SPIRAGLI

il convento

Accoccolato a' piè della collina

s'assopiva sereno il buon convento:

noi no, chè dentro il suo cuor sonnolento

eravam come rondini a mattina.

Susurri e cinguettii l'ombra azzurrina

degli alti muri confidava al vento

quando, raccolto fra le palme il mento,

obliavam la paziente trina.

E chi aguzzava sguardi e fantasia

a spiar se giungesse il cavaliere

rapitore per qualche incerta via.

Foggiava ognuna a sè la finzione

più bella, e tutte con dita leggiere,

tesseansi ori o fiori di corone.

il risveglio

Gli occhi tu apristi in una buia sera

afferrata da un torbido sgomento,

mentre il viale di tigli del convento

piegava urlando sotto la bufera.

Quasi un'anima nuova, prigioniera

in te, gemeva un fievole lamento,

si lagnava d'un male ignoto e lento,

e un gran pianto piangea la notte nera.

Su le bianche dormenti la fiammella

vegliava, come un occhio appassionato

sotto una fronte virilmente bella.

L'adolescente in quel fulgor s'affise

marmorea, ostil. Poi, l'angelo svegliato

raccolse l'ali e al sogno umano rise.

il mistero

Al suo convento la novella sposa

tornata un'ora, fra le giovinette

compagne d'ieri, garrula sedette,

franca nel gesto e nel narrar scherzosa.

Ella pareva la corolla ch'osa

sbocciar precoce e sola fra le vette

dell'albero e turbar le timidette

sorelle, chiuse in lor grazia ritrosa.

Sì che ognuna nel suo intimo cuore

tremava, riguardandola, d'un senso

vago di meraviglia e di timore.

E poi ch'ella partì, nel monastero

s'effuse, tra l'usato aulir d'incenso,

lo stupore confuso d'un mistero.

notturno

Ma tu non odi un timido picchiare,

un ticchetto tenue a' tuoi vetri?

Ascolta un poco: alcuno par che impetri,

e fuori è buio, e le stelle son rare.

Tutte han varcato le rondini il mare,

chè temon dell'inverno i giorni tetri.

Questa, innanzi che il gel tutta l'impietri,

cerca rifugio: essa non può emigrare.

Essa è ferita, e il sangue si raggruma

goccia a goccia sul suo piccolo cuore,

e il sangue è rosso fra la bruna piuma.

Socchiudi: fuori infuria la bufera,

ma presso a te che morbido tepore...

Ah! tu non apri, e la notte è sì nera...

il pianto

Il pianto è la benefica rugiada

che nell'ombra ogni nuova anima irrora.

Gioia amara di quella che s'accora

viatrice solinga in buia strada.

Quando sul suo cammin non mai dirada

la notte nè il timor, s'attarda un'ora

la pellegrina e geme, e geme ancora

fin che la sua più ardente stilla cada.

Raccoglie allor le sue forze smarrite

e prosegue. Dal ciel pendono mute

le stelle, come lacrime impietrite.

Sola prosegue, col suo cuore solo.

Nè sa se le sue lacrime sperdute

daranno un fior d'amore o un fior di duolo.

l'ombra

L'ombra furtiva, quasi in sè rattratta,

che sta in agguato su la nostra porta,

è pronta a ingigantir se resa accorta

che il terror de' suoi biechi occhi ci abbatta.

Cupida allora dal suo covo scatta,

assale, incalza, è pungolo ed è scorta,

fin che in ignoti bui l'anima porta

per fosche vie immemore, disfatta.

Paura del futuro, ombra che assalta

colei ch'è sola, se acuì la vista

per fissare una stella in ciel tropp'alta.

Ombra che il voi d'ogni baldanza arresta,

l'ignorar chi sarà e pur se esista

il fido cuor su cui poggiar la testa.

vigilia

Grava su te, o insonne cuore, l'arco

pensoso di tua bianca ultima notte:

corta vigilia che il mistero inghiotte

giungendo, ora per ora, a estremo varco.

Tace ogni sogno e ascolta oppresso, carco

d'un confuso timor, le ininterrotte

voci dell'ombra, le parole rotte

forse da un dubbio, l'ammonire parco.

Nessuna ti racqueta o t'assicura,

anima sbigottita, cuore pieno

d'ansia, che aspetti ad una soglia oscura.

Nessuna sa. Tu sola saprai tutto:

se nèttare, se cenere, o veleno

t'offra la vita in suo supremo frutto.

il silenzio

Ogni pensosa vergine si cinge

del suo silenzio, come d'un velario,

e d'ombre un ondeggiar tenue e vario

con fantasia sottile vi dipinge.

O vi s'impietra, irrigidita sfinge

in muto enigma. O al suo cuor solitario

ne tesse inviolabile sudario,

fra aròmati d'oblio ve lo costringe.

Grave è il sudario del silenzio, e il cuore

che vi si avvolge desiosamente

più non si desta da quel suo sopore.

Pur, se a scoprirlo, con ben caute dita,

ella s'attenti, ancor vede il dormente

gemere sangue dalla sua ferita.

sera di vento

Dolce salire nella chiara sera,

sola col vento che m'abbraccia, folle

più d'ogni amor, la strada erta del colle

fra un presagio lontan di primavera.

Dolce, s'io pur di un'ironia leggiera

mi punga, come chi desto da un molle

sogno, se quasi già doler si volle,

ride di sua stoltezza passeggiera.

O breve inganno, io ben di te mi spoglio.

Fatta serena, del destino il gioco

senza umiltà io seguo e senza orgoglio.

Ma mi figuro d'avanzar guardinga

e curiosa, per gioir fra poco

d'altra menzogna bella di lusinga.

un'amarezza

Quell'amarezza fu senza parola:

ma l'assenzio ed il fiele ed il veleno,

tutto ciò ch'è più amaro, dal mio seno

saliva gorgogliando alla mia gola.

L'angoscia che nessun bene consola

più non mi urgeva. Sol d'amaro pieno

era il mio sangue, nè veniva meno

in me quell'onda lenta eguale sola.

M'ammorbava il palato il suo sapore,

n'esalava il disgusto la mia voce,

come l'acredin d'un malvagio fiore.

Pure, un mio riso ritrovai ancora:

quel riso d'un amaro tanto atroce

che stride in bocca e l'anima divora.

la malinconia

Dentro le vene la malinconia

s'insinua, ed è un morbo sonnolento

cui giova non trovar medicamento,

uno stupor di morbida follìa.

Il desiderio più tenace svia,

smemora del più intenso sentimento,

quasi vapori un greve incantamento

d'oppio, in cui goda più chi più s'oblia.

Essa è come un giaciglio, ove un'inerte

stanchezza ci abbandoni svigorite,

con le treccie disciolte e a braccia aperte.

Ed ha il torpor d'alcune notti estive,

in cui ci s'addormenta indolenzite

dallo spasimo oscuro d'esser vive.

al sonno

Sonno soave, il tuo suggello nero

sopra l'aride palpebre m'imprimi.

Sosta a lungo su me, tu che sopprimi

tedio di vita e male di pensiero.

Fasciami di torpor, se il tuo mistero

non ha asprezza d'aneliti che limi,

se i più dolenti s'inabissan primi

nel nulla d'un morire passeggiero.

Non darmi sogni; lasciami in letargo

giacer, con le tue dita sui miei cigli,

sotto il tepor del tuo mantello largo.

Se puoi, le dita sui miei occhi tieni

fin che il Signore mio giunga e bisbigli

al mio orecchio: — È l'aurora. Alzati e vieni!

creta indocile

Mi foggiò la natura in una creta

indocile, e la vita non mi vide

materia inerte fra sue mani infide,

del suo pollice al solco mansueta.

Perchè la vita sembra un fine esteta

cui una strana fantasia sorride:

ora l'opera plasma, liscia, incide;

contr'essa or s'accanisce, ed or s'acqueta.

Buona sorte ha per sè chi, ammasso informe,

a' suoi bizzarri spiriti s'adatta,

sopporta oppresso ed obliato dorme.

Folle chi i nervi a più sentire affina,

vigila, freme, ad ogni colpo scatta

ed inerme a difendersi s'ostina.