IL SIGNORE

catene

Signore, tu venisti con catene

pesanti, come un despota. Sapevi

ch'io invocavo per me quelle sì grevi

che lunga impronta il polso ne mantiene.

— Signore, — io allor ti dissi, — un qualche bene

per questa dura servitù mi devi.

E un riso schernitore tu ridevi,

come chi vuol negar, ma si trattiene.

Già m'avvinceva e mi turbava l'ombra

dinanzi a cui la fuga è salutare,

tanto di dubbi e di viltà c'ingombra.

Ma io le spalle per fuggir non volsi,

il despota affrontai, vidi cerchiare

di sue catene i miei febbrili polsi.

il male

S'appiatta, a guisa d'aspide che dorme,

dentro il più tortuoso penetrale

del cuore, questo immedicabil male,

lo soffoca talor, incubo enorme.

V'imprime gravi e oscure le sue orme,

sigle roventi del dolor vitale,

che il calmo orgoglio del voler non vale

a cancellar con le sue fredde norme.

Se lo lambisce con insidiosa

lingua, v'incita l'anelare muto

che invan dissimulato arde e non posa.

Ma, se lo morde, il cuor ch'è solo grida

ad invocar perdutamente aiuto,

perchè il mal violento non lo uccida.

spirito ostile

Io vi parlai con l'orgogliosa asprezza

che quasi svela una nemica fiera.

Pur s'appagava un desiderio, ed era

pur quello un lungo sogno di dolcezza.

L'ora più grave certo non s'apprezza;

non s'annunzia quest'ora, passeggiera

del bene, oppur del male messaggera;

sorprende l'urto che non s'ode e spezza.

Nè mentiva il mio accento di disdegno.

Spirito ostile, cruda ragione

io in voi conobbi a qualche occulto segno.

L'anima si slanciò con ali pronte

sospinta da sua mala illusione:

ma urtò nel marmo d'una chiusa fronte.

ebrezza

Tenace cuor, le tue forze non dome,

nè fatte già da assiduo impero ignave,

in te risorgono, ribellate schiave,

che alla tempesta scuotono le chiome.

Torbido mal t'opprime e t'arde, come

suggel di passione troppo grave;

ma l'ami; esso è quasi l'aspra chiave

d'una tua ebrezza, cui non so dar nome:

Soffrir con gioia. Respirar la vita

in sussulti d'angoscia. Lacerare

senza pietà la propria ferita.

E più goder di questo estremo affanno:

che le tue grida tanto ardenti e amare

a chi ti strazia mai non giungeranno.

in cammino

Io seguo il mio cammin, cieca, a tentone,

e so che molte e incerte son le mète.

Nè, restio, la man voi mi porgete

che mi guidi a trovar salvazione.

E m'è d'uopo, con vana finzione,

ancor dissimular l'ansie segrete

del mio fatale andare, e l'acre sete

che la fredda ragion vostra m'impone.

Nè io men dolgo. Spirito diverso

da quel che vi consiglia io non vi voglio:

mi ammalia ciò ch'è in voi saggio e perverso.

Mi piace avervi a mio avversario forte,

e per voi che sferzate aspro il mio orgoglio

di passione impallidire a morte.

rammarico

Il rammarico oscuro che m'accascia,

io lo ritorco contro me in pungenti

sarcasmi, e sferzo di ragionamenti

ironici la mia arida ambascia.

Ma un solco vivo ciascun scherno lascia

dove i suoi colpi insiston violenti.

Sen duol con malinconici lamenti

quei che il duro voler urta e non sfascia.

Tristemente si duole: — A che sogghigni?

Più tu ti senti miserabil cosa,

più t'affanni a ostentar sdegni maligni.

Ecco: ora piangi, sfatta d'umiltà,

or s'avvilisce l'anima orgogliosa

ch'altro destar non seppe che pietà.

gioco di sguardi

Gioco di sguardi è cosa tanto vaga

e al vostro vano ardir piacevol cosa.

Ma questa inferma anima, se l'osa,

vi si strugge in contesa e non s'appaga.

Simile io sono a chi cela una piaga

ma l'accusa con fronte dolorosa,

e trattiene coi denti senza posa

il tremor che in sue vene si propaga.

Voi sembrate colui che si compiace

spiando in volto ad un febbricitante

i segni d'un sottil morbo vorace.

E gode a udir su quelle labbra amare,

arse dallo stupore delirante,

un solo nome, il suo nome tornare.

l'imagine

Come perisce preziosa istoria

se fiamma assai sue miniate pagine,

così s'offusca, spar la vostra imagine

rôsa dal muto ardor della memoria.

D'altri ricordi la già vecchia scoria

vi dirama un'inutile propagine,

pure è impotente la più assorta indagine

a trovarvi una vostra ombra illusoria.

Io v'ho smarrito per fervor soverchio

di ritenervi. Il cuor vi sa; v'oblia

la mente, chiusa in troppo breve cerchio.

Ond'io vi cerco e non vi vedo. Ascolto

parlar di voi, di voi l'anima mia

e più non trovo il dileguato volto.

anima errante

Se il mio signore segue la sua via

con cuore assorto o con sereno volto,

sol con sè solo crede andar, raccolto

nel suo pensier, senz'altra compagnia.

Ed ei non vede alcuno che lo spia,

passo passo, alla sua mèta rivolto,

alcun che sta del suo cuore in ascolto

e gli parla con tenera follia.

Ecco: al suo piede un'ombra or lunga or breve

accanto o dietro o innanzi a lui cammina,

nè mai la stanca quel suo andar sì lieve.

Essa è colei che troppo sola muore,

è la notturna anima pellegrina

che persegue il suo sogno ed il suo amore.

lamento vano

Piccolo cuore folle, a che ti lagni?

Tu che sfidavi a prova la tortura

più cruda, or soffri di poc'ansia oscura,

lasci che vano affanno ti guadagni.

Il male che ti tien sotto grifagni

artigli, come sua preda sicura,

t'avvilisce così che la paura

e il dubbio ormai ti son soli compagni.

Ora tu sai che non disseta il duolo,

sai che a quetare il tuo lagno furtivo

ti basterebbe un piccol bene, un solo.

E piangi, curvo su la tua ferita,

e invano tenti saziar nel vivo

suo sangue la tua sete aspra di vita.

un desiderio

Piangere piano piano, con la faccia

contro la vostra spalla io vorrei bene,

come una bimba che più non sostiene

il segreto che l'arde e che l'agghiaccia,

ma restare così finch'io mi taccia

nella vaga atonìa d'un sonno lene,

finchè il maligno incanto che mi tiene

si smaghi e in me non ne rimanga traccia.

Il cuore io sentirei farmisi immoto,

vanire leggermente entro il mio seno

e lasciar dove pesa un nero vuoto.

Dolce allor mi sarebbe d'improvviso

ritrovar il mio spirito sereno,

rialzarmi e fuggir, squillando un riso.

una preghiera

La pietà del silenzio io solo imploro,

freddo spirto, da voi, cui fu gradita

vista l'aprirsi della mia ferita,

cui piacque un dolorar senza ristoro.

Certo il riso sottil, ch'io non ignoro,

a un prudente tacer me pure incita;

ma è l'aspra gioia di mia chiusa vita

spargerne al vento l'unico tesoro.

Morbosa voluttà in cui s'umilia

ogni baldanza, in cui oggi più duole

la pena già sopita alla vigilia.

Ben io vorrei, ma il desiderio è folle,

esacerbar di mie vane parole

tanto come chi amò, chi amar non volle.

la mèta fallace

Chiusa è la casa dov'io giungo alfine,

spossata dall'asprezza ardua dell'erta.

Ai cardini s'abbrancano le spine,

la casa è chiusa e la soglia è deserta.

Par ch'essa punga d'un suo muto e fine

sdegno chi sta fra timida ed incerta,

col petto ansante e con le ciglia chine,

e che del folle suo inganno l'avverta.

Che val sostare? Anima mia, che vale

piangere con la bocca sul gradino

dove si posa il piede di chi sale?

Che val chiamar chi è sordo o non ascolta?

A ritroso facciam ora il cammino...

Non tremare così, anima stolta.