ANIME

sorelle...

Sorelle, io errava taciti sentieri,

scuri or nell'ombra ed or chiari nel sole,

quando fanciulle in bianche lunghe stole

m'accostaron coi lor passi leggieri.

Chi avea negli occhi trepidi pensieri,

chi labbra vaghe di leggiadre fole.

A me ciascuna bisbigliò parole

caute, svelando tenui misteri.

Pareva ognuna un fiore di giunchiglia,

uno stel di ligustro o di giaggiolo,

e s'atteggiaron tutte a meraviglia

poi ch'io: — Non so se buon destin vi manda —

risposi. — A ognuna il suo segreto involo:

ch'io ven sappia foggiar degna ghirlanda.

le più lodate

E le esaltai: — Lodate voi, Sorelle,

dal puro giglio fra le pure mani,

simili a incerti albori antelucani

nell'ondeggiar delle figure snelle.

Lodate voi, dagli occhi di gazzelle

dolci, che un raggio abbaglierà domani,

attonite a un fiorir di cuori umani

come di rose in primavere belle.

Ma più lodate voi, cui brilla al ciglio

tremor di pianto, e voi che del più amaro

sangue del cuor battezzerete il giglio.

Più lodata colei che avrà premuto

nell'anima il singulto e il sogno caro

sola, nell'ombra del suo duolo muto.

colei che tace

Allora io vidi alcuna alzare il dito

al labbro ed implorar con occhi mesti.

Onde: — Sorella, — io l'ammonii, — con questi

miei detti io forse un duolo oscuro irrito.

Ma non ti turbi s'anche paia ardito

il mio parlar. Ben più te ne dorresti

s'io mascherassi sotto gaie vesti

l'aspro mal ch'ogni gioia ci ha rapito.

La voce mia la persuase a un riso

lievissimo d'assenso. La sua diaccia

mano mi porse reclinando il viso.

— Sorella, — disse, — d'uopo è pur celarla

questa ferita. È ben che occulta io giaccia:

ma tu, per quel ch'io tacqui e piansi, parla.

colei che dispera

E parve un'altra uscir da un suo stupore

di febbre, per pregar con voce spenta:

— Anche per me tu parla. Ch'io risenta

arder la voluttà del mio dolore,

ch'io ascolti, pel tuo labbro evocatore,

tremar questo desìo che mi tormenta,

pianger la passione che sgomenta

mi trasse a invidiar chi amando muore.

— O disperata, a te sia pace. Oblia! —

Io le invocai pietosamente. Ed ella:

— Oblio cercando incontrerò Follia.

Io baciai le sue mani e la figura

esile sparve, come fra le anella

di un gorgo nero, in sua capigliatura.

il sereno canto

Ma bionde treccie fulsero nel sole

in serpentini avvolgimenti d'oro.

Tinnule voci squillarono in coro:

— Qui regna giovinezza e chi si duole?

Sembravano fiorir da intatte aiuole

queste, recando un candido tesoro

nel cavo delle palme. I polsi loro

venavan quasi tenere viole.

Fecer corona di lor rosee braccia

e cantarono insieme: — Amare, amare!

Parean volar del sogno in su la traccia.

Quand'una m'accennò ridendo: — Vieni!

io negai, fisa al suo sguardo di mare.

Non eran gli occhi miei tanto sereni.

ignare

Io mi ritrassi all'ombra d'un abete

e al tronco scabro m'appoggiai, rivolta

ad osservar quella leggiadra accolta

aprir del cuor le dolci ali segrete.

Avean movenze sì agili e discrete

ch'ogni grazia pareva in lor raccolta.

E poi che venner gaie alla mia volta,

le interrogai: — Perchè d'amar chiedete?

Sorriser tutte come a un sol richiamo,

ed una disse: — Lieta cosa è amare,

e se una gioia è amor, noi l'invochiamo.

Io insinuai: — Amore mente, affanna...

Sciamaron via e risero le Ignare

gridando: — Ah taci! È bello anche se inganna!

la rinunzia

Ma quelle che già dissero pensose

alla Rinunzia: — Avvolgimi in tuo velo, —

fiorian dall'ombre, come l'asfodelo

dai laghi immoti che le sponde han rôse.

Fu forse il sogno a inanellarle spose?

O l'errore, o il timore, o uno sfacelo

d'illusioni, o un bacio aspro di gelo

al — no — perenne il labbro lor compose?

Videro il mio pensier su la mia fronte

esse, e mi cinser con un mormorare

lene d'acqua che sgorghi dalla fonte.

— A che dischiudi suggellate porte?

Ci è sì dolce in quest'ombra dileguare...

Non è più vita e non è ancora morte.

la fedeltà

— La nostra è morte in vita, — allor sommesso

gemette un lagno d'accorata voce.

Con le mani sul sen foggiate a croce

veniano altre, e con sì stanco incesso!

Venian quelle cui fu tutto promesso,

cui tutto in fior mietè la falce atroce,

bianche tra i veli, sotto il lor precoce

lutto, spiando l'ombra d'un cipresso.

E le vergini vedove, le spose

senza nozze, le sacre a una memoria

d'amore, le fedeli dolorose

sfilarono, funerea teoria,

in attitudin di pietà scultoria,

goccia a goccia gustando l'agonia.

per amore

Tanto più gaudiose innanzi agli occhi,

tristi tuttor, m'apparvero le Amate,

in tal figura d'anime beate

ch'io me n'estasiai, muta, a ginocchi.

— Questo fervor ch'è in noi sembra trabocchi,

ne accenda, quasi lucciole d'estate.

Più non risplendon torcie in sacre arcate

che i nostri cuori da tal fiamma tocchi.

Ed erano i lor detti luminosi,

e i sorrisi e le fronti e gli occhi loro

sì, ch'io parlando il volto mi nascosi.

— Cantate tutti i canti verginali —

dissi. — Già scende Amor con ali d'oro

a celebrar con voi i suoi sponsali.

disdegno

Allor s'udì concorde tintinnare

d'un lungo riso l'eco del vicino

bosco. Ciascuna un gelo repentino

lungo le vene si sentì guizzare.

Parea vibrante d'ironie amare,

freddo di sdegni il riso cristallino.

Ripigliaron le Amate il lor cammino,

ma un dubbio errava su le fronti chiare.

L'ombra io esplorai. Sorpresi le ridenti

disdegnose riunite a' piè d'un faggio,

intente ad intrecciar fiori e comenti.

Le udii: — Di un'aspra schiavitù si vanta

quel folle stuolo. Il nostro cuor più saggio,

ebro di libertà, ilare canta.

mistiche

Simili a gru, migranti ad oriente,

trasvolavan le Mistiche, in sì mite,

in sì celestial sogno rapite,

ch'ogni atto lor ne sorridea eloquente.

Del passato obliose, del presente

inconscie, già viventi delle vite

serafiche, già assunte alle infinite

promesse, il cui promettitor non mente.

Già le fronti raggianti, quasi incluse

nell'aureola. Già le lunghe ciglia,

quasi abbagliate dal fulgor, socchiuse.

Già presso al limitar della vallea

sacra, ove il re in clamide vermiglia

dirà a ciascuna: — Veni Sponsa mea.

pellegrine

Come romei rivolti a' luoghi santi,

sopraggiungean nuove pellegrine,

ma simili a Valchirie ed a regine

nel fiero ardor de' bei volti sognanti.

Fissavan gli occhi e i desideri avanti

lungo un raggio ascendente senza fine.

Corone su le fronti alabastrine

parean portar, corazze sotto i manti.

Quella io accostai che meno assorta andava,

e una stella additò essa al mio sguardo,

incastonata nella volta cava.

— Alta è la mèta e il dubbio ci sconforta, —

sorrise. — Ma il voler sprona gagliardo.

Lungo è il cammin, ma vigile la scorta.

l'invocazione

— O bianche pellegrine, m'accogliete

nel vostro stuol. Se un male o una follìa

dal mio cammino arido mi svia,

voi saggie guide a stolto cuor sarete.

Alacri ha il sogno l'ali. Irrequiete

ma ben fiacche il voler. La lunga via

deserta io temo. Anela ad ogni ombria

mi fa sostare insaziata sete.

Indugiarono a udir la mia preghiera

le pellegrine, e con un parco gesto

mi ammiser nella loro esigua schiera.

Ond'io seguii le mie suore novelle,

cercando in cielo con fervor ridesto

il mio fior d'oro tra un fiorir di stelle.