PROFILI
le oscure
Negli angoli discreti degli altari
scorron corone fra le dita snelle
figure curve come vecchierelle,
cui lumeggian di scorcio i lampadari.
Tutte han gli stessi movimenti rari,
gli stessi volti scarni di zitelle.
Si salutan con occhi di sorelle,
cercando un riso in fondo ai cuori amari.
Sembran celare con gelosa cura
il male di sentire a ogni ora farsi
più vuoti i polsi e l'anima più oscura.
E ciascuna furtiva si dilegua,
senza rumore, quasi per sottrarsi
a un dileggio sottil che la persegua.
mater inviolata
Come avvisaron suora Benedetta
che la sua dolce alunna era partita,
senza un addio a chi nella sfiorita
ombra, materno cuor, l'ebbe diletta,
ella restò a fissar la finestretta
graticolata e a torcer fra le dita
il suo rosario, un poco impallidita,
quasi in un cerchio di stupor costretta.
L'oratorio era vuoto. Fuori un volo
di rondini saliva ed ella rise
un riso bianco come il suo soggolo.
— La mia bambina volò via stamani,
sapete? — rise fievole, e s'assise:
— Ora l'aspetto, tornerà domani.
l'amico
Per noi l'amico sconosciuto vive
una sua vita tenue e profonda,
quando un bianco stupore ancor ci inonda
ma già al volo addestrammo ali furtive.
A noi con le sue risa suggestive,
lo trasse il sogno quasi a fior di un'onda,
come il cigno traeva ad Elsa bionda
Lohengrin lungo le fiorite rive.
Cavalier di leggenda, o eroe antico,
mistico sposo, ignoto fidanzato,
l'ombra di un'ombra è solo il dolce amico.
Ma è tal che sdegna un meno puro altare,
tal che la carne già desta al peccato
vede, effimero amore, dileguare.
Suora Rosaria
Suora Rosaria, bionda in velo nero,
mai sazî sguardi rivolgeva al monte
de' Capuccini e la sua liscia fronte
s'adombrava di un trepido pensiero.
Le palpebre chiudeva, in atto austero,
quasi ardesse al suo pallido orizzonte
un sogno troppo dolce, e troppo pronte
pupille ne accogliessero il mistero.
E ancora sollevando al chiostro pio
in vetta al monte le sue ciglia chiare,
ella chiedeva la sua pace a Dio.
Ma udiva dello stesso suo dolore
pianger, là in alto, a' piedi d'un altare,
chiuso nel saio, il suo perduto amore.
la sfinge
Il pensier più sagace invano indaga
la purezza di tua fronte scultoria,
turbato dalla bocca derisoria,
dagli occhi bui di maliarda maga.
Pur, questa tua seduzione vaga
di bell'enigma che ti rechi a gloria,
copre sol una oscurità illusoria
d'anima ambigua ch'ombra fredda allaga.
L'intima vanità mente a te stessa:
tu presumi l'assenza del pensiero
profondità di un'anima complessa.
E mentre un occhio osservator ti scruta
tu, certa di celar qualche mistero,
t'atteggi a sfinge impenetrata e muta.
virgo fragilis
Un languor di stanchezza io riconosco
nel volger delle tue pupille schive.
Fragil tu sei com'edera di bosco
che solo a un tronco avviticchiata vive.
Come l'acqua tu sei, che in ogni chiosco
verde si lagna e geme in fratte e in rive,
finchè tremando, giù pel greto fosco,
sposi al fiume le sue acque giulive.
Si porgono le tue docili mani,
sè stesse offrendo a una catena grave
con fervor d'umiltà nei gesti piani.
L'anima tua in fondo a' tuoi sfuggenti
occhi, saprà sorridere soave
sol quando per amare s'annienti.
tediata
Tu t'abbandoni, o pallida indolente,
nella ricca mollezza de' cuscini,
e in sonnolenta voluttà reclini
le ciglia gravi tediosamente,
quasi un'ebrezza tenue la tua mente
oziosa per strane ombre trascini,
o velino i tuoi verdi occhi felini
soporiferi aromi d'oriente.
O sei come una bella agile tigre,
che s'allunghi a giacer sotto una palma,
con sue movenze regalmente pigre.
Ma non t'insidia il serpe tentatore,
e tu per scuoter la tua uggiosa calma
ti lasceresti pur suggere il cuore.
frutti maturi
Venne al frutteto l'anima superba
cui non pur anche amore avea sorriso:
l'ombre assorte tacean, le fronde, l'erba
quasi in un orto muto dell'Eliso.
Come colei che un suo mistero serba
ella era grave. E col suo sguardo fiso,
fosco d'un velo di tristezza acerba
contrastava il languor molle del viso.
Poi ch'estate era al sommo, tra le foglie
porgea ogni frutto la sua gota rosa
alla man che carezza e che raccoglie.
Ma il più perfetto, a un tenue tremore
del ramo, cadde a' piè della Pensosa:
ella sentì cadere anche il suo cuore.
sposa bianca
Nessuno mai passò ne' tuoi capelli
fluenti la carezza di sue dita,
nè reclinò la tua faccia smarrita
a chiuder con le labbra gli occhi belli.
Ma invano amor t'ordì vaghi tranelli;
la virtù del godere ha in te esaurita
mestizia assidua. Brama non t'irrita
di spezzarne gl'immobili suggelli.
Desiderio di gioia non t'assale.
Tu custodisci un'unica dolcezza
sì intensa, che a pensarla ti fa male.
È la tua fedeltà silenziosa
rampogna a chi t'offese. A te è l'ebrezza,
la gioia nuziale, o bianca Sposa!
vendicatrice
Tu che inasprisci di superbi scherni
e strazî di freddezze noncuranti
l'uomo già altero, che t'umilia avanti
il duol dei giorni alle sue ansie eterni,
tu che il suo lungo desiderio alterni
fra viltà disperate e stolti pianti,
non sai che lacci hai con un gesto infranti,
qual vendetta tu compia non discerni.
Costui che fra le tue sottili dita
fatte artigli tu stringi, e soffre, e duolsi,
schiavo d'amor che il tuo negar più incita,
ingiustamente espìa, con una pena
cruda, il gioir di chi fragili polsi,
per suo trastullo perfido, incatena.
le deluse
Io vidi queste tendere le braccia
in vana attesa d'anime deluse,
con ciglia di febbrili ombre soffuse,
con labbra accese nell'esangue faccia.
Con quelle labbra su cui par si taccia
il gemito scorato delle accuse,
ma tremi la dolcezza che le schiuse,
quasi fiori che nuovo alito allaccia.
Le vidi premer sopra il cuor conserte
le dita e susurrargli: — O folle, taci! —
con la voce che han l'anime deserte.
E reclinare la turbata fronte,
come assetati ch'odono loquaci
rider l'acque e non trovano la fonte.
la respinta
In te fu sospettata la nemica
subdola, quella ch'arti e audacie aduna
a irretir l'ingannevole fortuna
d'amore, e nelle sue reti s'intrica.
Fosti respinta. Come una mendica
che insista nel suo chiedere, importuna,
fosti respinta. E tu ben taci: niuna
parola esiste che il tuo male dica.
Non ti fu vista la tua morte in viso.
Si rinchiuse il tuo cuor pieno di strida.
Su se stesso piegò, come un ucciso.
Pur, s'addolcì benigna la ripulsa.
Di pietà si velò la voce infida...
Come ride la tua bocca convulsa!
serena
Male s'umiliò la tua serena
fronte, o Sorella, perchè a te compose
gaia fortuna i suoi serti di rose
e ti protesse contro ogni aspra pena.
Meglio inseguir per una strada amena
le libellule a volo, flessuose,
che ricercar per ombre insidiose
il fior che dolce odora e che avvelena.
Non ti stupir se con la voce amara,
il mio folle disdegno non ripeta,
beffardo il riso di tua bocca ignara.
Più dona gioia il pueril tuo giuoco
che desiderio d'anima inquieta
morsa e bruciata dal suo stesso fuoco.