per il primo nella sua vita come in uno dei tanti luoghi pubblici? Era giovane? vecchio?
Adesso nessuno le era più abbastanza straniero per poterlo respingere, ma quella sensazione di avvilimento, quando la prima volta si era trovata sola nella casa delle due zitellone, le ritornava più profonda e più fredda. Anche allora si era accorta di essere trattata come qualcuno, al quale non si deve nulla. Si ricordava che una mattina, uscendo dalla chiesa, aveva veduto un grosso cane avventarsi contro un bambino solo nel mezzo della strada; ella si era gittata coraggiosamente innanzi a salvare il piccino, ma nessuno aveva poi pensato a ringraziarla. Invece le due zitellone si erano intenerite pel bambino troppo piccolo per aver capito o sentito nulla.
E il suo pensiero, simile ai ciechi, che camminando sembrano prima tentare la via coll'istinto, deviava davanti alla nuova difficoltà: non voleva vedere ancora, tremava d'immaginarsi la faccia di quello sconosciuto. Invece dal cuore le saliva quasi una compiacenza amara e sottile di questa immolazione ad un uomo, che non si sarebbe nemmeno ricordato di lei: quindi si sottometteva senza lagnarsi con quella ironia muta dei poveri contro il destino. A che prò questo trionfo sulla loro miseria? Questa ingiustizia di offrire tutta una vita alla golosità di un vizio forse vecchio?
Pensava.
—Mi domanderà chi sono, e quando gli avrò detto che mi capita di fare così per la mamma, tutto finirà come se non avessi parlato. Egli non farà come l'altro.
E quella pallida, alta figura le riappariva nell'ombra della camera, davanti al letto immerso nelle tenebre. Tina s'incantò a guardarla: le parve di vedere ancora la stessa tenerezza ne' suoi occhi così accesi, e quello stesso fremito nella sua bocca di giovane, sotto i baffi appena nati, mentre la signora Cesarina aveva invece parlato di un signore molto rispettabile, capace di farle del bene. Erano le sue parole colla mamma, e Tina rimeditandole ne sentiva ancora una volta il peso sotto l'accento duro, autorevole. Nessuno doveva sapere dell'avventura; era un capriccio, come possono averne i signori, del quale bisognava profittare come di una buona fortuna.
* * *
Poi si ricordò che un giorno in campagna aveva veduto morire una gallinella.
Erano passati degli anni, ma improvvisamente rivide come dentro un quadro pieno di sole quella scena, che al suo cuore di fanciulla aveva fatto una così dolorosa impressione. Ella era uscita colla massaia sul prato del podere a mezza costa di Monte Ricco fra una verzura di oliveti e di gelsi: i grani biondeggiavano piegandosi indolentemente sotto l'alito di uno scirocco caldo, e anche adesso le pareva di riconoscere la scena sotto il cielo lucente, colle ville bianche, che in lontananza coronavano i poggi tra file immobili di cipressi.
Avevano finito di pranzare; la mamma era rimasta sonnecchiando coi gomiti sulla tavola; Matteo, il contadino, andava e veniva dalla stalla alla cucina, e i due bambini erano scomparsi.
Tina seduta sull'erba del prato accanto alla massaia guardava giù verso il rio nascosto, che serpeggiava nella valle.
Improvvisamente un pigolìo rotto da strida tormentose la distrasse. Era una torma di pollastrelli, che inseguivano una piccola gallina zoppa, dalla cresta appena simile ad una riga di sangue sulla testina tutta bianca, ma un'ala rotta e mezzo aperta le strisciava sul terreno, diventando più grande che tutto il resto del suo corpo. La chioccia, grossa e rossastra, colla cresta ricurva, che le batteva sopra un occhio, era rimasta un po' indietro dalla torma così stridula ed accanita contro quella piccola sorella ferita chi sa da chi. Si distinguevano i galletti dalle gallinelle agli occhietti di fiamma e alla cattiveria, che la paura e lo spasimo della perseguitata rendevano impaziente. Che cosa era accaduto? Ella pensò che si disputassero qualche cosa, ma non vide nulla. La gallinella tentava di fuggire col becco aperto, strascinandosi dietro l'ala e la zampa rotta per riparare dentro gli spini della siepe, che circondava il campo sulla strada; però doveva attraversare una larga terra piantata di formentone e di fagiuoli. Tina tremò che non vi arrivasse; poi non si sarebbero cacciati anche gli altri fra la siepe? Come la sua zampa e la sua ala ammalata vi avrebbero potuto penetrare?
La chioccia si era fermata beccando le larghe foglie di un'erba, che aveva un fiorellino giallo sopra il gambo sottile, senza accorgersi di quella scena.
Tina vide la gallinella cadere due o tre volte incespicando nei gambi dei fagiuoli, e quindi sparire sotto tutte quelle zampe e quei becchi furiosi.
—Perchè fanno così?—chiese con le lagrime agli occhi, tirando la massaia pel grembiale.
—È la sciancatella: giovedì nella strada le passò sopra una ruota di baroccino; non è più buona a nulla.
—L'ammazzeranno.
—I pollastrelli sono vivaci, bambina mia,—rispose la massaia sorridendo.
Ella invece si era alzata ai lamenti, che salivano da quel tumulto fra il verde dei fagiuoli e del formentone. Non si vedeva più nulla: galletti e gallinelle si pestavano l'un l'altro cacciando innanzi il becco, si saltavano sul dosso e ne scivolavano fra nuovi scoppi di collera: due galletti si battevano già coi petti tentando di ferirsi sulla testa.
Subitamente la sciancatella sbucò di sotto a quella rissa riprendendo la corsa verso la siepe come se una forza nuova la spingesse; ad ogni moto si vedeva la zampa rotta torcersi nello sforzo di stringere qualche cosa fra le dita per spiccare lo slancio, e invece restava più indietro dell'ala mezzo aperta come un ventaglio dalle stecche fracassate. Ma gli altri la inseguivano senza requie: un galletto bianco, colla cresta rossa, dentata, che spiccava vivamente su tutto il suo candore, le correva a fianco per fermarle colle zampe l'ala ferita, mentre col becco s'ingegnava di colpirla nel collo.
Ma l'altra non si fermava; oramai era a pochi passi dalla siepe. Con uno sforzo disperato vi cacciò la testa, e allora tutti le furono nuovamente addosso; l'ala rotta non poteva entrare nel vano, nè coprire il piede ferito, che vi rimaneva dietro, disteso come morto. Tina stentò a frenare un grido. L'aveva creduta quasi salva e invece si era perduta irresistibilmente. Poi quella furia si stancò, alcune gallinelle si sbandarono, la chioccia alzando la testa gittò due o tre appelli gutturali: soltanto un gruppo più accanito percoteva ancora coi becchi, specialmente quel galletto bianco, che voleva a ogni costo montarle sul dosso e sembrava impazzire nella collera di non riuscirvi. Gli altri si ritraevano già lentamente, minacciandosi fra loro. Si udiva la sciancatella stridere, perchè adesso le beccavano il piede senza che potesse nemmeno nasconderlo sotto l'ala, che il galletto bianco le schiacciava con tutto il proprio peso. Uno spasimo le contorceva il collo, mentre colla testa dentro il viluppo degli spini tentava di spingersi più avanti, ma le forze le mancarono e col becco aperto non mise più che un rantolo lungo di agonia.
Tina era sempre in piedi.
Il suo piccolo cuore si sentiva gelare nello spettacolo di quel lento assassinio; avrebbe voluto tirare daccapo la massaia pel grembiale; ma il suo viso calmo, immobile in un altro pensiero, le metteva quasi paura.
Allora fece qualche passo per discendere nel campo, poi si arrestò ad un moto dell'altra: come rispondere se questa le avesse domandato che cosa voleva? Tina stessa non lo sapeva.
Uno strido più acuto la ferì e vide il galletto bianco indietreggiare, mentre l'ala si celava tra gli spini. La fanciulla si portò ambo le mani alla bocca dalla contentezza. Ma anche il galletto si era cacciato nello stesso vano.
Nuovamente la testa della sciancatella sbucò dalla siepe: voleva fuggire pel campo cercando qualche ricovero più sicuro, gli spini tremavano e oramai tutto il collo ne era fuori, quando un altro galletto rosso vi saltò sopra. Tina scorse quella testa fra due zampe con un'altra testa, che le batteva sopra oscillando. Chiuse gli occhi.
Dopo su quella testa vide il galletto bianco beccare dentro il buco vuoto dell'occhio; la testa si muoveva ancora, ma non strideva più.
*
* *
La mattina sulle dieci, quando Tina ebbe finito di vestirsi, sentì una improvvisa debolezza; la mamma e la signora Veronica se ne accorsero.
—Che cosa hai?—quella chiese.
Ma la ragazza non avrebbe saputo dirlo.
La signora Veronica le aveva prestato una delle sue camice, una gonna e un paio di calze bianche, la signora Cesarina aveva mandato un paio di stivalini suoi, quasi nuovi, con un abito della serva, di lanetta blu; e però Tina non pareva più la stessa.
Silenziosamente si era lasciata pettinare e vestire. Il suo pensiero vagava, sebbene nulla le sfuggisse di quei particolari, nei quali le due donne mettevano un'attenzione passionata, mentre alla signora Veronica gli occhi si accendevano di strane fosforescenze e il suo accento pareva indugiare su certe parole.
Ma nel vederla impallidire disse:
—Ho capito; manca un'ora, è meglio che la passiate aspettando dalla signora Cesarina.
—Perchè non ci accompagnate anche voi?
—Non conviene; anzi Tina dovrebbe andare sola.
La ragazza tremò.
—Ma siccome è troppo agitata, l'accompagnerete voi. Io vi aspetto qui preparando la colazione.
Tuttavia qualche cosa le aveva già divise, adesso che tutti i preparativi erano finiti. Invece di sorridere sembravano prese da una specie d'imbarazzo; la signora Adelaide si era voltata alla finestra, Tina soccombendo ad una debolezza di ammalata guardava con occhi atoni. La sua anima, prostrata sotto il peso dell'irrevocabile, ne perdeva a poco a poco anche la paura, ultima ribellione dell'istinto.
Infatti non pensava quasi più nulla di quanto si era figurato nella notte.
Quel primo, profondo mutamento della donna, dopo il quale nessuna riconosce più se stessa, si era in lei compiuto indossando quegli abiti di un'altra donna, che avevano forse servito più volte al medesimo scopo.
Dov'era? Dove andava?
Anche la mamma non era più la stessa.
La fanciulla n'ebbe una sensazione così acuta che si voltò; ma la signora Adelaide, già vestita con una gonna e uno scialle della signora Veronica, andò allo specchio per accomodarsi il fazzoletto sulla testa: Tina pure vi tornò per l'ultima volta. Era pallidissima, con una fisonomia quasi impietrita: nullameno si accorse d'essere bella.
Partirono. Nella stanza deserta non rimaneva più nulla di loro, che andavano avanti.
* * *
Per la strada nessuno le guardava.
Tina ne provò una oppressione anche maggiore. La sua piccola testa era sconvolta; a certi momenti le pareva persino impossibile di essere uscita per andare in casa di quella donna, che conosceva appena, e che aveva promesso cento lire. Come mai gli uomini avevano simili capricci per una ragazza sconosciuta, sapendo che dinanzi a loro non può che tremare di paura e di ripugnanza? Per cento lire ella non sarebbe più stata come prima, senza che questo fosse nemmeno un sacrifizio, poichè non se ne sentiva dentro l'orgoglio doloroso. Anzi una inesprimibile vergogna le faceva anticipatamente abbassare la testa pensando a quel signore, che nel guardarla doveva subito giudicare se con lei cento franchi fossero spesi abbastanza bene. Quindi temeva di scoppiare in pianto come la sera precedente, nell'istante supremo, sotto l'impeto di uno spasimo irresistibile.
Nella strada illuminata da un bel sole la folla passava senza badare a quelle due donne, che camminavano frettolose. Tina invece guardava nel viso alle ragazze, quasi desiderando che qualcuna potesse leggerle negli occhi e rispondere con uno di quei sorrisi, che non mancano nemmeno ai poveri nelle loro lunghe ed inutili questue. Ma l'indifferenza della gente le faceva male. E pensava: se mi gettassi ginocchioni nel mezzo della strada per dire tutto singhiozzando, la gente si metterebbe a ridere: infatti che cosa avrebbero potuto farci? Stava a lei di resistere con tutte le forze dell'anima: la mamma, che adesso camminava a testa bassa, non aveva insistito, nessuno le aveva usato violenza. Non erano stati nemmeno consigli, ma semplici osservazioni, parole dolenti di esperienza, alle quali rispondevano parole anche più tristi nel suo cuore: non l'avevano ingannata, non si era ingannata; dopo quella mattina comincerebbe per lei un'altra vita, e la signora Cesarina le comanderebbe sopra ben più che la mamma.
Poi la cosa si saprebbe e bisognerebbe forse mutare di casa in casa per andare chi sa dove; chi era l'uomo, che finirebbe col prenderla con sè? Questo sogno della mamma poteva bene avverarsi, ma era ancora così oscuro che le dava una nuova paura.
Tuttavia non le veniva nessuna voglia di resistere, anzi una reazione del sangue giovane le fece rialzare la testa; guardò la madre, guardò in aria. La gioia della primavera rideva dappertutto; sull'acqua del fiume la luce sfolgorava come da un cristallo; sulle lance dorate di un lungo cancello nero dinanzi ad un palazzo nuovo si accendevano baleni. Passavano molte carrozze, signore e signori felici, eleganti; vagavano sentori di profumeria, voci di ragazzi schiamazzavano.
—Quanto staremo là?—chiese improvvisamente alla mamma, come se andassero ad una visita ordinaria.
—Non so,—questa rispose stupita della domanda.
Ma Tina sentiva un nuovo bisogno di parlare.
Una signora bellissima, tutta vestita di nero con una piuma rossa sul cappello, alta, pallida, passò loro vicina senza guardare: molta gente si rivolgeva dietro di lei; poi Tina vide un vecchio mendicante tenderle la mano da lungi. Quella signora doveva essere ricchissima: vi era una sicurezza così orgogliosa nella sua figura che la fanciulla ne provò un avvilimento: infatti ella non avrebbe mai saputo, comunque la fortuna potesse aiutarla, passare a quel modo fra la gente. Aveva veduto il suo volto bianco, impassibile, come se la strada dinanzi fosse vuota.
Erano giunte sul ponte alla Carraia: il sole scottava, la mamma allentò il passo per asciugarsi il sudore sotto quel fazzolettone, ma era pallidissima.
Allora Tina pensò che avrebbe fatto meglio ad andare sola, mentre così era una disgrazia, che le colpiva tutte due insieme come avevano sempre vissuto. Però quella necessità di vivere in un modo in un altro non si poteva più discutere. Colpa di chi, se non ve n'era uno migliore? Era forse colpa di Bettina se era stata sempre ammalata? La gente ha un bel dire quando pretende che non si facciano certe cose, quasi che si potesse davvero non farle.
—Andiamo, andiamo,—disse la mamma—come indovinando in lei questi pensieri.
—Sei tu adesso che stai male.
—No.
—Se ti vedessi nella faccia! sei verde.
—Toh!—proruppe toccandole il gomito per mostrarle un'altra signora, che veniva loro incontro.—Questa la conosco,—seguitò abbassando la voce;—una volta faceva la cameriera con l'Adelaide Tessero, la famosa prima attrice, e adesso è la mantenuta dell'avvocato Crespi. Guarda come è ben messa.
Ma per paura di essere riconosciuta sotto quei poveri panni volse la testa verso Tina: la ragazza invece guardava. La signora non era bella e nemmeno più giovane, con una di quelle arie superbe che sembrano voler significare, magari inutilmente, il disprezzo verso la povera gente.
La mamma si era voltata ad esaminarla per di dietro.
—E dire che fui io a farla entrare come cameriera in casa dell'Adelaide
Tessero: senza di me forse non avrebbe fatto fortuna. Ci vuole testa,
Tina, specialmente in principio.
—Perchè dunque mi conduci là?—fu quasi per prorompere la ragazza.
Svoltavano già all'angolo dell'ultima strada.
Tacquero.
* * *
La signora Cesarina le accolse col solito sorriso importante.
Esaminò subito Tina e si compiacque che l'abito le andasse abbastanza bene: anche la serva, che pareva una ragazza nella fisonomia, ne convenne, ma la sua voce era fessa e negli occhi verdastri le brillava una luce fredda.
Poi rientrò nella cucina.
Le tre donne rimasero nel salotto. Tina si aspettava un nuovo discorso; invece la signora Cesarina si mise a parlare con la mamma delle spese sempre più grosse pel mantenimento della casa.
—Vedete la mia; ora ve la mostrerò, non è gran cosa,—ma si sentiva nell'accento delle parole una compiacenza orgogliosa,—e mi costa un occhio. Non tengo che quella serva, la quale fa anche la cucina per bene, se qualche volta capita ad un signore di volere cenare qui. Se vi dicessi la cifra della pigione, rabbrividereste, perchè questa strada non è poi delle prime.
—Però è una bella strada,—si credette in dovere di contraddire la mamma.
—Sì, sì; questo appartamento in via Calzaioli o in via Cerretani costerebbe chi sa quanto. Ma è un fatto che bisogna avere una casa passabile, e così accade anche per i vestiti. Io ho una sarta, brava donna, che lavora per poco:—e i suoi occhi si volsero a Tina:—ve la insegnerò.
La mamma ebbe un sospiro pensando ai propri tempi belli, mentre Tina invece avrebbe voluto domandare il nome del signore, che attendevano; ma non l'osava. La signora Cesarina in quell'ampia veste da camera, color di edera morta e orlata di blonde rossigne, le imponeva un rispetto quasi pauroso: il suo riserbo e la calcolata inutilità di quel discorso aumentavano per lei l'incertezza della attesa.
—Venite, vi mostro l'appartamento.
Da quel salottino bislungo, nel quale non erano che un sofà, un tavolo e altri due tavolini a muro con le specchiere, passarono subito in una camera più bella. Un grande letto vi si allargava sotto un baldacchino, nel cui mezzo uno specchio rettangolare s'inchinava fasciato da una larga striscia di fiori, e altri fiori erano dipinti in alto sulla lastra. Tutti i mobili erano biancastri. Tina camminava adagio sul tappeto grigio, lanoso; ma stupì maggiormente nello scorgere un altro specchio nascosto sotto il cielo del baldacchino.
—Questa coperta bisogna levarla, perchè si sciuperebbe,—disse la signora Cesarina—sollevandone con ambo le mani un lembo per mostrare loro la ricchezza della frangia.—Guardate come la coperta è ampia, tocca quasi il tappeto.
Tutte e tre indugiavano dinanzi a quell'immenso letto bianco: anche la camera era quasi troppo grande, piena di un silenzio e di una penombra che turbavano.
—Ho messo le tende anche alle porte perchè non si odano rumori: quelle delle finestre sono doppie. Invece entrate in questa camera più modesta, è la mia.
—Ma è bella altrettanto!—esclamò la signora Adelaide.
—Che cosa dite? I mobili sono di noce e il letto per una persona sola. Io vivo a me, non ho nessuno. Ecco, quell'uscio mette nel corridoio d'ingresso: se qualcuno non vuol essere veduto, invece di entrare nel salotto, passa per la mia camera. Quella porta in fondo è della cucina.
Compirono il giro tornando nel salotto.
Appena dentro, la signora Cesarina si fermò dinanzi alla ragazza per accomodarle sul petto una piega.
—Potreste comprare questo abito, che vi sta alla perfezione, e anche le scarpe, sapete? Il vostro piede è quasi piccolo quanto il mio,—seguitò sporgendolo dalla veste:—vediamo, confrontiamo. Queste scarpe le ho messe soltanto due volte, ve le posso cedere per dodici lire, un vero regalo. L'abito ne costa cinquanta, ma per voi, piccina, giacchè ho preso a proteggervi, dirò a Tuda di fare un sacrificio. Ve lo cederà, è capricciosa; adesso l'abito non le piace più.
La mamma capiva benissimo che simili prezzi erano esagerati, ma non voleva contraddire e sbirciò Tina; questa anche più imbarazzata aveva abbassato gli occhi.
—Non sarete sempre così, figlia mia?—disse la signora Cesarina facendole una carezza sotto il mento:—non sareste divertente. Bisogna essere allegre almeno nella gioventù, se no gli uomini si disgustano: dite dunque qualche cosa; non avete ancora aperto bocca.
—Che cosa debbo dire?—domandò Tina con voce grossa di una emozione dolorosa, che l'altra finse di non avvertire.
Il momento si avvicinava.
Nel gabinetto il silenzio diventava greve. Malgrado la lunga pratica, anche la signora Cesarina cominciava ad essere imbarazzata dal contegno umile e dolente delle due donne: per solito non accadeva così. I suoi occhietti neri andavano dal viso dell'una a quello dell'altra senza che sulla sua faccia magra ed impenetrabile apparisse nulla, ma il suo giudizio su loro era già formato. Quindi, per evitare che questa goffaggine calasse ancora di tono preparando qualche spiacevole incidente, tentò di far parlare la ragazza chiedendole delle sue amiche.
—Ma non ne ho.
—Nessuna?
—Nessuna.
—Da molti anni,—intervenne la mamma col suo accento strascicato,—viviamo così ritirate che io stessa ho perduto di vista tutti i miei conoscenti.
—Ebbene, avete fatto male. Io vi procurerò delle relazioni, se mi darete retta: non sarete le prime donne alle quali ho aperto la strada della fortuna. Ma bisogna lasciarsi guidare e non commettere balordaggini, specialmente in principio.
—Quello che dico sempre io.
Tina alzò la testa.
—Ma avrete fiducia in me?—seguitò la signora Cesarina.
—Sì.
—State dunque allegra; diavolo! si direbbe che vi faccia male un dente e che aspettiate qui il dentista.
Il motto era così bizzarro e lo scatto delle parole così vivo, che le due donne dovettero sorridere.
Ma un rumore sommesso arrivò nel salotto. Tacquero; la signora Cesarina si alzò e poco dopo la faccia scialba della serva apparve alla porta senza dir nulla.
La signora Cesarina uscì.
Appena sole, le due donne si guardarono tremando. Tina era diventata orribilmente pallida, si sentiva attanagliare lo stomaco, ma fece uno sforzo supremo per resistere, perchè questa volta era decisa; la madre glielo lesse negli occhi senza osare di dirle nulla. Adesso era lei che dubitava: dopo quella grande giornata del pranzo, in quel salotto quasi ricco, davanti a Tina ben vestita, non provava più quella oppressione continua e soffocante della miseria. Come se fosse tornata ai tempi buoni, il suo orgoglio e il suo affetto si ribellavano improvvisamente alla violazione segreta della figlia, al sacrificio di tutto il suo avvenire, senza sapere nemmeno il nome dell'uomo cui doveva abbandonarla nella disperazione della morte. Ella le vedeva infatti sul volto tutti gli sforzi, coi quali tentava di resistere, e che le rompevano senza dubbio qualche cosa dentro.
La ragazza si portò una mano al cuore, ma la sua testa era ancora alta, fremente.
La signora Cesarina rientrò.
Capì, ed affrettandosi per timore di uno scoppio, le prese carezzevolmente la mano:
—È venuto,—sussurrò.
—Chi è?—chiese la mamma.
—Non bisogna farlo aspettare: con le persone come lui non sarebbe bene, quantunque sia molto buono. L'accompagnerò io di là; voi non potreste mostrarvi così vestita. Venite eh!
Tina si scosse, ma i suoi occhi non sapevano staccarsi dalla madre: una fiamma vi bruciava e pareva salirle su per la fronte come da un altare di marmo; non disse parola: era così bella in quel momento che anche la signora Cesarina ne rimase colpita.
La mamma abbassò la testa.
—Andiamo.
La ragazza ubbidì, ma la signora Cesarina le si mise dietro quasi per impedirle di arrestarsi; poi aperse l'uscio e rinchiuse.
La mamma con la faccia sconvolta corse a cercare il buco della serratura senza ricordarsi che dall'altro lato la porta aveva una pesante tenda di iuta.
* * *
Passò del tempo.
Ella non osava sedersi: involontariamente il suo orecchio si tendeva a cogliere un qualche rumore da quella camera, mentre il silenzio intorno diveniva più opprimente e nel fondo dell'anima una nuova paura, come di una disgrazia nuova, la faceva tremare con dei brividi simili a quelli della febbre. Non era stato così la sera innanzi quando quel signore stava con Tina nella cucina. Adesso la sua ripugnanza di donna debole si rivoltava finalmente contro quel mistero, del quale la signora Cesarina sembrava quasi compiacersi: ella non si aspettava a questo. Aveva creduto di poter parlare, difendendo la propria figlia perchè almeno fosse trattata bene, e invece non aveva visto nulla, non sapeva nulla: chi era dunque quel signore? Perchè non voleva farsi vedere? Era un mostro?
Certo doveva essere un signore se poteva gettare così cento lire, ma anche di queste ella ignorava la propria parte. Istintivamente capiva che la signora Cesarina si farebbe pagare ben caro il nolo delle scarpine e dell'abito; poi vorrebbe qualche altra cosa per sè. Quanto?
Vi pensava ancora, quando la signora Cesarina entrò dall'altra porta del salotto silenziosamente, chiamandola con un gesto.
—Sedete, dobbiamo parlare,—disse a bassa voce.
Il suo volto era diventato più freddo.
—D'ora innanzi, lo capite voi, la ragazza non può andare così mal vestita: non parlo di me, ma nessuna altra casa inferiore alla mia l'accoglierebbe. Vi ho già detto che fareste bene a comprarle l'abito della mia serva e quelle scarpine, ma siccome è la prima volta che trattiamo insieme, non voglio che mi prendiate per quella che non sono. Così ho chiesto alla serva che cosa esige per il prestito dell'abito e l'ho trovata di buona vena; si contenta di dieci lire. Quanto alle scarpe, capirete che io non posso rimetterle più, e dovete comprarle: ve le do per dieci lire; vi pare troppo?—s'interruppe imbarazzata dal silenzio e dalla immobilità dell'altra:—Ma perchè non sedete? C'è tempo.
La signora Adelaide sedette, ma i suoi orecchi erano sempre tesi verso l'altra camera.
—Chi è quel signore?
—Oh! un vero signore. Andate: ho procurato a vostra figlia un'ottima relazione, se saprà coltivarla mostrandosi docile. Di questo anzi dovete persuaderla voi, perchè le ragazze non capiscono quasi mai l'importanza di certe cose, e allora tutti i sacrifici tornano inutili.
—Purchè la tratti bene: Tina è una eccellente ragazza.
—È troppo fredda; la gente invece vuole divertirsi.
La verità di questa osservazione le fece passare un fremito nel sangue; tuttavia tentò di resistere.
—Anzi il suo carattere sarebbe allegro, ma in certe condizioni si finisce facilmente coll'avvilirsi. La vedrete se potrà rifiorire. Io non vorrei però che si abbandonasse troppo: ecco perchè vi domando se quel signore…
—Che cosa volete dire?
—Se si innamorasse,—seguitò l'altra con visibile sforzo,—potrebbe mantenerla?
—Oh! come correte,—ribattè la signora Cesarina con un riso secco.
Allora l'altra capì lo sproposito di quelle parole: come mai le erano sfuggite, sapendo che l'interesse della signora Cesarina sarebbe stato appunto nell'impedire a Tina una simile fortuna? Aveva avuto torto un'altra volta, non sapeva parlare. Il contegno di quella donna l'umiliava togliendole persino quanto le era rimasto della sua educazione di altri tempi; nondimeno volle reagire.
—Bene, vedremo.
Le pareva che fosse già trascorso molto tempo. La signora Cesarina si alzò.
—Aspetto altre persone: se verranno, vi farò passare nella cucina.
Ma udirono uno strido lungo, acuto.
La mamma impallidì, istintivamente fece un passo verso la porta di quella camera mentre gli occhi le si empivano di una nebbia umida.
—Venite in cucina,—l'altra disse.
—Perchè?—rispose quasi fieramente.
—Restate qui se volete, finchè non arrivino le persone che aspetto.
—Non verranno già per Tina?
La signora Cesarina ebbe un sorriso.
—Troppo, troppo! Potrebbero forse vederla, però se non volete…
—Aspetto di potermela ricondurre a casa.
L'altra uscì.
—Mio Dio!—mormorò la signora Adelaide quasi singhiozzando; ma anche questa invocazione la turbò come se non avesse più diritto a così grande parola:—Che cosa ho fatto, che cosa ho fatto!
Qualche cosa aveva ferito anche lei senza che sentisse bene dove, ma le venivano meno le forze, mentre una luce gelata, quasi d'inverno, le cresceva dentro; e si ricordò di avere un'altra volta atteso così all'uscio della mamma ammalata che il medico ne uscisse per pronunciare la sentenza di morte. Anche allora aveva tremato, poi rivedendo la mamma non le era sembrata più la stessa.
Si lasciò cadere sopra una sedia.
Il silenzio era diventato più profondo nel salotto: il pavimento di mattoni rossi aveva dei luccicori sanguigni, quantunque le tende impedissero al sole d'entrare dalla strada.
Chi aspettava dunque ancora la signora Cesarina?
* * *
Quando Tina lo vide alzare la tenda della porta, che dava nel salotto, tornò indietro per fuggire: le sue scarpine non scricchiolarono sul tappeto, girò la maniglia dell'usciolo, e dal corridoio si precipitò alla porta.
—Dove andate?—le gridò la signora Cesarina uscendo dalla cucina.
Ma l'altra scendeva già a furia le scale, e non si fermò che in mezzo alla via come dinanzi alla sensazione improvvisa della propria stravaganza.
Era mezzogiorno, per la strada passava poca gente.
Riprese la corsa. Il cuore le batteva contro il petto come un batacchio di campana, del quale ogni colpo la scrollasse, ma nè le vesti, nè il volto tradivano il profondo sconvolgimento del suo spirito. Infatti aveva potuto rivestirsi in fretta, con una precisione quasi inconsapevole, prima ancora che l'altro finisse di ricomporsi allo specchio. Per due volte si era accorta di rispondergli senza intendere il significato delle sue parole, perchè dentro le cresceva simile ad una vampa quella voglia di fuggire per essere finalmente sola in qualche luogo. Le mani le tremavano. Sentiva di essere spettinata, ma non se ne preoccupò: temeva solamente di dover tornare con lui nel salotto a parlare con la mamma e con la signora Cesarina.
Quindi era fuggita senza che gli altri potessero indovinarne la ragione.
In quel giorno e in quell'ora le strade erano piene di gente uscita a rallegrarsi nella gioia del sole, ma nessuno fra tanti le verrebbe incontro per chiederle che cosa avesse o per offrirle la propria casa come un rifugio.
Nondimeno aveva bisogno di fuggire.
Curva, col ventre quasi rattrappito da uno spasimo, che tratto tratto la faceva incespicare nelle sottane, la fanciulla si affrettava. La sua faccia smorta di un pallore di cenere, che qualcuno le avesse soffiato sino dentro agli occhi, si era irrigidita, mentre dalla bocca semiaperta pareva uscirle un'ombra come in certi ritratti. Senza saperne il motivo aveva già svoltato a sinistra per una strada anche meno affollata; il sole vi batteva nel mezzo, l'aria era fervida. Ella invece si vedeva passare la gente accanto quasi in un sogno di ombre che la spingessero silenziosamente dileguando per un crepuscolo; poi un soffio caldo le battè improvvisamente sulla faccia e qualche cosa le fece chiudere gli occhi, giacchè uno spavento le era rimasto nelle carni. Una carrozza, che veniva al trotto di due grandi cavalli bai, le fu quasi sopra allo sbocco di una piazzetta, mentre ferma nel mezzo si tastava con ambo le mani sui fianchi: che cosa aveva perduto? Il cocchiere gettò un urlo, un signore si sporse dallo sportello, ma Tina si era appena voltata senza muoversi, con quella tragica indifferenza alla quale è impossibile ingannarsi.
Infatti una vecchia le si accostò.
—Che cosa avete?—le chiese.
La fanciulla tremò, cercandosi intorno cogli occhi; la piazzetta era vuota e silenziosa. Un suono di martelli veniva da una bottega, in alto da una finestra sventolava un largo drappo bianco: ella non sentì altro, ma la vecchia la scrutava nel volto e negli abiti con la acuta prontezza delle donne quando sospettano un dramma.
Quindi soggiunse:
—Vi deve essere accaduto qualche cosa.
Allora Tina la vide finalmente dentro uno di quei bagliori, che penetrano sino al fondo dello spirito: la vecchia era sdentata, coi pomelli scarlatti. Un ciuffo di capelli bianchi le usciva di sotto il fazzoletto, e dagli occhi rotondi, acuti, un raggio sprizzava come da due punti neri.
Tina aveva capito benissimo, ma non avrebbe potuto rispondere che col nome del vicolo ove abitava: perchè? Non lo sapeva, eppure ripetè quel nome mentalmente due o tre volte.
Poi vedendo venire un prete alto, magro, cogli occhiali a stanghetta troppo bassi sul naso, ebbe daccapo paura e si mosse a destra verso una strada, che aveva riconosciuta. La vecchia invece rimase qualche secondo a guardarle dietro, quindi scosse il capo sbozzando uno di quei sorrisi incerti, coi quali spesso una curiosità si stacca da un enigma incontrato a caso per la via.
Ma la fanciulla era sfinita. Adesso quello spasimo sotto il ventre le si acuiva diffondendosi come da una scottatura, sulla quale piovessero dritti e sottili una infinità di spilli, e le gambe le vacillavano in un improvviso esaurimento.
Infatti non aveva voluto mangiare nulla a casa, malgrado le istanze della signora Veronica, che per fargli inghiottire un caffè col latte citava persino le larghe colazioni e i pranzi di nozze, prima che gli sposi rimangano soli. Poi le troppe emozioni di quella crisi avevano finito col renderla davvero ammalata.
Nuovamente quel freddo le soffiava lunghi brividi nel sangue sotto il sole, che non potevano più riscaldarla, mentre gli occhi torbidi cercavano istintivamente un luogo ove fermarsi nascosta a tutti per potere almeno appoggiare la testa. Se fosse stata in campagna, si sarebbe gittata sull'erba; ma si accorgeva invece di essere stretta fra due file di case, dalle finestre delle quali tratto tratto le apparivano volti di donne e di fanciulli.
Molte porte erano aperte e le botteghe si perdevano oscure dietro i vetri luminosi. Più innanzi, mentre passava un'altra carrozza, vide sul marciapiede un tavolino da caffè con due sedie vuote, si arrestò, ma non avrebbe potuto sedersi perchè non aveva un soldo in tasca; poi la sua figura di fanciulla in quella condizione vi sarebbe stata subito notata. Bastavano già la sua faccia e quel modo di camminare per attrarre l'attenzione. Qualcuno si rivolgeva a guardarle dietro; altre occhiate la seguivano dalla porta delle botteghe, sebbene si sforzasse di andare come il solito rasente il muro per essere meno osservata, ma la sfinitezza e quello spasimo, quello spasimo soprattutto, l'impedivano.
—Dove vado?—si chiese improvvisamente.
La mamma doveva essere uscita per correrle dietro, perchè alla fanciulla pareva di avere molto corso dapprincipio; quindi l'aria e il sole l'avevano a poco a poco calmata.
L'opacità de' suoi occhi si schiariva e la mente le si riordinava sotto le sensazioni di quella strana fuga nella strada senza che alcuno la inseguisse e senza sapere dove andasse, con quel vestito non suo. Ella non era mai stata così. Si accorgeva di apparire un'altra con quella gonna, che le pesava sui fianchi, e il respiro soffocato dal corsetto.
Una signora le passò rapidamente davanti, lasciando nell'aria una striscia di profumo: si vedeva al passo che aveva fretta.
Allora Tina pensò che per tornare a casa le abbisognerebbe più di un'ora. Come accade spesso, la crisi stava per risolversi in un ultimo esaurimento, dal quale come in una visione di sogno le risaliva dinanzi l'orribile scena di quella camera muta e sontuosa. Ella ne aveva subito sentito il silenzio equivoco fra tutto quel candore perlaceo dei mobili e quello specchio sotto il baldacchino del letto, simile ad una finestra, che si aprisse nella sua ombra discreta sopra un chiarore di lago lontano.
Per fortuna scorse una chiesetta fra due vecchie case: entrò.
La chiesa era vuota, silenziosa. Alcune file di panche arrivavano sino quasi all'altar maggiore, ma la fanciulla non vi si mise frammezzo, perchè la chiesa le pareva ancora grande. Nella sua luce troppo bianca il silenzio era così profondo che ne aveva ricevuto subito come una sensazione di rifugio. Poi v'intese muovere qualche cosa. Infatti scoprì due vecchie dietro un pilastro a chiacchierare.
Un sagrestano in sottana azzurra a bottoni rossi sbucò di fianco all'altar maggiore con un oggetto in mano, che ella non distinse, e si fermò a guardarla.
Allora ebbe daccapo paura. Istintivamente si diresse a sinistra sotto una navata piccola e bassa, piena di ombra nel fondo, e cadde sopra una larga sedia di paglia, che aveva dinanzi l'inginocchiatoio.
Trepidando aveva udito echeggiare i propri passi, ma chiuse tosto gli occhi davanti alla cappella sprofondata nel muro come una grotta, nella quale ardevano due o tre lampade.
Era rimasta così con la testa appoggiata al muro, le mani strette sul grembo in atto dolente.
Un torpore di sonno la tenne lungamente immobile. E adagio la sua testa pallida si piegò sulla spalla destra, cogli occhi chiusi, la bocca troppo aperta nello sforzo di respirare, mentre un sudore le bagnava tutto il volto bianco in un freddo di agonia. Le mani le tremavano. Poco dopo le due vecchie si alzarono per uscire, seguitando a chiacchierare sotto voce, ma ella non intese il murmure delle loro parole, che nel silenzio della chiesa sembrava quello di un'ala ostinata ai vetri di una finestra: la porta cigolò e ricadde sopra un tonfo cupo.
Passò così del tempo senza che potesse addormentarsi davvero. La sua ultima sensazione era stata quel lumicino verdastro davanti all'immagine della Madonna Addolorata, biancheggiante sull'altare, con un mazzo di spade lucenti nel cuore.
Poi in quell'angolo così lungi da tutto il mondo la sua anima risalì un'altra volta dalle profondità senza fine dell'ombra, come certi fiori a notte si rialzano dall'acqua alla pallida luce delle stelle. Una rilassatezza molle le toglieva di sentire ancora quella prima angoscia, quando era fuggita improvvisamente alle spalle di quell'uomo che non si ricordava più di lei. Allora le era parso di correre quasi nel delirio della morte verso un'altra ignota catastrofe: non si ricordava più della mamma nè di Betta, che l'aspettava nel lettino forse piangendo. La sua carne tremava tutta nello spasimo di una rivolta sotto la prepotenza così misurata ed irresistibile di quell'uomo, giacchè aveva subito rabbrividito davanti a lui, al suo viso rosso sopra un collo anche più rosso e villoso, vedendolo andare silenziosamente verso l'attaccapanni per levarsi la giacca.
Ritta nel mezzo ella guardava.
Era impossibile che dovesse accadere così. Il suo pensiero aveva avuto dei trasalimenti di bambino nelle tenebre, e il sangue le si era gelato istantaneamente al contatto delle mani pesanti, che la stringevano senza lasciarle nemmeno la grazia di un ultimo ritardo.
E però non aveva parlato. Ma un odio subitaneo l'aveva invasa contro quell'uomo calvo, col ventre che gli usciva dalle tracolle rosse. Perchè non le aveva egli nemmeno chiesto come si chiamava? I suoi occhi lucidi come quelli dei gatti la fissavano con tale acutezza che la fanciulla si coperse la faccia con ambo le mani.
Così, rimanere almeno così!
Adesso tornava a tremare ricordando.
I suoi occhi, le sue mani, tutto aveva dovuto diversamente soffrire prima di quello spasimo supremo, nel quale le era parso di morire, mentre in alto la sua immagine nuda affogava dentro il lucido gorgo dello specchio in una convulsione di agonia. Ma solamente allora le era fuggito il grido acuto, disperato, come se un ferro rovente le penetrasse nelle carni sino alle ultime vene, dove la vita si nasconde: poi un velo torbido le era caduto sugli occhi, e l'anima stessa non aveva visto più.
Lentamente, con un sospiro si allungò sulla grande sedia di paglia.
Stava sempre con la testa appoggiata al muro, gli occhi fisi alla immagine dell'Addolorata in atteggiamento di preghiera, ma non aveva più impeti di ripugnanza o di rivolta rivedendo ancora quell'uomo, già lontano dalla sua vita simile ad un campo devastato dall'uragano. Qualche cosa però le mancava dentro, che la rendeva dissimile, quasi irriconoscibile a se medesima. Quel lumicino verdastro come certi luccicori gemmei fra l'erba, quando la notte è più cupa, le incantava lo sguardo; non vedeva ancora, non comprendeva bene dove fosse.
Forse qualche naufrago, gettato morente sul lido, nel riaprire gli occhi alla vita la sentì così fra l'ultima furia della tempesta, mentre il mare è confuso col cielo e nell'ombra il rombo dura monotono.
Alcuni passi echeggiarono nella chiesa, voci e parole si avvicinavano: istintivamente, per non essere riconosciuta si piegò sull'inginocchiatoio, nascondendo il volto fra le mani.
Erano tre donne e due uomini, che venivano appunto sotto quella navata verso di lei.
La sua sensibilità si acuì istantaneamente come se un soffio violento le dissipasse dall'anima ogni ombra, ma non potè resistere in tale atteggiamento ai dolori che la riprendevano dentro i ginocchi e sotto le reni.
Quello stesso sagrestano, in sottana azzurra a bottoni rossi, accompagnava i visitatori. Allora Tina sbirciando fra le dita provò un'altra volta l'impressione del suo sguardo e capì che le bisognava uscire: fortunatamente essi si erano fermati dinanzi alla seconda cappella.
La fanciulla si rialzò, guardò l'Addolorata senza che dal cuore nessuna parola le salisse verso quella immagine di tutti i dolori femminili, poi girò dietro il pilastro. Attraversando la chiesa ebbe ancora la sensazione vaga di essere in un luogo straniero, che non poteva appartenere ad alcuno: il suo silenzio, la sua luce erano come quella di una strada vuota in una notte lunare: si è soli, ma se vi fermate, sentite che è impossibile di restarvi.
* * *
Due ore dopo la mamma e la signora Veronica stavano silenziose intorno al suo letto: la fanciulla teneva gli occhi chiusi nella faccia di un pallore marmoreo.
Aveva le vesti in disordine; dal corsetto sbottonato le traspariva il seno, e di sotto alle gonne le usciva una gamba con la calza bianca increspata, perchè il legaccio era caduto.
La signora Veronica si chinò ad accarezzarle i capelli.
—Tina, sono le cinque: bisogna mettere qualche cosa nello stomaco, bambina mia: alzatevi, non vi farà bene stare così, il letto indebolisce.
La fanciulla si mosse appena.
—Ho fatto il brodo, ne volete una tazza?
—Come ti senti?—arrischiò timidamente la mamma, che avrebbe voluto prenderle una mano.
Tina indovinò l'intenzione, ma il suo volto rimase muto, mentre i suoi occhi diventati più grandi la guardavano pieni di una luce triste, simile a quella di certi tramonti, quando un giorno senza sole sta per cadere in una notte senza stelle.
—Levatevi, levatevi,—insistè l'altra.
Allora la mamma si accostò, e siccome la fanciulla fece uno sforzo per sollevarsi dal cuscino ella le tese ambo le mani.
—Tina mia!
—Ecco una cosa che non va bene!—seguitò la signora Veronica, scontenta della piega che stava per prendere la scena:—Come fate dunque voi altre a piangere sempre, anche quando ve n'è meno bisogno?
Ma si erano già abbracciate: la mamma si stringeva sul petto la figlia ritta presso la sponda del letto, coi piedi solamente nelle calze e la testa abbandonata singhiozzando.
—Come stai? Come stai?—le ripeteva sommessamente la mamma, mentre la signora Veronica cercava cogli occhi per la stanza le ciabatte della fanciulla.
Finalmente esclamò:
—Vedete: dovevate spogliarvi, l'abito adesso si è tutto spiegazzato; bisognerà stirarlo se avrete da uscire domani.
—Mamma!
—Lo so, lo so.
—Sto male.
—È cosa che passa.
—No, no.
L'altra non ardì insistere.
Poi la signora Veronica mise ella stessa le ciabatte nei piedi della fanciulla, e la condussero nell'altra stanza ognuna per un braccio come una ammalata. Volevano confortarla senza chiedere della scena avvenuta in quella camera e come ne fosse fuggita perdendo quasi quattro ore, ma la curiosità le sospingeva attraverso un imbarazzo non mai provato.
La fanciulla invece guardava con un senso di nuovo amaro stupore la miseria della stanza, come se la visione di quell'altra con le grandi tende doppie abbassate e i bianchi mobili, sorridenti in un silenzio di sogno, che gli specchi sembravano prolungare in altre camere, le fosse rimasta negli occhi.
E si accorgeva come per la prima volta di quello squallore.
Il suo cuore si strinse.
Ma nuovamente un impeto doloroso la sollevò, una negazione disperata di quanto le era accaduto sotto le mani pesanti di quell'uomo, che se n'era andato sorridente. Ella vedeva ancora il suo sorriso muto, più crudele di qualunque parola, più lungo di uno sguardo.
—Ah!—esclamò, coprendosi gli occhi con le mani e scuotendovi dentro il capo con ira tremante.
—Che cosa hai?
—Lasciatemi, siete voi che l'avete voluto.
—Di chi parli?
—Di quell'uomo; mai più, mai più!
—Vi ha forse trattato male?—chiese con accento di viva curiosità la signora Veronica.
La fanciulla si volse come punta da uno spillo, ma la faccia grassa e sorridente dell'altra le arrestò il grido della risposta.
Nondimeno la signora Veronica capì di dover uscire.
* * *
Entrambe avevano bisogno di parlare.
Benchè si sentissero divise per sempre, non avrebbero saputo resistere a quel silenzio della loro nuova solitudine; Tina sospirò abbandonandosi sulla sedia con una stanchezza di ammalata.
—Che cosa hai? Dimmelo.
Fra mamma e figlia l'intimità era sempre stata come fra due donne diverse di età più che di grado, le quali si potevano dir tutto.
La signora Adelaide aspettò qualche momento.
—Dimmelo, Tina mia, che cosa hai? È una cosa che passa.
—No, no.
—Credimi, accade così a tutte.
—No,—ripetè ostinatamente la fanciulla.
L'altra si fece umile come dinanzi ad un rimprovero, sottomettendovisi anticipatamente; attese che la fanciulla si sfogasse, ma invece le vide gli occhi gonfiarsi nuovamente.
—Ho male, ho male,—disse finalmente Tina con accento smanioso:—Non ne posso più. Dovevate dirmelo; perchè siete stata anche voi così ammalata, lo siete anche adesso.
—Ma…
—Lo sapevate: ora non valgo più nulla, me ne sono accorta al modo che mi ha trattata. Bisogna essere ben cattivi, anche tu sei stata cattiva come lui. Lascia pure che tu mi abbia venduta,—seguitò con accento stridulo e una fiamma negli occhi, che a volte a volte pareva quella di un lucignolo presso a spegnersi, mentre una smorfia dolorosa le storceva la bocca:—lascia che io non fossi niente nè per la signora Cesarina, nè per lui; questo lo so anch'io, in simili casi è come quando si domanda l'elemosina, peggio anzi, perchè allora vi è sempre qualcuno che ve la fa senza offendervi. No, ma così era troppo. Egli rideva: io ho dovuto fare… vedi, in quel momento mi parve di non capire più, ma adesso, se fosse qui, gli sputerei in faccia.
La mamma abbassò la testa.
—Ti hanno pagata, non è vero? Adesso puoi essere contenta; vedi, se mi avesse parlato prima, se mi avesse detto qualche cosa come quell'altro, non so come avrei risposto, ma non doveva fare così, non fanno così nemmeno i chirurghi all'ospedale con la povera gente, che ha paura. Anch'io avevo paura. Non avrei potuto muovermi. Appena, sai, mi sono sentita guardare così, ho capito che non potevo far niente; mi sembrava in quella camera così grande di essere lontana cento miglia anche da te, che eri nell'altra. Che cosa pensavi allora?
A questa inattesa domanda l'altra trasalì; ma Tina si alzò per fare due o tre passi nella cucina. Un orgasmo le si riaccendeva dentro, un bisogno di rimproverare, di minacciare colei che l'aveva condotta in quella casa, a quell'uomo, davanti al quale non aveva potuto trovare nè una parola, nè un atto di resistenza.
Invece le si voltò bruscamente:
—Perchè piangi?
—Che cosa vuoi che ti faccia? Stai male, dimmi che cosa vuoi.
—Non lo so.
—Torna a letto.
—No, no, non posso.
—Vedi, io certe volte…
Tina non la lasciò finire:
—Dammi un bicchier d'acqua, brucio; ma la signora Cesarina, bada, non voglio vederla più. La sua faccia mi fa male come quell'uomo: scommetto che ti ha di già fatto pagare l'abito e le scarpe; non ti sarà rimasto quasi nulla, ecco come va a finire.
—La prima volta, ma dopo…
—Ah! tu credi che ci tornerò!—stridè quasi minacciosamente la fanciulla.
—Farai come ti piace, Tina mia; io non ti dico più nulla. Avevo creduto così per il tuo bene, per farti diventare una signora: tu lo sai, io ti voglio bene, se avessi potuto mantenerti, io l'avrei fatto con tutto il cuore, ma vedi come sono ridotta:—aggiunse con un sorriso d'ironia dolorosa:—quando non si può, non si può.
Si era seduta accanto a lei.
—Quanto ti ha dato la signora Cesarina?
—Ho rimasto quindici lire.
—Quindici lire!
—Perchè ho dovuto darne quattro alla signora Veronica: pranzeremo da lei.
—Vedi: questi cenci e queste scarpe, ecco tutto il guadagno! Che cosa sono io adesso? Tu ti sei ridotta così dopo aver fatto tutto, e mi hai voluto cacciare per la medesima strada; ma ti sei ingannata, io non sono come te, non posso sopportare: io non ci vado più in quella casa, o mi butto piuttosto a fiume.
—No, Tina, no, Tina!—proruppe levandosi in piedi per abbracciarla:—come vorrai. Io cercherò un mezzo servizio, tu sarai presto rimessa, e capiterà anche a te qualche cosa, un modo di vivere. Nessuno ha saputo niente.
—Lo credi? E la signora Veronica?
—Dubiteresti?
—Tu, povera mamma, sei più bambina di me: colei ci mangia addosso, ecco tutto. È stata lei a spingermi, assai più di te.
—È vero, sono mesi che me lo diceva. Che cosa vuoi? Quando si è tanto poveri, non si sa più a chi rivolgersi. Adesso rimettiti un po', bisogna mangiare, ne devi a quest'ora sentire necessità. Stamane sei quasi rimasta digiuna: sei stanca?
L'altra non rispose.
—Hai girato molto?
—Non lo so, mi sono trovata in una chiesa.
—Vedi, se me lo ero immaginato! La signora Veronica non voleva crederlo: io capisco.
—Non so quanto vi sia rimasta: ero così sfinita, mezza morta, che non capivo più nulla. Ne sono uscita quando ho visto entrar gente: allora ho pensato che dovevi aver paura per me, che non mi fossi buttata in Arno. Me n'era venuta l'idea sul ponte, ma era giorno.
—Che cosa dici?
—Niente: ci vuole la notte per buttarsi giù, che non ci veggano almeno.
—Non devi fare certi discorsi.
—E tu che pensavi aspettandomi?
—Piangevo.
—Povera mamma!
—La tua mamma! non hai altri, ma che ti vuole tanto bene; pel resto speriamo, non è vero? Quello solamente che tu vorrai, ma io ti voglio bene come nessuno potrà mai volertene tanto, bambina mia. Vieni di qua con me, io ti calmerò il male, poi ti metteremo a letto.
—No, andiamo dalla signora Veronica, voglio vedere Betta.
L'uscio era aperto sul pianerottolo.
—Tina!—gridò la fanciulla e corse a buttarsele con la testa contro il ventre.
Tina represse a stento un urlo di dolore chinandosi a baciarla sui capelli.
—Hai tardato, hai tardato,—diceva la piccina tirandola per la gonnella:—La mamma mi ha fatto il riso col latte, vieni a vedere. Tu che cosa mi hai portato?
—Niente.
—Cattiva!