NOTE:

[1.] Si accoglie il motto nella sua forza e significazione tradizionale.

[2.] Colletta, Storia del Reame di Napoli. Libro V, cap. XVII.

[3.] Tricoteuses.

[4.] Nato a Torino il 1810, morto a Torino il 1861: secondogenito o cadetto del marchese Michele e della contessa Adele Susanna Sellon d'Allaman, ginevrina, di famiglia oriunda francese. Fu tenuto a battesimo dal principe Camillo Borghese e dalla principessa Paolina Borghese Bonaparte. Prese nome dal padrino.

[5.] Hübner, Neuf ans de souvenirs d'un ambassadeur d'Autriche à Paris. I, pag. 423. Paris, Plon, 1904.

[6.] Vedi Chiala, Lettere di Camillo di Cavour. Vol. III: «Gli uomini di Stato di ogni paese sono troppo routiniers per adottare un piano ardito che esca dalla carraia della diplomazia.»

[7.] Quem dii diligunt adolescens moritur.

[8.] Catullo.

[9.] Storia del Parlamento Subalpino, I, pag. 146. È vero che il Brofferio fa seguire queste parole: «anche di questi pronostici una buona parte andò fallita»: e prima dice: «nessuno certamente per quanto fosse dotato di perspicace sguardo, avrebbe allora potuto indovinare nel conte di Cavour il sorprendente uomo di Stato a cui l'Italia doveva sciogliere tanti inni di riconoscenza, distribuire tante civiche corone, innalzare tanti monumenti», (?) ma questi emendamenti confermano, non distruggono la malevolenza.

[10.] Hübner, I, pag. 423.

[11.] Chiala, IV, pag. 116.

[12.] De La Rive, Le Comte de Cavour, récits et souvenirs. Parigi, Hetzel, 1862.

[13.] Chiala, IV, pag. 111.

[14.] Lettera al La Marmora. Chiala, III, pag. 81.

[15.] Chiala, IV, pag. 35 (Lettera al Farini). Vedi di questo grande veramente, la breve Vita scritta da G. C. Abba (Roux e Viarengo).

[16.] Chiala, IV. pag. 197 (Lettera al Pantaleoni).

[17.] Ibidem, IV. pag. 184 (Lettera al Vimercati).

[18.] Ibidem, IV, pagg. 47, 49.

[19.] Chiala, I, pag. 12 (Lettera al De La Rive).

[20.] Ibidem, IV, pag. 125 (Lettera al La Farina).

[21.] Ibidem, IV, pag. 109 (Lettera a Carlo Matteucci).

[22.] Ibidem, II, CIII.

[23.] De La Rive, XIV.

[24.] Chiala, IV, pag. 35 (Lettera al La Farina).

[25.] Ibidem, IV, pag. 61.

[26.] Chiala, IV, pag. 72.

[27.] Ibidem, IV, pagg. 91, 92.

[28.] Chiala, I, CIII.

[29.] Ibidem, IV, pag. 130.

[30.] Chiala, IV, pag. 60.

[31.] Vedi il bello studio del Guerrini: Come ci avviammo a Lissa.

[32.] Chiala, IV, pag. 56.

[33.] Chiala, I, CXXXVI.

[34.] Chiala, I, pag. 49.

[35.] Cattaneo, L'insurrezione di Milano nel 1848, pag. 11.

[36.] Durante la monarchia di luglio ed il Secondo Impero questa dama tenne aperto in Parigi uno dei più ragguardevoli salons. Avvinta da relazioni con la famiglia del Cavour, conobbe il giovine Camillo in quella sua dimora in Parigi nel 1835. I legami di amicizia con quella spirituale gentildonna russa non furono spezzati che dalla morte. Vedi Madame de Circourt, son salon, ses correspondances, par Hüber-Saladin. Parigi, A. Quentin, 1881.

[37.] Chiala, I, pagg. 13, 14.

[38.] Ibidem, I, pag. 15. «Adoratori del fatto, voi non potete assumere veste di sacerdoti di moralità.... La vostra scienza vive sul fenomeno, sull'incidente dell'oggi; non avete ideale.» — Mazzini, Al conte di Cavour, 1858. Vol. X degli Scritti, pag. 56.

[39.] Chiala, I, lett. V e XCIII.

[40.] Queste ultime parole sono assai posteriori e qui l'anacronismo è per comodo di narrazione: le riferisce il De La Rive. Secondo il Bonghi (Biografia di Camillo Benso di Cavour) avrebbe detto: «Gli parve di essersi tolto il basto». Basto o livrea si equivalgono.

[41.] È del 1832 questa lettera del Cavour ad un amico inglese. «Stretti da un lato dalle baionette austriache e dall'altro dalle scomuniche papali, la nostra condizione è veramente deplorabile. Ogni libero esercizio del pensiero, ogni generoso sentimento è soffocato come un sacrilegio o un delitto contro lo Stato, nè possiamo sperare di conseguire da noi alcun sollievo alle nostre grandi sventure....» Chiala, III, pag. 3.

[42.] Chiala, I, XXI.

[43.] La licenza di abbandonare il servizio militare gli fu concessa dal Governo sardo ai 12 novembre 1831.

[44.] Manzoni, I Promessi Sposi, XXII.

[45.] Chiala, IV, pag. 24. Lettera al deputato Salvagnoli dell'ottobre 1860.

[46.] Vedi fra gli altri documenti, Bonfadini, Vita di Francesco Arese.

[47.] Chiala, I, pagg. 167, 168.

[48.] Chiala, IV, pag. 159.

[49.] Ib., IX, CV.

[50.] De La Rive (Chiala, I, CVIII).

[51.] Massari, Il conte di Cavour, pag. 288.

[52.] Bonfadini, Vita di Francesco Arese, pag. 182.

[53.] Bonfadini, Vita di Francesco Arese, pag. 297.

[54.] Mazzini, Scritti, Vol. X, pag. 59.

[55.] La guerra! La guerra immediata, senza indugio! Vedi L'ora suprema della Monarchia Sabauda, e per questo senza indugi, confronta il Cattaneo, Dell'insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra.

[56.] L'Europa è così avvezza a ostentare incredulità quando gli Italiani parlano d'unione, di concordia, che vale meglio non fare l'annessione che subordinarla a patti deditizi. Chiala, IV, VI, pag. 56 (Lettera al Carini). — Vedi anche la ben terribile lettera del Cavour (Chiala, IV, pagg. 2, 4), in cui dice di essere disposto a tutto, pur di non lasciarsi sottrarre la conquista garibaldina di Napoli. Vedi Il Risorgimento Italiano, N. 1, genn. 1908.

[57.] Chiala. IV, pag. 32. «Cavour concepì il disegno di annullare con un colpo improvviso l'esercito della ristorazione di Lamoricière, poi di effettuare l'unione del Mezzogiorno, e così salvare, con l'unità d'Italia, anche l'autorità della Corona. Egli stesso considerò più tardi questo suo ardito pensiero come il migliore titolo della sua gloria: la Monarchia era perduta se noi non eravamo presto al Volturno. Il 28 agosto 1860 Farini e Cialdini furono ricevuti dall'Imperatore Napoleone a Chambéry; essi gli rappresentarono che l'esercito leggittimista della Curia minacciava il suo trono stesso; che Garibaldi voleva chiamare a sè Chasras l'antico avversario di Napoleone, che la spedizione del Veneto diventava una necessità, appena Garibaldi movesse sopra Roma. E allora che cosa accadrebbe di ogni ordine civile, se la Monarchia non istrappava il pugnale dalle mani del partito d'azione? Così stretto e messo al muro, Napoleone non osò opporsi, ma il famoso faites, mais faites vite, che gli fu posto in bocca, non lo ha detto.» — Enrico de Treitschke, Il conte di Cavour, traduzione di A. Guerrieri-Gonzaga, Barbera. 1893. «In quell'occasione, scrive il De Cesare (II, pag. 58), l'Imperatore si lasciò penetrare forse anche troppo, e il genio politico di Cavour intuì di potere osare.»

[58.] Chiala, IV, pag. 37.

[59.] Chiala, IV, pag. 72.

[60.] Pio IX, quando avvenne l'annessione delle Legazioni e dei Ducati alla monarchia costituzionale del Re Vittorio Emanuele, colpì con l'arma «addirittura medievale», cioè con la scomunica maggiore, pubblicata il 26 aprile 1860, invasori, usurpatori e complici. Vedine il testo per esteso nell'opera del De Cesare, Roma e lo Stato del Papa, II, pagg. 8-13.

[61.] Ripeto a voi ciò che stampiamo da ormai due anni. Non si tratta più di Republica o di Monarchia; si tratta di Unità nazionale — d'essere o non essere — di rimanere smembrati e schiavi della volontà d'un despota straniero, francese o austriaco non monta, o d'esser noi, d'essere uomini, d'essere liberi, d'essere tenuti siccome tali, e non siccome fanciulli tentennanti, inesperti da tutta Europa. Se l'Italia vuole essere monarchica sotto Casa Savoja, sia pure. Se dopo vuole acclamare liberatore e non so che altro il Re e Cavour, sia pure. Ciò che tutti or vogliamo è che l'Italia si faccia: e se deve farsi, deve farsi per ispirazione e coscienza propria, non dando carta bianca, pei modi, a Cavour ed al Re, e rimanersi inerti ad aspettare.

[62.] Giambi ed Epodi, in Confessioni e Battaglie.

[63.] Il D'Azeglio, con geniale intuito, aveva compreso come fosse fatale procedere oltre. Ciò non era però nelle sue convinzioni filosofiche, politiche, storiche. Federalista e credente convinto, anche per altre ragioni psicologiche e morali, esitava davanti ad una non maturata unità nazionale. Del '53 non di malincuore lasciò il posto di ministro al Cavour. «Vado ruminando come si potrebbe fare per rendere a Cavour utile questo viaggio, nel senso di domare il poledro e renderlo sensibile all'uso del tiro per il carro dello Stato»: e altrove: «Vorrei che per il '53 Cavour fosse diventato capace e possibile e venisse l'ultima scena, nella quale si vedesse me precipitato negli abissi ed il Pansciotel elevarsi fra le nubi e i fuochi di Bengala: dopo di che si calerebbe finalmente il sipario e potrei andare in camerino e spogliarmi».

[64.] Stéfane-Pol, La jeunesse de Napoléon III. Correspondance inédite de son précepteur Philippe Le Bas, pagg. 6 e 7.

[65.] È noto anche ai non dotti di storia, che la paternità del re d'Olanda fu messa in dubbio, anzi più che in dubbio, fu esclusa. Già dalla nascita di questo secondogenito la regina Ortensia, figlia di Giuseppina Beauharnais, ed il re d'Olanda vivevano in dissidio, nè più si riconciliarono. Vari padri furono dati a Napoleone III. Ricordiamoli: l'ammiraglio olandese Verhuel, e fu quegli che si ritenne più certo, anche perchè un riflesso etnico apparirebbe nell'indole flemmatica di Napoleone III; poi Flahaut, che fu padre del duca di Morny, suo fratellastro, l'esecutore tecnico, per così dire, del colpo di stato; poi il conte di Rylan, ed altri. Ciò in verità fa troppo triste onore alla galanteria della regina Ortensia: il vero è che nulla si può dire di certo e la tomba di quella appassionata donna è ben muta. Il Lebey, tuttavia, nel suo recente e rigoroso studio Les trois coups d'état de Louis Napoléon Bonaparte, con accurata e lunga analisi assolutamente obbiettiva, esclude in via assoluta il Flahaut, e questo è molto interessante, cioè che Luigi Bonaparte non sia stato generato da chi generò quell'ignobile figura del duca di Morny: esclude pure gli altri, propende per l'ipotesi più morale, cioè che egli sia realmente figlio del re d'Olanda, Luigi Bonaparte. Grave obbiezione a questa onesta ipotesi è che la maschera fisica dei napoleonidi, così caratteristica, così indistruttibile, difetti in Napoleone III: qui la questione spetta ai fisiologi. Vero è d'altronde che dai rapporti tra padre e figlio, devoti e buoni specialmente da parte di quest'ultimo, sembrerebbe non essere in essi dubbio alcuno che il loro reciproco essere legale corrispondesse a quello fisiologico. Più notevole è il fatto che Napoleone I non avrebbe tanto prediletto questo suo nepote, se in lui fossero sorti dubbi sull'esistenza di sangue napoleonico nelle vene del piccolo. Anche l'Hübner (I, pag. 78), disposto a bene accogliere ciò che può essere disdoro di Napoleone III, non dubita della paternità del Re d'Olanda, «di cui Luigi Napoleone è figlio, checchè se ne dica in contrario, secondo l'opinione unanime di quelli che vissero nell'intimità della Regina Ortensia».

[66.] Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, secondogenito di Luigi Bonaparte, re d'Olanda, e di Ortensia di Beauharnais, nacque alle Tuileries il 20 aprile 1808. Il Monitore dell'Impero, ne annunciava la nascita il 21 aprile. Fu tenuto al fonte battesimale a Fontainebleau dallo stesso Imperatore.

[67.] Nel 1817 la regina Ortensia, che assunse nell'esilio il nome di contessa di Saint-Leu, comperò in Isvizzera, presso il lago di Costanza, una villa che nei nostri libri, seguendo la letterale enfatica espressione francese, è detta castello, il castello di Arenenberg. Ma castello non è: è una casa a tre piani, molto modesta, col tetto acuminato al modo svizzero. Fu pagata 30 000 fiorini. Questa solitaria villa fu la consueta dimora estiva di Ortensia e dei figli. Quivi ella morì. Nei mesi d'inverno la famiglia soleva trasferirsi a Roma (villa Paolina), nella quale città sopraviveva l'ava Letizia, mater regum, come fu detta; ed a Firenze.

[68.] Stéfane-Pol, La jeunesse de Napoléon III. Correspondance inédite de son précepteur, Philippe Le Bas (de l'Institut).

[69.] La riconoscenza, spinta sino alla morbosità, non soltanto col denaro generosamente prodigato, che può ritenersi arte di tiranno; ma con la memoria e l'affetto, in quel tempo appunto in cui gli uomini di solito dimenticano quasi interamente il passato e affidano alla sinistra l'ufficio di stringere la mano (se pur questo fanno!), cioè nel tempo della fortuna e degli onori.

[70.] Hübner, Neuf ans de souvenirs d'un Ambassadeur d'Autriche à Paris sous le Second Empire, I. pag. 14 et passim.

[71.] Pierre de Lano, La Cour de Napoléon III, pag. 255.

[72.] Mazzini, Scritti, X. 18.

[73.] Stéfane-Pol, pag. 9.

[74.] Stéfane-Pol, pag. 6.

[75.] In amore egli fu piuttosto un primitivo che un raffinato. È il caso di riferire in francese ciò che scrive in proposito Pierre de Lano (L'Empereur, pag. 28): Napoléon (retiré de l'Impératrice par ce que, dans sa froideur charnelle, elle ne repondait point à son désir) n'était pas, en amour, ce qu'on nomme un raffinè, un savant. Très bourgeois sous ce rapport, il était assez comparable à un gros mangeur qui saurait se contenter d'un plat unique, simplement accommodé à son dîner, mais qui le dévorerait, sans souci des sauces recherchées, consciencieusement. Fra le ragioni delle infelici e impari nozze con Eugenia di Montijo, non deve essere stata la meno forte questa, che per rendere sensibile la veemente passione, la giovane spagnuola non concesse altra via che quella della chiesa, come ella stessa dichiarò con una pudicizia non eccessivamente casta. Vedi Pierre de Lano, L'Impératrice, e vedi Je sais tout, 15 decembre 1908.

[76.] Tra i progetti di matrimonio, v'era anche quello con una principessa della casa prussiana degli Hohenzollern! Bizzarrie della storia. Vedi la rivista Je sais tout, del 15 dicembre 1908.

[77.] Hübner, I, pag. 109.

[78.] A lei ed al Morny; a lei, per fanatismo cattolico e desiderio di compensare l'Austria dei danni patiti per la campagna d'Italia; al Morny, che vi giocò una fra le più turpi speculazioni del Secondo Impero, va attribuita in gran parte l'impresa del Messico. Napoleone vi sognò un grande impero latino come argine alla bene intravvista preponderanza yankee.

[79.] Più tardi egli chiamò quelle nozze ma sottise; ma non risulta che mai ne facesse rimprovero alla donna, così stranamente amata. Era Eugenia di Montijo di ammirabile bellezza e di non comune intelligenza. Vero è che tale donna intelligente e bellissima difficilmente poteva contribuire alla felicità del marito, perchè l'intelligenza di lei, più che meditante in profondo, era perspicace dei fatti vicini; nè ella d'altronde poteva sottrarre sè stessa al fascino ed alle leggi della sua bellezza. Era inoltre, l'Imperatrice Eugenia, ardita, orgogliosa, impulsiva e bigotta spagnolescamente ed oltre a ciò gelosa ed avara. Dopo ciò è lecito crederla buona, amorosa, fedele, come si legge in molti scritti. La madre di lei e la losca, esosa figura della cameriera Pepa, dànno al retroscena della vita delle Tuileries un carattere tale che sarebbe necessario conoscere per chi volesse formarsi delle cose un'idea non discosta dal vero. Vedi i citati libri del De Lano.

[80.] Dopo il tentativo di abbattere, nel '35, a Strasburgo, la monarchia di Luigi Filippo, Luigi Napoleone fu deportato, come è noto, in America, dove lo precedette l'Arese per amore e consiglio d'Ortensia onde lenire l'esiglio al figliuolo. Questo atto insigne di pietà e di amicizia sarà poi come un talismano per l'Arese verso l'Imperatore. Ma non importerà farne mostra!

È del 3 aprile '37 una pietosa lettera (Vedi Bonfadini, 109, 110) della Regina Ortensia da Arenenberg, al figlio lontano: «Mi si deve fare un'operazione assolutamente necessaria: se essa non riesce, io ti invio con questa lettera la mia benedizione». Nessun accenno a dolori sofferti per lui. Gli dà convegno nel mondo delle ombre; e lui solo rimpiange, il suo affetto, la sua tenerezza filiale, unico conforto fra tante sventure. «Tu penserai al mio affetto per te e tu avrai coraggio!» Gli infonde la fede nel mondo di là, dove si rivedranno; benedice anche «quel buon Arese come un altro suo figlio». Giunse Luigi Bonaparte poi a tempo di raccogliere col bacio ultimo l'anima materna. Visse nella deserta casa dove era morta la madre. Prepara l'altro tentativo, quello di Strasburgo del 1840, che gli aprirà le porte del carcere di Ham, ove rimase sei anni e da cui fuggì poi travestito da operaio. Di questi «vari colpi di stato» vedi il libro citato del Lebey, Les trois coups d'état, etc.

[81.] «Madama Letizia trascorreva a Roma i suoi giorni col cardinale Fesch. Ella non passava mai la soglia del suo palazzo se non in vettura chiusa. Tutti i giorni dal tocco alle tre, si faceva condurre nella campagna romana e là nella solitudine, dove tutto è morto, eccetto che la memoria del passato, camminava sola a piedi. Ella incontrava talvolta la carrozza di Pio VII. Il papa si fermava, salutava la madre di colui che aveva agitato i destini del mondo cristiano e con quella bonomia italiana che si sposa spesso a dei sentimenti di vera grandezza, le domandava novelle del povero imperatoreMémoires et correspondances du roi Jérôme et de la reine Cathérine. Dentu, 1861, vol. VII.

[82.] Stéfane-Pol, pag. 5.

[83.] Vedi Archivio di Stato di Bologna: passo riportato nelle pagine seguenti.

[84.] Cantù, Cronistoria, II, pag. 1157.

[85.] Ib., Cronistoria, II, pag. 1156.

[86.] Hübner, I, pag. 57.

[87.] V. Hugo, Napoleone il Piccolo.

[88.] Ib., Châtiments, in fine.

[89.] L'Hübner, più conforme a verità e più acuto del servo encomio o del codardo oltraggio, così lo delinea per conto suo: «Egli non vuole, egli non sa discutere: il suo sguardo spento, che tuttavia lancia talvolta baleni, i tratti immobili del volto formano alla lor volta una maschera ed una corazza impenetrabili; e lo si lascia sempre con l'impressione di non essere stati compresi da questo spirito, in apparenza ottuso, in realtà perspicace, che non comprende perchè non vuole comprendere o perchè non vuole che ci accorgiamo che egli ha compreso». (I, pag. 82.) Che questa taciturnità naturale fosse poi da lui sfruttata come maschera, lo sospetta l'Hübner, dicendo: «L'Imperatore Napoleone che sa essere incantevole quando vuol esserlo, e molto buon parlatore quando gli garba uscire dalla sua taciturnità abituale, ci raccontò qualche avventura della sua vita di esule.» (I, pag. 115.)

[90.] Vedi R. De Cesare, Roma e lo Stato del Papa, II, pag. 42.

[91.] Ib..

[92.] Ib., pag. 433.

[93.] Ib., pag. 428. Di questo sentimentalismo cavalleresco vedi le probabili cause più avanti.

[94.] Il 3 agosto telegrafava da Metz al Duca di Grammont: «Nonostante ciò che porta Vimercati e malgrado gli sforzi del Principe Girolamo, io non cedo per Roma». E il Vimercati portava in nome di Vittorio Emanuele il progetto d'alleanza fra l'Austria e l'Italia per la neutralità armata e comune azione diplomatica. Vedi R. De Cesare, pag. 430.

[95.] Mazzini, Scritti, X, pag. 27.

[96.] «Fosco figlio d'Ortensia», nota perifrasi del Carducci.

[97.] Stéfane-Pol, pag. 323.

[98.] Egli fu, come è noto, il principale anello di congiunzione tra il Piemonte e Napoleone, sino dal '49 quando si recò a Parigi a chiedere l'aiuto di Francia contro l'Austria; poi fu la leva di cui, con impareggiabile arte, si valse il Cavour per smuovere Napoleone e col suo aiuto battere in breccia la diplomazia austriaca; poi fu il «parafulmine» ed il «cuscino» paziente tra la sorgente Italia dopo il '59 e le necessità della politica di Francia. Il senatore Bonfadini con l'aiuto dell'archivio di casa Arese, publicò nel 1894 quella sua Vita di Francesco Arese, che molta luce porterebbe alla storia, se noi fossimo in grado di uscire dal solco che il dottrinarismo retorico ha tracciato. Dal libro del Bonfadini il conte Giuseppe Grabinski dedusse un più facile volume ad uso dei francesi: Un ami de Napoléon III, che, edito nel 1896 nel Correspondant, fu poi in volume publicato in Parigi l'anno seguente. Ambedue muovono da principî strettamente conservatori, ma non è questa buona ragione perchè i fatti che essi riportano, debbano essere negletti.

[99.] Colonnello barone Alessandro Zanoli, autore di una pregevole Storia delle milizie cisalpine.

[100.] Vedi lettera di Luigi Napoleone all'Arese. (Bonfadini, Vita di Francesco Arese, pag. 64.)

[101.] Aderendo alla carboneria i due giovani non derogavano, ma continuavano la tradizione della famiglia di Napoleone; nè si dimentichi che la carboneria sorse in Italia per opera del Murat in Napoli. Vedi per tutta questa questione il Lebey.

[102.] Hübner, II, pag. 93.

[103.] Hübner, I, pag. 108.

[104.] Ib., I, pag. 111.

[105.] Ancona fu, come è noto, l'ultimo rifugio dei Carbonari del 1831.

[106.] «Il 6 agosto 1840 sbarca a Boulogne, abbigliato col petit chapeau (il famoso cappello napoleonico), con un'aquila dorata in cima a una bandiera, un'aquila viva in una gabbia; sessanta valletti, cucinieri, palafrenieri, travestiti da soldati napoleonici. Butta dell'oro passando per le vie di Boulogne; mette il suo cappello su la punta della spada, grida lui stesso: Viva l'Imperatore: tira contro un ufficiale un colpo di pistola. È preso. I Pari lo condannano alla prigionia perpetua. È chiuso ad Ham.» Napoleone il Piccolo.

[107.] Questa lettera all'Arese del dottor Conneau, l'anima mite e devota sino all'idolatria a Luigi Napoleone, è sommamente interessante, appunto per l'intima conoscenza che egli aveva dei sentimenti del Principe. Ciò avvertiamo senza aver l'intenzione di lenire il senso di sdegno e di dolore che ogni italiano deve provare pensando a tanti nobili petti infranti sotto Roma, dal piombo francese: «Ho tardato a scriverti, perchè invero avea il cuore oppresso. L'Italia e Roma sopratutto, mi teneva in continue angosce. Quell'assedio fatto dai Francesi, benchè ne comprendessi lo scopo, pure, perchè metteva in conflitto due popoli tanto fatti per amarsi e difendersi, mi tormentava oltremodo. Più vedo le cose da vicino e più sono disgustato, più gli uomini mi vengono in antipatia. Chi vi attacca come chi vi difende sono uomini di vil tempra. Forse i socialisti sono da considerarsi come il partito il più da temersi per le orribili dottrine che professano e per il terribile avvenire che preparavano alla Francia e all'Europa se avessero riuscito; ma, dall'altra parte, vedo così poca virtù nei cosidetti moderati, vedo cotanto egoismo, cotanta esagerazione nel voler far predominare il loro partito ed i loro interessi, che niuna fiducia ho in essi. Fra tutto questo sciame di uomini corrotti, egoisti, non vedo che un solo uomo che stimo ed amo, ed è il nostro Principe. Oh, se ei potesse quanto diversa sarebbe la Francia e l'Italia nostra! Ma bisogna che trascini dietro di sè una caterva di gentaccia, così encroûtée nelle sue vecchie abitudini e negli antiquati modi e pratiche che tutto ciò che di buono ei propone, trova un insormontabile ostacolo negli agenti, o viene annullato dall'addizione di un monte di dettagli e di misure le più contraddittorie. Mio buon amico, quanto io era più felice in prigione che alla presidenza! Allora stimava gli uomini buoni e disinteressati ed ora li vedo quali sono, vili, egoisti e codardi! Tutti gli amici del Principe si risentono più o meno del sozzo contatto delle persone che gli avvicinano. Sento sovente emettere da certe bocche tali principî e tali idee che fanno ribrezzo. Se non fosse per il Principe, avrei preso il partito d'abbandonar Parigi e ritirarmi in un luogo remoto dove non avessi potuto sentir parlare nè di politica nè di niuna cosa consimile». 4 giugno 1849. Vedi Bonfadini, pag. 104.

[108.] Il principe Girolamo Napoleone (Plon-plon), allora fanciullo di dieci anni.

[109.] Giuseppe Grabinski, Un ami de Napoléon III. Paris, 1897, pagg. 34 e 35.

[110.] Vedi Bonfadini, op. cit.

[111.] Carte dell'Archivio di Stato in Bologna.

[112.] Essi, come il generale Zucchi, erano vecchi soldati dell'Impero, seguiti dai due giovani nepoti di Napoleone.

[113.] Giuseppe Calletti, Cronaca, Vol. II, Ms. 103, pag. 769 e segg. Biblioteca A. Saffi di Forlì. Questa cronaca è assai pregevole, e di farla di publica ragione intenderebbero il discendente signor colonnello G. Calletti e il prof. B. Pergoli, direttore di quella biblioteca comunale.

[114.] Luigi Napoleone infermò poi dello stesso male ad Ancona, come è accennato. La madre finse che egli fosse partito per mare, come partirono i più compromessi di quella rivoluzione, e diretto a Corfù. Potè quindi ottenere dal generale austriaco un passaporto in bianco che fu come un talismano nella fuga da Ancona per Loreto, Umbria, Massa, Genova, Cannes. Il principe era travestito da lacchè, nella carrozza che trasportava la Regina Ortensia.

[115.] Persone di perchè, vuol dire gente di alta condizione, qualificata.

[116.] Perniciosi a quelli, ed erano molti, a cui il solo nome di Rivoluzione faceva venire i brividi: utili ai carbonari, benchè sia qui da avvertire che a molti di essi il concorso dei due fratelli Bonaparte pareva dannoso, temendo di alienarsi così l'animo del nuovo Re di Francia, nel cui divieto all'Austria di intervenire, era fondata la troppa e consueta speranza degli insorti italiani. È noto infatti che il Metternich denunciò astutamente a Luigi Filippo la rivoluzione di Bologna e delle terre soggette al Papa, come un moto ed una congiura bonapartista. Del glorioso fatto d'armi del 25 marzo, condottiero il Grabinski, alle Celle, le più minute e interessanti notizie si trovano nella Storia di Rimini di Carlo Tonini. Libro VII, cap. V.

[117.] Baccarini, Cronaca, Vol. II, pag. 1329 e segg. Ms. 177 della Biblioteca A. Saffi di Forlì.

Giuseppe Mazzatini, in un suo scritto: I moti del 1831 a Forlì, aggiunge queste interessanti notizie, che comprovano quanto dicemmo, cioè come il sentimento della gratitudine e della memoria fosse vivace nell'animo di Luigi Napoleone: dopo un anno, quando nel '32 era nella Svizzera, così scrisse il 18 luglio al Baratti: «La lettera che avete scritta, mi ha fatto gran piacere, giacchè mi rincresceva di essere privo da lungo tempo delle vostre notizie. Vi avrei prevenuto molto avanti se non avessi temuto che un semplice atto d'amicizia male interpretato vi arrecasse dispiaceri, mentre sentiva il bisogno di esprimervi la mia riconoscenza per la testimonianza d'affetto che mi avete dimostrato in circostanze per me sì luttuose. Credete che non dimenticherò mai le vostre premure per alleviare il mio dolore. Dopo molti penosi viaggi a traverso la Francia e dopo il soggiorno di alcuni mesi in Inghilterra, siamo alfin giunti in Svizzera dove passiamo una vita tranquilla da un anno a questa parte. Mia madre m'incarica di farvi i suoi complimenti e la sua salute è adesso soddisfacente. Adesso io godo buona salute, benchè abbia sofferto lungo tempo di diverse malattie. Addio, caro signor Baratti; credete alla mia amicizia. — Louis N.» Curiosissima fra l'altre, è la lettera (io ne ho vista la minuta) che, testimonianza della loro amichevole relazione, il Baratti scrisse il 29 dicembre del '49 a Napoleone: dopo molti complimenti, gli diceva: «L'Italia esulta che la Francia si sia scelto spontaneamente per capo chi ha più degli altri ereditato dal grande Uomo l'istinto alla grandezza e alla gloria. L'Italia vi ha conosciuto e confida». A Forlì si va tuttora ripetendo che il principe Napoleone morì di veleno: il figlio del Baratti, che ricorda benissimo i due fratelli a Forlì, nega ogni valore a questa voce; e i cronisti, indiscutibilmente veridici, come il Calletti e il Baccarini, sono d'accordo nel dichiarare la natura della malattia. A Forlì vive il figlio di G. B. Baratti che conobbe i due fratelli nel '31 ai Bagni di San Piero in Bagno e fu amatissimo dalla vedova e da Napoleone III: questi, anzi, mortogli il fratello, fu ospitato da lui che abitava presso all'albergo. Il signor Baratti conserva il bicchiere che aveva seco il principe Napoleone Luigi: è di cristallo di Boemia ed ha nel centro, entro a una targa di cristallo, il ritratto di Napoleone I coronato d'alloro. Oltre una tabacchiera di tartaruga, con tre piccole medaglie di bronzo sul coperchio, rappresentatevi Ortensia, Giuseppina ed Eugenia, possiede un medaglione d'oro che racchiude entro a un cerchio di capelli una N pur fatta di capelli: fu dono della vedova, e i capelli sono del principe. Del quale, fra il carteggio che il Baratti ebbe colla famiglia Bonaparte, ho ritrovato solo questo biglietto, senza data ma del '31, ed a lui diretto: «Sono dispiacentissimo di non aver trovato in Forlì la mia conoscenza di San Piero in Bagno. Il conte Saffi sta benissimo e si è fatto onore molto in uno riscontro che abbiamo avuto con dei briganti in Sabina a 18 mille (sic) di Terni. Napoléon L.»

[118.] André Lebev, Les trois coups d'état de Louis Napoléon, pag. 30. Da un ms. della Regina Ortensia, ora presso l'Imperatrice Eugenia.

[119.] Pierre De Lano, L'Empereur, pag. 44 e seguenti.

[120.] Memorie, Vol. II, pag. 203. Vedi del Guizot l'acuto giudizio che dà l'Hübner, II, pag. 85.

[121.] Le parole di prelazione all'opera Storia di Giulio Cesare, apparsa in due volumi magnifici nel '65, furono scritte da Napoleone III nel 1862, dopo la guerra di Crimea, dopo che la campagna d'Italia collocava l'Impero arbitro d'Europa; nè di quella campagna apparivano le conseguenze funeste all'Impero, come apparvero poco dopo; di che vedasi il vol. IV del De La Gorge, Histoire du Second Empire. Questa prefazione ha l'aria di essere una smentita a V. Hugo e potè considerarsi come un'astuzia politica, per nascondere che

dal delitto

trasse il diritto, e dal misfatto il fato,

come scrisse il Carducci. Oggi in verità non appare che come documento della nobile allucinazione della sua mente. In essa è detto: «Quando la provvidenza suscita uomini come Cesare, Carlomagno, Napoleone, è per tracciare ai popoli la via da seguire, segnare con il suggello del loro genio un'êra novella, compiere in qualche anno il lavoro dei secoli. Felici i popoli che li comprendono e li seguono! Sventura a quelli che li misconoscono e li combattono!

Nè l'assassinio di Cesare, nè la prigionia di Sant'Elena hanno potuto distruggere per sempre due cause popolari, rovesciate da una lega, coperta sotto la maschera della libertà e così si avvera ogni giorno, dal 1815, la profezia del Prigioniero di Sant'Elena: quante lotte, e sangue, e anni non abbisogneranno, perchè il bene che io volevo fare all'umanità possa avverarsi!»

[122.] Stéfane-Pol, pag. 367.

[123.] Vedi Bonfadini, pag. 110. Allude a quando, per consiglio e preghiera della Regina Ortensia, si recò l'Arese in America ad incontrarvi l'amico, quivi deportato dopo il fatto di Boulogne. Avverta il lettore come queste parole: «fa quel che devi avvenga ecc.» furono abilmente sfruttate dal Cavour. Dopo il moto mazziniano in Milano del '53, l'Austria con imperdonabile errore coinvolse tutti i milanesi nella colpa di pochi e veniva così a fare il giuoco del Cavour; furono quindi confiscati i beni agli emigrati politici, fra cui all'Arese. Questi, dopo lunghi colloqui col Cavour, scriveva all'Imperatore fra l'altro: «Quanto agli effetti della disposizione austriaca, io li subirò da uomo provato alle sventure, e specialmente quando si ha la fortuna di inspirarsi al vostro esempio, dal quale ho appreso a sopportare con coraggio le vicende della sorte e «a fare ciò che si deve, avvenga quello che possa avvenire». Vedi Bonfadini, pagg. 132-133.

[124.] Hübner, I, pag. 47.

[125.] M. le Duc De Morny, nel libro citato di P. De Lano, La Cour de Napoléon.

[126.] Hübner, I. pagg. 34, 44. ecc. L'Hübner dà la cifra dei morti, 2700: ma la riconosce esagerata. Il Monitore, esagerando in altro senso, scrive 380 morti.

[127.] Espressione del Mazzini.

[128.] Mazzini, Scritti, Vol. X, Il colpo di Stato europeo, pag. 349.

[129.] V. Hugo, pag. 25.

[130.] 2 Decembre 1851. Vedi Hübner, Vol. I. Confronta, per quanto infame, il libro del poliziotto Griscelli (Griscelli e le sue memorie), recente versione, editore Loescher, 1909.

[131.] Omaggio al motto: L'empire c'est la paix.

[132.] Hübner, I, pag. 49.

[133.] Ib., I, pagg. 46, 47.

[134.] Ib., I, pag. 49.

[135.] Ib., I, pag. 46.

[136.] Hübner, I, pag. 51.

[137.] Ibidem, I, pag. 47.

[138.] «Ai dì nostri l'etichetta non si fa accettare, se non quando essa si perde nella notte dei tempi.» (Hübner, II, pag. 82.) Conforme a questo dell'Hübner è il giudizio del nostro Azeglio (Bonfadini, pag. 122): «Queste aquile e aquilotti, quelle Tuileries, questo Roi Jérôme, che torna a galla, non mi finiscono di piacere: e mi par di vedere che tutta l'Europa rizza le orecchie se mai scoprisse dei progressi di courir des aventures, un po' troppo grossi».

[139.] Machiavelli, Istorie fiorentine, dove parla di Corso Donati.

[140.] Cap. VI.

[141.] De Lano, L'Impératrice, pag. 206.

[142.] Enrico Conneau, medico, nato a Milano (1803-1877), amico sino alla devozione di Luigi Napoleone, con cui partecipò la prigionia, volontaria, ad Ham. Fautore della causa d'Italia. Coi nomignoli di Garibaldi, Bertani, era chiamato alle Tuileries. Vedi lettera riportata a pag. 106.

[143.] Chiala, III. Apparve prima nella Perseveranza di Milano, 24 agosto 1883. Il Cavour non comunicò tale colloquio che al La Marmora, all'Arese ed all'ambasciatore sardo a Parigi.

[144.] Il Congresso di Parigi nel 1856, susseguito alla guerra di Crimea. Vedi Bonfadini, Vita di Francesco Arese, pag. 269.

[145.] Il figlio dell'Hübner a questo punto così commenta (II, pag. 223): «In fondo egli si cura poco del Papa. Non ha egli detto all'ambasciatore inglese: è una cattiva politica tenere la guarnigione a Roma: ma se io la ritirassi, l'Austria si incaricherebbe lei dell'affare!»

[146.] Nato il 1819, morto il 1875.

[147.] Ferdinando II di Borbone sposò in prime nozze Maria Cristina di Savoia, da cui ebbe il principe ereditario, il re dal breve regno, Francesco II.

[148.] Maria Teresa di Lorena fu moglie di Carlo Alberto.

[149.] Il granduca Leopoldo col figlio lasciò Firenze per timore di un pronunciamento militare. Alle 4 pomeridiane del 27 aprile, scrive lo Stiavelli nell'interessante suo libro Antonio Guadagnoli e la Toscana dei suoi tempi, uscirono dal giardino di palazzo Boboli le berline del Granduca «e le teste si scoprirono ad un ultimo saluto senz'ombra di ironia o di canzonatura». Rifugiatosi presso l'Imperatore d'Austria, ebbe dalla battaglia di Solferino tronca la speranza di un pronto ritorno, come fu del 1849.

[150.] Di questo singolare tiranno, troppo noto e troppo mal noto, vedi R. De Cesare, La fine di un regno.

[151.] Il sospetto che quella ferita fosse stata cagione dell'atroce malattia che lo trasse precocemente alla tomba, non lo abbandonò mai. Avvelenata credeva la punta della baionetta di Agesilao Milano. Vedi R. De Cesare, La fine di un regno.

[152.] Appena avvenuto l'attentato di Agesilao Milano, disse all'incaricato d'affari di Sardegna: «Scrivete al nostro carissimo cugino che non è stato nulla e che sto bene».

[153.] Maria Sofia di Baviera, sorella di Elisabetta Imperatrice d'Austria, andò sposa a Francesco, duca di Calabria, poi re di Napoli. Di queste infelici nozze, vedi R. De Cesare, Roma e lo Stato del Papa.

[154.] Documento notevole sono queste ultime parole di Ferdinando Borbone: «Il Signore in questo momento mi dà la grazia di essere tranquillo e di non soffrire alcun dispiacere di distaccarmi dalle persone e dalle cose più amate. Lascio il Regno, le grandezze, onori, ricchezze, e non risento dispiacere alcuno. Ho cercato di compiere, per quanto ho potuto, i doveri di cristiano e di sovrano. Mi è stata offerta la corona d'Italia (allude ai Bandiera?), ma non ho voluto accettarla; se io l'avessi accettata, ora soffrirei il rimorso di avere lesi i diritti dei sovrani e specialmente poi, i diritti del Sommo Pontefice. Signore, vi ringrazio di avermi illuminato». (R. De Cesare, La fine di un regno, I, pag. 437.)

[155.] Francesco II salpò da Napoli per Gaeta la sera antecedente all'arrivo di Garibaldi.

[156.] Questo provvisoriamente: le nozze quasi imposte dell'amato cugino, Principe Napoleone con la figlia di Vittorio Emanuele (la seconda parte della lettera è tutta una faticosa perorazione affinchè il Re conceda la figlia giovanissima a questo epicureo, oramai quarantenne, tipo napoleonico singolare, schernitore acuto di uomini e cose, e ne fu schernito col brutto nomignolo di Plon-plon), e l'andata di lui in Toscana nel '59; e la tendenza di Napoleone III a ricopiare il Primo Impero; e la sua illusione di potere sempre cogliere due piccioni ad una fava, fanno pensare che fosse ne' suoi disegni futuri un regno napoleonico in Toscana. Ma l'incertezza è, in verità, il carattere più spiccato di questa federazione.

[157.] Luisa, principessa di Borbone-Artois (1819-1864), vedova di Carlo III, trucidato per giusta pena delle sue follie libertine, reggente pel figlio Roberto. Essa, con proclama del 9 giugno 1859, abbandonava Parma, riservando tutti i diritti del figlio che affidava «alla giustizia delle grandi potenze ed alla protezione di Dio». È noto come a Napoleone III stesse a cuore di non creare nuova materia di avversione, che già tanta ve n'era, nell'aristocrazia legittimista borbonica contro di lui.

[158.] Dato il concetto federale da cui moveva Napoleone III e che era nei suoi convincimenti, come vedremo dall'esame dell'opuscolo Napoleone III e l'Italia, e poi a Villafranca, la sostituzione della casa di Giovachino Murat a quella borbonica, non deve far meraviglia. Anche l'Ulloa ed altri napoletani propendevano, del resto, per tale mutamento, ed all'Imperatore doveva parere inoltre giusta vendetta del fucilato Murat.

[159.] Mazzini, Scritti, X, pag. 86.

[160.] Ib., Scritti, X, pag. 87.

Il Carducci, che fu avverso quanto altri mai a Napoleone III, e non eccessivamente tenero del conte di Cavour, scrisse: «Napoleone III non pensò certo a un regno d'Italia di cui coronarsi egli come Carlo Magno e il primo Napoleone: troppo erano diversi i tempi, se anche a lui benigni e opportuni: ma certo aveva vagheggiato un regno murattiano a Napoli e un bonapartiano in Etruria; e con molto rimpianto dovè scuoter via il bel sogno d'una confederazione italiana sotto la presidenza del pontefice. Camillo di Cavour non aveva ancora abbracciato tutta l'idea dell'unità come fece indi a poco; ma che che ne paresse ai democratici ed anche ad Alberto Mario, il conte non si voleva tra i piedi regni murattiani o bonaparteschi». (Alberto Mario, scrittore e giornalista.)

[161.] I. Artom, Il conte di Cavour in Parlamento, pag. XLVI.

[162.] Mazzini, Scritti, X, pagg. 309, 310.

[163.] Arturo Labriola, La Comune, pag. 23.

[164.] Carteggio Casati-Castagnetto, publicato a cura di Vittorio Ferrari.

[165.] «A questo punto (la richiesta di Nizza), nota sarcasticamente il figlio dell'Hübner (II, pag. 222), è lecito supporre che il ministro sardo abbia fatto una lieve smorfia. Teme il grido di dolore che eleveranno i suoi amici alla Camera, se egli abbandona al forastiere una provincia italiana. Egli esita, balbetta, batte un po' la campagna, ma non promette niente».

[166.] Vedi Chiala, IV, CCXVI (discorso del Cavour): «Se alle ostilità dei partiti (di Francia contro Napoleone) si aggiungesse, non dirò l'ostilità delle masse, ma anche soltanto la indifferenza di esse, l'Imperatore dei Francesi quantunque conservasse tutta la sua simpatia per noi, non potrebbe più tradurla in atto, perchè anche il suo potere ha certi limiti. Ora, signori, a mantenere le masse francesi favorevoli all'Italia, era necessaria la cessione della Savoia e di Nizza. A torto od a ragione, io non lo voglio discutere, le masse francesi credevano e credono che le provincie ora accennate appartengano legittimamente alla Francia». Cfr. anche D'Haussonville, M. de Cavour et la Crise italienne (Revue des Deux Monds, 15 settembre '62).

[167.] «Come Nizzardo voi avete ragione di serbarmi rancore per la mia perorazione in favore del trattato che io avevo firmato; ma oggi io posso dirvi di aver parlato contro la mia convinzione e per necessità.» Così il Cavour al generale A. Poerio che si doleva avere il Cavour detto che la contea di Nizza era da riguardarsi piuttosto come francese che come italiana. Chiala, IV, pag. CCXXII in nota.

[168.] Felice espressione, riferita da G. Visconti-Venosta (Ricordi di Gioventù, pag. 521) al fratello Emilio.

[169.] Vedi Federico Loliée, Les femmes du Second Empire, pag. 19. Virginia Oldoini, maritata al conte Francesco Verasis-Castiglione, primo scudiero di Vittorio Emanuele. Bellezza statuaria e famosa e non comune intelletto. Ammiratrice e devota al Cavour, amata da Napoleone III; una fra le più celebrate donne della corte del Secondo Impero, che di troppe e troppo celebrate bellezze sentì il malo effetto. Vedi Griscelli, Memorie.

[170.] G. Rothan, L'affaire du Luxembourg, Calman Levy, 1884. Vedi anche Lebey, op. cit., pag. 43.

[171.] Hübner, II, pag. 225. Vedi il capo ultimo di questo libro.

[172.] A. Labriola, La Comune, pag. 24. Vedi in fine al volume in nota il giudizio di questo scrittore su Napoleone III.

[173.] Conte Buol Schauenstein (1797-1865) ministro austriaco degli Esteri e presidente del Consiglio dal 1852. Temperamento orgoglioso, scontroso, si oppose nel '52 al riconoscimento del Secondo Impero. Alludendo a lui, l'Hübner saviamente scriveva (I, pag. 109): «L'alterigia è nella società una sciocca consigliera e in politica una pericolosa consigliera». Se la forza della sua alterigia, abilmente stimolata e calcolata dal Cavour, fosse stata minore, non è assurdo pensare che le cose avrebbero preso altra piega.

[174.] Vedi Mazzini, Scritti, X, pag. 314. «Si è tanto predicato: aspettate; non movete.... indugi, disciplina, prudenza, che le città addottrinate ad attendere tutto dagli altri, nulla dai propri sforzi, hanno apparentemente perduto ogni vigore di iniziativa».

[175.] «Cavour lasciando Plombières poteva felicitarsi dei risultati ottenuti; ma egli conosceva troppo bene Napoleone per lusingarsi di avere guadagnata la partita. Prevedeva le incertezze, le oscillazioni, ecc., contro cui [avrebbe] dovuto lottare prima di arrivare in porto.» Nota di A. Hübner alla lettera del Cavour (II, pag. 224).

[176.] Mazzini, Scritti, X, pag. 268.

[177.] Pierre De Lano, Le secret d'un empire, L'Empereur, pag. 129. Di questo passo, vedi più diffusa spiegazione per ciò che riguarda l'opera del ministro prussiano, nel capitolo ultimo di questo libro. Cfr. Pierre De La Gorge, Histoire du Second Empire, Vol. IV e V.

[178.] Mazzini, Scritti, X, pag. 84. «Voi spronato costretto dal loro sacrificio (dei republicani italiani) a balbettare qualche timido incerto lagno sulle condizioni d'Italia, avete rimpicciolito il grido potente che viene dai loro sepolcri, a sommessa e codarda preghiera».

[179.] Lettera del Cavour al marchese Emanuele D'Azeglio. (Chiala, III, XVI, XVII.) Come poi, dopo la pace di Villafranca, la politica inglese si mutasse favorevole all'Italia, vedi nel capitolo Villafranca.

[180.] Chiala, IV, pag. 219.

[181.] Ib., III, XCIX.

[182.] Th. Martin, Life of the Prince Consort, pag. 357. Buon esito ebbe, invece, il prestito interno; e il Cavour se ne compiace col suo solito, forte lepore con Emanuele D'Azeglio, ambasciatore del Re in Londra (7 marzo 1859): «Il nostro prestito (interno) ebbe il più bel successo dopo il rifiuto di tutti i grandi banchieri d'Europa ad occuparsi di tale cosa. È uno spettacolo commovente vedere la premura dei piccoli nostri capitalisti nel venire a portare le loro piccole economie al governo. Questo fatto accoppiato all'emigrazione crescente della gioventù lombarda che accorre sotto le nostre bandiere, deve provare, mi sembra, che il sentimento nazionale non è un'invenzione di quella testa pelata del conte di Cavour».

[183.] Il 1.º aprile del '59 il Mazzini, dopo aver detto che «l'opinione della Francia, tranne l'esercito, è avversa alla guerra», dopo avere ricordato le relazioni dei prefetti e dei capi di gendarmeria contrarie alla guerra, il silenzio di Parigi all'arrivo dei novelli sposi, il principe Napoleone e Clotilde, figlia di Vittorio Emanuele ecc., scrive: «la Francia repubblicana è risolutamente avversa ad una guerra che, trionfante, deve estendere l'imperialismo al di fuori; sfortunata, spargerebbe nuova vergogna sulle armi francesi e rinnovellerebbe forse le invasioni del 1814 e 1815». Vol. X, pag. 269.

[184.] Daniele Manin, sacrificando alle necessità l'idealità republicana, ebbe il concetto «dell'alleanza della monarchia e della rivoluzione» (espressione di Garibaldi, vedi il Risorgimento italiano, N. 1, art. 1.º); da cui il motto: Italia e Vittorio Emanuele, da cui la Società Nazionale Italiana, abilmente adoperata dal Cavour.

[185.] Hübner, II, pag. 79. Il titolo di conte è posteriore. L'Hübner ebbe da prima il titolo di barone. Del '48 fu mandato dal Metternich a Milano onde trovar modo di sedare, accordandosi col vicerè e col Radetzki, l'agitazione prodotta dalla politica di Pio IX. Fu sorpreso dalla Rivoluzione del marzo. Autore di una pregiata opera storica su Sisto V.

[186.] Hübner, II. pag. 262 e seguenti. «Durante tutto quest'anno (1857) l'Imperatore Napoleone non m'ha mai rivolta la parola, perchè egli non è abbastanza padrone di sè, nè abbastanza abituato al trono per sapere che è indegno di un sovrano tenere il broncio». (II, pag. 80.)

[187.] Hübner, II, pag. 270. Drouyn de Lhuys (1805-1881) uomo politico francese, più volte ministro degli Esteri. NB. Tutta questa narrazione è fedelmente riassunta dalle interessantissime memorie dell'Hübner.

[188.] Hübner, II, pag. 280. La fredda, ostile accoglienza che Parigi fece a Clotilde, novella sposa, figlia di Vittorio Emanuele, avrebbe «esasperato l'Imperatore». (Hübner, II, pag. 278.) «Noi non salutiamo la piccina perchè essa ci porta la guerra, avrebbero detto gli operai.» (II, pag. 277.)

[189.] Hübner, II, pag. 283.

[190.] Th. Martin, Life of the Prince Consort, IV, pag. 357. «Nel famoso discorso di Bordeaux Luigi Napoleone, presidente della Republica, aveva detto: L'empire c'est la paix. Rothschild voltò la frase: La paix est l'empire, ententez-fous? disse all'ultimo ballo di corte ad uno dei ministri. Ententez-fous? bas de paix, bas d'empire! Il generale De la Roux ebbe il coraggio di ripetere il motto all'Imperatore, che non rise.» (Hübner, II, pag. 273.)

[191.] Di questi passi, alcuni notissimi e ripetuti, vedi Chiala, III.

[192.] Mazzini, Scritti, X. pag. 87.

[193.] Chiala, III, pag. 10.

[194.] Cfr. Mazzini, «Il discorso regio può tradursi così: la monarchia piemontese ha in core l'Italia, ma la sua fiducia è riposta nelle alleanze ecc. La guerra non dipende da Torino, dipende da Parigi». X, pag. 199.

[195.] Massari, La vita di Vittorio Emanuele, cap. XLIX.

[196.] Massari, La vita di Vittorio Emanuele.

[197.] Lettera di Odo Russell a M. Corbett, Il Risorgimento Italiano, Anno I, fasc. 2.º, pag. 202.

[198.] La contraddizione è rilevata anche dal Mazzini: «Le piaghe d'Italia non possono sanarsi che lacerando i trattati. Voi non potevate dirlo senza snudare ad un tempo la spada, lo so: ma potevate, se le correzioni parigine non vi dettavano la frase, tacerne». (Il discorso regio, X, pag. 199, 15 gennaio '59.)

[199.] Conte Guido Melzi d'Eril: essi sono del padre suo, duca Giovanni.

[200.] Vedi R. Barbiera, Il salotto della Contessa Maffei e G. Visconti-Venosta, pag. 465.

[201.] Lodovico Mancini. Vedi il racconto minuto nel Barbiera, op. cit., e a pag. 473 dell'op. cit. di Giovanni Visconti-Venosta.

[202.] Vedi tutto il vol. X degli Scritti del Mazzini.

[203.] Vedi Mazzini, Scritti, X, XX. La formula plebiscitaria, provocata dopo Villafranca, fu, come è noto, ben altra. Nella lettera «al conte di Cavour» del giugno '58, v'è questo passo: «Voi non potete, senza stoltezza, credere in una serie di principi: noi ci accostiamo rapidamente a tempi, nei quali ogni monarchia sparirà. I vostri affetti devono essere concentrati sul regnante d'oggi. Or la potenza che vi dànno le forze che portate sul campo, e l'abitudine inveterata nei popoli di essere e mostrarsi grati anche a scapito della propria salute, vi assicurano che, serbando a quel re il vanto di aver contribuito con le armi a liberare il paese, voi gli serbavate, se non la corona, la presidenza almeno d'Italia», pag. 78.

[204.] Carteggio Casati-Castagnetto, pag. XLVII.

[205.] Mazzini, Scritti, X. pagg. 312. 313.

[206.] Mazzini, Scritti, X. pag. XVIII in nota; e pag. 205: «Vogliamo la guerra all'Austria, ma non vogliamo combatterla a fianco di un altro straniero che ha fondato, sui cadaveri dei nostri migliori, una usurpazione militare a pro della tirannide di Roma». Non è qui il luogo di rifare la storia della spedizione francese del '49 contro Roma. Richiamiamo tuttavia il passo a pag. 106, e ricordiamo che il Guizot (Memorie, VIII, pag. 403) ai primi accenni di rivoluzione in Roma fece nel gennaio del '48 allestire una spedizione di 5000 armati, pronta ad imbarcarsi per Civitavecchia; ed è noto che se fosse mancato l'intervento francese, sarebbe avvenuto l'intervento austriaco. Ciò è detto non a giustificazione ma a spiegazione.

[207.] Mazzini, Scritti, X, pag. 306.

[208.] De Cesare, Roma e lo Stato pontificio, II, pag. 55.

[209.] Mazzini, Scritti, X, pag. 282.

[210.] Hübner, II, pag. 221.

[211.] Chiala, VI, pag. 393.

[212.] Lettres de M. P. Mérimée à M. Panizzi, edite di Fagan Paris, Lévy, 1881. A questo letterato sono attribuite le lettere d'amore che la futura imperatrice di Francia dirigeva a Luigi Bonaparte.

[213.] Parole testualmente riferitemi dal dotto e nobile Pietro Galli, distributore nella Gambalunghiana di Rimini.

[214.] Chiala, III, in fine.

[215.] Vedi più dietro a pag. 70.

[216.] Vedi più dietro a pag. 107.

[217.] Mazzini, Scritti, X. pag. 232, Napoleone III e l'Italia, 15 febbraio.

[218.] Chiala, III, pag. 37.

[219.] Chiala, III, pag. 52.

[220.] Mazzini, Scritti, X, pag. 231.

[221.] Hübner, II, pag. 278.

[222.] Chiala, Lettera del Cavour alla contessa A. De Circourt, 22 luglio 1859.

[223.] «L'avventura italiana ebbe nel regno di Napoleone III l'aspetto amabile, ancorchè ingannevole, di una popolarità sincera, e tale anche oggidì è considerata: tanto è vero che l'umanità si affeziona a ciò che un giorno la sedusse, anche se essa poi ne fu ingannata». Così un autore francese. Pierre De Lano, L'Empereur, pag. 134.

[224.] Pierre De La Gorge, Histoire du Second Empire, II, pagina 448.

[225.] Chiala, III, XLI.

[226.] Chiala, III, pag. XLV. Il segreto della cessione della Savoia era trapelato, pare, anche per indiscrezione di Napoleone stesso. Vedi Chiala, III, XLIV in nota. «Cavour aveva acconsentito a pagare il servizio della Francia in natura, cioè con belle e buone provincie appartenenti da tempo immemorabile alla casa di Savoia, perchè non voleva essere costretto a pagare più caro ancora, cioè con una dipendenza troppo assoluta e un vassallaggio troppo completo, pur sapendo che un simile sacrificio gli sarebbe stato amaramente rimproverato». Così il conte D'Haussonville nel citato articolo del 15 settembre 1862 nella Revue des Deux Mondes.

[227.] Bonfadini, Vita di Francesco Arese, lettera del Cavour, pag. 165.

[228.] «La questione italiana ha raggiunto uno stadio in cui ogni speranza di poterla sopprimere, sopire per lungo tempo indugiare, sarebbe non solo immorale, ma follia.» Mazzini, X, pag. 255.

[229.] Chiala, III, pag. 57.

[230.] Chiala, III, pag. 28.

[231.] Ib., III, pag. 55.

[232.] Mes amitiés à La Marmora (Ottavio, intendente generale a Nizza) que j'aime beaucoup lors même que je m'irrite lors qu'il n'est pas aussi actif que je le voudrais. Chiala, III, pag. 33.

[233.] Chiala, III, pag. 23. Lettere al Boncompagni (8 febbraio '59) esitante nel preparare l'agonia senza dolori della casa di Lorena in Toscana: «Vi confesso schiettamente che sono un poco meno scrupoloso di voi ed ho una coscienza (nelle cose politiche) un poco più larga della vostra».

[234.] Mazzini, Scritti, X, pag. 85.

[235.] Giovanni Visconti-Venosta, op. cit., pagg. 457 e 458.

[236.] Mazzini, X, pag. 303.

[237.] Chiala, III, pag. 28.

[238.] Ib., III, pag. 42.

[239.] Hübner, II, pag. 373.

[240.] Taxile Delord, Histoire du Second Empire, II.

[241.] Garibaldi, Memorie.

[242.] Chiala, III, LXVI.

[243.] Mazzini, Scritti, X, pagg. 255 e 268 (15 marzo e 1 aprile '59).

[244.] Chiala, III, LXIV.

[245.] Chiala, III, pag. 49. Lettera del 21 marzo.

Per ciò poi che riguarda la Francia, crede o desidera di far credere ad E. D'Azeglio «che la rivoluzione si estenderà alla Francia, che sarà così governata da un sovrano spogliato del suo prestigio e ne seguirà una conflagrazione ben maggiore di quella che oggi si teme». È lo spettro della Rivoluzione; del quale mezzo così acuto uso farà Cavour di fronte a Napoleone. Parlando poi di questa lettera al Nigra, il De La Gorge (op. cit., II, pag. 422) ne fa maligna parafrasi, dicendo che Cavour scrisse al Nigra «affinchè arrivasse sino a Napoleone e con la sua astuzia, i suoi sotterfugi, le sue preghiere lo strappasse alle influenze degli amici della pace».

[246.] Lettera del 20 marzo. Chiala, op. cit., III, pag. 457.

[247.] Parole del conte Buol riferite da lord Malmesbury, 27 gennaio 1858. (Vedi Chiala, III.) Il Mazzini stesso (1º aprile, ved. Scritti, X, pag. 271) vi accenna: «Il Piemonte, se romperà guerra appoggiato dalle armi napoleoniche, susciterà a pro' dell'Austria una potente coalizione e finirà per subire le sorti dell'alleato; se romperà guerra solo, sarà disfatto», da ciò la deduzione «di appoggiarsi francamente, lealmente sulla Rivoluzione». Per questa terza via egli rinnova la sua inesauribile fede nella vittoria, benchè richiami a mente «l'inerzia più che probabile del mezzogiorno d'Italia».

[248.] Chiala, III, LXXVIII.

[249.] Ib.

[250.] «Si comprende — scrive il Grabinski, op. cit. pag. 159, — che l'Arese e i patriotti italiani non si preoccupassero guari dei pericoli della Francia; ma bisogna dar lode al sentimento publico in Francia che previde le gravi conseguenze della guerra del 1859 e non nascose punto la sua opposizione ai progetti di Napoleone III.»

[251.] Mazzini, Scritti, X, pag. 272.

[252.] Chiala, III, XCVI.

[253.] Vedi Chiala (III, XCV) il quale toglie dal citato libro del Martin, e dice «che questi ragguagli furono al Principe Consorte comunicati nel febbraio del '60 da eminente personaggio, in condizione di conoscerli con la più scrupolosa esattezza».

[254.] L'Arese fu dal '49 mandato a Parigi dal ministro Gioberti a sollecitare l'aiuto di Luigi Napoleone nelle guerre d'Italia. Dispaccio Arese del 9 e 21 febbraio 1849. Vedi Bonfadini, pag. 96. L'Hübner ricorda che non fu agevole anche allora distogliere il Presidente dall'intervenire nelle cose d'Italia contro l'Austria.

[255.] Chiala, III, XCV.

[256.] Hübner, II, pag. 368.

[257.] De La Gorge, Histoire du Second Empire, II, pag, 422.

[258.] Hübner, II, pag. 361.

[259.] Hübner, II, pagg. 367 e 368.

[260.] La principessa Matilde, figlia del re di Westfalia, sorella del principe Napoleone, cugina dell'Imperatore. Di questa dama vedi Federico Lolliée, Les femmes du Second Empire. Fu uno degli affetti giovanili di Napoleone III. Muliebremente caratteristica è la frase di lei: «Se io l'avessi sposato, mi sembra che gli avrei rotto la testa per sapere quello che c'era dentro».

[261.] Poi ministro al tempo della guerra tra Prussia ed Austria.

[262.] Hübner, II, pagg. 370 e 371.

[263.] Ib., II, pag. 271.

[264.] Chiala, III, CVIII.

[265.] Chiala, III, CVII.

[266.] Chiala, VIII, XCVII. Dispaccio di lord Cowley a lord Malmesbury.

[267.] G. Roberti, L'Italia nel carteggio della Regina Vittoria. Nel Risorgimento Italiano. Anno III, fascicolo 2.º, pag. 206.

[268.] De La Gorge, op. cit. III, cap. I.

[269.] Hübner, II, pag. 361.

[270.] Il Massari, op. cit., pag. 309, racconta questo efficace aneddoto. Giacomo Rothschild si recò dal Cavour dopo il colloquio con Napoleone per sapere se v'era pace o guerra. Cavour rispose: «Vi sono molte probabilità per la pace, e vi sono molte probabilità per la guerra». «Sempre astuto, signor Conte.» «Ecco, signor barone, io vi faccio una proposta: comperiamo dei titoli e giochiamo al rialzo; io poi darò le mie dimissioni. Avremo un rialzo di 3 franchi.» «Voi siete troppo modesto, signor conte, voi valete almeno 6 franchi.»

[271.] Chiala, VI, pagg. 376-380. Queste apprensioni del Cavour hanno il loro perfetto riscontro in Mazzini (X, pag. 273): «I governi irritati del nostro averli costretti ad agitarsi, a tremare, ad armarsi per nulla, s'adoprerebbero a frenarci come perturbatori perpetui senza intento determinato: i Popoli che ieri guardavano in noi come in Popolo iniziatore, imparerebbero a sprezzarci come chi minaccia e non osa. Tolga il cielo tanta vergogna. Un popolo che ottiene fama di codardo è spento per sempre».

[272.] Lettera di Villamarina al Cavour, 17 gennaio 1858, in N. Bianchi, Storia documentata, VII, pag. 391.

[273.] De La Gorge, II, pag. 347 e segg.

[274.] Op. cit., II, pag. 350. Vedi anche le Memorie di Claude, capo della Polizia sotto il Secondo Impero, I, pag. 357.

[275.] Chiala, VI, pag. 197.

[276.] De La Gorge, op. cit., II, pag. 353.

[277.] Pierre De Lano, L'Impératrice Eugénie, pag. 99.

[278.] Ib., pag. 100.

[279.] Ib., pag. 100.

[280.] Lettera all'Arese del 26 agosto '59. Vedi Bonfadini, pagina 186. Il Bonfadini vi aggiunge in nota: «L'augusta donna non prevedeva, sotto l'impressione dei suoi sdegni vivaci, che tre dipartimenti francesi, oltre il rimborso di sessanta milioni, avrebbe guadagnato l'Impero tenendo fede alle stipulazioni di Plombières»; e su questo punto dovrebbe cessare ogni discussione. Napoleone III o la Francia, avendo poi chiesto un pagamento, e questo essendo stato fatto, la partita si deve ritenere chiusa. Nei libri di ragioneria non esiste, in fatti, il capitolo riconoscenza. Se non che il supporre la guerra d'Italia fatta a questo scopo, è supporre cosa troppo semplice.

[281.] Pierre De Lano, La Cour de Napoléon, pag. 225.

[282.] Lettera al Principe Consorte di A. Thiers del 22 marzo: «L'Imperatore, non ha che un fine, che un'idea fissa: arrivare alla guerra, pur parlando di pace». Chiala, III, LXXVIII.

[283.] «L'Imperatore, non ostante avesse aderito al congresso, nel suo intimo, desiderava ardentemente la guerra.» Chiala, III, CX.

[284.] Dispaccio di lord Cowley a lord Malmesbury. Chiala, III. Vedi anche Kossuth, Souvenirs.

[285.] De La Gorge, op. cit., III, pag. 9.

[286.] Umiliare l'Austria; consolidare col prestigio della gloria militare il trono usurpato; cattivarsi la benevolenza dei republicani, sostenendo un'idea generosa; sostituire in Italia l'influsso imperiale a quello dell'Austria. Convincere anche di mendacio Vittore Hugo che aveva detto: «Voi non avete guadagnato che la battaglia di Satory» (campo di manovre dove la cavalleria aveva acclamato Imperatore il Presidente della Republica), e Mazzini, che aveva detto: «Voi amate bensì le uniformi di parata, corrusche d'oro, ma dubito che siate atto a condurre solo alcuni reggimenti». A questa velleità di duce supremo allude anche l'Hübner. Fu anche detto: La guerra d'Italia, per effetto di vincoli settari, si presentava come una cambiale non prorogabile: bisognava pagare, e la pagò in fretta, per liberarsi da questo impegno. Ma più forse che i vincoli settari, l'impegno di Plombières, che Cavour veramente agitò come una cambiale. Il programma di Napoleone I dei confini della Francia: il Reno e le Alpi. Il De Lano accerta esistere un ms. dell'Imperatore e col titolo: Perchè feci la guerra d'Italia.

[287.] L'Orsini, uccidendo Napoleone III, si riprometteva, insieme con la vendetta di Roma, la republica in Francia; dal quale mutamento sperava utilità per l'Italia. I dispareri col Mazzini, la impulsività del carattere, la tristezza dell'esiglio incitarono il trapasso dal pensiero all'opera. Fallita questa e vistosi perduto, volle o fu confortato a volere, che il suo sangue, consacrato alla causa d'Italia, non fosse sparso invano. Da ciò la lettera all'Imperatore.

«Vostra Maestà — diceva — si ricordi che gli Italiani, tra i quali era mio padre, versarono con gioia il loro sangue per Napoleone il Grande: si ricordi che gli furono fedeli sino alla sua caduta. Vostra Maestà non respinga la voce suprema d'un patriota sui gradini del patibolo: liberi la mia patria, e le benedizioni di 25 milioni di cittadini la seguiranno nella posterità».

Dopo l'attentato dell'Orsini l'Hübner voleva sapere se era vero che «l'Imperatore avesse l'imaginazione colpita» (Hübner, II, pag. 285); e al Cavour sono attribuite queste parole: «Per l'Imperatore, Mazzini è uno dei suoi più feroci nemici: gli spedisce ogni tre mesi degli assassini: una specie particolare di pazzia» (Chiala, III, CV). Il proposito di Napoleone di graziare l'Orsini è stato messo in dubbio; anzi, negato dal nobile Carlo di Rudio (Resto del Carlino, 4 ottobre 1908), il quale riferisce particolari interessanti, ma molto contestati e contestabili, sull'attentato. Ma della volontà di graziare l'Orsini non può cadere dubbio (vedi anche Hübner). Altre deduzioni si potrebbero fare se risultasse che la polizia austriaca sapeva in antecedenza dell'attentato (vedi Bonfadini, op. cit., pagg. 173-176 e Prefazione alle citate Memorie del Griscelli, Loescher, 1908). Avvenuta la pubblicazione delle lettere dell'Orsini nella Gazzetta Piemontese, scrive l'Hübner: «I giornali di Parigi non hanno osato riprodurre gli ultimi scritti dell'assassino, che l'organo del signor Cavour raccomanda come modello alla gioventù italiana». Specialmente perchè la provenienza dovrebbe significare qualche cosa, ristampo questi passi di lettera che da Parigi Amilcare Cipriani, non inferiore al Rudio per audacia rivoluzionaria, ma coscienza insospettata, scriveva il 17 settembre 1906 al signor Paolo Mastri e che fu edita nel Resto del Carlino (17 settembre 1908):

«.... la prima lettera che scrisse all'Imperatore, questi, profondamente impressionato e commosso, per tentare di salvarlo e servire in pari tempo la causa italiana per la quale l'Orsini si era sacrificato, per l'intermediario di Pietri, la fece recapitare a Jules Favre difensore dell'Orsini stesso, acciocchè la leggesse dinnanzi alle Assise, ciò che fu fatto.

«L'effetto fu strepitoso e, se Orsini non ebbe salva la vita, ebbe salvo l'onore.

«I ministri andiedero su tutte le furie, ed il conte Hübner, ambasciatore austriaco ne fu sbalordito, perchè intese che era un colpo diretto al cuore del suo governo.

«La seconda, quella ch'egli scrisse alla vigilia di morire, l'Imperatore l'inviò a Cavour, pregandolo di pubblicarla nella Gazzetta Ufficiale del Piemonte.

«Cavour, sorpreso, obiettò che un tale atto equivaleva ad un attacco diretto di entrambi contro l'Austria.

«Napoleone rispose si pubblicasse, e così fu fatto. Erano le prime ostilità.

«Quattro mesi dopo Cavour e Napoleone si trovarono a Plombières: l'Imperatore fu ben presto convinto che Orsini non era un delinquente, ma un apostolo che s'immolava per la sua patria, e non avendo potuto salvargli la vita, gli fece sapere in carcere: «che d'ora innanzi tutti i suoi pensieri erano oramai rivolti alla liberazione d'Italia.» Per questa complicata questione dell'Orsini si desiderano i promessi studi di Alessandro Luzio.

[288.] Chiala, III, pag. 187.

[289.] Carducci, Alberto Mario giornalista. Come abbia il Carducci avversato Napoleone, è troppo noto per qui farne parola.

[290.] Chiala, III, pag. 58.

[291.] Buol a Malmesbury, vedi Chiala, III, CVIII.

[292.] L'Italia nel carteggio della Regina Vittoria nel Risorgimento Italiano, Anno I, fascicolo 2.º, pag. 201.

[293.] Ma andassero lontani Poerio e gli altri condannati politici, fuori del mondo: non udisse più il Re parlare di loro. Invece udì parlare di loro. Erano sbarcati a Cadice e non era facile rimetterli in nave ancora. Imbarcateli a qualunque costo, aveva ordinato il Re. E ancora ripresero il mare. Ma li aveva uditi giunti in Irlanda, e poi a Londra, acclamati, compianti, onorati.

Sono proprio di quel tempestoso mese di marzo, quando dopo la nota del Monitore, il Cavour — secondo il Guerrazzi — aveva perso il sonno e tutto andava in isconquasso, queste interessanti istruzioni per Poerio e gli altri esuli napoletani a Londra:

Illuminare l'opinione pubblica inglese, evitando però, come fecero sinora con tanta prudenza, le dimostrazioni e gli atti che potrebbero farli confondere con la screditata emigrazione mazziniana. Cercare ogni modo per dimostrare che le due grandi cagioni dei nostri mali sono: l'influenza austriaca e la dominazione temporale del Papa: insistere su questo punto per rendersi favorevole l'opinione protestante. Fare adesione alla politica piemontese, senza però lasciar travedere che si subisca l'influenza venuta da Torino. Insistere perchè l'Inghilterra faccia prevalere nel Congresso (se Congresso vi sarà) il principio del non intervento dell'Austria, in modo preciso ed assoluto, nei paesi situati sulla sponda destra del Po.

[294.] Risorgimento Italiano, Anno I, fascicolo 2.º, pag. 206

[295.] Hübner, II, pagg. 362, ecc. e 393.

[296.] Chiala, III, CXI.

[297.] Hübner, II, pag. 370.

[298.] De La Gorge, op. cit., II, pag. 431.

[299.] Ib., II, pag. 428.

[300.] «Massimo parte domani: a Londra ed un po' anche a Parigi il suo viaggio è visto di buon occhio, perchè si spera servirsi di lui per rovesciare il conte Camillo, e surrogarlo a lui». Lettera del Massari al Panizzi, 15 aprile. Vedi la lettera di Massimo d'Azeglio al Cavour, datata da Londra proprio in quel 19 aprile. Venuto ad amichevoli colloqui con gli uomini di Stato inglesi e col Principe Alberto, si mostra tutt'altro che turbato o spiacente dell'accettato congresso. «Tutti vedranno che in quest'occasione il raziocinio ha vinto in te la tua naturale tendenza all'operare ardito». «Una grande discussione, della quale si farà gran pubblicità e gran commenti nella stampa, che metta in luce tutte le bricconerie usate contro gli italiani, non può ridondare che in sovrano nostro vantaggio». Perchè gli uomini di Stato inglesi sono avversi all'Italia? «Perchè suppongono gran progetti a Napoleone e credono che noi siamo suoi istrumenti». Poi osservando la diffidenza che in tutti ha inspirato Napoleone e come «non abbia disposto le cose in modo da trovarsi preparato ad ogni evento», scrive: I lo chërdia pi bulo: io lo credeva più accorto. Vedasi come tutto risponde a ciò che venimmo scrivendo. (Chiala, VI, pagg. 391-393.)

[301.] Chiala, III. pag. 85.

[302.] Pour moi Mazzini c'est un adversaire politique, dont nous avons pu anéantir le parti, mais avec qui nous ne pourrons jamais arriver à un accord. Souvenirs del Kossuth. Vedi in Chiala, III, CV.

[303.] Vedi Castelli, Ricordi, pag. 97.

NB. È del 19 aprile questa lettera del Cavour a G. Gorio (Chiala, VI. pag. 394): «Non si dia più verun fastidio per la pronta vendita dei buoi grassi. Salveremo le vacche, ma perderemo la causa italiana, che pareva prossima ad una soluzione favorevole. L'Imperatore è stato ingannato od è traditore. Ci ha fatto un danno irreparabile col costringerci al disarmo. Credo che potrò fra breve abbandonare il ministero che abborro per andare a stabilirmi a Leri in modo definitivo».

[304.] Hübner, II, pag. 69.

[305.] Ib., II, pag. 276.

[306.] Cioè: disarmo del Piemonte; esclusione del Piemonte; nessun mutamento territoriale.

[307.] Avvenuta l'intimazione dell'ultimatum, supremi sforzi tentò lord Malmesbury perchè il conte Buol aderisse all'ammissione degli Stati Italiani al congresso (dispaccio del 20 aprile, ore 1.43 pom.). Per mezzo del suo ambasciatore protestò il 22 aprile in nome di S. M. Britannica, aggiungendo che «se l'ultimatum avesse avuto effetto, l'Austria avrebbe perduto ogni titolo all'aiuto ed alla simpatia dell'Inghilterra».

Oramai era deciso: il conte Buol rispose all'ambasciatore inglese che «v'era un'opinione pubblica anche in Austria, con un Imperatore giovane e cavalleresco a cui la dignità e l'onore del suo paese erano sacri. Noi siamo stati sbeffeggiati, provocati, insultati per lungo tempo dalla Sardegna». Vedi Chiala, III. CXXXVII. Tentò il Walewski il mezzo supremo dell'intimidazione per mezzo di Massimo d'Azeglio, mandato in quei giorni a Parigi ed a Londra dal Cavour: «Per carità, consigliate, consigliate al vostro governo subito il disarmo. Se voi non disarmate, l'Austria vi attaccherà e vi schiaccerà senza fallo. Noi verremo in vostro soccorso, ma sarà troppo tardi. L'esercito piemontese avrà cessato d'esistere e il Piemonte servirà di campo di battaglia tra Francia ed Austria».

[308.] Vedi Nota precedente.

[309.] Hübner, II, pag. 395.

[310.] Chiala, III, CXXII.

[311.] Chiala, III, CXXII.

[312.] Ib., VI, pag. 395.

[313.] Vedi Castelli, Ricordi, pag. 97.

[314.] Vedi Loftus, Correspondence respecting the affairs of Italy, pag. 321.

[315.] Hübner, op. cit., II, pag. 406.

[316.] Hübner, op. cit., II, pagg. 292 e 293.

[317.] Bonfadini, Vita di Francesco Arese, pag. 382.

[318.] Voti favorevoli 110, contrari 24.

[319.] La lettera concludeva: «Ho l'onore di pregare Vostra Eccellenza di voler prendere il contenuto (della presente) in seria considerazione e di farmi sapere se il governo del Re acconsente o no a mettere, senza indugio, il suo esercito sul piede di pace e a licenziare i volontari italiani.

«Il latore della presente ha l'ordine di mettersi a vostra disposizione tre giorni per la risposta.

«Se allo spirare di questo termine non ricevesse risposta, ovvero essa non fosse completamente di nostra soddisfazione, la responsabilità delle gravi conseguenze che seguirebbero a questo rifiuto ricadrebbe tutta intera sul governo di Sua Maestà di Sardegna.

«Il mio Imperatore, dopo avere esaurito tutti i mezzi concilianti per procurare ai suoi popoli la garanzia della Pace, dovrà con suo grande rincrescimento ricorrere alla forza delle armi.

«Nella speranza, ecc., ecc., signé Buol».

[320.] Vedi Massari, Vita del conte di Cavour.

[321.] Op. cit., II, pag. 440. Vedi anche questo mio libro, [pag. 178].

[322.] Morto da valoroso a Castelfidardo, 1860.

[323.] Breve risposta. Riassume le vicende del Congresso. Il Piemonte ha accettato le condizioni del Congresso, formulate dalle potenze d'Europa. Rifiuta di aderire al disarmo fuori di quelle condizioni. «Quali ne possano essere le conseguenze, la responsabilità ricadrà su chi ha armato per primo, su chi ha rifiutato le proposte dell'Inghilterra, su chi ora vi sostituisce un comando di minaccia. Signé: C. Cavour».

NB. Il Cavour sentì la pesante violenza del Buol in modo indimenticabile, e per quanto comportava la sua nobile natura incapace di odio. Documento curioso è questo passo di lettera all'amico De La Rive, del decembre 1859, riportato dal Chiala fra i soliti puntini (III, pag. 164): «Se voi fate quest'inverno una scappata a Parigi, voi mi troverete all'Hôtel di Bristol. Ho fermato l'appartamento che il Buol occupava nel 1856 e ciò sempre allo scopo di invadere il territorio austriaco».

[324.] De La Gorge, pag. 53.

[325.] Le Maréchal Canrobert, di Germano Bapst.

[326.] Hübner (figlio), II. pag. 221.

[327.] «Freddo, risoluto e fornito del colpo d'occhio pronto e sicuro dei grandi capitani, d'un coraggio quasi temerario durante l'azione, Napoleone non può, dopo la battaglia, con occhio asciutto, guardare i corpi esanimi di quelli che pagano con la loro vita. I cadaveri che lastricano la via della vittoria, gliela rendono troppo dolorosa. Egli ha già fretta di vedere la fine di questa guerra d'Italia, che costa ogni giorno tanto sangue francese.» (Dalle memorie del conte O. De Viel Castel, 15 giugno. In Chiala, VI, pag. 405.)

[328.] Bollettino del 15 agosto '55.

[329.] L'Hübner in data 25 aprile scrive (Vol. II, page. 422): «A notte tarda Cowley mi scrive che Lord Malmesbury offre all'Austria ed alla Francia la mediazione dell'Inghilterra per una intesa diretta fra le due potenze, ma esige che l'Austria ritardi l'attacco al Piemonte, quale si sia la risposta di Vittorio Emanuele all'ultimato dell'Austria». In tale senso Hübner telegrafò a Buol la mattina del 26. Lo stesso giorno, 26, Buol risponde all'Hübner: «Banneville dichiara che il passaggio del Ticino da parte degli Austriaci, sarà considerato come una dichiarazione di guerra contro la Francia. Noi accettiamo la mediazione inglese, ma mantenendo la nostra risoluzione di varcare la frontiera, se la risposta sarda al nostro ultimatum non è soddisfacente».

[330.] Il Risorgimento Italiano, Anno I, fascicolo 2.º, pag. 206. Le mosse contradditorie e disordinate del Giulay diedero tempo ai due eserciti alleati di congiungersi. Giulay, dopo Magenta, abbandonò la direzione della guerra. Minute e accurate notizie della guerra del '59 va raccogliendo il rag. Labadini di Milano, oltre a quelle che si trovano nei libri di arte militare.

[331.] Moreno, Trattato di Storia militare, pag. 283.

[332.] Op. cit., III, pag. 17.

[333.] La via ferrata pel Cenisio finiva a Saint-Jean-de-Maurienne. Riprendeva poi a Susa. Framezzo erano parecchie tappe penose di cammino in montagna.

[334.] Chiala, VI, pag. 404.

[335.] Vi si recò in incognito la mattina del 13.

[336.] Generale conte Enrico Morozzo della Rocca, capo di Stato Maggiore dell'esercito sardo, che ebbe parte negativamente grande alla battaglia di Custoza. Ch'ai dia al so general ch'as rangia, rispose, stando al caffè, all'ufficiale del generale Govone, implorante soccorsi. Così per testimonianza riferisce De Felissent. Il generale Pianell, pag. 365.

[337.] Tolgo dal Chiala (VI, pag. 400): «Le relazioni tra il Re e il Cavour, come è noto (veramente mi pare poco noto), non furono mai cordiali: dal gennaio in poi.... erano divenute difficilissime». Dopo Villafranca e nell'ultimo ministero Cavour non mutarono di troppo. Vedi lettera di Garibaldi, edita nel Risorgimento Italiano, N. 1.

[338.] Chiala, VI, pagg. 416, 422.

[339.] Op. cit., III, pag. 12.

[340.] Non dunque, come si scusava il Della Rocca, quelle notizie che possono danneggiare le operazioni militari. Ciò è così ovvio che la spiegazione è inutile!

[341.] Per quanto riguarda il servizio della stampa, è notevole questo passo: .... «L'Imperatore ha fatto dare a vari giornalisti dei salvacondotti. È necessario che questi siano riconosciuti e rispettati dalle nostre autorità militari. Non possiamo pei giornalisti essere più severi della Francia. Se concedessimo loro minori facilità, essi susciterebbero contro di noi l'opinione pubblica in Europa, ciò che nuocerebbe assai all'esito finale della lotta».

[342.] Chiala, VI, pag. 400.

[343.] Pag. 320. «Chi era poi brutale nei suoi discorsi era il principe Napoleone: non sapeva frenare la sua rabbia contro i Toscani che gettava nel fango, come uomini indegni di libertà, e quando taluno di noi (è un pranzo acidetto al quartiere di Vittorio Emanuele dopo Villafranca) gli faceva qualche osservazione esclamava: Non sono più gli uomini di Firenze antica, sono una razza imbastardita».

[344.] Chiala, VI, pag. 402.

[345.] Proclama del 1.º giugno 1859 ai popoli del Tirolo e del Vorarlberg.

[346.] Gazzetta Ufficiale di Milano, 4 giugno.

[347.] Mazzini, La Guerra, 15 maggio, X, pag. 304.

[348.] D'Ideville, Journal d'un diplomate en Italie. Del resto, questa facoltà del cospirare non era sfuggita pur all'Hübner (I. pag. 51): «Egli ha dell'astuzia, egli possiede a un alto grado l'arte di cospirare».

[349.] Hübner, I, pag. 77.

[350.] Stéfane-Pol, op. cit., pag. 101.

[351.] Chiala, III, CLXXIII.

[352.] «Voi tradite deliberatamente l'Italia, ripetendo la parte di Ludovico il Moro, chiamando la tirannide straniera di qua dell'Alpi.» Mazzini, Scritti, X, pag. 74 (giugno. 1858).

[353.] Cavour prese atto di questa dichiarazione dell'Imperatore, e la publicò. Vedi Bianchi, Storia documentata, VIII, pag. 499. Già dal 18 maggio l'Imperatore aveva assicurato l'ex ministro Salvagnoli, che gli avea chiesto udienza, che la missione del cugino in Toscana era puramente militare. Lo richiese discretamente della possibilità di elevare la duchessa di Parma al trono di Toscana. Il Salvagnoli rispose dicendo che «era assolutamente impossibile». Le sorti della Toscana così rimasero sospese.

[354.] Il 22 maggio fu letto ai soldati toscani l'ordine del giorno di Vittorio Emanuele: «Stimandovi degni di combattere a fianco dei valorosi soldati di Francia, vi pongo sotto gli ordini del mio amatissimo genero il principe Napoleone, a cui sono dall'Imperatore dei francesi commesse importanti operazioni militari. Ubbiditelo come ubbidireste a me stesso».

[355.] Il conte Nigra con decreto del 15 giugno era stato incaricato dell'ufficio di segretario capo presso la Direzione generale per gli affari delle provincie annesse. Vidi Chiala, III, pag. 97.

[356.] Vedi pag. 241. — E. T. Moneta, tutt'altro che favorevole a Napoleone, ma spirito equo e desideroso della verità, scrive a questo proposito: «Ma nell'entusiasmo del momento, nella fede immensa che tutti avevano nel valore dei due eserciti alleati, passò inosservato (?) l'ammonimento contenuto nelle ultime parole. I volontari avevano bensì dato un bel contingente, ma molto inferiore a quanto si imponeva ad un popolo in una guerra che si combatteva per la sua indipendenza». Vol. II, pag. 311 della bell'opera: Le guerre, le insurrezioni e la pace nel secolo XIX.

[357.] Vedi nota a [pag. 313].

[358.] De La Gorge, op. cit., II, pag. 448.

[359.] De La Gorge, III, pag. 113.

[360.] Hübner, II, pag. 428.

[361.] Vedi documento in Chiala, VI, pag. 728: «Il principe Gortschakoff aveva detto: Niente politica rivoluzionaria! Egli amava l'Italia dove aveva a lungo dimorato nella sua giovinezza. Incaricato d'affari a Firenze, aveva visto la Toscana felice sotto il paterno governo granducale e del vecchio Fossombroni. La sola ombra a questo quadro era l'influsso pernicioso, esercitato dall'Austria, ecc.».

[362.] La guerra, 15 maggio. Vol. X. pagg. 303-304.

[363.] Vedi Chiala, VI, pag. 398. Il Walewski si oppose alla citata frase del proclama imperiale in cui si accennava all'Adriatico. L'Imperatore contraddisse all'interpretazione che il conte Walewski dava a quel passo, che, secondo lui, era la semplice dichiarazione di un'opinione, ma non lo legava per nulla a sostenerla con la spada. (Vedi Chiala, III, CLII, che toglie dal Martin, op. cit., pag. 435.)

[364.] Le frontiere del Reno per timore d'invasione della Prussia, non potevano essere sguarnite.

[365.] Hübner, II, pag. 275: «Gli armamenti si fanno con mollezza e su piccole proporzioni; ...i lavori di guerra si eseguiscono a pezzi e bocconi, conseguenza naturale della mancanza di fondi, che non si sono ancora voluti chiedere al corpo legislativo: ma mi sembra anche ravvisarvi un riflesso delle incertezze che regnano nelle alte sfere del potere». Informazioni al Buol.

[366.] La guerra d'Italia, scritta dal corrispondente del Times al campo franco-sardo. Ed. Perin. Paris, rue de Solferino, 1860, cap. I. (Obbiettiva e completa narrazione.)

[367.] Bollettino austriaco.

[368.] Vedi nota [pag. 332].

[369.] Chiala, III, CXCVI. Il corrispondente del Times (op. cit., pag. 39) aggiunge: «Come storico fedele l'autore deve però riferire che tanto al quartier generale, quanto nell'esercito francese grande fu in quella sera (Magenta, 4 giugno) e per qualche tempo dopo, l'indignazione contro la tardanza dell'esercito sardo, attribuita a varie cause da varie dicerie, che furono poi dimenticate nel rapido corso degli avvenimenti. Sonvi però alcuni fatti che spiegano più naturalmente la tardanza dell'esercito piemontese». Il signor Labadini di Milano, accuratissimo raccoglitore delle memorie intorno alla guerra del '59, mi accerta che il ritardo provenne dall'insistenza di Mac-Mahon affinchè le due divisioni Fanti e Durando dovessero seguire non precedere la brigata Ducaen. Il Fanti contribuì poi efficacemente in fine della battaglia di Magenta. Vedi anche Bazancourt, I, pag. 186, ove dice che il ritardo del Fanti fu «suo malgrado».

[370.] Detto anche ponte di Buffalora sul Ticino, da non confondere col ponte omonimo sul Naviglio.

[371.] L'esercito austriaco si trovava in uno stato di dispersione press'a poco come l'esercito alleato. Il IX corpo era intorno a Pavia, fuori della zona d'azione: l'VIII a Bereguardo, il V e il III e la divisione Lilia del VII, stabilita a Castelletto, avrebbero dovuto compiere una forte marcia per raggiungere il nemico. Disponibili per la battaglia immediata erano il I ed il II corpo, stabiliti a Magenta e la divisione Reischach del VII corpo a Castellazzo dei Barzi. A ciò si aggiunga la stanchezza per l'improvvisa marcia al di qua del Ticino. Solo alla sera del 3 Giulay ebbe compiuto questo movimento. Stabilito ad Abbiategrasso, il suo piano era di rimontare al nord e cogliere di fianco i franco-sardi in quel che movevano verso Milano. In tali condizioni non poteva avvenire a Magenta che una battaglia parziale. Tale essa fu, ma terribile.

[372.] Bazancourt, I, pag. 183. Mac-Mahon fu nominato maresciallo sul campo. Ma si ritiene che suo precipuo merito fu l'aver vinto. NB. Quanto alle ore, v'è molta discordanza.

[373.] Mac-Mahon sorpreso da inattese grandi forze nemiche dovette sospendere l'attacco di Buffalora e retrocedere; avvertire (e si recò egli stesso, cavaliere audace e generale imprudente) del pericolo di essere tagliato fuori, l'Espinasse che moveva con altra colonna. Solo più tardi potè riprendere l'attacco di Buffalora: quindi egli ed Espinasse mossero con meravigliosi assalti su Magenta. Quivi Espinasse incontrò la morte.

[374.] Al ponte di San Martino.

[375.] Op. cit., III, pag. 51.

[376.] Cler prende con sè qualche compagnia: dispare per riconquistare il terreno perduto al di là del Ponte Nuovo sul Naviglio tra il fumo della fucilata. Ma presto le sue colonne piegano. Si distingue un cavallo senza cavaliere che galoppa fra le file scompigliato e viene ad abbattersi sul ponte. È la puledra di Cler! esclama Mellinet. Nel tempo stesso sopraggiunge il suo ufficiale d'ordinanza, Tortel. Dice: Cler fu ucciso fra i soldati. Mentre parla, un proiettile stende lui pure morto al suolo. Espinasse è sceso da cavallo. Dice: Su questo suolo, lubrico di sangue, più non si regge! Alla testa dei suoi zuavi, percuote furioso del pomo della spada contro le imposte di una casa asserragliata all'ingresso di Magenta, difesa da 300 tirolesi. Sfondate questa porta, miei bravi! È steso morto da una fucilata.

[377.] Gli scrittori di cose militari appuntano tanto il mancato inseguimento degli alleati, quanto il ritirarsi del Giulay, il quale avendo intatti due corpi d'armata, poteva francamente rinnovare la battaglia il dì seguente. Il Giulay scrive che così intendeva di fare, ma che avendo inteso come «le truppe del primo e del secondo corpo d'armata, le quali più avevano sofferto del primo assalto del nemico, si erano ritirate indietro... ordinò la ritirata». Questo «ritirarsi indietro», il loro miserando arrivo per porta Vercellina (oggi Magenta) a Milano, documenta quanto terribile fu lo sforzo di quell'esigua parte dell'esercito francese che combattè in quel giorno.

NB. Per ciò che riguarda Milano, si consulti l'opera di prossima publicazione del signor Ausano Labadini, Milano e alcuni momenti del Risorgimento italiano.

[378.] Duca di Polenta chiamavano i soldati per dileggio l'Intendente generale. Al principio di luglio erano negli ospedali 25.000 infermi e feriti (Chenu, Statistique médico-chirurgicale, II, pag. 877). Invero le ambulanze austriache ne contenevano un numero anche maggiore: «ma la consolazione era mediocre sopratutto per l'anima umana dell'Imperatore». (De La Gorge, op. cit., III, pag. 105.) Circa 2600 francesi morirono di malattia.

[379.] Campagne d'Italie, redigée au dépôt de la guerre, pag. 420. «La battaglia sarebbe stata possibile prevederla, perchè la vigilia dei riconoscimenti spinti a fondo avrebbero annunciato sicuramente la concentrazione del nemico. Non avendo preveduto la battaglia, l'Imperatore preparò almeno i mezzi per assicurarne il successo.» De La Gorge, op. cit., III, pag. 82.

[380.] Victor Hugo: «Voi non avete vinto che la battaglia di Satory». — G. Mazzini: «I dittatori romani e vostro zio conducevano in persona le armate conquistatrici: voi all'incontro amate bensì le uniformi corrusche d'oro, ma è dubbio se sappiate condurre un reggimento».

[381.] Op. cit., III, pag. 102 e aggiunge: «Questa stessa bontà che gli faceva onore, gli rese più dolorosa la vittoria. Era lo stesso spettacolo di Magenta, ma con un'estensione più vasta ed orribile».

[382.] Fra il Niel accusatore e il Canrobert s'accese poi così aperto litigio che fu necessario l'intervento dell'Imperatore per appianarlo. Canrobert si stette alla difesa dalla parte di Mantova, verso cui non era vero pericolo, e non inviò al Niel, che lo sollecitava, se non timidi e staccati e male accetti rinforzi.

[383.] Al mattino erano le sole tre divisioni Mollard, Cucchiari, Durando. La divisione Fanti, chiamata dall'Imperatore, si stette sino verso le due e mezzo impegnata a coprire la sinistra di Baraguay-d'Hilliers. Solo dopo prese parte al combattimento. La divisione Cialdini era in Val Savia, Garibaldi in Valtellina.

[384.] Rivalità tra Della Rocca e il La Marmora. Cfr. Custoza del '66. Al generale Mollard si appunta il troppo ardimento e il poco senno dei primi assalti, con forze impari e sconnesse. Ma simili difficili questioni tattiche non sono argomento di questo libro. Del resto lo stesso aiutante di campo del Re nel suo Diario (Castelli, op. cit., pag. 308) dice questa «battaglia senza insieme e scucita. Non si sapeva che fare e si provvedeva al momento dove il nemico si presentava in forze maggiori». Notevole questo passo sul Re (pag. 309): «Dormì anche lui sulla terra; gli si era portato un piccolo stramazzo, ma non lo volle, dicendo che era anche lui come tutti gli altri. Se Vittorio Emanuele avesse un quarto d'abilità del suo coraggio, sarebbe il primo generale del mondo; ma non ha memoria, nè occhio, non vuole occuparsi; però è molto pronto quando ha capito le cose».

[385.] Enrico Dunant, medico volontario. Un souvenir de Solferino.

NB. Le condizioni in cui si trovarono i feriti sembrerebbero incredibili se non fossero documente da testimonianze concordi. Nel teatro di Desenzano giacevano più di 200 feriti: di essi «non uno era stato medicato due giorni dopo la battaglia». «Quei poveri soldati facevano pietà, e più d'una volta mi vennero le lagrime agli occhi». «Non potei far colazione; avevo sempre quell'odore di carneficina e di sangue marcio sotto il naso» (Diario di un ufficiale d'ordinanza di S. M., Castelli, op. cit., pagg. 310 e 311).

[386.] Nato a Parigi nel 1815: uno dei consiglieri ed esecutori del colpo di Stato.

[387.] L'ordine del giorno del quartier imperiale alla vigilia di questa grande assisa dell'armi, cioè del giorno stesso che aveva mandato il Fleury ad abboccarsi con Francesco Giuseppe (dovunque si fosse trovato!), diceva: «L'assedio di Peschiera è un'operazione a cui attribuisco un grande interesse; ma è chiaro che noi non possiamo farlo con sicurezza se non quando avremo respinto un attacco degli austriaci. Dalle informazioni ricevute è molto probabile che domani saremo attaccati di fronte e di fianco dall'armata sortita da Verona e da un'altra venuta dall'Adige». Seguivano le più minute disposizioni tattiche.

[388.] Questo dispaccio apparso sul Monitore del giorno seguente (8 luglio), era seguito dalla chiosa sibillina: «Non bisogna ingannarsi su l'importanza dell'armistizio. Non si tratta che di una tregua, che pur lasciando libero campo ai negoziati, non saprebbe far prevedere sin d'oggi la fine della guerra».

[389.] Il maresciallo Vaillant nell'informare il dì 7 Vittorio Emanuele dell'armistizio, soggiungeva che i patti della tregua dovevano essere firmati il dì seguente a Villafranca. Vi mandasse perciò alle 5 antimeridiane il suo capo di Stato Maggiore Morozzo della Rocca. L'Imperatore tedesco nella sua risposta, commessa e letta prima al Fleury il mattino del giorno 7, lasciava a Napoleone facoltà di scegliere il luogo e il tempo in cui si sarebbero adunati i commissari. Fu scelto il paese di Villafranca a mezza via tra i due quartieri imperiali: Verona e Valeggio. Il Monitore del 9, annunciando la tregua firmata, non nomina, quasi quantità trascurabile, il commissario di Vittorio Emanuele.

[390.] Dal carteggio privato di un generale sardo. Vedi Chiala, op. cit., III, pag. 409. Vedi anche lettera del Cavour al La Marmora, 6 luglio 1859, Vol. III, pag. 102, importantissima.

[391.] Carteggio citato. Chiala, III, pag. 401.

[392.] Vigliani (Milano), Farini (Modena), Ricasoli (Firenze), Azeglio (Bologna).

[393.] Per le trattative diplomatiche, vedi Bianchi, Storia documentata, vol. VIII.

[394.] Il giorno 9 Cavour ricevette un telegramma dal principe Napoleone, che annunciava la tregua. Chiamò il Nigra, comunicò il dispaccio: chiese: Che cosa crede? Nigra rispose: È la pace. Cavour: Lo crede proprio? Nigra: Sì. Cavour: Allora partiamo pel campo (Chiala, VI, pag. 412). Circa i rapporti fra Cavour e i due quartieri generali, oltre a ciò che è detto nel capitolo Cavour stratega, aggiungasi: «Io ho un bel scrivere lettere su lettere, moltiplicare dispacci, rivolgermi successivamente al Re, all'Imperatore, al maresciallo Vaillant, al La Marmora: nulla ho ottenuto. Mi si tratta, in fatto di notizie, come un commesso di cui si temono le indiscrezioni». (Chiala, VI, pag. 404.)

[395.] Mazzini, X. pag. 342.

[396.] Ib., X, pag. 331.

[397.] Chiala, III, CCXV.

[398.] Diari di un aiutante di campo di S. M. in Castelli, Ricordi, pag. 317. — NB. Questi diari, pure interessanti, non mancano di inesattezze.

[399.] Mazzini, X, pag. 335.

[400.] Chiala, III, CCVI. Non risulta chiaro se queste storiche parole fossero proferite nel colloquio del giorno, o in quello che seguì più tardi al ritorno del Principe Napoleone.

[401.] Contrariamente all'opinione del Paese e dei Ministri, e contro ogni opportunità politica, è cosa nota lo sforzo e il deliberato desiderio di Vittorio Emanuele, nel '70, di accorrere in soccorso di Napoleone III, in quel mortale duello contro la Prussia.

[402.] De La Gorge, op. cit., III, pag. 115.

[403.] Vedi Chiala, III, CCXX.

[404.] Bazancourt, op. cit. II, pag. 399. — L'Ollivier (L'Empire liberal, IV) procede conforme al Bazancourt nella sua narrazione.

[405.] Bazancourt, II, pag. 407. L'importanza di questi particolari, che tolgo dal citato libro, risulta, anche dato il caso che meritassero confronto di altri documenti, evidente per l'intenzione stessa apologetica dell'opera.

[406.] Ollivier, L'Empire liberal, IV, pag. 234.

[407.] Liberale e favorevole all'Italia, successo in quel tempo al Ministero Derby.

[408.] «La libertà del Piemonte ecciterebbe le aspirazioni dei Veneti. Il malcontento e il disordine ne sarebbero la conseguenza. L'Austria interverrebbe: ella non potrebbe tollerare che un arciduca della sua casa fosse nell'imbarazzo senza accorrere in suo aiuto.» Lettera del Palmerston a Lord Russell del 6 luglio '59. In Chiala, III, CCIV. Il sovrano proposto per questo Regno del Veneto sarebbe stato Massimiliano, quello cui poi Napoleone offrì il fatale impero del Messico.

[409.] Martin, op. cit., pag. 459, in Chiala, III, CCXIV.

[410.] Discorso dell'Imperatore davanti ai grandi Corpi dello Stato, 19 luglio 1859. «Pel paragrafo risguardante la Venezia si passò oltre senza discussione alcuna, perchè era impossibile formulare riforme interne che l'Austria potrebbe in appresso accordare(?!)». Caratteristica dichiarazione del Bazancourt, op. cit. II, pag. 400.

[411.] Nicomede Bianchi, Storia documentata, vol. III, pag. 154. Il principe Napoleone non firmò, dichiarandosi non autorizzato a firmare dopo i mutamenti fatti: assicurò Francesco Giuseppe riluttante a firmare da solo, che il documento gli sarebbe stato restituito il dì seguente con la firma di Napoleone, o senz'essa.

[412.] Vedi anche Diario citato in Castelli, Ricordi, pag. 317.

[413.] Castelli, Ricordi, pag. 317.

[414.] Nicomede Bianchi, Op. cit., VIII, pag. 159.

[415.] Castelli, pag. 314.

[416.] Nicomede Bianchi, VIII, op. cit., pag. 160.

[417.] È la nota narrazione di Carlo Arrivabene, corrispondente del Daily News.

[418.] Il Nigra aveva seguito il Re a Valeggio e per ordine del Re aveva fatto una copia dei preliminari recati da Verona.

[419.] Chiala, VI, pag. 415.

[420.] Chiala, III, CCXIX; che toglie, dichiarando di ignorare ciò che vi sia di vero, dal Canini, Briciole di storia.

[421.] Castelli, Ricordi, pagg. 318, 319, e Chiala, VI, pag. 417.

[422.] Per servire all'Indipendenza italiana feci la guerra contro la volontà dell'Europa e tostochè le sorti del mio paese poterono essere poste in pericolo, io feci la pace.

[423.] De La Gorge, op. cit., III, pag. 69.

[424.] Randon, Memorie, II, pag. 36.

[425.] «La Colonna splendea come un faro» (Carducci).

[426.] Alla domanda del Kossuth: «Sire, siete voi disposto ad accettare una pace che non risolva la questione italiana?» aveva risposto: «A meno di non essere battuto o d'esservi costretto da una mediazione armata dell'Europa, io non accetterò una simile pace». (Vedi Kossuth, Souvenirs, pag. 305). Questo colloquio è per intero riferito dal Chiala, III, CLXXXVI e segg. Del colloquio e dei grandi progetti dell'Imperatore il Cavour fu informato dal Kossuth, ritornato in Torino. In relazione a queste cose è la riferita lettera del Cavour al La Marmora, del 6 luglio, in cui discute il grave urgente problema militare; manda al diavolo i teorici (Iomini), e termina con le parole: «se le cose continuano ad andare come vanno, una disgrazia ci capiterà un giorno o l'altro». Il Chiala fa seguire dei puntini, qui come altrove. Vedi Chiala, III, pag. 105.

[427.] Nell'articolo X degli statuti della società segreta Esperia, fondata dai fratelli Bandiera (R. Pierantoni, I fratelli Bandiera, Cogliati, 1909) è detto: «Non si facciano, se non con sommo riguardo affiliazioni tra la plebe perchè dessa quasi sempre per natura è imprudente e per bisogno corrotta. È da rivolgersi di preferenza ai ricchi, ai forti ed ai dotti, negligendo i poveri, i deboli e gli ignoranti; si tentino gli animi calmi e generosi, si lascino andare i freddi e gli indecisi; meglio i celibi che gli ammogliati, i giovani che i vecchi».

[428.] Lettera del principe Napoleone in data 9 giugno 1859, diretta al Buoncompagni, comunicata per copia all'Imperatore. La riporta nei passi qui riferiti, il Chiala, op. cit., III, CXCIX.

[429.] Vedi Relazione dello Stato Maggiore prussiano sulla campagna del '59, (Berlino, 1862). «Aggiungiamo il cattivo umore dell'Imperatore a causa dei diportamenti di Vittorio Emanuele, di cui gli sforzi per darsi una posizione, la più indipendente possibile, diveniva di giorno in giorno più evidente».

[430.] Chiala, III, pag. 414. Consigliavano Napoleone di lasciare questi italiani da soli a sbrigarsela. I soldati d'Africa dicevano che il calore delle bassure del Mincio era peggiore che quello d'Africa. (Dal carteggio di un generale sardo.)

[431.] Chiala, III, pagg. 186 e 187.

[432.] Kossuth, Souvenirs, passo notissimo riportato per intero dal Chiala, Vol. III.

[433.] Castelli, Ricordi, pag. 323.

[434.] Lettera di Napoleone ad Arese: «È triste pensare che mentre io lotto qui tutti i giorni in favore del Piemonte (cessione Savoia), mi si lasci oltraggiare in tutti i modi dall'altra parte delle Alpi. Aggradite, mio caro Arese, ecc.» (Vedi Bonfadini, op. cit., pag. 209.)

[435.] Il Farini telegrafa al Cavour il giorno 15 luglio: «Fate attenzione che se il duca di Modena, fidandosi sulle convenzioni di Villafranca fa qualche tentativo, io lo tratto da nemico del Re e della patria. Io non mi lascierò scacciare da alcuno: mi dovesse costare la vita».

[436.] Chiala, III, pag. 112.

[437.] Ib., pag. 121.

[438.] Ib., III, CXXIII. — E ancora: «Finchè gli austriaci sono da questa parte delle Alpi, è un dovere sacro per me consacrare ciò che mi resta di vita e di forze per realizzare le speranze che io mi affaticai a far concepire ai miei concittadini». (Chiala, III, pag. 127.)

[439.] Nicomede Bianchi, op. cit., VIII, pag. 161.

[440.] Bazancourt, La campagna d'Italia del 1859, II, pag. 407.

[441.] «.... L'Inghilterra non ha ancora fatto niente per l'Italia. Adesso è la sua volta. Io mi occuperò di Napoli. Mi si accuserà di essere rivoluzionario. Ma prima di tutto occorre marciare avanti, e noi marceremo». Così il Cavour, secondo il racconto dell'amico De la Rive, op. cit., (Chiala, III. CCXXIX) dopo Villafranca. (Vedi nota a [pag. 75].)

[442.] Chiala, III, CCXXI.

[443.] Vedi Monitore, 9 settembre 1859 in Chiala, III, CCXXXVI.

[444.] «L'annessione della Toscana al Piemonte presenta maggiori difficoltà che non l'annessione delle Romagne. Se l'annessione valicasse gli Appennini, l'unità sarebbe fatta, ed io non voglio l'unità, voglio l'indipendenza soltanto. L'unità mi procurerebbe dei pericoli nella stessa Francia a cagione della questione di Roma; e la Francia non vedrebbe con piacere sorgerle al fianco una grande nazione che potesse diminuire la sua preponderanza». Parole di Napoleone al Pepoli, 15 luglio 1859. Vedi Chiala, III, CCXXXVIII.

[445.] Vedi i famosi discorsi del Cavour al Parlamento in Torino per ottenere la legalità e la sanzione del voto per la cessione di Nizza e Savoia (Chiala, vol. IV, prefazione); vedasi tutta la corruttela elettorale fra quelle popolazioni, prima supplicanti di non essere staccate dalla Casa di Savoia, indi votanti l'annessione alla Francia. Vedi le miserevoli, discusse questioni dei confini nelle lettere dell'Arese all'Imperatore. (Bonfadini, Vita di Francesco Arese.)

[446.] Chiala, IV, LXII.

[447.] Ib., III, CCXXVI.

[448.] Bonfadini, op. cit., pag. 418.

[449.] «Io ero per la federazione: era un partito più savio: ma accetto l'unità — dichiarava poco prima di Aspromonte al Pepoli. — Però non posso andarmene da Roma. La questione religiosa è gravissima in Francia. Coglierò con grande conforto un'occasione propizia d'andarmene, ma ora non posso. V'ha debito per me d'onore di custodire il Pontefice». Vedi lo scritto Da Aspromonte a Mentana in Nuova Antologia, 1 gennaio 1900. Vedi Bonfadini, op. cit.

[450.] «Fatalmente (Napoleone) è condotto ad un atto di autorità o ad un atto di libertà». Vedi Lettera del Nigra al La Marmora, in Chiala: Ancora un po' più di luce, pag. 83.

[451.] Vedi Chiala, Ancora un po' più di luce, pag. 37 e segg.

[452.] Vedi Chiala, Ancora un po' più di luce, pag. 37 e segg.

[453.] Vedi Chiala, Ancora un po' più di luce, pag. 37 e segg.

[454.] «Il signor Benedetti — ambasciatore francese a Berlino — mi parlò del Re. Dice che è una specie di illuminato, il quale ha profondamente scolpito nel cuore le sue teorie del diritto divino, ed ha una fede inconcussa nella missione provvidenziale dei Re. Non sa che cosa la storia riservi al signor di Bismarck, ma senza dubbio è l'uomo più notevole della Germania. Per arrivare ai suoi fini (dare il primato alla Prussia), egli lavora da tre anni con una perseveranza ed una abilità ammirevoli». Lettera del generale Govone, addetto militare a Berlino al La Marmora, 6 aprile 1866. Vedi Chiala, Ancora un po' più di luce, pag. 112. Fra poco lo dirà la storia al signor Benedetti che cosa è riservato al signor di Bismarck!

[455.] Bonfadini, Vita di Francesco Arese, Lettera di Napoleone, pag. 330.

[456.] Bonfadini, Vita di Francesco Arese, Lettera di Napoleone, pag. 362.

NB. Purchè non paia intenzione apologetica, si riporta questo giudizio su Napoleone III di uno scrittore rivoluzionario, ma di libero ingegno: «Napoleone III forse fu anche un uomo buono e per questo mancò di quel sicuro dominio sugli uomini che non può raggiungersi senza sacrificare le leggi dell'equità. Comprendeva abbastanza per perdonare e troppo poco per comandare. Fu insultato, vituperato, deriso come non fu alcun altro sovrano, mentre certo esso fu, per intelligenza e pietà, superiore a tutti i contemporanei coronati. Passò nella storia inseguito con le più amare invettive, mentre forse pochi uomini le meritarono meno di lui. Fu fatto responsabile di disastri che egli subì, ma non voleva provocare. Fu raffigurato come tiranno avendo avuto l'illusione di sembrare un padre. Scomparso in una spaventosa tragedia, le cui conseguenze anche oggi si avvertono, passò maledetto come autore di tanti mali». (Arturo Labriola, La Comune, pag. 28.)

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Duruy (V.). Piccolo corso di Storia Universale, trad. da G. De Castro e G. Strafforello, adattato per la gioventù italiana:
Storia sacra. 1 —
Storia romana. 7 carte. 1 —
Storia antica. 6 carte. 1 —
Storia del medio evo. 1 —
Storia greca. Con aggiunte 1 —
Storia dei tempi moderni 1 —
Storia d'Italia 1 —
Legato in tela, ciascun volume. 1 75

Ferrero (Guglielmo). Grandezza e decadenza di Roma:
Vol. I. La conquista dell'impero. 5 —
Vol. II. Giulio Cesare 5 —
Vol. III. Da Cesare ad Augusto 5 —
Vol. IV. La Repubblica di Augusto 3 50
Vol. V. Augusto e il Grande Impero 3 50

Genevay. I drammi della storia. In-8, con 58 incisioni. 5 —

Lazzaroni (M. A.). Cristoforo Colombo. Due vol. di complessive 850 pagine in-8 con disegni di L. R. Scotti. 15 —
Edizione di lusso, rilegata in tela e oro. 20 —

Luzio (Aless.). Mazzini. Con note e documenti inediti. 2 —

Mantovani (Dino). Il poeta soldato (Ippolito Nievo, 1831-1861), col ritratto di Ippolito Nievo. 4 —

Mario (J. W.). Garibaldi e i suoi tempi. Un vol. in-4 di 852 pag. con 82 composizioni storiche, 56 ritratti, 11 autografi di Garibaldi, 8 carte e piante. 12 —
Legato in tela e oro 17 —
— — Edizione di lusso, legata in tela e oro con dorso di marocchino e tagli dorati 30 —
— — Nuova edizione illustrata popolare in-4. 6 —
Legato in tela e oro. 8 50

Martinengo (contessa Evelina). Patrioti italiani. Ritratti. 2 —
— Cavour. 2 50

Melegari (Dora). La Giovine Italia e la Giovine Europa. Dal carteggio inedito di Giuseppe Mazzini a L. A. Melegari. 5 —

Moltke (maresciallo conte di). Storia della guerra del 1870-71, 5.ª edizione. 7 50
Legato in tela e oro. 10 —

Morasso (Mario). L'Imperialismo nel Secolo XX (La conquista del mondo). In-16 di 430 pagine. 5 —

Nirutaka (Capitano giapponese). L'«Akasukin» davanti a Port-Arthur (1904). Con coperta in tricromia. 1 —

Orano (Paolo). I Moderni, medaglioni:
Il primo volume comprende: Kant. Leopardi. Cattaneo. Stirner. Spencer. Giorgio Sand. Guerrazzi. Nietzsche. Zola. Ibsen. Con 9 fototipie. 4 —
Il secondo volume comprende: Labriola. Tarde. Carducci. De Amicis. Ardigò. Lombroso. D'Annunzio. Novicow. Pascarella. Con 9 fototipie. 4 —

Pagani (Felice). Vivendo in Germania. 4 —

Pecorini (Alberto). Gli Americani nella vita moderna osservati da un italiano (di prossima pubblicazione).

Pensiero (il) moderno nella Scienza, nella Letteratura e nell'Arte, conferenze. 2 volumi. 6 —

Pio X e la Corte Pontificia (Ignis Ardens), di *** col ritratto di Pio X L. 3 50

Pio (Oscar). Drammi della Storia Italiana. Con 19 inc. 3 —

Prati (Marcello). Gl'Inglesi nella vita moderna osservati da un italiano. 3 50

Russi (i) sulla Russia. Pubblicazione Internazionale dovuta ad eminenti scrittori e statisti russi, fra cui il principe Eugenio Trubetzkoj. 7 —

Rustow (G.). La guerra del 1866 in Germania e in Italia. In-8, con carte e piante. 11 —
Storia politica e militare della guerra franco-germanica del 1870-71. Un vol. in-8 di 804 pag. con 8 carte. 15 —

Taine (Ippolito). L'Antico Regime. 2 volumi. 4 —
La Rivoluzione:
Parte I. L'Anarchia. 2 volumi. 4 —
Parte II. La conquista giacobina. 2 volumi. 4 —
Parte III. Il Governo Rivoluzionario. 2 volumi. 5 —
Epilogo. Napoleone. 2 —

Tedeschi (i) nella vita moderna osservati da un italiano. 3 50

Thiers (A.). Storia della Rivoluzione francese (1789). Due volumi di 1550 pagine in-8, 150 ritratti e 250 disegni. 10 —
Legati in tela e oro. 15 —

Vigo (Pietro). Annali d'Italia. Gli ultimi trent'anni del sec. XIX.
Volume I 1871-74. 5 —
Volume II. 1875-78. 5 —
Vol. III. 1879-1892 (in corso di stampa).

Weber. Storia contemporanea (1815-70). Tradotta ed ampliata da M. A. Canini, con l'aggiunta di un quadro della coltura italiana nel sec. XIX, di A. De Gubernatis. In-8 di 944 pag. 12 —


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano.