CAPITOLO XIV.

Arrivo a Marocco. — Generosità del Sultano. — Semelalia. — Partenza del Sultano. — Viaggi di Ali Bey a Mogador. — Saarra. — Mogador. — Feste pubbliche. — Ritorno a Marocco.

Il Sultano, Muley Abdsulem, e tutti gli amici che avevo alla corte mostraronsi assai contenti del mio arrivo. Appena avutone avviso, il Sultano mi mandò una provvisione del latte della sua tavola come una prova del suo affetto; e lo stesso fece Muley Abdsulem. Andai a visitarlo il susseguente giorno, e ricevetti nuove testimonianze d'amicizia e di stima, che raddoppiò in progresso.

Pochi giorni dopo il Sultano si degnò di accordarmi poderi considerabili, col di cui prodotto potevo sostenere il mio rango indipendentemente dai fondi ch'io possedeva. Ero nei miei appartamenti quando uno de' suoi ministri si presentò, consegnandomi un firmano col quale il sultano mi donava in assoluta proprietà una casa di piacere, nominata Semelalia, con molti terreni coltivati ad uso di orto, e con piantagioni di palme, d'ulivi ec.; ed inoltre una gran casa in città detta casa di Sidi Benhamèd Duquèli.

Il palazzo e le piantagioni di Semelalia erano opera del Sultano Sidi Mohamed padre di Muley Solimano, che soleva farvi l'ordinaria sua dimora. Vi aveva fatti piantare i più belli e migliori alberi fruttiferi, ed aggiunti deliziosi giardini. Un'abbondante vena d'acqua condotta con magnifici acquedotti dal monte Atlante, aggiunge amenità a quest'abitazione circondata da terreni chiusi da vasta muraglia che si stende più di mezza lega: il podere e le palme sono al di fuori del ricinto, che non contiene che giardini di piacere, orti, ed ulivi.

Grande è la casa di città fatta fabbricare ed abitata un tempo da Benkamed Duquèli ministro favorito, che tenne lungo tempo le redini dell'impero. Regolare è l'architettura dei bagni, e di una porzione della casa, e non priva di eleganza; ma il rimanente, quantunque vasto, non ben risponde al totale. Io conservo la proprietà di questi beni in forza del firmano datato il 29 doulhaja dell'anno 1218 dell'egira (11 aprile 1804) che me ne assicura il godimento.

Tra pochi giorni il Sultano che voleva recarsi a Mequinez, bramando di rendermi aggradevole la dimora nel suo impero, determinò ch'io andassi a Sovèra o Mogador, per fare una gita di piacere: ed in conseguenza ordinò che i tre pascià delle provincie d'Hthahha di Scherma, e di Sous, si riunissero colle loro truppe a Mogador.

In conformità delle intenzioni del Sultano, io sortj da Marocco il giovedì 26 aprile a mezzogiorno, viaggiando al S. O. ed all'O. S. O. Alle quattr'ore traversai un piccolo fiume ed un'ora dopo l'Enfiss, e feci alzar le tende sulla riva sinistra.

Il paese è una vasta pianura senza confine all'est, ed all'ouest, chiusa al nord da piccole montagne, ed al sud, ed al sud est dalla catena dell'Atlante. Il suolo è calcareo-arenoso, ed è un vero deserto senz'altri esseri organici apparenti, che bassi cespugli e pochi lecci. Il tempo fu tranquillo e sereno, ed il caldo orribile.

Il mio campo era formato di cinque tende: la mia, una per i miei fakih, un'altra per la cucina, una quarta per i domestici, e l'ultima per la mia guardia, composta di un caporale, e di quattro soldati negri della guardia a cavallo del Sultano. Avea lasciato a Marocco i miei equipaggi e la mia farmacia, di che n'ero dolente, trovandomi alquanto indisposto.

Venerdì 27.

Mi rimisi in cammino alle otto ore del mattino dirigendomi al S. O., ed all'O. S. O.: alle undici passai un piccolo fiume, ed alle cinque della sera avendo attraversato il fiume Schouschàoya, che come gli altri scorre dal S. O. al N. O., mi accampai sulla sponda sinistra. Il paese rassomiglia a quello percorso jeri. La catena dell'Atlante s'allontana, ed una delle sue ramificazioni assai più basse termina l'orizzonte al S. Al dopo pranzo alcune collinette rompevano la eguaglianza del piano, ed al N. vidi una montagna che parvemi isolata. Il terreno è composto d'una marna argillosa abbastanza dura. Nè la vegetazione era diversa da quella di jeri, tranne sulle rive del fiume, che sono coperte di bellissimi orti, e che sembraronmi assai popolate. Molte donne col volto scoperto lavavano al fiume.

Il mio male s'accrebbe. Mi trovavo a sette gradi e mezzo dal tropico: il tempo era infernale; ed essendo privo di medicinali ebbi timore che la malattia si rendesse seria.

Sabato 28.

Malgrado la mia indisposizione feci partire la mia gente alle otto ore del mattino, dirigendoli all'O., ed in appresso all'O. S. O. Mezz'ora dopo mezzogiorno si passò in vicinanza di poche case e di alcune cappelle chiamate Sidi Moktard. Alle quattro ritrovai altre case disperse come fattorie o poderi. Giunto alle cinque in vicinanza di una di queste abitazioni, situata accanto di un dovar, e presso ad un ruscello, allettato da questa bella posizione, feci far alto, e prender riposo.

Il terreno presenta a principio della marna mista di terra argillosa rossa, ed in seguito roccie calcaree coperte d'uno strato sottile di terra vegetale seminata d'un'infinita quantità di ciottoli calcarei, e di alcuni sassi quarzosi.

Il paese era piano da principio, ma dopo mezzogiorno convenne salire e scendere varie colline, in mezzo alle quali alzaronsi le tende.

Il tempo fu coperto, e faceva un vento d'O. alquanto fresco; lo che mi fu di non piccolo sollievo. Bevei molta limonata, e questa bevanda rinfrescativa mi giovò assai. La vegetazione assai povera la mattina, mi presentò avanti sera campi seminati, ed alberi fioriti.

Domenica 29.

Levatosi il campo ci ponemmo in cammino alle otto ed un quarto del mattino verso l'O., ed in appresso verso O. S. O. fino alle quattro della sera che si fece alto.

Il paese è tutto sparso di bellissime montagnette sulle quali vedonsi moltissime case isolate; ciò che gli dà una qualche rassomiglianza colle montagne della Svizzera; ma sgraziatamente ve ne sono molte cadenti. Dalla sommità di alcune montagne scopersi un vasto paese montagnoso al N. ed al S. Alle tre ore dopo mezzogiorno vidi il mare, e la costa di Mogador.

Il terreno è composto di roccie calcaree coperte d'uno strato leggero di terra vegetale, egualmente calcarea ed arenosa.

Rigogliosissima era la vegetazione. Mietevasi l'orzo, e vedevansi molte piante fiorite; ma ciò che più mi sorprese, fu la moltiplicità degli alberi, nel paese chiamati argàn.

Quest'albero prezioso si moltiplica da se medesimo senza aver bisogno di coltura; cosicchè non altro resta a farsi che raccoglierne i frutti: è una specie d'ulivo grossissimo, da cui se ne ritrae olio in abbondanza, bonissimo a tutti gli usi. Benchè mi sia proposto di dare a parte la descrizione delle piante, la somma utilità di questa mi sforza a dirne qui alcune cose.

Sembra che Linneo mettesse questa pianta o nel genere ramnus, o nel sideroxilus, e la chiama rhamnus siculus nel suo Sistema, e sideroxilus spinosus nel suo Erbario. Il dotto botanico Driander gli dà il nome di rhamnus pentaphillus, ma il sig. Schousboe console del re di Danimarca a Marocco, che ha esaminate le piante del paese con assai più di attenzione che non erasi ancora fatto prima, si determinò a seguire i botanici Retz, e Wildenow, che la chiamarono elaeodendron argan.

La descrizione del sig. Schousboe è senza dubbio più completa di tutte le altre, e non vi si trovano che alcune leggere differenze indicate in altra mia opera scientifica. L'albero, quand'io lo vidi, era in piena fruttificazione. È spinoso, e trovasi sul frutto una grande abbondanza di certo glutine resinoso, di cui forse la chimica potrebbe cavarne profitto. La sua polpa, dopo averne estratto l'olio, è un eccellente alimento per i buoj. Avvi in questo luogo un bosco di dieci in dodici giornate di viaggio nella direzione N. e S. ove la mano dell'uomo non si occupa d'altro, che di raccoglierne i frutti. Non sarebbe possibile di renderlo indegno de' paesi meridionali dell'Europa? Ciò, a mio credere, sarebbe più utile che l'acquisto d'una provincia.

Lunedì 30 aprile.

Ci movemmo alle dieci ore e mezzo del mattino dirigendoci all'O. S. O. Un'ora dopo usciti dal bosco si cominciò a camminare sull'arena in mezzo a molte colline di sabbia sciolta, e poco dopo il mezzogiorno arrivammo a Sovèra o Mogador, meta del viaggio.

Il paese aveva il medesimo aspetto di quello di jeri. Si entrò in un piano di sabbia che è veramente un piccolo sàhharra, nel quale il vento prende una sorprendente rapidità; la sabbia è tanto sottile, che forma sul terreno le onde come quelle del mare; e queste onde sono tanto considerabili, che in poche ore una collina di venti o trenta piedi d'altezza può essere trasportata da un luogo all'altro. A questo fenomeno che parevami poco probabile dovetti dare intera fede, quando ne fui testimonio: ma questo trasporto non si eseguisce all'istante, come viene comunemente creduto, nè è capace di sorprendere, e di seppellire una carovana che cammina. Il vento levando continuatamente la sabbia dalla superficie, si vede abbassarsi sensibilmente di più linee ad ogni istante. Questa quantità di sabbia che va sempre più addensandosi in aria per le successive ondate, non potendo sostenersi, cade e s'ammucchia, formando una nuova collina; ed il luogo che occupava poc'anzi vedesi affatto piano e senza la menoma traccia di quello che era un istante prima. La quantità di sabbia levata dal vento in aria è tale, che conviene attentamente evitare di averla direttamente in faccia, e sopra tutto difenderne almeno gli occhi e la bocca. Questa seconda sahharra può avere circa tre quarti di lega di larghezza ove si attraversa; e conviene attentamente orizzontarsi, onde non ismarrirsi negli andrivieni che devono farsi in mezzo alle colline di sabbia che limitano la veduta, e cambiano di luogo con tanta frequenza, che non vedesi che cielo e sabbia senza alcun'orma che possa diriggerci; perciochè all'istante che l'uomo o il cavallo alza il piede, per profonda che ne sia l'impronta, viene in sull'istante colmata affatto.

La grandezza, la rapidità, la continuazione delle ondate confondono in modo la vista degli uomini e degli animali, che si cammina quasi a tentoni. In questo luogo il camello ha un grande vantaggio, perchè portando il suo collo perpendicolarmente alzato, viene ad avere il capo al di sopra dalla più densa ondata; i suoi occhi sono difesi dalle sue grandi palpebre semi-chiuse ed armate di densi peli; le vestigia de' suoi passi sono poco profonde per la grandezza e la configurazione de' suoi piedi fatti a guisa di cuscinetti; le sue lunghe gambe gli danno modo di fare lo stesso cammino facendo meno passi di un altro animale, e per conseguenza dura assai minor fatica degli altri. Questi avvantaggi gli danno un andamento fermo e facile in un suolo ove gli altri animali sono forzati di andare a passi lenti e corti, reggendosi a stento; talchè li camello destinato dalla natura a questo genere di viaggi è un nuovo motivo di lode verso il creatore, che diede il camello all'Affricano, e la renna al Lapone.

La città di Sovèra che trovasi sulle carte col nome di Mogador fu fabbricata dal Sultano Sidi Mohamed padre del Sultano attuale. La sua forma regolare, i suoi edificj di una conveniente altezza, le danno un assai vago aspetto per una città d'Affrica: bello è il mercato maggiore circondato di portici; e, quantunque alquanto anguste, sono abbastanza belle ancora le contrade tirate a filo. Le sue mura difese da alcuni pezzi di cannone la assicurano dalle incursioni degli Arabi. Si è alzata una batteria verso il mare che lo batte di fronte; ma sgraziatamente le cannoniere sono disposte in maniera che i cannoni, non si possono far giuocare che con estrema difficoltà. Questa batteria è provveduta ancora di alcuni mortai, e di due petriere. L'estrema piattaforma dalla banda di mezzogiorno forma un angolo o fianco armato di un grosso cannone che batte la bocca del porto, il quale vien formato dal canale che divide dalla città un'isola posta al S. O. Mi fu detto che non è molto sicuro, pure vi osservai ancorata una fregata inglese. All'ingresso del porto vi è pure una batteria più alta dell'altra: e tra le due batterie vi sono dei grandi magazzeni assai ben fatti.

L'isola che forma il porto può avere un miglio di diametro, ed è lontana un mezzo miglio dalla terra. Viene difesa da alcuni pezzi di cannone, e serve alla custodia dei prigionieri di stato.

A fronte delle sue fortificazioni questa città non potrebbe sostenersi contro un attacco un poco ostinato, perchè non ha che le acque del fiume lontano più di un miglio.

Il soggiorno di Sovèra è molto triste, trovandosi circondata da un deserto di arena mobile, che non permette di passeggiarvi, e non avendo verun giardino. In distanza di mezza lega sonovi però alcune montagne coperte di macchie di argani, che vi prosperano assai.

Risiedono a Sovèra alcuni vice-consoli e negozianti di diverse nazioni Europee, che vi formano come una colonia resa numerosa dai negozianti Giudei del paese. Questi vi godono maggiore libertà che in tutt'altro luogo dell'impero, fino a poter vestire all'europea, e vivere come gli altri negozianti stranieri. Sono perciò più ricchi degli Ebrei delle altre città; ma di tratto in tratto pagano questi vantaggi con terribili avanie.

Ne' dieci giorni che rimasi a Sovèra il tempo fu sempre variabile; ma potei farvi esatte osservazioni, che mi diedero la latitudine di 31° 32′ 40″ al N., e la longitudine O. di 11° 55′ 45″ dell'osservatorio di Parigi.

In questi dieci giorni i tre pascià ch'erano qui colle loro truppe mi diedero lo spettacolo delle corse dei cavalli, e delle scaramuccie, nelle quali rappresentavano i loro combattimenti coll'esercizio delle armi a fuoco, consumando molta polvere, e facendo molto fracasso. Un giorno mi condussero nel palazzo del Sultano, posto nelle montagne in mezzo ad una foresta, ove mi fu dato un magnifico pranzo. Tornando alla città avevamo intorno più di mille uomini a cavallo che facevano delle corse e delle scaramuccie. Si visitò un palazzo che il Sultano Sidi Mohamed aveva fatto fabbricare in una pianura di sabbia. Dopo averne osservato l'interno, vidi, nell'atto che si usciva, una camera chiusa: ordinai di aprirla, ed entratovi dentro col pascià, trovammo un falcone, ch'eravisi senza dubbio introdotto per un buco; lo feci prendere e lo portai meco. Pochi istanti dopo il corteggio si pose in cammino, ed attraversammo il fiume poco profondo. Un soldato che mi era vicino scoprì un grosso pesce lungo due piedi e mezzo, ch'era stordito per il passaggio della cavalleria; lo ferì colla sua spada, e me lo presentò. Non saprei ben dire quali e quanti felici presagi, si motivarono sulla preda dell'uccello e del pesce....

Terminati questi divertimenti, cui prese parte anche il popolo di Mogador, ripresi la strada di Marocco scortato da quindici cavalieri sotto il comando di un ufficiale. In tale circostanza incominciai a far uso dell'ombrella, privilegio esclusivo del Sultano, de' suoi figli, e fratelli, e vietato a qualunque altra persona.

Rifeci il cammino praticato nella venuta; e perchè preceduto dal mio nome, tutti gli abitanti dei dovar vicini alla strada, stavano aspettandomi per complimentarmi. Gli uomini d'arme a cavallo schierati in linea erano i primi, e mi salutavano con una riverenza accompagnata dal grido Allàh iebàrk òmor Sidina, Dio benedica la vita del nostro signore, venivano appresso i vecchi, ed i fanciulli, che mi salutavano presentandomi un vaso di latte all'ordinario agro, perchè si costuma così; ed io lo assaggiavo come voleva l'usanza. Tutti mi scongiuravano a rimanere nel loro paese; le donne nascoste dietro la tenda, o dietro le grotte facevano eccheggiare i contorni colle loro acute grida d'applauso. Siccome questi saluti ripetevansi ad ogni istante, perchè gli abitanti accorrevano da luoghi assai lontani, sarebbe inutile l'avvertire ch'io non potevo accettare tutti gl'inviti. Chiedevanmi allora una preghiera; io la faceva, ed essi mi attestavano la loro riconoscenza colle corse de' cavalli, e colle salve de' loro fucili.

Quando arrivavo nel luogo destinato a passarvi la notte, dopo le medesime ceremonie, e quando io ero di già accampato, tutti i notabili della tribù, o del dovar venivano una seconda volta, preceduti dallo scheik, e dai principali abitanti, che due a due conducevano un grosso montone tenendolo per le corna, e me lo presentavano; altri recavano del couscoussou, orzo, polli, frutta ec. che consegnavano al mio maestro di casa. Io invitavo i principali a prender meco il tè; ed essi mi tenevano compagnia una mezz'ora od un'ora al più; dopo di che ritiravansi orgogliosi dell'ospitalità ch'io aveva accordata, e del grazioso accoglimento loro fatto.

La mattina nell'atto della partenza ricominciavano le corse de' cavalli, le archibugiate e le grida della femmine; e per tal modo mi ricondussi fino a Marocco il martedì 15 di maggio.

Fine del tomo primo.


[ INDICE]

DELLE MATERIE
CONTENUTE IN QUESTO TOMO PRIMO.

[Intitolazione] Pag. V
[Prefazione del Traduttore italiano] IX
[Cap. primo.]
Arrivo a Tanger. — Interrogatorio. — Presentazione al governatore. — Stabilimento d'Ali Bey nella sua casa. — Preparativi per andare alla moschea. — Festa natale del profeta. — Marabout. — Visita al Kadi. — Congedo del suo introduttore 3
[Cap. II.]
Circoncisione. — Descrizione di Tanger. — Fortificazioni. — Servizio militare. — Corsa de' cavalli. — Popolazione. — Carattere degli abitanti. — Costumi 14
[Cap. III.]
Udienze del governatore. — Del Kadi. — Viveri. — Matrimonj. — Funerali. — Bagni pubblici 26
[Cap. IV.]
Architettura. — Moschea. — Musica. — Divertimenti. — Grida delle donne. — Scienze. — Santi 41
[Cap. V.]
Giudei — Pesi, misure e monete. — Commercio. — Storia naturale. — Situazione geografica 55
[Cap. VI.]
Continuazione della storia d'Ali Bey. — Notizie intorno all'interno dell'Affrica. — Presentazione all'imperatore di Marocco. — Visite del Sultano e della sua corte 65
[Cap. VII.]
Uscita di Tanger. — Viaggio a Mequinez ed a Fez 86
[Cap. VIII.]
Descrizione di Fez. — Governo. — Scienze. — Fabbriche. — Pianta narcotica. — Viveri. — Clima. — Tremuoto 110
[Cap. IX.]
Religione. — Storia del profeta. — De' suoi successori 140
[Cap. X.]
Elemosina. — Digiuno. — Pellegrinaggio. — Calendario. — Mese sacro. — Pasque. — Impiegati delle moschee. — Feste. — Superstizioni 159
[Cap. XI.]
Sceriffi di Muley Edris. — Affare del pendolo. — Ingresso del Sultano in Fez. — Messo del Sultano. — Interrogatorio del capo degli astrologi. — Sua ipocrisia, mala fede. — Intrighi dell'astrologo. — Trionfo d'Ali Bey. — Compera d'una Negra. — Almanacco. — Partenza del Sultano. — Eclissi 179
[Cap. XII.]
Partenza da Fez. — Viaggio a Rabat. — Descrizione di questa città 203
[Cap. XIII.]
Viaggio a Marocco 224
[Cap. XIV.]
Arrivo a Marocco. — Generosità del Sultano. — Semelalia. — Partenza del Sultano. — Viaggi di Ali Bey a Mogador. — Saarra. — Mogador. — Feste pubbliche. — Ritorno a Marocco 240

[ INDICE DELLE TAVOLE]

Contenute in questo Tomo primo

[Tavola I.] L'Alcassaba, o Castello di Tanger Pag. 18
[Tavola II.] Cimitero di Tanger 37
[Tavola III.] Vista di Marocco, e della cordelliera del monte Atlante 238
[Tavola IV.] (a) Soldato moro a cavallo in atto di attaccare il nemico 253
(b) Ali Bey in viaggio a cavallo ivi